Le regole del gioco di un genitore gamer

Sono passate quasi tre settimane dal Parents Gaming Lab organizzato da Vodafone Italia ed ESL, uno degli eventi della Milano Digital Week. Eppure il flusso di tweet, commenti su Facebook e conversazioni online sui temi trattati non si ferma.

Ho deciso allora di trasferire in un post i punti che ho trattato nel mio speech, perché ritengo ci sia ancora troppa poca sensibilità sul tema.
Me ne sono resa conto al Vodafone Theatre durante il dibattito con i genitori presenti e me ne rendo conto ogni giorno nelle varie interazioni digitali sul tema.

Siamo la prima generazione che non ha mai smesso di giocare.

Eppure nascere con i videogame non significa essere esperti di gaming. 
È un po’ come dire che siccome sei giovane, hai uno smartphone e un profilo Facebook sei un esperto di social media marketing.
Non funziona così. Per fortuna, mi sento di aggiungere.

D’altra parte però aver giocato ed essere cresciuti in una cultura — un tempo definita “popolare” con tono di disprezzo, oggi diventata improvvisamente “cool” — di cui i videogame costituiscono una parte significativa, dovrebbe averci dato quella forma di consapevolezza che nasce dall’esperienza e che ci permette almeno di capire di cosa parliamo e di adottare comportamenti ragionevoli.

“Ragionevolezza” e buon senso sono le parole chiave di un approccio sano ai videogame, che deve rimanere tale anche quando abbiamo la fortuna di essere genitori e la responsabilità di educare i nostri figli al loro uso.

Eppure non è così semplice. 
Ho provato quindi a esplorare 5 luoghi comuni che non solo fanno male ai videogiochi, ma fanno soprattutto male ai gamer di ogni età.

#1: I VIDEOGIOCHI RENDONO VIOLENTI

No. Perdonate la sintesi, ma la questione è davvero fuori discussione.

È stato provato più volte — non ultimo di recente dall’Università di Oxford— che non c’è correlazione tra atti di violenza e videogame.

Ciò significa che giornali e siti di news che pubblicano titoli del genere “ha sparato come in un videogame” o inseriscono affermazioni tipo “era appassionato di videogiochi”, non solo non stanno facendo informazioni, ma stanno facendo danni all’intera industria e a tutti i giocatori: non caso qualche mese fa ho scritto una Apologia dei videogame.

I videogame possono al più fungere da trigger di desideri e comportamenti latenti — come confermato anche dallo psicologo Ivan Ferrero durante il Parents Gaming Lab — e lo stesso potrebbe dirsi di altri medium.

È la persona ad essere violenta, non lo diventa perché un videogioco è violento.
Uno dei miei giochi preferiti di sempre è Halo, soprattutto il primo. Lì sono Master Chief, un soldato Spartan II altamente addestrato.
Nella vita di ogni giorno invece sono quanto di più lontano ci sia da Master Chief. 
Il fatto di giocare ad Halo e a parecchi altri shooters, vi garantisco, non mi ha fatto mai neanche venir voglia di sparare con una pistola ad acqua.

Il problema semmai è un altro.

I genitori che si lamentano della violenza dei videogame non leggono il rating dei giochi e procedono agli acquisti mossi nella gran parte dei casi dalla sola voglia di accontentare le richieste dei figli.

In Europa, il sistema PEGI (acronimo di Pan European Game Information) indica chiaramente per quale età è adatto ciascun gioco.
Usa un sistema piuttosto semplice con l’indicazione dell’età ed eventuali icone aggiuntive per i dettagli.

Ciononostante, ho visto con i miei occhi genitori con figli dodicenni che stavano comprando loro Red Dead Redemption 2. Il chapter 1 del gioco che funge da tutorial ha dentro rapine, furti, sparatorie e morti varie, senza aggiungere che una delle abilità acquisite è la capacità di cacciare e scuoiare animali.

Poi però questi stessi genitori si lamentano che i giochi sono violenti e che “giochi del genere neanche dovrebbero farli”.
Il rating PEGI di Red Dead Redemption 2 è 18+, le icone esplicitano il tipo di contenuto. L’acquirente ha perciò un’indicazione di ciò che deve aspettarsi.

Quindi non importa se i ragazzi strillano, piangono o pregano per avere il gioco X, meno che mai se la giustificazione è “ma amica/amica X ce l’ha!”.

Piuttosto giocate con loro, cercate di capire se quel gioco va bene davvero, proponete eventuali alternative e definite delle regole d’uso e di scelta dei titoli.

Siamo noi a decidere cosa mettere loro in mano. Sempre.
Tutto il resto è alibi.

#2: I VIDEOGIOCHI ISOLANO

Nessun player è mai solo. E lo sa chiunque abbia mai giocato a un party game o multiplayer online.
È il primo livello di aggregazione e contatto, il più ovvio ed evidente certo, ma non l’unico.

Tutti i maggiori sitemi di gioco ormai hanno una forte componente sociale. Io ad esempio gioco raramente in team con altri per motivi di tempo e organizzativi, ma ho parecchi amici sia su Xbox che su Nintendo Switch. Il sistema è simile a quello di un social network: ti cerco > ti aggiungo > confermi/declini la mia richiesta. Se accetti, possiamo vedere i contenuti condivisi — come ad esempio clip di gioco — mandarci messaggi, fare sfide dirette e una serie di altri casi dipendenti dalla console utilizzata e dal gioco.

C’è poi un terzo livello di aggregazione, quello delle community esterne alle diverse piattaforme, dove l’aggregazione è guidata dalla passione. Sono community verticali con focus sulla console o sul gioco/saga.
Li trovate ovunque: da Discord a Reddit, da Facebook ai forum.
In molti casi sono promosse direttamente dal brand: in fondo la community degli Xbox Ambassadors è una community/programma Microsoft per utenti Xbox che vogliono aiutare altri giocatori e nel contempo interagire tra di loro e dare esempi positivi.

#3: CON I VIDEOGAME ONLINE SI POSSONO FARE INCONTRI PERICOLOSI

Nel concetto di parental control, quello che sfugge è forse proprio che il primo termine sia “parental”.

Provate a chiedere a un genitore se sulla console di casa ha predisposto dei profili ad hoc per i figli. 
Si va da chi si dice annoiato dal mettersi a creare profili differenti su una stessa console (“ma no, gli lascio usare il mio”) a chi, stupito, dice di non averne mai sentito parlare.

Cosa significa invece definire profili differenti in base alle fasce di età?

  • Limitare l’accesso ai contenuti
  • Limitare la visibilità di informazioni sensibili come nome e posizione geografica
  • Limitare le possibilità di contatto, ad esempio decidendo se e da chi i bambini/ragazzi possono ricevere richieste di amicizia e messaggi provati testuali e vocali
  • Limitare lo screen time, cioè il tempo di utilizzo della console
  • Limitare gli acquisti inibendoli del tutto o definendo un tetto massimo di spesa

Si tratta di funzionalità disponibili su tutte le console e — almeno per quanto concerne lo screen time — anche su mobile. 
Nintendo mette addirittura a disposizione degli utenti un’app per smartphone che consente di tracciare l’uso della console da parte dei ragazzi e di inibirne eventualmente l’utilizzo anche da remoto.

Da Playstation a nIntendo, passando per Xbox: un collage di alcune delle impostazioni e funzionalità di parental control messe a disposizione degli utenti

#4: I VIDEOGAME SONO UNA “QUESTIONE SOCIALE”

Questa è la versione errata della lettura del valore sociale dei videogame.

In sintesi: è la giustificazione tipica di quei genitori che ti dicono che fanno giocare i figli di 8 anni a Fortnite (classificato PEGI 12+) perché “tutti in classe loro ci giocano e sarebbero esclusi!”. Salvo poi lamentarsi che forse è violento e che i figli vogliono giocarci sempre.

Io non ho avuto una console mia fino al compimento del mio 17° compleanno (quando mi hanno regalato una PlayStation). Giocavo a casa dei miei amici, giocavo con il mio computer. Ma non ho avuto NES, Super Nintendo, Gameboy etc. etc. tutti oggetti di culto che conferivano gran “prestigio sociale” tra i pari. E sono sopravvissuta.

Non mi permetterei mai di semplificare questioni complesse e delicate come la psicologia dietro l’ansia di partecipazione dei genitori per i loro figli, ma da madre resto perplessa ogni volta che vedo quanta ansia hanno altri genitori nel vedere per forza i figli “parte di” e nell’impegnarli in n-mila attività.

È ovvio che essere esclusi sia brutto. 
Ma se quell’esclusione è il risultato di qualcosa con cui non sono d’accordo come madre e che non ritengo opportuna per la crescita dei miei figli, per me la risposta è no. Non si gioca a quel gioco. E se i miei figli ne fanno una tragedia, sta a me offrire alternative, dare spiegazioni e in definitiva far sì che se ne facciano una ragione.

Sono io che devo “mantenere il controller” e non perdere la bussola.

#5: I VIDEOGIOCHI ALLONTANANO DALLA VITA REALE

Se avessi 1 € per ogni volta che ho sentito dire che virtuale non è reale sarei ricca, davvero. Lavoro nel digital marketing da oltre 10 anni e sono quasi 15 anni che — anche per motivi accademici — mi occupo di social network e simili.

E sento ancora dire che c’è una vita reale ed una digitale, virtuale, “non reale”.

Dobbiamo metterci d’accordo allora: cosa intendiamo per reale?

Parliamo di solida concretezza? Nintendo Labo è fuoriclasse in tal senso. Mescolando l’uso della console con la costruzione di elementi di gioco di cartone, crea uno straordinario ibrido che stimola la creatività mantenendo il videogioco al centro di questa esperienza. E peraltro a brevissimo sarà disponibilità anche con supporto alla virtual reality.

O forse i detrattori del tema fanno riferimento alle interazioni e al contesto non tangibile del videogame in sé?
A parte che a livello di community, come visto sopra, stiamo sempre parlando di persone reali, ma come la mettiamo con chi non può o è limitato ad avere quel genere di esperienze che i genitori ritengono “sane” (es. sport o attività all’area aperta)? Vi faccio un esempio concreto: i giocatori disabili.
I videogame colmano una serie di carenze del “mondo reale”.
Quando gioco non so se la persona dietro l’altro schermo, il mio compagno di squadra, sia su una sedia a rotelle o abbia un disturbo di qualche tipo. Se potete guardate Ben X, il film che racconta la storia vera di un ragazzo con sindrome di Asperger vittima di bullismo nella via “reale” ma libero di esprimersi con il suo avatar in quella virtuale di un MMORPG (Massively multiplayer online role-playing game).

I videogame hanno l’immenso pregio di annullare certe differenze, soprattutto quando chi produce l’hardware lavora per far vincere tutti.
per citare lo splendido spot Microsoft per il Super Bowl 2019, con cui presentava il suo adaptive controller, “quanto tutti giochiamo, tutti vinciamo”.

Il gioco è sempre reale.

BONUS: cosa abbiamo imparato dai videogames

Qualche tempo fa, l’account Twitter di Xbox Game Pass — il servizio all-you-can-play di Microsoft- ha lanciato una discussione su Twitter per chiedere agli utenti quali fossero lo le lezioni più importanti imparate da videogiocatori.

Mi sembra che il tweet finale sia la migliore risposta per i detrattori di questo straordinario medium.

  1. Non importa quanti ostacoli incontri, vai avanti: è la regola fondamentale. Non mollare mai. È quel concetto di cui tanto oggi si parla, la resilienza. La capacità di reagire all’inaspettato, soprattutto quando negativo, e di andare avanti.
  2. Il fallimento non è la fine, è un’opportunità per imparare dai nostri errori.
    Oggi la “poetica del fallimento” tiene banco tra i motivatori ed è un mantra ripetuto ad libitum tra gli imprenditori ed ereditato dalla Silicon Valley. Fallire fa male, malissimo. È un processo doloroso. Ma ogni gamer sa che è necessario. Ogni volta che ricomincia la propria partita, ha imparato di più sulla strategia da adottare contro il boss finale. E alla fine, lo batte.
  3. Nonostante le nostre differenza possiamo imparare a lavorare insieme. Il valore della collaborazione, la forza del team, Uno per tutti, tutti per uno. Non (solo) perché lo dice risorse umane al retreat aziendale o perché a scuola ci devono convincere che sia così, ma perché abbiamo imparato a sperimentarlo. Anche con i videogame.
  4. Non importa quanto cadiamo lontano, c’è sempre una via di ritorno. Lo so, nella vita di tutti i giorni non si può tornare al punto di salvataggio. Ma si può ritrovare un equilibrio e muovere avanti da lì.

Con il gioco impariamo, costantemente.

Vorrei davvero che queste riflessioni diventassero uno spunto per una conversazione più ampia.

Voi giocate? Avete figli? Come vi organizzate con loro?