Bologna no more

Il murale di Blu sulla facciata dell’XM24

Nel 2003 avevo più o meno 20 anni e giunsi a Bologna con l’intenzione di iscrivermi all’Accademia di Belle Arti.

All’epoca Bologna mi sembrava essere una città in fermento, caratterizzata da tutto ciò che un giovane antagonista potesse chiedere ad uno scenario urbano: gente in strada, fervore politico, CSOA, cortei, street-parade.

Ed in generale quella sensazione che si prova quando si vive in una città che si sente viva, de-normalizzata, non sottomessa a quelle logiche, a quei rapporti commerciali che si riproducono in certi spazi delle grandi metropoli.

Seppur solo ad un primo impatto estetico, sentivo Bologna come una città accogliente, vicina ai miei pensieri, abitata da persone a me affini.

Insomma, un posto dove potevi quasi dire di essere orgoglioso di vivere.

Non privo di contraddizioni, certo, ma il piatto della bilancia delle sensazioni, forse anche per la mia giovane età, pendeva decisamente verso i lati positivi.

Questa era, condensata, la Bologna che ricordo del 2003.

Il TPO era ancora a Via Stalingrado, e piazza verdi era gremita di cani sciolti, punkabbestia, artisti di strada, antagonisti, gente dei collettivi, compagni irregolari. Era in qualche modo prendere contatto con quella Bologna che conoscevo dai testi degli Isola Posse All Stars, prima, e dei Sangue Misto dopo, ma anche di Inoki e Joe Cassano; pane e acqua di tanti pischelli della generazione anni ‘80.

Al 32 di via Zamboni non c’era mai quiete. Piazza Verdi era come una zona franca. La polizia si teneva a debita distanza e per strada era lecito fare più o meno tutto: bere, fumare, parlare fino a tardi, cantare. Non il paradiso, non l’uguaglianza sociale, ma quella sensazione di essere dentro e di stare generando un conflitto, forse apolitico, ma pur sempre un conflitto, difficile da gestire e annientare.

Piccoli spazi di contropotere. Contraddittori, incompleti, forse de-ideologizzati. Ma pur sempre spazi condivisi dove esercitare contropotere, che si attuavano nella forma di una felicità estemporanea e probabilmente un po’ anarcoide.

Non il paradiso, non l’uguaglianza sociale, ma per un giovane del sud, cresciuto tra palazzoni di cemento, poco verde e zero spazi sociali, con quell’idea — più che idea, un cliché post-adolescenziale e figlio di quegli anni — di fuggire dal sud ingrato, retrogrado e disimpegnato, incapace di far esprimere i suoi giovani autoctoni, rappresentava una ventata di freschezza, apriva prospettive, riusciva ad accendere quella curiosità, quella voglia di sapere, di conoscere, di esprimersi, informarsi, costruire dissenso, anche in modi meno ortodossi rispetto agli standard che conoscevo.

Dopo meno di un anno e le idee più chiare su quel che volevo fare nella mia vita (poco compatibili con l’Accademia di Belle Arti) decisi di trasferirmi a Roma, dove poi vissi per i successivi 9 anni.

Ma il destino a volte è un po’ testardo e il caso volle che, 9 lustri dopo, un’azienda di Bologna decise di mostrare un suo interessamento nei miei confronti.

Avevo bisogno di un po’ di distacco dal caos Romano (caos a cui poi mi resi conto di essere perfettamente e serenamente abituato) e il lavoro era interessante.

Accettai.

Felice anche dell’idea di tornare in quella piccola metropoli, fiducioso che avrei ritrovato quel fermento e quel fervore che avevo lasciato in stand-by dieci anni prima.

O così credevo.

È passato un anno ed oggi Bologna è una città da cui sto fuggendo. E in cui spero di non tornare mai più a vivere.

Perché se esiste qualcosa di peggio del degrado, della mancanza di prospettive, dell’impossibilità di costruire un futuro, è proprio l’illusione di vivere in una città avanzata, progressista, “civilizzata”.

Bologna oggi è diventata al tempo stesso lo spettro e l’anticamera di quell’Italia che un tempo votava PCI e che oggi non ha timori a schierarsi con Renzi, con i poteri forti dell’ex-democrazia cristiana, con i commercianti, con la brava gente che sta bene, paga le tasse e non vuole saperne delle contraddizioni che essa stessa produce e che si riproducono per garantire il suo tenore di vita.

Oggi Bologna è un laboratorio repressivo, dove gli spazi di agibilità politica, sociale, territoriale sono ridotti a zero, a meno che non rientrino in quell’universo standardizzato di associazioni, para-partiti, ARCI, gruppuscoli, istituzioni che per convenienza, per rinuncia al passato, acritica e totale accettazione del nuovo imperante e pervasivo modello liberista, contribuiscono alla riproduzione di esperienze totalmente a-conflittuali, scevre da ogni critica, disimpegnate, impolitiche.

Oggi Bologna è un laboratorio di precariato, dove multi-proprietari di case e locali giocano e campano sulla disperazione di studentesse e studenti mandati allo sbando, sfruttandone manodopera e disponibilità a pagare cifre esorbitanti per degli affitti pessimi, in case pessime, con contratti non validi o inesistenti, e pretendendo garanzie che — ad averle — si farebbe prima ad accendere un mutuo (contratti a tempo indeterminato, garanzie da parte dei genitori anche se hai 35 anni, fidejussioni bancarie da migliaia di euro).

Bologna oggi è diventata una città normalizzata, incapace di esprimere conflitto, ormai relegata unicamente al rito dell’aperitivo, rito sempre più inaccessibile alla maggior parte dei suoi cittadini, da svolgere sotto quegli stessi portici che riportano ormai sbiadite scritte che ricordano Francesco Lorusso e i carri-armati di Cossiga.

Bologna oggi è il propulsore del non-impegno, di un relativismo accettato in toto, dove anziché le posizioni e le scelte politiche e di vita che si fanno, conta altro, conta il “cosa sei nella vita”, quali traguardi hai raggiunto, chi sei diventato.

Sulla facciata del centro sociale XM24, posto al quale sono molto affezionato e che in qualche modo rappresenta un po’ il baluardo di una Bologna ancora viva, che non si arrende, che vuole ancora generare conflitto, che vuole mettere in mostra le contraddizioni, c’è un grandissimo disegno di Blu.

Bellissimo, tecnicamente e artisticamente stupendo, mostra le due parti di Bologna in contrapposizione tra loro.

Da un lato ci sono gli artisti, i giovani, i punkabestia, i no-tav, i migranti, i freak, gli antagonisti, gli squatter, gli strani, gli emarginati sociali.

Dall’altro ci sono polizia, commercianti, assessori, politici vari, i borghesi. Nella raffigurazione, le due parti sono prossime allo scontro.

Ogni volta che passo davanti all’XM24, mi fermo ad osservare quel disegno, scopro alcuni particolari, osservo alcuni volti a cui cerco di associare persone e personaggi reali.

Ed ogni volta sento che quel bellissimo murale è ormai soltanto una sbiadita ed inverosimile rappresentazione, come le scritte in ricordo di Lorusso, schiacciate tra pizzerie scadenti e localetti trendy dove consumare happy hour e apericene a soli 20 euro.

E’ il ricordo sbiadito di una Bologna che non c’è più da tempo, che forse non c’è mai stata, è un’immagine sgranata di un mondo estinto, ma che per anni e convenienza si è preferito ostentare, come se fosse stato investito dal dono dell’immutabilità.

Perché ormai la prima parte ha completamente fagocitato la seconda, la quale sembra essere totalmente indifferente al proprio destino.

Dieci anni dopo ti rendi conto che — Bologna a parte — forse era meglio quel sud retrogrado e ingrato, dove le speranze muoiono e producono disillusione, che si trasforma in volontà a cambiare le cose, ad impegnarsi a investire il proprio tempo nel generare conflitto e dissenso.

Con tanto rancore, addio Bologna.

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