Michele Emiliano, a sinistra; Matteo Renzi, al centro; Andrea Orlando, a destra.

Il vecchio, il nuovo ed il rottamatore

Termina oggi il valzer elettorale e sale l’ansia per i candidati alle primarie PD, chi vince si prende la segreteria. Gli sconfitti ridotti a minoranza, si spera minoranza costruttiva e non distruttiva come i noti DP.

Analizziamo i profili dei singoli, tre personalità del progressismo, molto diversi fra loro, alcuni più di sinistra e altri meno.

Il vecchio: ma solo anagraficamente.

Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia e anti-renziano, sembrava che dovesse abbandonare il partito per seguire ciecamente Bersani e compagnia, sceglie di restare per tentare di rifare il PD, a suo giudizio allontanatosi troppo dalla sinistra delle masse e dei lavoratori dunque troppo poco legato all’ideologia e alla disciplina di partito. Dei tre, sicuramente quello più legato al passato comunista del PD, quello autentico e che al Nazareno sembrano proprio non voler più riconoscere, troppa DC vi è confluita. Emiliano lo sa e per riconquistare il popolo e la classe lavoratrice, gli operai per intenderci, dovrà lavorare per una inversione di tendenza rispetto alle politiche degli ultimi governi di centrosinistra, troppo vicini alle grandi aziende e lobby dell’economia.

Il nuovo.

Andrea Orlando, ex ministro della giustizia dal 22 febbraio 2014, prima nel Governo Renzi e poi riconfermato in carica nel Governo Gentiloni. Precedentemente ha rivestito la carica di ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nel governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Il volto nuovo di queste primarie, lontano dalle liti e dai grandi nomi del partito, è difficile etichettarlo in una corrente. Sicuramente, con un’esperienza nei Democratici di Sinistra, conosce bene la tradizione e sa per certo che continuare di questo passo potrebbe portare ad una implosione interna. Certamente l’alternativa a chi non crede alla nuova bandiera renziana( uno sbiadito scudo crociato in salsa Democristiana, legato alle imprese e al ceto medio-alto) o il ritorno alle origini con Emiliano( Niente accordi con le destre e politiche prettamente di sinistra). E’ il più equilibrato fra i due.

Matteo Renzi nell’ ultimo discorso da Premier, dopo la bocciatura al referendum e conseguenti dimissioni del governo.

Il rottamatore, poi rottamato.

Matteo Renzi, dopo l’esperienza di governo durata circa tre anni, con alcune riforme discusse su più fronti come la “Buona Scuola” o il “Jobs Act”( L’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato il cavallo della battaglia dell’opposizione “rossa” nel partito e non). Riforma Costituzionale, voluta dal premier e la ministra Boschi, bocciata al referendum del 4 Dicembre. Governance battuta sulle riforme, senza la maggioranza nel paese e nelle piazze, Renzi si dimette e con lui tutta la squadra di governo. Prende in consegna la Presidenza del Consiglio, come traghettatore, un altro esponente del PD ovvero Paolo Gentiloni, ex Ministro degli Esteri. Agli albori del suo lancio nella politica nazionale, ai tempi di Firenze e della Leopolda, Renzi si presentò agli italiani come il “rottamatore”, colui che avrebbe dovuto svecchiare la politica dai residui di Tangentopoli. Da rottamatore a rottamato il passo è breve, brevissimo. E’ il più legato alla corrente, oltre ad esserne leader, alla corrente “renziana”, maggioritaria nel partito e favorevole a spostare l’asset del PD verso destra.

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