Funzioni iterative

Alex Nagel #34

“Secondo te esiste un algoritmo per definire il Natale?”

Finii di appendere il gancetto a un ramo e mi voltai. Dalia non era nuova a fare domande del genere, che apparentemente non avevano alcun senso, ma io sapevo che lei stava seguendo una sua logica interiore.

“Un algoritmo? Beh… non so. E se anche esistesse, che te ne faresti?”

“Se esistesse saprei come applicarlo per dominare la situazione. E non mi prenderebbe così male come sta succedendo adesso, come succede tutti gli anni.”

Aprii la scatola con le decorazioni e la poggiai sul tavolo. Mancavano un paio di settimane al Natale e Dalia era venuta a casa mia per aiutarmi ad allestire l’albero. Era una domenica pomeriggio e fuori faceva un discreto freddo, ma c’era il sole, e in casa c’era una bella luce dorata che illuminava le pareti blu del mio salotto.

“Spiegati meglio”, le dissi.

Lei pareva assorta nella scelta del ramo su cui attaccare la decorazione che aveva in mano.

“Sai, il Natale mi cade addosso ogni anno all’improvviso, e non lo sopporto. I regali, le strade vestite a festa con le luminarie e il traffico che ti fa bestemmiare, il caos di gente impazzita nei negozi, e poi le telefonate di auguri, i pranzi con tutte le cose che mi fa schifo mangiare, e quelle orribili musichette e zampogne che risuonano ovunque… insomma, io lo odio. Odio tutto questo. A te non succede lo stesso?”

“A dire il vero a me il Natale non dispiace. L’unica cosa che davvero non sopporto sono le cene prenatalizie, ma per fortuna finora sono sempre riuscito a evitarle. Aspetta che salgo sulla scaletta per mettere il puntale.”

Pochi minuti dopo l’albero era pronto. Lo guardammo soddisfatti: dai rami pendevano, tra le ghirlande rosse e dorate, le miniature di Capitan America, Iron Man, Thor, e tutti gli altri personaggi Marvel, e come puntale si ergeva fieramente su tutti il mio preferito, l’Uomo Ragno.

Più tardi, mentre cenavo da solo davanti alla televisione, ripensavo a quanto mi aveva detto Dalia. Eravamo amici da diversi anni e l’avevo sempre vista passare le feste natalizie in casa, da sola o con la sua ragazza quando aveva una relazione sentimentale. Sapevo che la sua famiglia abitava in un’altra città, ma che non andavano molto d’accordo, e da che la conoscevo non avevano mai passato le feste insieme. Anche i miei abitavano lontano, in una città che si trovava sull’altra sponda del lago, ma per tradizione passavo il Natale con loro. Una volta avevo anche provato a invitare Dalia, ma lei aveva declinato l’invito sostenendo che detestava quelle ricorrenze e che avrebbe mille volte preferito passarle davanti al computer a lavorare o guardando tutte le repliche degli episodi del Trono di Spade.

Mi guardai intorno soddisfatto: l’albero era fatto, i regali li avevo acquistati online un mese prima, le mie ferie sarebbero iniziate la settimana prima di Natale e sarei subito partito per passare le festività con i miei a casa di mio nonno, evitandomi shopping furibondi, cene scassacazzi e imbottigliamenti nel traffico. Mentre facevo queste riflessioni squillò il telefono. Era mia madre.

“Indovina chi torna dall’Australia per Natale” esordì con voce festosa.

“Mamma, non ne ho idea. Conosciamo qualcuno che vive in Australia?”

“Zio Damiano! Arriva mercoledì sera, mi ha mandato un messaggio per telefono…”

“Ma non stava in Argentina?”

“Alex! Non ti ricordi proprio niente, tu… ne avevamo parlato, è stato in Argentina, poi è partito per l’Australia con quella ragazza che frequentava, e poi…”

Seguitò a chiacchierare dilungandosi sulle avventure (presunte) di zio Damiano. Io non avevo nessuna voglia di sentire parlare di lui: c’era stato un episodio spiacevole, un paio di anni prima, quando per aiutarlo su alcune questioni avevo per caso scoperto che la ragazza che frequentava era una truffatrice, e per tutta risposta lui mi aveva mandato a cagare. Per cui, comprensibilmente, non è che impazzissi di gioia all’idea di rivederlo. Mia madre, che di quella storia non sapeva niente, mi stava sommergendo con il suo racconto che ascoltavo con mezzo orecchio, ma del quale percepii due pericolose parole: cena e giovedì. Mi si rizzarono i peli delle braccia.

“No, no, no” la interruppi mentre lei già snocciolava la lista degli invitati, “non se ne parla. Sai che detesto queste cose, e poi devo lavorare.”

“Ma Alex” protestò lei, “per una volta che ti chiedo una cosa… dai, che ti costa… tuo zio riparte per Ginevra sabato mattina… è l’occasione per avere tutta la famiglia riunita…”

Mentre discutevo con mia madre continuando a rifiutare di intervenire alla cena, in sottofondo sentivo i commenti di mio padre che mi gridava: Alex, beato te che lavori, pensa a me che dovrò per forza sopportare quel deficiente!(anche lui non aveva una grande opinione di Damiano, e non mancava di farlo notare).

Alla fine, non senza fatica, riuscii a evitare di essere coinvolto in quella cena prenatalizia e fui felice di averla scampata.

Un paio di giorni dopo ricevetti una telefonata dalla mia amica Silvia. Io stavo cucinando il pollo al limone, e come faccio sempre quando sono impegnato attesi che il telefono smettesse di squillare. Ma dopo una pausa riprese a suonare, e poi un’altra volta, così mi rassegnai a sciacquarmi le mani e andare a rispondere. Appena avvicinai il telefono all’orecchio udii la voce concitata di Silvia.

“Alex, emergenza! Mi serve il tuo aiuto!”

“Che succede?”

“Sabato c’è la cena di Natale del gruppo del teatro e devo andare. Ho bisogno che tu mi accompagni.”

“Ah. Hai bisogno che ti porti e ti rivenga a prendere?

“No, no, devi venire con me alla cena!”

Oddio, pensai, un’altra cena. No.

“E io che c’entro? Sono amici tuoi, e poi scusa… fatti accompagnare da Ivan…”

Le sfuggì un’imprecazione diretta a Ivan, che era l’uomo con cui intratteneva una travagliata relazione e con cui aveva continue discussioni e riconciliazioni.

“Nooo, lui si rifiuta di venire con me, io da sola non posso andare, farei la figura della sfigata! Alex, devi venire con me, ti pregoooo!”

Silvia è generalmente ragionevole, ma quando si fissa su una cosa è un’impresa quasi impossibile dissuaderla. Tentai in tutti i modi di spiegarle che odiavo le cene prenatalizie, ma lei era agitatissima e continuava a dirmi che doveva essere presente alla cena ma non poteva andare da sola, perché altrimenti avrebbero detto quello e pensato quell’altro, e alla fine riuscii ad arrivare a una mediazione dicendole che le avrei fatto sapere qualcosa entro il giorno successivo. Riattaccai e pensai che almeno avevo guadagnato un po’ di tempo per trovare una scusa accettabile, poi corsi in cucina a recuperare il pollo che nel frattempo si era quasi carbonizzato.

La mattina dopo ero intento a pensare a come districarmi dalla richiesta di Silvia quando nella mia stanza entrò il mio collega Gualtiero.

“Dimmi che sabato hai un impegno improrogabile.”

Lo guardai senza capire.

“No, per quanto ne so sabato non ho nulla da fare” replicai.

“Beh, è meglio che ti trovi qualcosa da fare e a cui non puoi rinunciare, perché quelli del commerciale ci hanno appena invitati alla loro cena prenatalizia.

“Oh, ma porco…” esclamai.

Sia io sia Gualtiero trovavamo i colleghi del commerciale insopportabili, e cercavamo di evitare di condividere con loro occasioni sociali non strettamente necessarie. L’antipatia era ricambiata, e non mi spiegavo il motivo per cui avevano deciso di invitarci alla loro cena annuale, che di solito era riservata a chi lavorava in quel reparto. Per declinare l’invito avrei dovuto rispondere che detestavo la loro compagnia, e la cosa non era molto saggia dal momento che eravamo nella stessa azienda; oppure avrei dovuto inventare una bugia, ma di questo non ero capace.

Gualtiero, in piedi davanti a me, mi guardava in silenzio. Visto che non dicevo nulla, dopo un po’ aggiunse:

“Se tu sei impossibilitato a partecipare, io posso trovare una scusa per non andare. Ma se vai, devo per forza venire anch’io”.

Restammo a guardarci senza sapere cosa fare; lui sapeva delle mia avversione a quel genere di eventi, e sapeva anche che ero incapace di raccontare frottole. In quell’istante il suono di una notifica sul telefono interruppe il silenzio. Era un messaggio di Silvia.

Allora, che cosa hai deciso? Ti prego, salvami!

Sollevai gli occhi dallo schermo del telefono.

“Sabato ho una cena con un’amica” dissi prontamente a Gualtiero. Mi ha invitato ieri sera, me n’ero dimenticato.”

“Cazzo, Alex. Potevi ricordartene subito, mi hai fatto sudare freddo.”

Tornò nella sua stanza, visibilmente sollevato; io invece emisi un sospiro e mi rassegnai ad accettare l’invito di Silvia.

Quel sabato passai a prendere Silvia e ci ritrovammo subito in un traffico impazzito, nelle strade addobbate con luci intermittenti e finte slitte di Babbo Natale fuori dai negozi affollati, e automobilisti invasati che strombazzavano il clacson e cercavano di speronarci per guadagnare qualche centimetro di vantaggio. Per raggiungere la destinazione impiegammo un tempo quattro volte superiore a quello occorrente per percorrere quella distanza; nel frattempo io avevo dato fondo alle mie scorte di insulti, attingendo per l’occasione anche al repertorio del mio capo, notoriamente creativo per quanto riguardava il turpiloquio.

Il ristorante, descritto da chi lo aveva prenotato aveva descritto come “un posto spazioso e tranquillo”, si rivelò una sorta di hangar, immenso e rumoroso. Evidentemente tutti gli abitanti della provincia avevano avuto l’idea di organizzare lì la cena prenatalizia, perché dopo una decina di minuti che eravamo seduti la sala si era già riempita di comitive vocianti di gente di tutte le fasce di età; le lunghe tavolate erano quasi appiccicate l’una all’altra, e i camerieri dovevano improvvisare danze del ventre per passare tra un tavolo e l’altro.

Del gruppo di amici di Silvia conoscevo tre o quattro persone, tutte le altre le vedevo per la prima volta. Il fragore della gente che chiacchierava e rideva era così forte che faticavo a udire la ragazza che mi sedeva accanto, e dovevo indovinare quello che diceva Silvia dall’espressione del suo viso. Tutti sembravano comunque divertirsi, anche se non riuscivo a seguire i loro discorsi. Mentre aspettavamo che arrivassero gli antipasti — il servizio era lentissimo e i camerieri impiegavano un’eternità — cercavo di darmi un contegno fingendo di ascoltare con interesse la conversazione di Silvia col suo vicino di posto.

Dopo un’ora gli antipasti non erano ancora stati serviti e io avevo raggiunto il mio limite di sopportazione. Quando mi trovo a tavola con più di quattro persone riesco a essere sociale per un tempo non superiore ai sessanta minuti, dopo i quali perdo la concentrazione e inizio a sentire a pelle la smania di andarmene: è questo il motivo principale per il quale non sopporto questo genere di cene. Per resistere ho elaborato delle strategie; una è quella di ascoltare le conversazioni ai tavoli vicini, e osservare gli altri clienti del ristorante cercando di capire chi sono, quali legami hanno tra loro, e immaginare le loro vite e le loro storie. A causa dell’affollamento e dei decibel che c’erano nel locale questo non potevo farlo, quindi passai alla seconda delle mie strategie: ascoltarmi mentalmente un brano musicale. In genere scelgo brani molto ritmati e ripetitivi, come Lonely Boy dei Black Keys, e me li faccio risuonare nella testa, con gli arrangiamenti e tutto. Mi aiutano a non annoiarmi e a sopportare i tempi morti nelle conversazioni, lasciando una parte del mio cervello vigile per cogliere eventuali domande da parte dei miei interlocutori.

Quando finalmente qualcosa di commestibile si posò sul nostro tavolo avevo già riascoltato per la terza volta il remix a 12 pollici di Lonely Boy. Feci per avventarmi sul piatto di portata che avevo davanti quando mi accorsi, con sgomento, che era pieno dell’unica cosa che non mangio: i funghi. Guardai tutti gli altri piatti. Funghi ripieni, crudi, alla piastra, in insalata, ovoli, pioppini, porcini, spugnole, solo funghi, funghi e funghi. Quando il cameriere aveva chiesto se volessimo l’antipasto avevo risposto di sì, senza neanche aprire il menù. Mi cadde l’occhio sul nome del ristorante scritto sul bordo del piatto di portata: Il paradiso del fungo.

Attorno a me tutti mangiavano allegramente e con appetito. Sospirando, bevvi un sorso della mia birra, che era quasi tiepida, e addentai un grissino al sesamo. Stavo per riprendere il remix di Lonely Boy per ingannare il tempo, ma proprio in quel momento si udì uno stridio dagli altoparlanti, seguito dal suono di una tastiera. Mi girai nella direzione in cui guardavano gli altri, e vidi che in fondo alla sala c’era un’orchestrina formata da tipi vestiti da Babbo Natale, che aveva attaccato ad eseguire motivetti natalizi. Ora per parlarci dovevamo gridare a squarciagola, e anche così la musica a tutto volume copriva le voci.

Lo strazio della cena si protrasse ancora due ore, durante le quali chiesi per tre volte altra birra che non mi portarono, furono serviti risotti e tagliatelle a base di funghi, mangiai una braciola che era più sbruciacchiata del mio pollo al limone e che doveva essere stata cotta sulla stessa griglia dei funghi, dei quali aveva assorbito un sapore che trovavo orrendo; e i babbi natali continuavano a suonare a ripetizione il repertorio natalizio, che non avevo mai sopportato neppure da bambino.

Quando poi i miei commensali iniziarono a scambiarsi pacchetti infiocchettati, ebbi finalmente un flash. Gli elementi c’erano tutti: il traffico, le luminarie, le musichette natalizie, la tavolata con tutti i cibi che odiavo mangiare, e adesso anche i regali. Era il perfetto loop delle cose che Dalia non sopportava e che si ripetevano tutti gli anni, cadendole addosso in una sequenza inarrestabile. Iniziai a immaginare una funzione iterativa, con l’algoritmo che Dalia cercava. Una voce mi interruppe: era Silvia, che si era alzata dal suo posto e si era infilata tra le sedie con movimenti da danza del ventre per venirmi a dire qualcosa.

“Ho un regalo anche per te, Alex” disse, porgendomi un pacchetto.

Mi ritrovai col pacchetto quadrato in mano, senza sapere come ricambiare.

“Io non ho un regalo per te”, le spiegai, imbarazzato. Lei sorrise.

“Sì che ce l’hai. Mi hai accompagnato a questa cena a cui non ti andava di venire, e hai sopportato una serata terribile senza quasi mangiare. Ma l’hai fatto, e questo è il più bel regalo che potessi farmi. Buon Natale, Alex.”

Avvicinò le labbra e mi baciò. Fu un bacio lento e dolce, con la sua bocca che sapeva della panna caramellata che aveva appena mangiato, e che facemmo durare il più a lungo possibile mentre attorno a noi si udiva il fragore dei piatti, delle risate e delle musiche dei babbi natali.

Quando fui a casa scartai il pacchetto. Dentro c’era una tazza nera e lucente sulla quale era stampato un algoritmo iterativo.

Quale regalo migliore per un genio dell’informatica? recitava il biglietto che Silvia aveva vergato con la sua grafia tondeggiante.

Misi la tazza sul mio tavolo, accanto al computer, orientandola in modo che la scritta si leggesse bene, poi misi su un disco dei Black Keys e mi sedetti sul divano ad ascoltarlo, mentre bevevo del rum ambrato di fronte al mio albero addobbato con gli eroi Marvel.

Ripensai al bacio di Silvia e alle sue labbra morbide e calde. Il rum era quasi altrettanto morbido, e io mi godevo il tepore e la musica con la testa appoggiata al cuscino e gli occhi chiusi.

Buon Natale, Alex.