1 maggio 2017

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non c’è giorno più scontato per parlare di lavoro, ma me ne frego altamente. D’altronde viviamo in un’epoca in cui ogni ricorrenza sembra essere un invito ad effettuare proclami o considerazioni in merito. Il problema non è tanto dire la propria su una tematica specifica, ma chiedersi (prima di farlo) se sia proprio necessario. E visto che sono stato sommerso da una miriade di post, articoli e stronzate varie sul tema del lavoro e dei lavoratori di oggi, direi proprio che non posso tirarmi indietro.

Non voglio, qui, fare un elogio del mio lavoro, né del concetto di lavoro in generale, né tantomeno ripercorrere come quest’ultimo si sia evoluto nel corso dei secoli. Tedierei la maggior parte di voi. Voglio solo condividere una mia impressione: credo che per molti il lavoro sia diventato uno strumento - tra tanti - di esasperazione della propria soggettività, sempre più funzionale al perseguimento dell’utile personale e soggiogato dalla tirannia dell’effimero. E questo è un problema serio.

Il lavoro, se concepito e vissuto come strumento di affermazione “esasperata” del proprio Ego, perde qualsiasi inquadramento e fine etico. In altre parole, priva ogni individuo di avvertire una comunanza di destino con gli altri, trasformandolo in uno sgomitatore sociale vittima della sindrome del migliore. Ebbene, se questo è il significato e l’inconsistente valore etico dell’essere e del sentirsi “i migliori”, quando si parla di lavoro, voglio essere il peggiore di tutti i lavoratori.

Voglio avere l’umiltà di imparare ad accettare una sconfitta e la forza di trasformare ogni singolo fallimento in un’occasione di crescita. Voglio trovare in ogni sconfitta un freno al delirio di onnipotenza che da sempre cammina a braccetto con la prosopopea dell’homo faber. Voglio accogliere con piacere il senso di vulnerabilità, perché so che può darmi la consapevolezza dei miei limiti. Voglio non aver paura di affrontare il peso di ogni singola responsabilità, perché so che questo accrescerà la mia dignità dinanzi a chi ha avuto fiducia in me. Voglio imparare a guardare gli altri negli occhi e non a guardarli dall’alto in basso. Voglio imparare l’arte dell’imperfezione, perché la considero una virtù rara e dignitosamente umana.

Come direbbe Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa.
È da lì che entra la luce.
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