Cose che avrei voluto fare da grande (e che alla fine ho fatto)

Alex Nagel #20

Quando avevo otto anni avevo ben chiaro il mestiere che avrei fatto da grande: sarei stato un buttatore. I miei genitori, quando lo comunicai, prima mi chiesero che cosa intendevo dire, e quando lo spiegai obiettarono che la parola non esisteva. Io sapevo che la parola nel vocabolario non c’era, ma proprio per questo l’avevo inventata, così come avevo inventato quel mestiere che ancora non esisteva. Io sarei stato il primo.

“Vorrai dire il buttafuori!” esclamò mio padre, convinto che avessi sbagliato parola.

“No, no. Ho detto proprio che farò il buttatore.”

“Vuoi diventare un addetto alla raccolta della spazzatura?” chiese mia madre, con un tono un po’ preoccupato.

Io cercai di spiegare che un buttatore non era un operatore che raccoglieva i rifiuti e svuotava i cassonetti.

Avevo notato che nelle case degli adulti, a cominciare da casa mia, c’era una gran quantità di cose inutili. Decorazioni, mobili intarsiati che contenevano statuette di porcellana, quadri floreali, sedie antiche su cui non ci si poteva sedere. Io avrei deciso che cosa andava tenuto e che cosa andava buttato.

Sarei stato chiamato nelle case e avrei esaminato con attenzione e con perizia professionale tutto quello che contenevano, poi avrei espresso le mie decisioni mentre i proprietari mi guardavano col fiato sospeso, attendendo di obbedire ai miei ordini. Avrei dato disposizione di buttare via tutto quello che non serviva: servizi da tè regalati per gli anniversari, riviste di moda, vetrine con trofei di burraco, tappeti indiani, ninnoli a forma di gondola veneziana, divani di pelle scomodi che irritavano la pelle quando ci si sedeva. Avrei lasciato le collezioni di fumetti, la TV a plasma, le scatole di giochi, le poltrone morbide di stoffa, i poster della Marvel, i letti a castello. Alla fine nelle case sarebbero rimasti solo gli oggetti funzionali, e ci sarebbe stato anche spazio per correre e giocare. I proprietari mi avrebbero pagato profumatamente per il mio lavoro, e si sarebbero passati la voce sulla mia bravura, così avrei dovuto assumere dei segretari per prendere gli appuntamenti e la mia agenda sarebbe stata fittissima di impegni.

I miei amichetti storcevano il naso quando ne parlavo. Loro volevano fare cose serie, come l’astronauta, il calciatore o il supereroe.

“Ma che razza di mestiere è? Nessuno è pagato per fare queste cose.”

“Appunto, perché nessuno ci ha mai pensato. Io sarò il primo e l’unico, e tutti mi chiameranno.”

L’idea di fare il buttatore mi accompagnò fino alle soglie dell’adolescenza, e i miei la consideravano la più preoccupante tra le mie bizzarrie. Zia Agata, invece, approvava la mia decisione. Quando in casa nessuno mi ascoltava andavo da lei, che abitava alla porta di fronte, e ne parlavamo a lungo.

“Sarai un bravissimo buttatore, Alex. Il migliore di tutti, ne sono sicura.”

“Anche perché non ce ne saranno altri. Solo io potrò fare quel mestiere, agli altri sarà vietato.”

“Già, proprio così” affermava lei convinta. “E comunque sarai un grande professionista. Tutti i giornali parleranno di te.”

Crescendo l’idea di fare il buttatore passò in secondo piano, e quando iniziai a lavorare con i computer me ne dimenticai quasi del tutto.

Quando terminai il primo anno di università zia Agata fu ricoverata in ospedale per alcuni controlli, e nel giro di una decina di giorni inaspettatamente morì. Per circa un mese il suo appartamento rimase come l’aveva lasciato, e nessuno ci mise più piede. Poi mia madre decise che era tempo di affrontare la questione e svuotare l’appartamento per restituirlo al proprietario, e ne discusse con mio padre. Nonno Arduino, che era il fratello di zia Agata, aveva detto che non intendeva occuparsene e che per quanto lo riguardava potevano anche buttare via tutto. Detta così poteva sembrare un’affermazione crudele, ma io sapevo che le era molto legato e voleva evitare il dolore di avere sotto gli occhi quelle cose che non le appartenevano più.

Alla fine i miei genitori, d’accordo con il resto della famiglia, diedero a me l’incarico di decidere che cosa tenere e che cosa gettare via. Anche se non lo dissero, credo che la mia ambizione infantile di fare il buttatore li abbia indotti a pensare che ero la persona migliore a cui affidarlo. E io non potei fare altro che accettare.

Entrai in casa di zia Agata munito di scatoloni, nastro adesivo e una serie di etichette e pennarelli indelebili. Nell’aria c’era il tipico odore di una casa rimasta chiusa a lungo. Era da parecchio tempo che non entravo in quella casa, in cui da piccolo avevo passato molti pomeriggi. Tutto era come lo ricordavo: le librerie su ogni parete, la cucina piena di piante verdi, alcune delle quali andavano seccandosi, le fotografie di famiglia in salotto, il divano sul quale avevo trascorso ore giocando con la playstation. Mi guardai intorno e provai una sensazione strana al pensiero che avrei dovuto considerare, soppesare e scegliere cosa tenere e cosa no. Non era una responsabilità da poco. Ma forse zia Agata sarebbe stata contenta che fossi io a farlo.

Iniziai dai libri. Ma la scelta si rivelò subito difficile: la biblioteca di zia Agata era enorme, e quasi tutti i titoli mi piacevano. Sarebbe stato complicato tenerne solo una piccola parte, ma mi ci provai. Dopo aver riempito cinque scatoloni con i classici francesi, la letteratura vittoriana, i russi e le opere in lingua originale, mi fermai per qualche minuto per capire come potevo procedere. Così non andava. Stavo tenendo tutto, contravvenendo alle disposizioni dei miei che mi avevano raccomandato di conservare un numero limitato di oggetti, considerato il piccolo spazio del nostro appartamento.

Sedetti sul divano e giocherellai con il nastro adesivo mentre guardavo lo scaffale che avevo di fronte e che conteneva, allineati in modo rigoroso, gli autori della beat generation e la letteratura psichedelica. Qualcosa colpì il mio sguardo e si impose alla mia attenzione come un elemento estraneo. Tra un libro di Hoffman e un altro di Timothy Leary sporgeva la costa violacea di un libro con un titolo che non aveva nulla a che fare con gli altri due. Mi alzai, lo tirai fuori e lessi sulla copertina: “L’arte di buttare”. Incuriosito, lo sfogliai. Era un libro divulgativo e abbastanza insulso, una sorta di manualetto fai-da-te che la zia non avrebbe mai letto né tantomeno conservato, conoscendo i suoi gusti in fatto di lettura. E quindi la sua presenza doveva avere un significato. Immaginai che fosse una sorta di messaggio in codice per me, per quel suo unico nipote che da piccolo voleva fare il buttatore. Feci scorrere lentamente tutte le pagine ed ebbi una sensazione di soddisfazione quando trovai una busta bianca, con scritto sopra a penna “per Alex”. La busta conteneva un foglio su cui c’erano quelle che avevano l’aria di essere due password. Mi guardai intorno. Sapevo che la zia aveva un vecchio portatile che le avevo procurato quando aveva espresso il desiderio di connettersi a Internet, ma non sapevo dove lo teneva. Ci pensai un po’, poi entrai in camera da letto, l’unica stanza in cui ancora non ero passato, e lo vidi sul suo tavolinetto.

Con la prima password ebbi accesso al computer. Sorrisi, pensando che le brevi lezioni sulle impostazioni di sicurezza che avevo impartito alla zia avevano dato ottimi frutti. Poi andai alla ricerca del messaggio che lei doveva avermi lasciato, ma non trovai nessun documento nelle cartelle. Un po’ deluso, vidi che sul desktop c’era un’icona che linkava al suo profilo personale; inserii la seconda password e il mondo privato virtuale di zia Agata mi si spalancò davanti. Passai parecchi minuti a scorrere le pagine e mi sorpresi nello scoprire una persona molto diversa da quella che conoscevo. In quel suo mondo ricorrevano dialoghi quasi teneri con un certo Max. Ero sicuro che di tutto questo zia Agata non aveva mai parlato con nessuno; allora, perché mi aveva lasciato l’accesso alla sua sfera più riservata e sconosciuta?

“Ma certo” mi dissi, “ha voluto che io avvisassi i suoi amici nel caso le fosse successo qualcosa.”

Aprii la messaggistica e ne ebbi la conferma. L’improvviso aggravarsi della malattia e la morte pochi giorni dopo il suo ricovero non le avevano consentito di mettere al corrente i suoi contatti di quanto le stava accadendo. E proprio quel Max, in particolare, le aveva scritto messaggi sempre più allarmati ai quali non aveva avuto risposta. Dal tono dei messaggi precedenti capii che tra loro non c’era stata una semplice amicizia. Decisi allora che dovevo in qualche modo avvertirlo di ciò che era successo. Trovai il suo numero di telefono, feci un respiro profondo e chiamai. Mi rispose una voce maschile un po’ roca.

“Buongiorno. Mi scusi, lei non mi conosce… mi chiamo Alex Nagel.”

Mi interruppi per pensare a come avrei potuto dirgli che la zia non c’era più. Non sono mai cose facili da dirsi.

“Alex… sei il nipote di Agata, vero?” chiese lui con un tono un po’ ansioso.

“Sì, sono io. Senta, ho una notizia da darle, ma non sarà piacevole.”

Dall’altra parte udii un sospiro, che poteva essere un singhiozzo.

“Sì. Immaginavo che le fosse accaduto qualcosa.”

“Zia Agata è…. beh, se n’è andata. E’ successo circa un mese fa. Mi dispiace.”

Vi fu un lungo silenzio. Poi lui disse:

“Ho capito. Grazie di avermi chiamato. Senti, Alex, devo chiederti una cosa. Io vorrei… vorrei salutarla per l’ultima volta.”

Ci mettemmo d’accordo per incontrarci. Lui voleva vedere dove era stata sepolta, e pensai che aveva tutto il diritto di farlo e di portarle dei fiori se lo desiderava. Mi disse che abitava in un’altra città e che avrebbe preso il primo treno la mattina successiva. Andai a prenderlo alla stazione. Max era un uomo alto, con un fisico robusto ma ancora muscoloso e due occhi chiarissimi incorniciati da una fitta rete di rughe sottili. Doveva avere una settantina d’anni, la stessa età di mia zia. Mi salutò con una stretta di mano vigorosa e un po’ di imbarazzo. Mentre lo portavo al cimitero mi raccontò come si erano conosciuti in rete e come era iniziata la loro storia. Lui era sposato, e per vedersi si incontravano in una cittadina a metà strada; a casa raccontava che andava a trovare degli amici lontani, mentre lei con mia madre adduceva come pretesto una gita con e amiche del circolo, e così trascorrevano un paio di giorni in un bed & breakfast che affacciava su un lago montano. Non potendo incontrarsi spesso, passavano ore in chat a scambiarsi messaggi.

Rimase a lungo davanti alla lapide di Agata; io, che per discrezione lo avevo lasciato da solo, passeggiavo nei viali alberati ascoltando i merli che fischiavano il loro canto d’amore. Poi venne verso di me e mi chiese se potevo fargli ancora un favore.

“Vorrei vedere la sua casa.”

Lo portai a casa di zia Agata. Sul pavimento c’erano gli scatoloni che il giorno prima avevo riempito di libri, ma il resto delle cose era rimasto così com’era. Max non era mai entrato in quella casa e lo vidi girare nelle stanze e osservare tutto, come se volesse cogliere nelle cose l’essenza della persona che non c’era più. Toccò i libri, le fotografie, gli oggetti che lei aveva tenuto in mano tante volte. Poi mi guardò e vidi che aveva due rigagnoli di lacrime sulle guance.

“Sai, Alex, mi parlava spesso di te. Diceva che eri come un figlio per lei. Andava fiera di quello che facevi, e diceva anche che eri la persona di cui si fidava di più.”

Io gli raccontai di come avevo trovato le password e di come avevo scoperto la sua esistenza e lo avevo contattato, e visto che c’ero gli raccontai anche tutta la storia del buttatore. Lo feci mentre eravamo seduti sul divano del salotto e prendevamo un caffè, e mi sembrò che, malgrado il dolore che provava, la storia un po’ lo divertisse. Poi gli proposi di prendere qualcosa in ricordo di lei. Nel notare che cambiava espressione me ne pentii subito, e pensai che forse l’idea di avere un oggetto di zia Agata avrebbe acuito la sua sofferenza, così come era successo per nonno Arduino. Invece lui mi ringraziò parecchie volte per averglielo proposto, e disse che non sarebbe arrivato a chiedere tanto. Dovetti insistere perché accettasse.

Mentre lui sceglieva cosa prendere uscii sul balcone e ammazzai il tempo sfogliando il libro “L’arte di buttare” mentre in cuffia ascoltavo i Bad Liquor Pond. Dopo una ventina di minuti Max si presentò stringendo al petto una grossa busta di plastica che conteneva qualcosa di voluminoso.

“Ho fatto” disse con un debole sorriso. Non gli chiesi cosa contenesse la busta, e lui non me lo disse. Lo riaccompagnai alla stazione, e attesi con lui che arrivasse il treno regionale che lo riportava a casa. Sulla banchina ci salutammo con un abbraccio.

“Max, adesso torno a casa di Agata e cancello il suo profilo. Volevo che tu lo sapessi.”

Lui annuì.

“D’accordo, ragazzo. Mi occuperò io di avvisare tutti i suoi amici.”

Lo vidi agitare la mano dal finestrino mentre il treno si allontanava fino a scomparire. Tornai nell’appartamento della zia e cancellai il suo profilo su Internet. Poi presi il libro “L’arte di buttare” e lo misi nello scatolone delle cose da mandare al rigattiere. Il foglietto con le password lo tritai in mille pezzi e lo gettai nella busta dell’umido. Infine mi sedetti sul divano e pensai a zia Agata, a Max, alle cose che restano quando ce ne andiamo e ai mondi sconosciuti che ci portiamo dietro e che di cui gli altri non sapranno mai nulla.

Avevo voluto essere un buttatore, e alla fine lo ero diventato. Ma non è un’esperienza che vorrei ripetere.