Eravamo pesci

Alex Nagel #37

“Dopo esserti sdraiato e completamente rilassato, devi immaginare di avvolgerti in un bozzolo di luce che ti racchiuda totalemente. La luce può essere di colore azzurro, o bianco, o rosa; è importante che quella specie di uovo che ti stai costruendo attorno sia ermeticamente chiuso, aderente come una seconda pelle e di uno spessore di circa venti centimetri. Fai sette respiri profondi, apri gli occhi e sarai protetto da qualsiasi attacco psichico per 24 ore.”

Eravamo seduti nel roof garden che aveva aperto da poco nel centro della città, a due passi dal teatro dell’opera e dal corso principale. Davanti a me c’era una tazza fumante di tè al bergamotto, il mio preferito; la mia ragazza, invece, stava lentamente mescolando con il cucchiaino il miele che aveva messo nel suo tè al mandarino. Il pomeriggio avanzava pigramente, e noi ci stavamo concedendo un momento di relax dopo una settimana satura di impegni per entrambi, felici di poter trascorrere insieme il weekend.

“Questa procedura è riportata nel libro che stai leggendo?” le chiesi, indicando il volume che era posato sul tavolo accanto alla sua tazza. La copertina era verde e dorata e il titolo recitava: Campi morfici e autodifesa psichica.

“E’ una delle tecniche citate dall’autore per contrastare le influenze negative” confermò lei.

Storsi la bocca, mostrando un certo scetticismo.

“Mi sembra una stupidaggine” replicai. “Queste cose non hanno alcun fondamento scientifico e non possono sortire effetti reali.”

“Ce l’hanno, invece: la teoria dei campi morfici non è solo un concetto antroposofico, ma trova riscontro nella biologia. Sembra che esista una memoria collettiva della specie, con zone di vibrazioni archetipiche che determinano i comportamenti. In più, secondo l’autore ci sono individui talmente negativi che creano attorno a sé campi energetici maligni, che si diffondono a tutte le persone che in un modo o nell’altro hanno a che fare con loro.”

Diedi un’altra occhiata alla copertina del libro. Anche dal punto di vista grafico non mi ispirava nessuna serietà: somigliava a certi manualetti degli anni Sessanta che promettevano di svelare il modo per diventare popolare tra i propri amici o la formula segreta per arricchirsi.

“Non devi crederci per forza” ribatté lei, vedendo la mia espressione di incredulità.

Archiviai i campi morfici in un recesso del mio cervello e passai a un altro argomento.

“Allora, dove mi dicevi che dobbiamo andare stasera?” le chiesi, riprendendo un discorso che stavamo facendo prima che ci servissero il tè.

Lei seguitava a girare il cucchiaino, come se fosse un’occupazione alla quale dedicare la massima attenzione. Al tavolo accanto una vecchia signora ingioiellata e imbellettata stava cicalando al telefono senza sosta, ed elencava i suoi acciacchi e i valori delle ultime analisi a un ignoto interlocutore.

“E’ una conferenza sull’evoluzionismo” rispose, senza staccare gli occhi dalla sua tazza. “La relatrice è un’amica di Nino che insegna all’Università, e lui me ne ha parlato con entusiasmo.”

Nino faceva parte delle cerchia di amicizie della mia ragazza, e mi era capitato spesso di incrociarlo alle cene cui lei mi portava.

“Ah! E da quando ti interessi di queste cose? Non è una conferenza sulle vibrazioni e i campi energetici” replicai in tono scherzoso, prendendola in giro per le lettura di cui mi aveva appena parlato.

Lei alzò lo sguardo e mi mostrò la lingua.

“Non sei spiritoso. Sappi che ho appena letto un libro su Darwin, per cui la cosa cade proprio a proposito!” Dicendo così appallottolò alcune briciole del croissant che era sul suo piatto e me le tirò. Io mi scansai per schivare i colpi con cui mi stava bersagliando, e alcuni dei proiettili andarono a finire nel bicchiere della vecchia signora ingioiellata, la quale, infervorata nella sua conversazione, non se ne accorse. Iniziammo a ridere insieme, come due ragazzini, cercando di soffocare i singulti.

Uscendo dal locale ci soffermammo a guardare l’acquario di pesci tropicali che avevano messo all’ingresso. Era pieno di piccole variopinte creature marine, alcune variegate, altre di un solo colore acceso, che nuotavano tra alghe, coralli e anfore antiche. Restai qualche minuto a fissarle, stupendomi di come la natura avesse elargito loro la più ampia varietà di iridescenze e di sfumature di colore.

La conferenza fu più avvincente di quanto mi aspettassi, e mi sorpresi ad ascoltare con interesse l’amica di Nino; lui ci era venuto incontro appena eravamo entrati nell’atrio, e ci eravamo seduti tutti e tre vicini, in prima fila. L’amica di Nino era una donna minuta, con un caschetto di capelli bruni; la sua voce era gradevole e assumeva inflessioni morbide mentre illustrava il lento e inesorabile passaggio che dalle creature marine aveva generato gli anfibi, poi i rettili e infine i mammiferi. Parlò delle ere geologiche, del periodo siluriano e di quello devoniano, descrisse i crossopterigi, i labirodonti e i cinodonti. Sullo schermo alle sue spalle nel frattempo scorrevano filmati, immagini di fossili e disegni che ricostruivano gli ambienti naturali di milioni di anni fa.

Notai che un ragazzo, seduto accanto a me, non prestava molta attenzione alla conferenza, preferendo messaggiare sul suo telefono. Dalla mia posizione di sguincio vidi che portava degli occhiali con lenti spesse come culi di bottiglia. Alla mia sinistra, invece, la mia ragazza e Nino ascoltavano ogni parola con l’aria assorta di allievi diligenti e un’espressione serissima in viso.

Al termine della conferenza, mentre ancora gli applausi scrosciavano, Nino ci fece avvicinare al palco per farci conoscere la sua amica conferenziera.

“Valentina, sei stata brillantissima, come sempre! Questi sono gli amici di cui ti ho parlato…”

Ci presentammo a Valentina, che ci strinse la mano con calore. Ora la potevo vedere da vicino: aveva un sorriso aperto, e uno sguardo vivo che risplendeva dietro gli occhiali cerchiati di nero. Scambiammo alcune parole di convenevoli, poi lei voltò la testa per rivolgersi a qualcuno che stava venendo verso di noi. Era il ragazzo che mi era seduto vicino durante la conferenza; si salutarono con un abbraccio, e lei ce lo presentò come il suo fidanzato. Nino propose di andare tutti insieme a cena, e fu così che ci ritrovammo seduti al tavolo di un ristorante che lui conosceva bene e in cui anche io ero già stato un paio di volte con la mia ragazza.

Il fidanzato di Valentina mi capitò di nuovo seduto accanto. Si chiamava Vittorio Vinci, aveva capelli e occhi neri e all’apparenza doveva avere parecchi anni in meno di lei, che dimostrava un’età prossima ai 50. Indossava un paio di jeans scoloriti, una polo fucsia e scarpe da ginnastica, esibiva dei tatuaggi tribali sulle braccia completamente depilate e parlava con una cadenza dialettale molto accentuata. Il contrasto tra i due mi parve stridente, e ancora di più l’abbigliamento che lui sfoggiava, e che trovavo fuori luogo per l’occasione accademica, ma lei pareva non accorgersene e aveva l’aria di essere contenta della sua presenza. A me non piaceva fare conversazione con gli sconosciuti, perché non sapevo mai cosa dire; la mia ragazza, invece, che era di natura espansiva, iniziò a chiacchierare amabilmente con Vittorio che le era seduto di fronte. Lui infarciva di frequente le sue frasi con citazioni in latino, delle quali faticavo ad afferrare il nesso. A un certo punto della cena si voltò verso di me e mi chiese:

“Tu invece cosa fai nella vita?”

Compresi che la domanda faceva parte di un discorso tra lui e la mia ragazza del quale non avevo seguito il filo, perché mi ero estraniato nei miei pensieri senza partecipare a ciò che dicevano.

“Sono uno sviluppatore software” risposi, “lavoro per un’azienda informatica, e faccio anche delle consulenze a mercato.”

Speravo di essermela cavata con poco, ma la mia ragazza intervenne.

“Alex minimizza sempre quello che fa, in realtà è un matematico prestato all’informatica. Il codice e i numeri per lui non hanno segreti.”

Lo sguardo di Vittorio ebbe un guizzo di interesse. Lei seguitò a descrivere quelle che definiva le mie abilità geniali, mentre io sentivo un crescente disagio, perché non amavo mettermi in mostra.

Mentre uscivamo un cameriere con fare maldestro mi rovesciò addosso un piatto di portata con del branzino in guazzetto, macchiandomi tutta la giacca. Quando fummo a casa constatammo che il danno era irreparabile e la mia ragazza mi disse che la giacca era ormai da buttare. Mentre mi toglievo le scarpe le chiesi:

“Perché mi hai descritto come se fossi il nuovo John Nash? E’ stato imbarazzante.”

“Quel tipo mi stava innervosendo parlando di se stesso. Io di qua, io di là. Ma lo sai che ho due lauree? Ma lo sai che sono un notaio? Gli ho voluto far capire che non è l’unico al mondo a possedere un cervello corredato di neuroni.”

Trasalii a quanto mi aveva detto.

“Un notaio quello?” le domandai, sbalordito.

Lei si stava togliendo gli orecchini davanti allo specchio, dopo essersi svestita.

“Ma sì, e ci ha tenuto a sottolineare che è stato il notaio più giovane d’Italia. Non lo hai sentito mentre parlavamo? Povera Valentina, che deve sopportare quel borioso tutti i giorni… Chissà cosa ci troverà…”

“Magari quando stanno a letto le parla in latino” osservai.

Lei rise.

“Allora facciamo un esperimento: mentre mi scopi parlami delle derivate e vediamo se funziona” mi mormorò mentre mi sbottonava la camicia.

Sentendo il contatto delle sue mani e delle sue labbra dimenticai la conferenza, il notaio e tutto il resto, derivate comprese; peccato che iniziassi a sentire lo stomaco che bruciava e un fastidioso senso di acidità. Pensai che le verdure pastellate che avevamo mangiato come antipasto erano pesanti, e mi ripromisi di evitarle la prossima volta che avessimo mangiato in quel ristorante.

Qualche giorno dopo ricevetti la telefonata di Vittorio. Ero a casa, appena tornato dal supermercato, e stavo sistemando nel freezer le vaschette di gelato, tentando di incastonarle alle perfezione senza lasciare spazi vuoti, quando udii la musica di Spider Man che avevo selezionato come suoneria.

“Sono Vittorio! Mi sono fatto dare il tuo numero di telefono da Nino, ho bisogno di parlarti per chiederti una consulenza! Ci possiamo incontrare? Sei libero stasera dopo cena, verso le 23?”

Ci risiamo, pensai: appena sanno che lavoro faccio mi chiedono di installargli un antivirus o di configurargli il router. Cercai di saperne di più, ma Vittorio insistette che doveva parlarmi di persona e volle assolutamente che ci vedessimo la sera stessa. Tentai di glissare, ma lui con fare suadente riuscì a convincermi, e alla fine ci accordammo per vederci in un bar del centro.

All’appuntamento il Vittorio che si presentò era la serietà fatta persona. Portava un completo di lino azzurro, una cravatta in tinta e scarpe inglesi; parlava lentamente selezionando le parole, e il dialetto non si avvertiva quasi per nulla. Arrivò subito al dunque, dicendomi che aveva bisogno che gli realizzassi un sito web per una sua attività di commercio, sul quale poter operare delle transazioni finanziarie. Tenne a precisare che mi avrebbe pagato senza pretendere sconti, e aggiunse, con gravità, che non avrebbe badato a spese e che voleva il migliore specialista sul mercato, sottintendendo che si stava riferendo a me. Trovai un po’ strano che un notaio avesse un’attività commerciale e gli feci delle domande, col risultato che lui mi intrattenne per una buona mezzora con una noiosissima descrizione di quello che faceva come secondo lavoro, e che in sintesi era l’immobiliarista.

“Eh, la nostra professione non è più quella di una volta” disse con un sospiro, mescolando con la cannuccia il suo negroni, “alla fine tra le tasse, l’affitto dello studio e i compensi ai miei collaboratori è già tanto se non vado in remissione. Però qualche sfizio posso ancora permettermelo” aggiunge, strizzandomi l’occhio. Prese il telefono dal taschino della giacca e mi mostrò delle fotografie che aveva scattato nei mesi precedenti.

“Qui eravamo a New York” spiegò scorrendo le foto, “Qui invece è la nostra stanza a Mykonos, con l’idromassaggio in terrazza… Questa invece è in Vietnam, la baia di Haong… ecco, questa è in Cambogia…”

Nelle foto lui e Valentina sorridevano, con lo sfondo di un grattacielo o di una spiaggia tropicale; in una posa in riva al mare lei indossava un pareo a fiori verdi, lui era seduto accanto a lei in camicia e calzoncini, e alzavano i flute di champagne in un brindisi. Notai che portavano braccialetti identici, e lei aveva l’aria felice.

“Bella donna, vero? Intelligente, fine, dai modi garbati… Ma guarda qui: le mie figlie!”

Mi avvicinò al viso lo schermo: due bambine dal viso paffuto vestite da fatina sorridevano al fotografo, abbracciate da una bella ragazza bionda.

“Sono assieme alla mia ex moglie” precisò lui, chiudendo la galleria di foto.

Parlando delle figlie aveva cambiato espressione; mi raccontò della sua separazione e mi fece delle confidenze sulle difficoltà che aveva avuto per superare quei giorni difficili e il distacco che ancora non riusciva ad accettare. Aveva gli occhi lucidi e pareva sul punto di piangere. Poi, mentre stavo per ribattere qualcosa per confortarlo cambiò repentinamente discorso.

“Allora, come rimaniamo?”

Davanti aveva quattro bicchieri vuoti e un posacenere con una dozzina di mozziconi. Al tavolo accanto al nostro una coppia stava litigando da diversi minuti, poi la donna si alzò di scatto e tirò in faccia all’uomo il contenuto di un piatto pieno di finger food. Io ero stanco e non vedevo l’ora di andarmene.

“Vittorio, ho chiaro quello che ti serve. Ti preparo un preventivo e te lo spedisco martedì, per i tempi devi considerare almeno un mese e mezzo per la release definitiva…”

Lui annuì con convinzione.

“Benissimo, amico mio! Allora ci aggiorniamo alla prossima settimana. Cura ut valeas!

Udendo la frase in latino, per poco non gli scoppiai a ridere in faccia, ripensando a quello che ci eravamo detti con la mia ragazza qualche sera prima. Lui, con fare da gran signore, pagò il conto e lasciò una mancia generosa al cameriere.

Il giorno dopo raccontai alla mia ragazza di quella conversazione mentre bevevamo il tè. Eravamo di nuovo nel roof garden che ci era piaciuto tanto, e lei ascoltava in silenzio. Aggrottò le ciglia solo quando le dissi delle foto delle vacanze.

“Non ti convince” le dissi.

Lei storse le labbra.

“Mh. Tutta quella ostentazione… non so, io la trovo cafona. Se non millantata, il che sarebbe ancora peggio.

“Beh, a me sembra sincero. E poi se è tutta una finta lo sapremo presto, sai che le mie tariffe non sono esattamente economiche…”

“Fatti pagare in anticipo” raccomandò lei.

In genere la mia ragazza non sbagliava nei suoi giudizi e aveva sempre quella dose di senso pratico che a me mancava, così decisi di seguire il suo consiglio ed essere prudente.

Quando fummo usciti ci fermammo nuovamente a guardare l’acquario che si trovava in vetrina.

“Guarda quel pesce” esclamò lei con un gridolino, “è tale e quale a Vittorio!”

Indicò un pesce nero, un po’ più grande degli altri, con delle strane pinne a ventaglio e due grossi bulbi oculari sporgenti.

“Ma sì: hai ragione, ha gli stessi occhi a palla!”

Ridemmo insieme, commentando la somiglianza, e tornammo a casa canticchiando tutte le canzoni che ricordavamo che avevano attinenza con i pesci. Fummo felici di non aver preso la macchina: in prossimità della sala da tè c’era stato un tamponamento a catena, e tutto il traffico della zona era congestionato.

L’estate entrò nel vivo con afose giornate di giugno, e i miei impegni di lavoro anziché scemare crebbero vertiginosamente. La mia ragazza, dal canto suo, intensificò i viaggi di lavoro, e appena potevamo stare insieme andavamo a passare un paio d’ore nel roof garden, seduti a goderci la brezza leggera della sera sorseggiando tè freddo e bevande alla frutta.

Avevo quasi completamente dimenticato Vittorio, che dopo l’incontro che avevamo avuto era sparito e non aveva risposto alla mia mail con la quale gli inviavo il preventivo. Fui perciò alquanto sorpreso quando me lo trovai sotto casa un giorno che rientravo dal lavoro; non gli avevo mai dato il mio indirizzo, e lui non mi aveva avvisato che sarebbe passato.

Gli stavo passando davanti, senza riconoscerlo, mentre entravo frettolosamente nel portone, quando lo udii chiamarmi.

“Alessio! Alessio, fermati, sono io!”

Mi voltai a guardarlo, innervosito dalla storpiatura del mio nome. Io ho un problema nel riconoscere i volti, ma stavolta chiunque sarebbe stato in difficoltà: aveva i capelli spettinati, la barba di qualche giorno e gli occhi più cerchiati del solito, una camicia di jeans lisa e stropicciata troppo pesante per il clima estivo e delle scarpe di tela sfilacciate.

Senza darmi il modo di replicare mi sommerse con una serie di scuse per non avermi chiamato, adducendo come motivazione gli impegni di lavoro che non gli lasciavano respiro e la ex moglie che, a suo dire, lo stava perseguitando.

“Devi proprio farmi quel lavoro” piagnucolò accendendosi una sigaretta, “ne ho bisogno entro la fine del mese!”

Biascicava le parole, accentuando la cadenza dialettale che avevo udito la prima volta.

“Non ci sono i tempi tecnici” replicai, “ti avevo detto che…”

Mi interruppe con un flusso di preghiere e lamentele, e rassegnato lo feci salire in casa per parlarne: dal cielo, che si era andato via via annuvolando, iniziava a cadere una fitta pioggia.

Quando entrò nel mio appartamento lanciò uno sguardo critico al pavimento in maiolica e osservò:

“Qui dovresti mettere il parquet.”

Rimasi nel dubbio se mandarlo al diavolo o ascoltare quello che aveva da dirmi, e propesi per la seconda ipotesi.

“Allora, hai visto il preventivo?” gli domandai, come se non avessi sentito il suo giudizio sul pavimento.

“Sì, l’ho visto. Mi dovresti fare uno sconto però.”

“Avevi detto che non avresti badato a spese e non avresti chiesto sconti.”

“Sì, ma tu non sai che cosa mi è successo!” soggiunse, e iniziò di nuovo il racconto delle sue recenti disgrazie, includendo anche dei rovesci economici. In sintesi: l’agenzia delle entrate lo aveva multato, ingiustamente, a suo dire, per delle dichiarazioni errate; la società immobiliare aveva registrato delle perdite; lo studio notarile era indietro col pagamento degli stipendi ai collaboratori; dulcis in fundo (sue parole) la ex moglie aveva prelevato dal conto corrente cointestato quasi tutto il capitale depositato.

Mentre Vittorio continuava con la saga delle sue sventure, suonarono alla porta. Era Dalia, la mia amica e dirimpettaia, con la quale avevo appuntamento per andare insieme ad acquistare alcuni componenti per computer. Cercai di tagliare corto la conversazione con Vittorio.

“Posso farti un lavoro diverso da quello preventivato, togliendo alcune delle funzionalità che mi hai chiesto” gli dissi, “ma non ti aspettare un grosso risparmio. E, soprattutto, i tempi non si accorceranno di molto.”

“Ma come nooo… e fammelo questo sconto… te lo giuro, è l’unico favore che ti chiedo, mi serve assolutamente per potermi rimettere in piedi con la mia attività! E poi che ci vuole a fare un sito del genere? Tu sei bravo, lo puoi fare in tre giorni!” insistette, con la sua sgradevole cadenza trascinata.

Dalia, che era rimasta in piedi ad ascoltare, cambiò improvvisamente espressione e sembrò sul punto di saltargli addosso per azzannarlo alla giugulare. Anche io, che solitamente ero calmo e abituato alle richieste assurde dei clienti, stavo perdendo la pazienza.

“E che cazzo, Vittorio! Se avevi tutta questa urgenza non dovevi far passare più di un mese prima di farti vivo!”

Lui riprese a lagnarsi di come la sua vita stesse prendendo una piega da schifo, e alla fine riuscii a mandarlo via dopo avergli promesso che gli avrei inviato un nuovo preventivo entro il giorno successivo.

“Si può sapere chi era quel cazzone?” mi domandò Dalia mentre salivamo in macchina.

“Un amico di amici. O meglio, un conoscente. Non so neppure io perché gli ho dato retta.”

“Uh, gli amici degli amici sono i clienti peggiori! Quando ha detto: che ci vuole a fare un sito così, bastano tre giorni e gnegnegne, lo avrei volentieri strangolato! Pensano che programmare sia come lavare una macchina!”

Convenni con Dalia che aveva ragione. Il motivo per cui avevo acconsentito a lavorare per Vittorio era che Nino era molto legato a Valentina, ma era proprio il tipo di situazione che cercavo sempre di evitare come la peste.

Al rientro mi attendeva una brutta sorpresa: il freezer si era guastato e tutto ciò che vi era dentro -gelati, carne, pasta al forno che avevo preparato e accuratamente porzionato, si stava sciogliendo. Come se non bastasse, ci fu un guasto alle tubature del bagno e dovetti procedere a una costosa riparazione e cambiare tutte le mattonelle del pavimento.

La sera stessa inviai a Vittorio il nuovo preventivo, più economico del precedente; lui visualizzò il messaggio e mi rispose che mi ringraziava e avrebbe deciso in tempo breve il da farsi.

Trascorsero due giorni, poi tre, poi una settimana, poi dieci giorni. La mia ragazza tornò in città e, come ormai eravamo abituati a fare, andammo a prendere un aperitivo al roof garden. Entrando ci fermammo davanti all’acquario: il pesce nero, che avevamo ribattezzato Vittorio, era sempre là, e nuotava tra gli anfratti e le alghe.

“Ma poi com’è andata con quel lavoro che dovevi fare per Vittorio?” mi chiese. Scossi la testa.

“Ha pianto miseria per pagare di meno, gli ho scontato il prezzo ma non si è fatto più vivo.”

Lei ebbe un’espressione di sorpresa.

“Strano. I quattrini non dovrebbero mancargli: proprio l’altro ieri Valentina mi ha inviato le foto della vacanza che stanno facendo in barca a vela al sud della Spagna.”

Trovai anch’io molto strana la cosa e ne parlammo per un po’.

“Secondo me è un personaggio negativo” incalzò lei, “ho l’impressione che si porti dietro delle vibrazioni sgradevoli… tu non ci credi, ma la storia dei campi morfici non è così peregrina!”

Ripensai alle sensazioni che mi aveva trasmesso Vittorio, e che spesso non mi erano piaciute, ma conclusi che forse mi stavo autosuggestionando. Salimmo a bere l’aperitivo e non ci pensammo più. Invece di sederci in terrazza, come avremmo voluto, dovemmo stare al chiuso, perché nel frattempo si era scatenato un acquazzone.

Nel corso del mese successivo Vittorio mi contattò con dei messaggi che sembravano l’estratto del bollettino delle disgrazie. Nel primo messaggio mi scrisse che aveva preso la macchina per venire da me, ma malauguratamente era stato fermato a un posto di blocco e sottoposto all’alcoltest, e gli era stata ritirata la patente per un tasso alcolico superiore al livello consentito.

La settimana successiva mi scrisse che aveva dei clienti insolventi che lo avevano messo in difficoltà, costringendolo ad anticipare delle somme per la registrazione di alcuni atti.

Qualche giorno dopo mi informò che doveva lasciare la casa in cui abitava perché non era più in grado di pagare il mutuo.

In ogni messaggio chiedeva una percentuale di sconto di volta in volta maggiore; io gli rispondevo che avrei ritoccato il preventivo togliendo altre funzionalità al sistema, ma ogni volta che gli spedivo il documento aggiornato ricevevo una nuova richiesta da parte sua. Da parte mia avevo anche io i miei problemi quotidiani da affrontare: nelle ultime settimane mi si erano bruciati due telefoni, per cause pressoché inspiegabili, che potevano essere attribuite a un rarissimo difetto di fabbricazione e che stranamente si erano ripetute nell’arco di pochi giorni. Poi, per completare l’opera, la mia linea Internet, di cui avevo un vitale bisogno per lavorare, si era guastata. I tecnici mi dissero che il problema non era risolvibile nell’immediato, e dovetti rimediare con l’aiuto di Dalia, facendo passare un cavo dalla sua linea attraverso le nostre finestre confinanti.

A metà luglio ricevetti una telefonata da Vittorio, in cui chiedeva di vedermi. Il suo tono era pacato e serissimo, e sfoggiava un italiano senza inflessioni; mi accorsi che in tutta la conversazione, durata una decina di minuti, aveva citato un aforisma latino solo una volta.

Acconsentii a incontrarlo, ma stavolta avevo fretta e e gli dissi che potevo vederlo solo durante la pausa del pranzo. Mi diede appuntamento in una via nei pressi della stazione. Al mio arrivo lo scorsi che parlottava con un tipo dall’aria poco rassicurante; quando mi videro il tipo si allontanò, e il Vittorio che mi venne incontro era stravolto, sudato e con gli abiti stropicciati. Mi chiese, parlando a scatti e infarcendo le frasi con frequenti imprecazioni, se poteva pagarmi con un assegno postdatato e io, memore degli avvertimenti della mia ragazza, mi rifiutai. Parlammo per pochi minuti, poi io dovetti rientrare in ufficio, e per fortuna anche lui aveva degli impegni; iniziavo a sentire un cerchio alla testa, e temevo di essere in procinto di avere un attacco di sinusite. Da quel momento non ne seppi più nulla e non mi preoccupai di cercarlo per chiedergli che fine aveva fatto.

Verso la fine dell’estate la mia ragazza partì di nuovo per lavoro e io mi ritrovai a trascorrere da solo i miei ultimi giorni di ferie. Era una mattinata tranquilla ed ero in casa; ero da poco tornato dalla stazione, dove l’avevo accompagnata, e mi ero preparato un ginger ale con ghiaccio. Mentre lo bevevo sfogliavo distrattamente il libro sui campi morfici, al capitolo in cui l’autore indicava come eseguire una tecnica che lui definiva “chiusura del campo aurico”.

Squillò il telefono. Fui stupito di sentire all’altro capo la voce di Valentina. Non avevo mai parlato per telefono con lei, che in quei due mesi aveva acquisito una certa confidenza con la mia ragazza ma non con me; tutto ciò che sapevo di lei è che era stata impegnata in una serie di conferenze sull’evoluzionismo in diverse città. Si scusò di avermi disturbato e mi chiese se potevamo parlare, in via molto confidenziale, di una cosa che non poteva anticiparmi per telefono. Dal suo tono mi sembrò affranta, e ogni tanto la sua voce era rotta da un singhiozzo. Acconsentii e ci demmo appuntamento per quella sera; mi chiese se poteva venire a casa mia, perché preferiva evitare di andare in locali pubblici, e le dissi di sì.

Lavoricchiai svogliatamente al computer, chiedendomi che cosa avesse da confidarmi di così grave Valentina. La linea aveva ricominciato ad avere delle interruzioni che i tecnici non riuscivano a riparare, e dovevo servirmi della connessione prestatami da Dalia. Qualche minuto dopo mi bussò proprio lei.

“Hai da fare stasera? Pensavo di cenare insieme visto che tu sei solo e anche la mia ragazza non c’è.”

“Mi piacerebbe, ma ho un impegno.”

Le raccontai della telefonata di Valentina e le espressi le mie perplessità.

“Forse mi deve parlare di Vittorio.”

“Ma chi, quello che voleva che gli facessi il sito in cambio di una manciata di perline?”

“Sì, lui. Ma ti pare normale che uno che è notaio e ha una società immobiliare mi chieda di pagare con assegni postdatati?”

Dalia trasalì.

“Aspetta, aspetta. Spiegami bene, come sarebbe questa faccenda?”

Le raccontai tutto quello che sapevo di Vittorio e delle conversazioni che avevamo avuto, e lei scoppiò in una risata.

“Se quello è un notaio, io sono Maria Antonietta! Vieni che verifichiamo subito.”

Ci sedemmo al computer e facemmo una ricerca sul sito del notariato per consultare l’elenco degli iscritti all’albo: non c’era nessun Vittorio Vinci.

Ci guardammo negli occhi senza dire nulla, e proseguimmo la ricerca cercando tutte le informazioni possibili su di lui. Nel giro di un’ora avevamo trovato, nell’ordine: tre suoi profili in rete, ciascuno dei quali con un centinaio di contatti femminili che esercitavano il meretricio o professioni affini; quattro profili su siti di incontri in cui lui affermava di essere single e di essere in cerca di una donna “intelligente, fine e dai modi garbati” per una relazione seria e duratura; una serie di annunci sulla bacheca di un sito compra-e-vendi in cui lui vendeva della bigiotteria che Dalia non esitò a definire “ributtante”. Decidemmo di fermarci là: lui non era chi diceva di essere e Valentina doveva averlo scoperto.

Alle otto in punto Valentina suonò alla mia porta. Mi salutò con un certo imbarazzo, e si profuse di nuovo in scuse per il disturbo che mi arrecava e per avermi coinvolto in quella storia.

“Ti prego, perdonami se ho insistito per vederti” si giustificò, “ma ho saputo che Vittorio ti ha chiesto ripetutamente di fare un lavoro per lui. Nino mi ha sempre parlato bene di te, so che sei una persona perbene e non voglio che quell’uomo si approfitti di te e ti coinvolga nei suoi affari loschi. Devi sapere chi è, devono saperlo tutti.”

Era sconvolta e sembrava aver pianto da poco. Mi raccontò quello che aveva scoperto. Vittorio altri non era che un volgare impostore: non solo non era mai stato notaio, ma non c’era traccia delle sue lauree in nessuna università. Per un breve periodo aveva lavorato in uno studio notarile per il quale si occupava delle commissioni, come pagare le bollette e spedire pacchi. Viveva di espedienti e aveva messo su la società immobiliare facendo debiti a destra e a manca; le vacanze di cui mi aveva mostrato le foto le aveva pagate Valentina, e la sua ex moglie non aveva mai visto neppure un centesimo degli alimenti stabiliti dal giudice che lui doveva pagare mensilmente. Infine, la stoccata finale: Valentina aveva scoperto che il suo fidanzato da tempo era legato stabilmente a un’altra donna, che risiedeva in una città lontana e che fino a quel momento era stata all’oscuro di tutto.

Le porsi un fazzoletto di carta per asciugarsi gli occhi; lei lo prese e si tamponò le palpebre continuando il suo racconto. L’ultima volta che era stato a casa sua, mi disse, ne aveva approfittato per rubarle denaro e gioielli, oltre a una decina di costosi orologi che erano appartenuti al suo defunto marito.

Si interruppe e mi chiese se avevo qualcosa di forte da bere. Annuii, e andai a prendere due bicchieri col ghiaccio e del whisky: entrambi ne avevamo bisogno. Bevemmo in un sommesso silenzio, col ghiaccio che tintinnava nei bicchieri. Lei sembrò calmarsi. Poi riprese, con un tono crescente di voce:

“Eravamo pesci, siamo emersi dalle acque per camminare eretti, ci ritroviamo a strisciare sul pavimento come anellidi che cercano di non sentire il dolore. E ci trasciniamo, strisciamo, splendiamo per brevi momenti, torniamo a muoverci sul ventre. Milioni di anni per evolverci, e c’è chi torna a vivere e comportarsi da invertebrato. Capisci, Alex? Un lurido, sporco, misero verme invertebrato!”

Valentina fremeva di rabbia mentre mi raccontava i dettagli di tutto ciò che aveva scoperto. Mi raccomandò di nuovo di non impelagarmi con Vittorio e di rifiutare di fargli qualsiasi tipo di consulenza; io la rassicurai. Lei si alzò, scusandosi di nuovo. I suoi occhi erano opachi e sul suo viso si era formata una piega amara attorno alla bocca.

Due settimane dopo ricevetti una telefonata la mattina presto, prima che suonasse la sveglia. Era la mia ragazza, che mi annunciò che aveva appena letto sul giornale dell’arresto di Vittorio Vinci per furto e truffa aggravata. Io le avevo raccontato della mia conversazione con Valentina, e commentammo la notizia insieme.

“Che persona orribile! Hai visto che avevo ragione, Alex? Anche sulla storia dei campi morfici. Quello porta sfiga, te lo dico io.”

Feci un sorriso che lei non poté vedere.

“Tu hai sempre ragione.”

“Solo il 99,9% periodico delle volte” scherzò lei.

Appena ebbi riattaccato con la mia ragazza ricevetti la chiamata del mio gestore telefonico, in cui mi annunciavano festosamente che il guasto era definitivamente riparato e mi avrebbero risarcito sulla bolletta per tutte le giornate in cui la linea non aveva funzionato.

Quella mattina pioveva copiosamente, ma io avevo un appuntamento con un cliente che si trovava in centro, e per andarci decisi di passare nei pressi del teatro dell’opera, percorrendo la strada che portava alla sala da tè. Camminando mi fermai davanti alla vetrina con l’acquario.

Nell’acqua i pesci multicolore si muovevano nuotando in su e in giù tra le anfore sbeccate, i sassi e le alghe. Lui guardai nel loro andirivieni, poi mi soffermai a fissare una piccola massa scura che da principio non capii cosa fosse.

Sulla superficie dell’acqua, a pancia in su, giaceva senza vita il pesce nero che io e la mia ragazza chiamavamo Vittorio.

Un raggio di luce improvviso colpì il piccolo corpo nero e si riverberò sull’acqua e sulle pareti in vetro dell’acquario; mi voltai e vidi che le nuvole erano improvvisamente svanite e aveva smesso di piovere.