Bestiario a puro scopo esemplificativo

Alex Nagel #12

Quando decisi di andare ad abitare da solo avevo vent’anni, un discreto gruzzolo in banca per un ragazzo della mia età e molta fretta.

I soldi li avevo guadagnati lavorando per un certo periodo per un’azienda di software che si occupava di sicurezza e che mi aveva ingaggiato in virtù di certe mie capacità in tema di violazione dei sistemi (sorvoliamo sugli scopi, non esattamente leciti, per le quali utilizzavo queste capacità prima di essere assunto). La fretta era data dal fatto che mi ero da pochi mesi iscritto ad Architettura ed ero stanco di fare il pendolare per raggiungere la sede distaccata dell’Università, che nella nostra città di provincia aveva dislocazioni sul territorio piuttosto lontane tra loro.

Così subito dopo le vacanze di natale mi cercai una casa in affitto nella zona della facoltà, con l’intenzione di trasferirmi il prima possibile e mettere fine al supplizio quotidiano dei viaggi sul pullman sovraffollato. Dopo una breve ricerca un cliente, per il quale avevo sviluppato un sito di e-commerce per prodotti biologici, mi mise in contatto con certi suoi amici che avevano un appartamento da affittare. Presi appuntamento e andai a vedere la casa, che era un villino che affacciava sul torrente, a poche centinaia di metri dalla facoltà.

I proprietari erano una coppia di fricchettoni che pareva uscita dagli anni ’60: lui con capelli e barba lunga e occhialetti rotondi, lei con una tunica a disegni psichedelici, di quelle che si trovano nei banchetti di articoli indiani nelle fiere di paese. In casa c’era un forte profumo di incensi e patchouli, e la mobilia era roba etnica indiana di legno intarsiato e giunco. Furono molto accoglienti e mi mostrarono l’appartamentino, una sorta di dépendance della casa a due piani in cui loro abitavano. Non era molto grande, ma per le mie esigenze in quel momento era più che sufficiente: un saloncino con angolo cottura, una camera da letto e un bagno. Il saloncino era abbastanza spazioso e luminoso, con due finestre che davano sul vialetto di ingresso, mentre la camera da letto affacciava sul giardino dell’altra casa. Visitai l’appartamento che era già ora di cena, e non ebbi modo di guardare il panorama; ma, insomma, la posizione era ideale, il prezzo dell’affitto era modesto e la presi subito, con l’intento di trasferirmi entro la settimana.

Tre giorni dopo portai le mie cose nella casa nuova e sistemai i computer, lo stereo, i fumetti e i libri nel salone. La camera da letto era piccola e vi entravano appena un letto matrimoniale e un armadio; alla finestra era montata una pesante zanzariera che somigliava quasi a una rete da pollaio. Misi i vestiti nell’armadio, gli oggetti da toilette nel bagno e poi corsi a lezione. La sera mi fermai a cena a casa dei miei e recuperai le ultime cose da portare via. Brindando alla casa nuova facemmo tardi, ma la mattina dopo avevo lezione in tarda mattinata e potevo dormire.

O, almeno, era quello che credevo.

Fui destato dal sonno da una specie di grugnito che non si capiva da dove venisse. Guardai la sveglia: erano le sette e mezza. Arrancai fuori dal letto e mi sedetti in ascolto. Di nuovo il rumore, stavolta riuscii a percepire qualcosa che faceva “uhh uhh uhh”, un animale, ma non riuscivo a capire di che genere.

“Sta a vedere che gli amici fricchettoni allevano animali da cortile qua fuori” dissi alzandomi per aprire la finestra.

Aprii, ancora mezzo addormentato, e guardai fuori nella luce dell’alba. Impiegai qualche secondo per mettere a fuoco la cosa che era fuori, a un paio di centimetri dalla zanzariera, e mi guardava con gli occhi fissi nei miei.

Cacciai un grido e feci dei passi indietro, andando a cadere sul letto, mentre la creatura fuori emetteva uno strillo acuto e iniziava a colpire la zanzariera con una mano pelosa. Raccolsi tutto il coraggio che avevo e mi rialzai, presi la stecca appendiabiti dell’armadio e mi avvicinai alla finestra. Prima che potessi fare qualcosa la creatura emise di nuovo il suo verso, “uhh uhh uhh” e con un balzo raggiunse l’albero di nespole e si arrampicò sui rami.

“Cazzo, una scimma. Una maledetta porca scimmia”.

Ero sudato, svuotato e avevo quasi avuto un infarto per una dannata scimmia. Inveii mentalmente contro i proprietari e ripiombai a sedere sul letto con uno sbuffo di sollievo. Mentre in cucina mi preparavo il caffè pensai che ero stato troppo precipitoso a prendere l’appartamento, ma chi se lo poteva immaginare che quelli nel giardino tenevano una scimmia? Mi ripromisi di andare a protestare e a pretendere che tenessero quel dannato animale da un’altra parte del giardino (capivo, adesso, il perché di quella zanzariera rinforzata alla finestra), altrimenti me ne sarei andato subito. Certo, c’erano da prendere in considerazioni un paio di particolari: la caparra che avevo versato e la difficoltà di trovare un appartamento in zona, e oltretutto a quel prezzo stracciato.

La sera, quando rincasai dalle lezioni e da un paio di appuntamenti con dei clienti, bussai alla porta dei proprietari. Mi aprì l’uomo, e quando dissi che dovevamo sistemare la faccenda della scimmia fu molto gentile e mi fece accomodare in salotto per parlarne. La moglie, che stava dipingendo un vasetto di ceramica, mi sorrise. Dalle casse dello stereo usciva la musica di Donovan, e nell’aria aleggiava un odore di biscotti fatti in casa.

“Ma siediti comodo, Alex. Alice ha preparato dei biscotti alla canapa, vuoi assaggiarli?”

Accettai i biscotti, e tentai di attaccare il discorso sulla scimmia.

“Ma sì, adesso ne parliamo. Prima però rilassiamoci.”

Da un sacchetto di stoffa tirò fuori delle cartine e altre cose che a prima vista non identificai.

“E’ afgano, è roba di qualità superiore” disse lui mentre rollava con lentezza e precisione. “Quando vuoi, anche tutte le sere, noi siamo qui, la dividiamo volentieri con te.”

“Ma per quanto riguarda…”

“Ma sì, ma sì. Tieni e senti cos’è.”

Mi porse la canna e fui immerso nel fumo migliore che avessi mai provato. La moglie lasciò il vasetto che stava pitturando e si unì a noi. Lui mi raccontò dei suoi viaggi in India e passò in rassegna tutti i tipi di erba che conosceva descrivendomene le caratteristiche, mentre la moglie canticchiava a mezza voce sulla musica. Restai con loro tutta la sera a fumare e rincasai strafatto.

“Beh, dopotutto sulla scimmia posso anche passarci sopra” pensai mentre mi trascinavo sotto le coperte.

Rimasi in quella casa quasi un anno. Tutte le sere dopo cena andavo dai fricchettoni e passavamo un paio d’ore a fumare e chiacchierare. Quando me ne andai per traslocare nella casa che mi ero comprato erano sinceramente dispiaciuti.

“Sei un bravo ragazzo, ci mancherai.”

Li salutai e pensai che a me loro sarebbero mancati un po’, la loro scimmia per niente, e il loro fumo moltissimo.