Quando siamo diventati dei PC Principal? Riflessioni sul Free Speach Survey del Pew Research Center.

Mentre in Italia cerchiamo di capire quale sia lo stato dell’arte dell’essere digitale e siamo impegnati dallo scorso weekend nella questione “Digital Champion(s)”, qualche giorno fa il Pew Research Center ha pubblicato i risultati di una ricerca riguardante la libertà di espressione.

Lo studio, condotto su 38 Paesi, mostra come il 50% (o più) degli intervistati affermi che la libertà di parola per mezzo stampa e internet sia un diritto fondamentale.

Tuttavia la questione, quando osservata più nello specifico, mostra delle sfumature importanti attraverso cui si differenziano i Paesi intervistati.

Un dato interessante riguarda gli Stati Uniti. Dalla ricerca emergono come uno dei Paesi che vede la libertà di espressione come questione molto rilevante. Ma la generazione più giovane, quella dei cosiddetti Millennials, è risultata essere quella più favorevole al censurare le opinioni contenenti dell’offensive speech

“We asked whether people believe that citizens should be able to make public statements that are offensive to minority groups, or whether the government should be able to prevent people from saying these things. Four-in-ten Millennials say the government should be able to prevent people publicly making statements that are offensive to minority groups, while 58% said such speech is OK.”

Per quanto riguarda invece l’Italia, è risultato che sia al secondo posto per percentuale di consensi verso la censura di opinioni che potrebbero ledere delle minoranze

Il che significa che nonostante la tendenza generale sia appunto verso la libertà di espressione in ogni sua forma, in alcuni casi si osserva come certe espressioni non siano poi così libere nel loro manifestarsi. Ovviamente lo scopo è dei più nobili, la tutela delle minoranze, il rispetto del diverso, tuttavia è facile — estremizzando questo trend — arrivare a una conclusione non altrettanto positiva.

Un esempio dalla cultura pop ce lo offre South Park, che come spesso è accaduto nella sua storia, riesce ad intercettare tendenze e ossessioni del contemporaneo. Nell’ultima serie uscita, difatti, viene presentato un nuovo direttore scolastico, tale PC Principal. Nell’episodio 1 della 19esima serie — “Stunning and Brave” — e in quelli a seguire, più volte viene toccato il tema dell’essere Politically Correct sostenendo tanto le minoranze da impedire qualsiasi pensiero critico e personale che possa anche lievemente risultare offensivo. Chiaramente South Park utilizza un’esagerazione parodistica, tuttavia è di certo interessante notare come a livello di immaginario si stia imponendo questa narrazione della political correctness a tutti i costi.

Originally posted by karadanversed

Il confronto, anche quando — specie su Internet — usa termini violenti o coloriti, resta comunque la base della democrazia. E del progresso. Il fatto che le generazioni più giovani sentano come auspicabile l’intervento del Governo per impedire un certo tipo di confronto mostra come il sé sociale — o socializzato -, radicato nelle reti sia teso a garantire un equilibrio, diventando più importante di idee, convinzioni, dialogo.

Dal punto di vista del diverso poi, non alimentando narrazioni oppositive, il rischio è quello di depotenziare a livello ontologico il concetto di differenza. Che non si esprime solo in negativo attraverso l’emarginazione, ma contiene una carica positiva, sovversiva e creatrice che senza la possibilità di confronto si va a perdere. Impedire lo scontro è da un lato favorire un pensiero unico in cui le differenze sono differenze senza valore, per cui ognuna vale l’altra, dall’altro è forzare tale pensiero reprimendo delle effervescenze necessarie perché funzionali, che emergerebbero magari sotto forme peggiori.

Educare al confronto — e non pensare a tattiche con cui contenerlo e reprimerlo — è necessario, specie quando si riflette sulle connessioni dei più giovani, che magari trovano nel non esporsi e nel /ban le strade più semplici per evitare problemi come l’hate speech. Anche la presa di posizione diventa problematica, in uno scenario in cui la contingenza del virtuale rende ogni scelta possibile altrimenti e la persistenza dei contenuti, d’altra parte, rende le scelte attualizzate un ipotetico fardello di cui non ci si riesce a liberare.

C’è la necessità di far risuonare la complessità nella gestione delle differenze all’interno delle reti, non eliminando nodi e contenuti scomodi ma abbracciandone il momento tensivo come momento di vera apertura al reale, che è brutto, cattivo ma bisogna conoscerlo per poterlo cambiare.