L’utopia del reddito senza impiego: un esperimento mentale

Questo articolo vuole essere un Gendankenexperiment (Esperimento mentale) un esperimento che non si intende realizzare nella pratica, ma viene solo immaginato. Molto usato nel passato in ambito scientifico (famoso è quello di Einstein sulla Teoria della Relatività Ristretta) oggi vogliamo estenderne la sua applicazione anche a livello di economia sociale.

Da qualche tempo si fanno sempre più frequenti gli interventi, articoli o interviste concernenti i riflessi economici derivanti dall’incessante (e inevitabile) sviluppo dell’automazione all’interno delle attività produttive di qualunque genere. Intendendo il termine “automazione” nel suo senso più generale, infatti, si assiste a un costante rimpiazzo di lavoratori “umani” con robot o procedure automatizzate che svolgono gli stessi compiti a minor costo e più rapidamente, consentendo alle aziende di incrementare la produzione o ridurre i costi. Le occupazioni più in pericolo — affermano i critici — sono quelle meno retribuite: il rischio è quindi che l’introduzione dei robot possa ampliare il divario fra poveri e ricchi.

Da questo punto di partenza si è sempre più diffusa una proposta che desta stupore e critica fra i maggiori esperti di economia pubblica e privata: quella del cosiddetto “reddito di base” a compensazione della diminuzione dell’occupazione a causa della tecnologia. E dove si pensa di ricavare i fondi necessari per questa operazione? Da una “tassazione dei robot” introdotti nel sistema.

Ne ha parlato recentemente anche Bill Gates, sostenendo che: “Al momento, se un lavoratore umano guadagna 50.000 dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello”. L’uso di robot “può generare profitti con risparmi sul costo del lavoro” e quindi i robot potrebbero pagare imposte minori di quelle umane, ma dovrebbero pagarle.

Mady Delvaux, europarlamentare socialista ed ex ministro dei trasporti e delle telecomunicazioni del Lussemburgo, ha presentato la prima risoluzione per un diritto civile sulla robotica ma il 16 febbraio scorso il Parlamento Europeo ha bocciato sia il suggerimento di prendere in considerazione il diritto di cittadinanza come ammortizzatore sociale per la perdita di milioni di posti di lavoro dovuti all’automazione su larga scala, sia l’idea di tassare la produzione di robot per avere i fondi necessari per il sussidio.

Opera scultorea di Server Demirtas

Nel contempo però, il Parlamento Europeo ha chiesto alla Commissione di prendere in considerazione la creazione di uno status giuridico specifico per i robot, per stabilire di chi sia la responsabilità in caso di danni provocati dalle macchine.

A tale scopo Luciano Floridi, docente di Etica dell’Informazione a Oxford, propone sul Financial Times di ricercare la soluzione nell’ambito del Diritto Romano: se i robot sostituiscono gli esseri umani perché non ricorrere, adattandole, alle regole del diritto romano secondo il quale i padroni rispondevano dei danni causati dagli schiavi?

È di poche settimane fa il servizio di Sky TG24 Economia sul tema dell’inconsueta proposta del “reddito di base”, al quale hanno partecipato il giovane ricercatore e “influencerFederico Pistono, Elena Granaglia (docente di Scienza delle Finanze dell’Università di Roma Tre) e Luca Ricolfi (sociologo, docente di Analisi dei Dati presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino). Con una dichiarazione che rischia la superficialità, secondo Pistono il reddito di base “stimola le persone a realizzare il proprio potenziale” ma il ricercatore non riesce a fornire una soluzione dettagliata sul reperimento dei fondi necessari per questa operazione. Il professor Ricolfi, infatti, ricorda che attualmente si riesce con difficoltà a pagare le pensioni dovute ai cittadini e che la tassazione dei robot non appare sufficiente a garantire altre forme di sussidio pubblico.

D’altronde, come ricorda la professoressa Granaglia, “tassare i robot” significa in definitiva tassare chi detiene i maggiori guadagni di produzione, ovvero le imprese a forte produttività. Quindi l’idea di fondo torna a essere quella di una maggiore distribuzione dei profitti sulle fasce a basso reddito, per ridurre la divergenza tra produttività e retribuzione.

Anche il filosofo Massimo Cacciari, in una recente intervista su LA7 sembra sostenere l’idea di un reddito di base, seppur aggiungendo: “Il problema sociale di queste colossali trasformazioni è che, in presenza di una riduzione del lavoro necessario, occorrerà trovare il modo di occupare ‘nobilmente’ anche quelli che rimangono senza il tradizionale lavoro e non condurli alla disperazione”.

È proprio questo il punto cruciale dell’argomento in questione: siamo certi che un “sussidio” elargito sotto forma di “paghetta gratuita” sia la soluzione per non condurre alla disperazione tutti coloro che rimangono senza lavoro a causa del progresso tecnologico? A mio parere un mondo fatto di sussidi surrogati del lavoro appiattirebbe l’essere umano, lo umilierebbe deprimendone il potenziale creativo. Quel denaro ricevuto in cambio di niente può avere il sapore di un risarcimento o quello di una tacita sottomissione in cambio di un’esistenza passiva.

La proposta del reddito di base è ingenua (per non dire demagogica) e denota una completa disattenzione dei fattori concorrenti e di una visione globale delle conseguenze. Inoltre applicare un reddito di base significa solo alzare l’asta della soglia di povertà. Se oggi una persona è povera a “zero”, dopo questa fantasia i poveri saranno quelli al “reddito di base”. L’economia oggi calcola i prezzi a partire da base zero, domani potranno essere calcolati a partire dal “reddito di base”. Tutto si regolerà su quella soglia (ammesso si trovino i fondi) e nulla cambierà rispetto a oggi.

Ma ora entriamo nel vivo del Gedankenexperiment.

Supponiamo, ai fini del nostro esperimento, che lo Stato possa reperire le quantità economiche necessarie per il “reddito di base” destinato a quei lavoratori che si vedono privi di impiego a causa degli investimenti tecnologici delle Imprese, e partiamo dalla dichiarazione di Cacciari: “uno può riempirsi la vita anche leggendo, studiando, girando per i musei, senza sentirsi disperato”.

Se le macchine rendono superflue masse consistenti di lavoro ripetitivo o alienante (call-center, catene di montaggio, cassieri di supermercato, ecc.) e se la ricchezza prodotta aumenta anche grazie ai robot, una parte della produttività può essere impiegata a favore del cittadino e della comunità. Tuttavia, questa forma di remunerazione deve trovare una modalità tale da non rappresentare una “mancia gratuita” ma, cogliendo l’opportunità — deve trasformarsi in un kairos per il sistema nel suo insieme.

Immaginiamo ora che questo “reddito di base” possa essere effettivamente distribuito a chi ne avesse diritto, ma in cambio della “passività” dell’individuo che ne usufruisce il vantaggio (come nelle proposte precedenti) si richieda invece un’azione culturale. I cittadini senza più lavoro saranno oggetto di un reddito di base a fronte della lettura o studio di testi didattici, partecipazione a seminari, a compendio della loro precedente preparazione. Così, chi ha svolto studi tecnici potrà leggere e studiare testi di filosofia o letteratura, chi ha compiuto un percorso umanistico potrà rendersi edotto delle basi di fisica o ingegneria. Non si tratterebbe di corsi universitari, ma semplicemente di compendi culturali a vantaggio dell’individuo e della comunità. Si può immaginare una società che non conosca le basi più elementari del diritto pubblico o costituzionale del Paese in cui vive? Eppure oggi in Italia è così. Una popolazione che lentamente accresca la propria preparazione culturale rappresenterebbe una grande ricchezza per lo Stato che la ospita.

Si tratta in fondo di cogliere l’opportunità che potrebbe offrire la tecnologia con la liberazione di occupazione in impieghi psicologicamente logoranti. Massimo Cacciari, facendo un discorso da intellettuale senza però approfondire la situazione sociale reale, dichiara che “si potranno leggere libri o andare per musei”. Quindi si tratterebbe solo di ipotizzare un meccanismo tale che, a fronte del diritto al reddito di base, il cittadino effettivamente legga libri o vada per musei.

Ricordo che tutto ciò è pur sempre un “esperimento mentale” in quanto sono molteplici le variabili a supporto e non è assolutamente detto che l’assunto iniziale del reperimento dei fondi per il sussidio sia effettivamente raggiungibile. Però è interessante almeno pensare verso tale direzione: un reddito di base non fondato sull’ozio, ma sull’impegno di accrescimento culturale, il cui percorso potrebbe anche essere lasciato alla libera scelta dell’individuo nell’ambito di una vasta fascia di settori. Chi non ha mai pensato “se avessi avuto tempo per studiare o saperne di più su quell’argomento…”? Questa potrebbe essere l’occasione giusta per farlo, a fronte di un reddito.

Dinanzi a una proposta di starsene a casa, accettare acriticamente la “paghetta” e stare in silenzio (in cambio forse di un consenso politico o di una promessa elettorale?) preferiamo pensare a un “reddito di cultura” che accresca la capacità di pensiero impiegando il tempo libero finalmente ritrovato a favore di un’attività culturale e di accrescimento spirituale che nessuna macchina potrà mai togliere all’uomo.

In una società in cui un giocatore di calcio può guadagnare oltre 20 milioni di euro l’anno, mentre un professore qualificato forse non più di 30mila, in cui un ricercatore deve pubblicare gratuitamente i risultati della sua ricerca mentre una giovane ragazza guadagna milioni dall’industria della moda solo per i suoi video su YouTube, sarebbero forse questi i problemi da affrontare. E non con demagogiche fantasie, ma con un criterio di conoscenza di tutti i possibili riflessi sul sistema.

Tuttavia, per il momento non rimane che continuare l’esercizio del nostro esperimento mentale, ricordando le parole di Virgilio nelle sue Bucoliche (per rimanere in tema): «O Melibeo, quest’ozio è il dono di un dio».

Tipologia di lavori a rischio (%) — Fonte: Deloitte

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