Gli elenchi numerati

Alex Nagel #15

Qualche settimana fa sono andato a trovare i miei. Da quando ho iniziato a lavorare per la SoftWater Inc. mi sono trasferito in un’altra città e non abbiamo più molte occasioni per stare insieme. Certo, non è una grande distanza, appena un paio d’ore di macchina, ma spesso nei weekend sono impegnato a finire dei lavori e così i buoni propositi di andare da loro passano in cavalleria. Mia madre mi telefona, mi rimprovera di non chiamare mai e mi chiede: quando vieni? Io non so mai cosa rispondere. E’ vero che li chiamo raramente: son così fin da bambino, quando andavo in vacanza con le colonie organizzate dalla società di telecomunicazioni in cui lavora mio padre. Passavano due, tre settimane senza che telefonassi, e dovevano intervenire le animatrici per spronarmi a farlo. Ma io non lo facevo per cattiveria o disinteresse, semplicemente non ci pensavo, sapevo che i miei genitori c’erano e non sentivo nessun bisogno di parlarci in continuazione.

Crescendo ho imparato che alle persone in genere, e ai genitori in special modo, piace che si dedichino loro delle attenzioni, e mi sono sforzato di farmi sentire più spesso. Quando sono assorto dal lavoro, però, me ne dimentico. E’ stato quando ho consegnato un sito su cui avevo lavorato parecchio, e che mi aveva fatto penare, che ho pensato che erano trascorsi quasi tre mesi da natale e dalla mia ultima visita a casa. E così mi sono deciso ad andare.

Sono rimasti sorpresi di vedermi perché non li avevo avvisati. Mia madre si è disciolta in un enorme sorriso e ha esclamato commossa:

“Che bello da parte tua venire proprio per la festa del papà!”

Sono rimasto a guardarla senza capire, perché non sapevo neppure che fosse la festa del papà. Non ho mai fatto caso alle ricorrenze e qualche volta mi è capitato di dimenticare addirittura il mio compleanno, ma ho controllato sul mio smartphone e ho constatato che lei aveva ragione: era proprio il 19 marzo. Mio padre era in soggiorno e stava attaccando un quadro alla parete. Quando mi ha visto è sceso dalla scala e mi è venuto incontro.

“Auguri, papà” gli ho detto abbracciandolo.

Lui ha fatto una mezza risata.

“Davvero ti sei ricordato che oggi è la festa dei padri?”

Lui conosce bene la mia avversione per tutti i tipi di festività. Gli ho risposto, sinceramente, di no, che me lo aveva detto poco prima la mamma.

“Non hai fatto uno dei tuoi soliti elenchi numerati?”

“No, ho deciso all’ultimo momento di passare a trovarvi.”

Gli elenchi sono una mia specialità. Ho cominciato a farli non appena ho imparato a scrivere. Mi servono per classificare oggetti, ricordare cose, fare cronologie di eventi e priorità. Ho bisogno di schemi e di sequenze per fare ordine nella mia vita. A scuola i miei amici mi chiamavano “il catalogatore”; in famiglia i primi tempi hanno ironizzato su questa mia tendenza, poi non ci hanno fatto più caso.

La particolarità dei miei elenchi è che sono sempre 9 elementi. Perché non arrivino a 10 me lo hanno chiesto un’infinità di volte, e ogni volta ho dovuto rispondere che è una questione di cifre, non di numeri. I miei elenchi numerati sono liste ordinate di cifre, non arrivano al 10 che è un numero composto di due cifre. In genere questa sottile ma fondamentale differenza la capiscono in pochi, così alla lunga ho smesso di dare spiegazioni. Anche perché quando lo spiegavo c’era sempre qualcuno che insisteva con : “e lo zero?” E io giù a dire che lo zero è un altro concetto, che non stavo parlando di linguaggio binario e compagnia bella, e in definitiva le mie sequenze iniziano da 1 e terminano a 9 perché mi piace così.

In genere quando vado a trovare i miei mi porto dietro una lista di cose da ricordare (ad esempio prendere un certo libro, o chiedere a mia madre come si tolgono le macchie di caffè dalla fodera del divano). Non perché sia propenso a dimenticarmi le cose, ma perché devo fissarle e vederle scritte.

Insomma, eravamo a pranzo e io stavo mangiando la mia cotoletta, tagliandola meticolosamente dalla periferia al centro in perfetti bocconi triangolari, quando hanno suonato alla porta. Era la vicina di casa.

“Oh, stavate pranzando, scusate. Ma ho visto la macchina di Alex e ho pensato che era qui, così mi sono detta: chissà se può aiutare mia nipote Sabrina che ha un problema con l’indice della tesi e con gli elenchi dentati…”

“Indentati” ho detto io ad alta voce con la bocca piena e ho sbuffato, senza dar retta all’occhiataccia di mia madre, che le ha risposto subito:

“Ma certo, falla scendere tra una mezz’ora, sarà felice di aiutarla, vero, Alex?”

Volevo replicare che non ne avevo nessuna voglia, ma in quel momento il boccone era a metà strada nella gola e ho iniziato a tossire rischiando di strozzarmi. Così, mentre mio padre mi dava grosse pacche sulla schiena, la vicina se n’è andata tutta contenta. Ho provato mille volte a spiegare a mia madre che il fatto che uno sia informatico non significa che debba aiutare tutti quelli che hanno un cazzo di problema col computer o che non capiscono come si usa una funzione di word, ma lei sembra non recepire. Il risultato è che ogni volta che metto piede a casa dei miei c’è la visita di qualcuno con le richieste più disparate (una volta il farmacista pretendeva che gli cablassi completamente la farmacia e l’appartamento che ha di sopra, il tutto naturalmente gratis e in amicizia).

Subito dopo il caffè si è affacciata alla porta la nipote della vicina. Ero abbastanza maldisposto e di cattivo umore, ma quando l’ho guardata le paturnie sono passate. Era una ragazza alta e molto bella, e con modi eleganti, cosa sorprendente considerando che la zia era piuttosto bruttina e rustica. Mi si è avvicinata timidamente con il suo portatile, e l’ho invitata a mostrarmi il problema.

“Scusami, non volevo disturbarti. Ma mia zia ha insistito” ha detto sorridendo e facendo subito dopo una smorfia.

Ha fatto scorrere le pagine del documento e mi ha fatto vedere le voci di sommario che non riusciva a formattare. Le ho spiegato come doveva fare, poi siamo passati agli elenchi.

“Questi elenchi mi stanno facendo impazzire! Guarda qui…”

L’ho aiutata anche con l’indentazione. La ragazza mi ascoltava attentamente e capiva subito le mie istruzioni, e provavo simpatia per lei. Dopo un po’ stavamo chiacchierando e io le stavo spiegando perché preferivo gli elenchi numerati a quelli puntati.

“Gli elenchi puntati contengono un insieme di oggetti, che non necessariamente sono in ordine logico. Gli elenchi numerati richiedono un rigore. Sono più difficili da strutturare, perché ti costringono a pensare e dare un valore decrescente alle cose, o un ordine temporale preciso, o una catena di cause ed effetti. Riesci a seguirmi?”

“Credo di sì” ha detto lei con un sorriso. “Nella mia tesi li ho usati qualche volta, ma adesso che mi ci fai pensare non con il rigore di cui parli.”

“L’ordine è fondamentale per pensare, e l’ordine numerico non è mai casuale. Io uso sempre liste numerate. Come questa.”

Ho tirato fuori dal portafoglio una delle mie liste, scritte con inchiostro di china nero. Era un appunto che avevo preso mentre parlavo con un cliente e riportava le richieste che mi aveva fatto per sviluppargli un sito di e-commerce. Lei ha guardato il foglietto, ha alzato gli occhi e mi ha chiesto:

“E perché le scrivi a penna? Perché non al computer, o sullo smartphone?”

“A volte mi piace usare carta e penna. Ma mi sarei aspettato un’altra domanda: perché la lista finisce al punto 9…”

“E dove doveva finire?” ha detto lei, tutta seria. “Il 9 è l’ultimo numero della serie.”

“Sicura? Non il 10?”

Ha scosso la testa.

“No. Il 9. Lo so che il nostro è un sistema decimale, ma per me il 10 fa già parte di una serie successiva.”

Stavolta sono stato io a sorridere: finalmente avevo trovato qualcuno che mi capiva e che condivideva la mia visione! Abbiamo chiacchierato ancora e alla fine le ho chiesto se le andava di andare a bere qualcosa insieme. Ha esitato un po’, poi mi ha detto di sì.

Venti minuti dopo eravamo seduti al tavolo di un bar del centro. Io ho chiesto un manhattan e lei un vodka sour. Mentre parlavamo piacevolmente continuavo a pensare stupito a questa consonanza che si era creata tra me e lei sugli elenchi a nove punti. Ma qualcosa mi metteva a disagio: era come se una parte del mio cervello avesse annotato un particolare che non era stato elaborato dalla coscienza, forse qualcosa che avevo visto, ma di sfuggita.

Poi è arrivato il cameriere con le ordinazioni, e lei ha preso con tutte e due le mani il suo bicchiere.

E’ stato allora che ho capito.

In una mano aveva 4 dita. Doveva essere nata così, perché la mano era affusolata, solo leggermente più stretta dell’altra. Era questa la cosa che il mio cervello aveva registrato ma che non era emersa alla coscienza. Ora lo vedevo chiaramente, mentre lei sorbiva soddisfatta il suo drink: aveva in tutto 9 dita. Mi sono ricordato che il mio professore di matematica delle medie diceva che il sistema di numerazione decimale è nato probabilmente dall’uso di contare con le dita della mani. Questo spiegava perché non aveva trovato strani i miei elenchi. Il 9 è l’ultimo numero della serie.

“Come sei assorto!” ha esclamato allegramente lei, “a che cosa stai pensando?”

Ho preso il mio bicchiere, ho girato la cannuccia nel ghiaccio che si stava già liquefacendo e ho accennato un sorriso.

“Agli elenchi numerati.”

E’ rimasta perplessa ma non ha replicato. Ma deve aver pensato che ero un tipo strano, perché dopo un po’ mi ha detto che si era ricordata di un impegno e doveva tornare a casa. Malgrado lei mi piacesse, ne sono stato sollevato. Quanto?

Da 1 a 9, direi 9.