Au coeur de la Ville

Pillole di Parigi

Non so scrivere di Parigi. Ho tentato e ritentato, storie di invenzione e cronache di viaggio, ma ogni volta fallisco e rinuncio. O forse rinuncio prima di aver fallito e allora è comunque una sconfitta.

Eppure mi piace credere che il motivo per cui non posso scrivere di Parigi sia che Parigi è troppo dentro di me per poterla mettere sulla carta, troppo mia per donarla a chi legge, o persino a me stessa in un diario privato. Diceva Flaubert che possiamo scrivere solo di noi stessi, perché non è possibile scrivere di ciò che non si conosce e non conosciamo nulla all’infuori di noi… se le cose stanno così, allora Parigi resta una splendida città fuori da me, perché anche questo tentativo si sta apparecchiando al fallimento.

Lascerò dunque correre le suggestioni, smetterò di provare a mettere delle parole belle e ordinate in fila, di costruire un racconto di viaggio o una storia romantica d’invenzione. Lascerò parlare lo sguardo di chi ogni volta si innamora della città dell’amore, perché Parigi è un quadro dalla prospettiva infinita, un acquerello cangiante.

Parigi è una foto in bianco e nero.

Sul ponte Alexandre III, Simon aspetta la sua donna fumando una sigaretta. Amande non sa di essere “la donna” di Simon, non ancora. Eppure avverte un fremito quando lo vede in lontananza, con quei suoi capelli spettinati come dal vento, lo sguardo perso oltre il fiume, oltre la Tour.
Amande lo raggiunge, i due esitano solo un istante prima di salutarsi con un bacio rapido. La vita è troppo breve per lasciarsi sfuggire anche un solo istante.
Camminano fianco a fianco. La Senna placida sotto di loro riflette il flusso dei pensieri di entrambi, una miriade di gocce d’acqua che scorrono nella medesima direzione… questa è la felicità, pensa Simon, mentre con una mano cinge i fianchi di Amande e l’attira a sé — la vita è troppo breve per lasciarsi sfuggire anche un solo istante.

Con le sue strade inerpicate, le sue infinite scale e i marciapiedi sudici, Montmartre trasuda la bellezza malconcia, quasi struggente, delle puttane d’altri tempi.

Ogni angolo è una fotografia, un quadro. Il bel volto triste di Parigi è lì, in quei tetti grigio azzurri dai mille comignoli, in quelle mansarde della bohème. Montmartre è il cuore scalcinato della Ville, il piccolo centro caldo di una galassia che ha risucchiato decenni, secoli di arte e di passione. Forse di perdizione.

Se fai attenzione, al calare del giorno, per le strade accaldate di Montmartre puoi ancora percepire gli artisti che si aggirano furtivi come ombre. Hemingway, Picasso, Modì, Soutine — ci sono tutti.
La vedi quella luce fioca, là, nel sottotetto? E’ lo studio di Amedeo Modigliani: sta lavorando a uno dei ritratti di Jeanne, la sua amata donna dai capelli rossi. Ha avuto tante amanti, Modì, ma Jeanne è la sua anima gemella… Dicono che da lui aspetti un figlio.
L’ho conosciuta una volta, a La Rotonde. Ha davvero lo sguardo dei ritratti che le fa Amedeo. La giovinezza ha in lei occhi malinconici senza pupille… Come Parigi. Me la ricorda, per tanti aspetti. E’ bella di un fascino dolente, altera e vulnerabile allo stesso tempo, in un modo che attrae e risucchia, senza mai più lasciarti libero.
“A Notre-Dame, dall’altra parte della Senna, trovai il mio angolo di felicità. Nella minuscola stanza oltre la porta a sinistra dell’antica libreria, seppi per la prima volta che cosa significa amare. Amare un luogo, un odore, qualcuno. Amai una per una le pagine ingiallite, le copertine scolorate, la polvere degli scaffali, il pavimento ingombro. Amai leggere e rileggere, toccare, annusare quell’edizione di Belli e Dannati del 1922, e amai follemente l’idea di avere in mano qualcosa che esisteva all’epoca di Scott Fitzgerald.
Amai Graham, che dietro il minuscolo bancone canticchiava sommessamente sopra la musica che usciva dallo stereo, mentre con religiosa meticolosità annotava, riordinava, si prendeva cura di quei tesori di carta e di inchiostro di cui si era circondato. Amai l’amore che metteva in ogni gesto, e amai il sorriso che mi porse nel momento in cui varcai la soglia di quel mondo strano.
Per la prima volta fui Alice e attraversai lo specchio. Amai soprattutto il fatto di amare, nell’unico posto dove amare aveva un senso: Parigi”
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