L’adulatore del popolo

Abbiamo assistito (e purtroppo continueremo ad assistere per lungo tempo ancora) a una pericolosa decadenza dei toni di battaglia politica all’interno del nostro Paese. Il recente referendum costituzionale ha mostrato al mondo che l’italiano medio affronta la dialettica politica con gli stessi toni di un derby calcistico, vittima di un tifo cieco e irragionevole, fomentato molto spesso dagli stessi protagonisti parlamentari. I toni del confronto scivolano ogni giorno sempre più verso il basso, guidati da una facile ma violenta demagogia che annebbia qualsiasi facoltà di lucida analisi.

Nella storia delle dottrine politiche si fa risalire ad Aristotele l’aver individuato e definito per primo la demagogia, indicandola come quella prassi corrotta e degenerata per cui si viene a instaurare un governo dispotico delle classi inferiori o di molti, che governano in nome della moltitudine. Quando dunque nei governi popolari la legge viene subordinata all’arbitrio di molti, sorgono i demagoghi i quali, blandendo e adulando le masse, esasperandone i sentimenti eversivi e distraendone l’impegno politico, indicano gli oppositori al regime dispotico instaurato come nemici del popolo o della patria, consolidando in tal modo il proprio potere con l’eliminazione di ogni opposizione. Aristotele definisce, dunque, il demagogo “adulatore del popolo”. “Le persone intemperanti che perseguono la propria gratificazione, sono facili prede degli adulatori” (Aristotele — Etica a Nicomaco).

I gruppi e i movimenti politici di più recente costituzione sembrano più degli altri aver maggiormente abbracciato questa forma di comunicazione, trascinando così il dibattito verso inconcludenti — e spesso fuorvianti — slogan di parte. I loro leader tuonano frasi di grande effetto sul popolo il quale, illuso dai social media di poter far parte attiva di una facile propaganda, condividono e amplificano il messaggio aggiungendo a ogni passaggio nuove frasi dal contenuto esacerbato. In questo modo, l’effetto di valanga e di trascinamento sul popolo è garantito.

Eppure questi leader non agiscono autonomamente, ma si avvalgono di organizzazioni esperte di comunicazione e pubblicità che utilizzano la tecnica psicologica chiamata “Bias di conferma” o “Pregiudizio di conferma” (Confirmation Bias). Si tratta di sfruttare l’umana tendenza di ricercare prove, interpretare, favorire e richiamare solo le informazioni che in qualche modo confermino le nostre convinzioni o ipotesi, rigettando e trascurando completamente ogni possibile alternativa. In altri termini, una distorsione cognitiva che introduce un errore sistematico di ragionamento induttivo il quale porta a parzializzare l’interpretazione. L’effetto è ancor più forte quando si trattano convinzioni emotivamente radicate, portando le persone a interpretare anche le evidenze più ambigue come supporto delle proprie posizioni.

Il “Confirmation Bias” contribuisce a creare una sovrastima delle convinzioni personali, in grado di rifiutare anche le più evidenti prove a discredito. Decisioni sbagliate a causa di questi pregiudizi sono state rilevate in diversi contesti politici e organizzativi.

Un esempio di tale comportamento possiamo trovarlo nel messaggio lanciato da queste organizzazioni in occasione della recente formazione del Governo Gentiloni. Per giorni e settimane è imperversato nei social media il messaggio “Un Governo non eletto dal popolo!”, condito con le più folcloristiche espressioni di accompagnamento. Eppure non è necessario essere laureati in Giurisprudenza per conoscere le basi della Costituzione italiana che indica come sia il Presidente della Repubblica ad accertare l’esistenza di una maggioranza parlamentare (eletta dal popolo) e conferire l’incarico di formare un Governo a un Presidente del Consiglio da lui scelto. Tuttavia il “Bias di conferma” non lascia spazi per una razionale analisi ma attecchisce e trascina l’animo debole nei vortici della corrente del populismo.

Nel suo saggio “Confirmation bias: A ubiquitous phenomenon in many guises” lo psicologo Raymond Nickerson dimostra, a seguito di una fase sperimentale, come le persone spesso tendono a verificare le ipotesi in modo unilaterale, attraverso la ricerca di prove coerenti con la loro attuale convinzione: piuttosto che ricercare attraverso tutte le rilevanti evidenze, le domande vengono formulate in modo tale da ottenere risposte a sostegno delle proprie teorie.

Ripetere continuamente come un mantra messaggi del tipo: “Devono andare tutti a casa”, “apriremo il Parlamento come una scatola di sardine”, offre una facile presa su una popolazione che vive difficoltà economiche o sociali, ma nulla aggiunge all’effettiva capacità politica dell’oratore di risolvere tali questioni con proposte reali e alternative. Tuttavia, ampliando il conflitto ed esacerbando gli animi, si crede di ottenere il consenso.

E Nemmeno il ricordo della Storia recente sembra aiutare ad avvedersi della minaccia potenziale. Nella Germania e nell’ Italia degli anni ’20 del secolo scorso avveniva qualcosa di molto simile, laddove le masse furono facilmente guidate a scegliere volontariamente un regime totalitario sulla base di facili identificazioni psicologiche.

A sostegno della memoria storica, riportiamo un illuminante brano di Antonio Gramsci, pubblicato sul foglio “L’Ordine Nuovo” del 26 aprile 1921: “Il fascismo si è presentato come l’anti-partito. Ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”.


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