L’internet delle Cose diventa Frugal Tech per una rivoluzione dal basso

Ricevitore LoRa con datalogger e display by Paolo Bonelli (WeMake)

L’Internet delle Cose, ossia la possibilità di connettere il digitale con dispositivi fisici attraverso le reti, è da molti anni una parola d’ordine nei settori della tecnologia e dell’innovazione. Le sue applicazioni stanno diventando sempre più onnipresenti specialmente in ambito cittadino come per le biciclette condivise pubbliche e private, i wearables, sino ad arrivare a dispositivi più strettamente commerciali come il bottone di Amazon, che rende immediato l’ordine dei prodotti.

I dati ci dicono che In Europa, il 75% della popolazione vive già in aree urbane e il numero dovrebbe crescere fino all’80% entro il 2020 e nonostante le città consumino tra il 60 e l’80% dell’energia in tutto il mondo, si è visto che più sono densamente popolate inferiore diventa il consumo pro capite di energia.

In questo contesto nasce l’idea di Smart City: una città si può considerare veramente intelligente quando gli investimenti in capitale umano e sociale, insieme alle infrastrutture ICT, alimentano la crescita sostenibile e migliorano la qualità della vita.

Sulle modalità di come realizzare una Smart City, il dibattito è piuttosto acceso. Da un lato abbiamo le imprese tecnologiche che spingono per vendere alle città delle soluzioni “chiavi in mano” centralizzate e poco trasparenti. Dall’altra tutta una serie di soggetti da basso, sta spostando l’attenzione verso un approccio più open, in cui i cittadini non sono solo fruitori o consumatori di servizi, “smart” ma possono avere il controllo dei propri dati, essere parte dei processi decisionali della città “intelligente” che si sta strutturando e in alcuni casi contribuire anche alla costruzione della sua infrastruttura tecnologica.

Al centro di questo approccio, troviamo spesso Fablab, Makerspace e hackerspace in cui soggetti diversi interagiscono, creano conoscenza e competenze ma soprattutto partecipazione.

Map of radiation levels, Fukushima, June 2015. (Safecast.org)

A partire dal famoso progetto Safecast, in cui centinaia di migliaia di persone in Giappone, dopo la tragedia di Fukushima, hanno potuto misurare la radioattività locale e condividere i dati su una piattaforma online indipendente arrivando a smentire i dati diffusi dal governo nazionale. Grazie a un misuratore a basso costo realizzato inizialmente all’hackerspace di Tokyo e finanziato con una campagna di crowdfunding su Kickstarter, i dati in real-time dal 2011 a oggi hanno raggiunto i 40 milioni di dataset.

A Barcellona, Francesca Bria, assessore alla Tecnologia e all’Innovazione digitale, ha recentemente dichiarato:

“Bisogna restituire ai cittadini la sovranità tecnologica, soprattutto cominciando a riappropriarsi del dibattito sull’innovazione che ha visto fin troppo protagonismo delle grandi imprese e dei tecnocrati.“

Per questo la municipalità insieme al suo sindaco Ada Colau sta investendo risorse per sviluppare un ecosistema di innovazione locale dal basso che faccia crescere le relazioni tra innovatori, cittadini e imprese.

In sinergia con questa visione si muovono le sperimentazioni legati a progetti Europei come Making Sense, guidato da Mara Balestrini in collaborazione con Institute of Advanced Architecture di Catalonia e Waag Society. Si tratta di progetti pensati su piccola scala a partire da bisogni precisi di cittadini che possono collaborare per fornire una risposta e migliorare in tempi brevi la propria qualità di vita.

Uno di questi si è svolto nel quartiere di Plaça de Sol, rinomato per la vita notturna e i decibel sopra la media, poco apprezzati dai suoi abitanti. Il team di Making Sense si è incontrato con le associazioni di quartiere per sviluppare una strategia di monitoraggio sonoro con tecnologie open source a basso costo. Oltre all’installazione delle 25 stazioni di monitoraggio, è iniziato un percorso per diffondere le competenze tecnologiche necessarie a implementare e mantenere i dispositivi ambientali e per dare un senso ai dati raccolti. In soli 3 mesi la situazione è completamente cambiata perchè i cittadini sono riusciti a provare che i livelli di rumore nella piazza erano fino a due volte e mezzo più forti di quanto era consentito dai regolamenti locali e cambiare in meglio.

Nell’ultimo anno a WeMake si è aperta una riflessione e sperimentazione intorno all’internet delle cose e alle sue applicazioni fuori dalla città.

Il monitoraggio dell’ambiente e dell’agricoltura nelle aree rurali ha infatti enormi potenzialità e porta benefici non solo agli abitanti di quelle zone ma al territorio nel suo complesso che in Italia accoglie turismo, agricoltura di qualità che possono svilupparsi soprattutto se si investe sulla sicurezza intorno ai rischi naturali.

Abbiamo potuto attivare una ricerca sia con le risorse del progetto Makers4Dev ma soprattutto grazie al supporto di Paolo Bonelli ex metereologo e appassionato di citizen science e che contribuisce alle attività di community e progettuali del makerspace dai suoi inizi.

Diffondere la consapevolezza e sviluppare le competenze in questo ambito significa innanzitutto creare ponti che facilitano la collaborazione tra le persone e luoghi come WeMake sembrano diventare il punto di partenza.

Ci troviamo infatti in un momento in cui molte tecnologie per il monitoraggio ambientale sono diventate accessibili, a basso costo e ci permettono di superare alcune difficoltà oggettive:

  • Scarsa copertura rete. L’Italia ha ancora molte zone non coperte dalla rete e alcune zone hanno tempi di latenza enormi. Si tratta di zone a bassa densità di popolazione che nel processo di privatizzazione delle infrastrutture ha visto le aziende private investire prevalentemente nelle città lasciando in secondo piano le zone meno popolate, di fatto pensando più al ritorno economico rispetto all’interesse collettivo.
  • Poca competitività. Nonostante le applicazioni per il monitoraggio ambientale siano molte, l’offerta di prodotti commerciali è sia limitata nella varietà che troppo alta nei costi, senza offrire un livello soddisfacente di customizzazione. L’alta frammentazione poi, con una moltitudine di soluzioni verticali non interoperabili, si limita ad offrire dispositivi e piattaforme di gestione dati proprietari.

In entrambe i casi, l’approccio dal basso, può proporre soluzioni concrete e sui cui esistono già varie sperimentazioni orientate a individuare soluzioni replicabili ed ad alto impatto sociale. Se le istituzioni si concentrano sullo sviluppo tecnologico delle città, diventa cruciale attivare un movimento che non lasci indietro tutto il resto del nostro territorio, ricco di risorse e di testimonianze della nostra storia.

Alla base di molte soluzioni IoT per territori remoti troviamo la tecnologia LoRa (Long Range). Attraverso essa è possibile sia creare una infrastruttura di rete con ricevitori collegati a internet, sia implementare mini-reti autonome per servire piccoli numeri di nodi a cui collegare sensori che raccolgono dati sul territorio.

LoRa consente un’operatività a lungo raggio e un consumo talmente basso che ciascun nodo può funzionare per molti anni. Un aspetto fondamentale per le applicazioni IoT è anche la crittazione di sicurezza incorporata nelle reti LoRa, che consente protezione dei dati personali dagli attacchi fisici o informatici.

Il 14 Ottobre a WeMake è in programma un incontro aperto intitolato Outdoor sensing con l’obiettivo di aprire un dialogo interdisciplinare e compiere un passo avanti nel processo di condivisione e dar vita a nuove collaborazioni. Cercheremo di superare insieme le diffidenze che inevitabilmente ciascun percorso specialistico porta con sé, nel momento in cui è portato a confrontarsi con una community più ampia composta da appassionati e makers.

Lo faremo attraverso interventi teorici di base, esempi pratici di alcune applicazioni e ascolto dei bisogni di alcuni degli attori, come esponenti della protezione civile, agronomi e ricercatori.

Come la citizen science coinvolge cittadini, maker e ricercatori per risolvere necessità particolari e problemi specifici di un gruppo anche piccolo di persone; l’ambito del Frugal IoT mette al centro le necessità dei territori rurali, le persone che se ne prendono cura e i suoi abitanti.

Possono i maker contribuire a prevenire o curare i mali che affliggono il suolo e le rocce, grazie a un sapiente uso di sensori, trasmissione dati, autonomia energetica e crowdsourcing delle rilevazioni?

In che modo le tecnologie a basso costo stanno rivoluzionando l’approccio all’agricoltura intensiva permettendo un controllo fine e puntuale delle variabili che permettono di massimizzare la resa agricola, trasformando enormi campi in una collezione di microterreni regolabili?

Queste sono alcune delle domande a cui stiamo cercando di dare risposta.


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