Deadpool: il cinecomic che non sfonda solo la quarta parete

Attesissimo da vari strati sociali di pubblico, dal lettore vorace di fumetti al frequentatore di social network, quello che da anni vede vignette di questo tizio vestito come un imbecille non sapendo chi sia ma che lo fa ridere molto e quindi “lol XD”, da ieri è nelle sale italiane Deadpool dell’esordiente Tim Miller, con Ryan Reynolds, la bella Morena Baccarin (Gotham), T.J. Miller (Silicon Valley), Ed Skrein (Il Trono di Spade), e la possente lottatrice Gina Carano.

Wade Wilson (Ryan Reynolds) è un ex agente delle Forze Speciali che salta da un lavoro come mercenario all’altro, sbarcando il lunario a fatica. Nella vita si butta in una relazione sentimentale, dove forse più che amore c’è tanto mambo orizzontale, con la prostituta Vanessa (Morena Baccarin) che viene scossa dalla notizia del cancro che affligge Wade. In un tentativo di risolvere la situazione, il protagonista si rivolge così ad Ajax (Ed Skrein) e accetta la sua offerta: partecipare ad un esperimento per risvegliare i suoi geni mutanti. L’operazione va a finire male, e Wade si ritrova incredibilmente sfigurato ma dotato di un potere rigenerante addirittura più performante di quello del ben più noto Wolverine.

Comincia così la vendetta di Wade Wilson che si ribattezza Deadpool, una storia di origini ben più edulcorata ed eroica della controparte cartacea, e ci sta perché il target di riferimento è diverso e, nonostante il divieto per minori di 17 anni, è comunque un film che si innesta nel sempre più affollato filone dei film di supereroi, un genere che piace e deve piacere a quasi tutti gli abitanti della Terra.

In ogni caso Deadpool è, probabilmente (tra i cinecomic ), tra i film d’azione più geniali, ben scritti e divertenti mai visti al cinema. Fine della recensione, andate a fare qualcosa di più utile.

No, scherziamo, in realtà c’è molto altro da dire su questo ennesimo film dei tizi in calzamaglia presi dai fumetti, e tutto si riconduce al suo protagonista. Paradossalmente più che in Captain America — Il Primo Vendicatore, Iron Man, The Avengers (se prendiamo i Vendicatori come “personaggio” unico) o L’Uomo d’Acciaio, questo è il cinecomic più incentrato sul suo protagonista di sempre. Il motivo è principalmente questo: all’infuori di Deadpool (inteso come Wade Wilson) in Deadpool (inteso come film) c’è ben poco. La trama è poco sopra il risibile, i comprimari e gli antagonisti, sono poco sopra il passabile, dove Colosso e Testata Mutante Negasonica sono relegati a spalle comiche, il che non è necessariamente un male, ma neanche una grande prova di stile. Eppure Deadpool è una macchina di comicità ed azione che va con un meccanismo più unico che raro unto da entità divine.

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Aspetta…non avrò lasciato il gas acceso?

Il film funziona perché è lo stesso Deadpool ad essere un personaggio più unico che raro, e senza di lui la sala si svuoterebbe dopo venti minuti. Wade Wilson (e un Ryan Reynolds nel ruolo della vita, probabilmente) più che un mercenario è uno stand-up comedian in grado di reggere sulle sue spalle quegli spettacoli da svariate ore, o 106 minuti in questo caso. Oltre alle citazioni dalla cultura pop che spaziano dal cinema alla televisione passando per i fumetti stessi, questo mercenario sboccato dalla comicità devastante e demenziale offre allo spettatore anche una catarsi di un certo livello quando lo schermo torna nero dopo i titoli di coda, ma ne parliamo tra un po’.

Dove invece la pellicola funziona poco o per nulla è quando, nonostante una sceneggiatura calibrata con una precisione inaspettatamente chirurgica per un film di questo tipo, si ricorda di essere un film di supereroi. La storia del mercenario violento senza scrupoli che parte in missione per salvare la sua bella fidanzata prostituta funziona solo quando c’è di mezzo la sempre devastante ironia. L’antagonista, Ajax, rovinato da un doppiaggio italiano troppo caricaturale, non ha il minimo sindacale di spessore necessario per reggere la tracotanza di Deadpool, confermando la tradizione dei villain traballanti nelle storie di supertizi sul grande schermo.

In un film come questo, però, non è importante. Questa è la storia di Deadpool e di quello che rappresenta, un eroe fuori di testa, in un periodo in cui gli eroi sono le nuove divinità di una industria che genera miliardi sul loro culto. È un film che alterna flatulenze, battute devastanti, violenza inaudita, riferimenti che Ryan Reynolds fa a sé stesso e le sue sfortunate apparizioni con personaggi in calzamaglia, ad istantanee genuinamente drammatiche, intense e ben strutturate, più di tanti momenti topici di altrettanti film dello stesso filone, e qui torniamo alla catarsi.

Se Kick-Ass, Super e Birdman revisionano e in qualche modo tirano frecciatine al mondo dei supereroi fatto di trattamenti in palestra, protagonisti d’acciaio e cattivi di plastica (vedi sopra), Deadpool invece lo travolge con la spocchia e l’ignoranza del bullo di quartiere. Da appassionato di supereroi, di quelli che vanno al cinema e di tanto in tanto sbuffano nel vedere i loro beniamini smembrati di parti della loro storia editoriale in nome del box office, trovo che Deadpool sia il perfetto “dito medio” ad un intero genere di cinema, il più redditizio degli ultimi venti anni. Perché la critica non passa solo da chi fa le recensioni ma anche dagli operatori del settore, dalle opere stesse.

Alla fine di un film che è più intelligente e strutturato di quanto voglia far credere (se si fosse mostrato per quello che è avrebbe incassato due lire), proprio come Wade Wilson che, anche se è un figlio di buona donna come pochi al mondo, sotto sotto non puoi non volergli bene perché lo spirito da eroe ce l’ha, viene da chiedersi: cosa succederà con i futuri cinefumetti, ora che si è scoperto che percularli fa sfondare al botteghino?

Valentino Cinefra

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