Guida all’uso delle parole

Alex Nagel #02

Il modo in cui ho scoperto la mia condizione è stato casuale. Intendiamoci, ho sempre saputo di essere un po’ strano, più che strano particolare, ecco. Fin da quando ero piccolo. Ma non ho mai associato la mia particolarità a una condizione, tantomeno ho mai avuto il sospetto che potesse avere un nome e una classificazione.

Sono stato un bambino che amava stare da solo. Non ero di indole triste, anche se sorridevo di rado, e non ero esattamente un bambino solitario, nel senso che se capitava non avevo problemi a giocare con gli altri bambini; solo che non li cercavo, preferivo giocare da solo. Non ho mai amato i giochi di gruppo, né le compagnie chiassose. Non che non mi piacessero le persone, ma proprio non ce la facevo a stabilire una sintonia: non riuscivo mai a capire quando erano allegre, o dispiaciute, o arrabbiate, o perché si comportassero in un determinato modo. Ho imparato a parlare tardi, ma non perché fossi stupido o avessi ritardi. Semplicemente, mi sembrava di non avere nulla da dire.

Per il resto mi sembra di essere cresciuto normalmente, e a scuola ero discretamente bravo. Alcune materie suscitavano il mio interesse: il disegno, la musica e la matematica. Nelle altre ero nella media. Avevo qualche problema con l’italiano. Non capivo molto bene le figure retoriche, e avevo difficoltà con quello che il mio maestro definiva “leggere tra le righe”.

“La favola della volpe e l’uva ha una morale, Alex. Sforzati di leggere tra le righe.”

E’ stato per questo che dopo le superiori mi sono iscritto alla facoltà di Lettere. Volevo imparare a usare le parole e a padroneggiare i misteri del linguaggio, pensavo che così finalmente avrei capito il significato nascosto che le espressioni dei volti, i gesti e l’intonazione mi nascondevano. Ricordo ancora uno dei primi esami, quando recitando alla perfezione la Retorica Generale di Dubois mi guadagnai il primo trenta e lode. Sì, la recitai, perché avevo deciso di imparare a memoria gli esempi della sineddoche, dell’ossimoro, dell’allegoria e tutto il resto. Avrei avuto una chiave di interpretazione del mondo.

Dopo il quarto esame lasciai e mi dedicai ad altro. Ero diventato bravo con le parole, o almeno con il loro uso sociale, ma preferivo il linguaggio di programmazione. E’ pulito, è logico, è univoco. Richiede una sequenzialità che mi è familiare. Programmare divenne il mio principale lavoro. Quando non programmavo mi piaceva disegnare, per lo più con matite e chine, e ascoltare musica. Mi piace molto la musica, mi fisso sulle cose e sono capace di ascoltare lo stesso brano sedici volte di seguito, ma quando programmo devo farlo in silenzio.

Nadia l’ho conosciuta online.

Leggere quello che scriveva mi interessava. A lei piacevano i disegni che pubblicavo, e abbiamo iniziato a scriverci, senza esserci mai visti. Per tre giorni, forse quattro, ci siamo scritti, telefonati, messaggiati di continuo. Si è creato qualcosa per me completamente nuovo, era come se la conoscessi da sempre e come se lei mi dicesse esattamente le cose che pensavo un secondo prima che le dicessi io.

Ma le cose sono sempre complicate, almeno quelle che capitano a me, e dopo quei tre giorni lei ha iniziato a essere strana, o forse lo era sempre stata. A volte era lei a cercarmi, e sembrava che al mondo non ci fosse nessuno più importante di me. Altre volte era come se io non esistessi. Cercavo di farle capire ciò che provavo, con disegni, parole, musica. Lei sembrava non afferrare mai, eludeva l’evidenza che tentavo di mostrarle in modo indiretto. Ero scoraggiato, e anche arrabbiato. “Eppure sono bravo con le parole”, pensavo. “Perché finge di non capire?”

Un giorno stavo lavorando al sito di un’associazione che portava quel nome, dal suono simile a un serpente, che avevo spesso letto di sfuggita. Sapevo che era una condizione di disabilità, la associavo alla sua manifestazione più nota, gli idiots savant. Tra i materiali che dovevo pubblicare e che il presidente dell’associazione mi aveva inviato, c’era un link a un test per riconoscere le persone con quella condizione. Lessi la descrizione. Ebbi l’illuminazione: forse Nadia era proprio così, forse per questo non afferrava ciò che tentavo di farle capire.

Volevo vedere le domande del test, ma per farlo bisognava rispondere a una domanda alla volta. Pensai, “va bene, provo a farlo io questo test, così leggo le domande e capisco se Nadia ha questa condizione.” Avrebbe spiegato la sua stranezza, il suo non capire ciò che scrivevo tra le righe. Il test era lungo. Impiegai diverso tempo, perché sono lento a leggere.

Tendi ad essere così assorbito dai tuoi interessi speciali da dimenticarti o ignorare qualsiasi altra cosa?

Noti spesso schemi nelle cose?

Hai un talento speciale che hai enfatizzato e su cui hai lavorato?

Le domande come queste erano un centinaio. Alla fine del test lessi il punteggio. Dieci su dieci per la sindrome di Asperger. Rilessi più volte, ripetendo dentro di me quella parola, il nome dal suono simile a un serpente. Non è vero, pensai. E’ vero, mi diceva una parte di me che lo aveva sempre saputo. Io ero così. Non so se anche Nadia lo fosse, non so se avessi rispecchiato in lei quello che ero io, ma so per certo che non è vero che due persone con una neuropatia simile si riconoscono. Perché ciascuna è diversa dall’altra.

Non ho detto nulla a nessuno, perché detesto le etichette. Se i miei amici, i colleghi e i familiari sapessero che sono una persona con tratti Asperger mi guarderebbero in modo diverso.

Non ho detto nulla neppure a Nadia. Continuiamo a sentirci, lei continua a sparire e a riapparire. Io a volte la cerco, a volte preferisco disegnare o ascoltare musica. Quando la cerco le invio un mio disegno o un brano musicale. Ho quasi rinunciato a usare le parole con lei, tanto non le capisce.

Ma lei di questo sembra non essersi accorta.