Home sweet home

Alex Nagel #35

Il giorno in cui entrai per la prima volta nella mia nuova casa mi svegliai con una sensazione strana. Era una bella mattina di maggio e il sole filtrava dalle tapparelle abbassate, riverberando sulla testata del letto. Quando i raggi mi arrivarono sulle palpebre chiuse mossi la testa, infastidito, e senza aprire gli occhi spostai il viso di qualche centimetro dove c’era l’ombra, per riprendere a dormire. Ma il fastidio continuava: stavolta era qualcosa sulla mia guancia destra, una specie di carezza lieve ma persistente. Pensai che doveva essere il gatto che era venuto a svegliarmi, così biascicai, con la bocca ancora impastata:

“E dai, Spider, falla finita.”

Agitai una mano per scacciarlo ma la mia mano non toccò nulla. Mi sollevai a sedere sul letto e vidi che il gatto stava dormendo ai miei piedi. L’orologio segnava le sette e due minuti; alle nove avevo appuntamento per andare a vedere la casa, la quinta in un mese.

Tutto era iniziato quando avevo deciso di cambiare abitazione, all’inizio della primavera. In una delle mie passeggiate avevo visto un bel villino in vendita sulla riva del lago, e avevo telefonato all’agenzia immobiliare chiedendo di visitarla. Un paio di giorni dopo mi ero presentato all’agenzia, dove avevo appuntamento per farmi mostrare la casa. Fui ricevuto da una donna giovane, vestita in modo elegante, che mi accolse con cortesia e con un sorriso che mi colpì per la sua bellezza. Aveva lunghi capelli biondi e il viso leggermente truccato.

“Buongiorno, signor Nagel. Io sono Giorgia, ci siamo parlati per telefono.”

La salutai, e dopo i convenevoli di rito mi mostrò la planimetria della casa e me ne illustrò le caratteristiche, che io già conoscevo avendole viste sul sito dell’agenzia; ma era un piacere sentirla parlare e non mi sentii di interromperla nella sua descrizione quasi poetica, anche se sapevo benissimo che per lei era un lavoro e lo faceva solo per vendere l’immobile. Uscimmo nella mattinata calda e luminosa e andammo a visitare la casa, che si trovava in via dell’Albatro.

La casa era una costruzione nuova, su due piani, circondata da un verdissimo prato inglese con cespugli di ortensie e alberi di sambuco. Aveva le mura completamente bianche, che riflettevano in modo abbagliante la luce, e le persiane dipinte di azzurro. Entrammo; il piano terra era occupato da un grande salone con cucina a vista, e al piano di sopra c’erano quattro camere. Dopo un breve giro nel salone salimmo le scale, e la ragazza mi condusse in una delle camere dove spalancò la finestra per farmi ammirare il panorama.

“Guardi: vista lago, come le avevo detto!”

Mi affacciai a guardare. Mentre lei mi parlava con entusiasmo dei vantaggi di avere una casa come quella ed elencava i servizi che si trovavano in zona, il mio cervello iniziò a visualizzare l’aspetto che la casa avrebbe preso una volta che mi ci fossi stabilito. Immaginai le pareti ridipinte, la disposizione dei mobili, l’assegnazione degli ambienti alle diverse attività. Mi bloccai quando arrivai a pianificare il piano di sotto: come avrei fatto a separare i colori della zona giorno e della zona cucina? Se avessi dipinto la prima in azzurro e la seconda in verde, come nelle mie intenzioni, il contrasto sarebbe stato troppo stridente; meglio, allora, separare i due ambienti tirando su un tramezzo, ma allora avrei dovuto spostare la zona cucina dal lato opposto, dove c’era un’ampia finestra. Mentre facevo queste riflessioni Giorgia aveva smesso di parlare e mi guardava, aspettando una mia replica. Io, che non avevo ascoltato nulla di ciò che aveva detto, le chiesi:

“Qui non ci sono balconi, vero?”

Lei restò qualche secondo perplessa, e forse delusa del fatto che non le avevo prestato attenzione, ma poi mi sorrise.

“No, ma c’è un ampio porticato di sotto, come ha visto.”

Scendemmo le scale e andammo in giardino.

“Lei ha delle esigenze speciali sugli spazi esterni? Oltre al giardino vorrebbe dei balconi e dei terrazzi? O preferisce un appartamento con un grande terrazzo senza giardino?”

Camminammo sul sentierino in pietra che girava intorno alla casa.

“Voglio il giardino, ma anche un terrazzino o dei balconi. Ho un gatto che ha bisogno di spazio e dove abito adesso ho un terrazzino abbastanza grande, ma sento la mancanza di un giardino esterno.”

“Possiamo vedere altri tagli simili che rispondano alle sue richieste.”

Nei sabati successivi Giorgia mi portò a vedere altre case. Dopo quella in via dell’Albatro ci fu la casa in via Miralago: era una costruzione rettangolare, con i muri dipinti in verde pallido, un ampio terrazzo panoramico con ringhiere in ferro battuto e una mansarda con il tetto spiovente. La cucina era grande e separata dal salone, adiacente al quale c’era una camera abbastanza spaziosa da poterla adibire a studio, ma il giardino era poco più di un fazzoletto di terra con dei vasi di piante grasse mezze secche e scheletriche.

Poi ci fu la casa di via San Martino. Era una villetta dall’aspetto insolito, in stile art deco, con vetrate colorate al piano terra e intarsi in mosaico all’esterno. Nel giardino c’era una fontana in pietra che zampillava acqua dalla bocca di un satiro danzante, e le bordure di azalee fiorite mandavano bagliori rosa e violetti. A dispetto dell’esterno promettente, la casa era suddivisa in ambienti piccoli e poco luminosi, e comunque fu venduta prima che io potessi prendere una decisione.

La casa di via Pratolungo si trovava in una strada interna e non aveva la vista sul lago. Tra tutte quelle che avevo visto si rivelò la più prossima ai miei desideri : le mura erano rivestite in pietra, le stanze erano ampie e piene di luce, e le travi a vista e il pavimento in legno davano una piacevole sensazione di calore. Il prato, tuttavia, rispecchiando fedelmente il nome della via, era una lunga striscia d’erba senza alberi e senza cespugli. In un angolo c’era una casetta di legno che doveva essere stata la cuccia del cane del proprietario.

“Gli alberi potrebbe piantarli” mi disse Giorgia, incoraggiante.

Scossi la testa.

“No, è che la mia idea di giardino è molto diversa. Alberi, piante, fiori, arbusti.”

“Qualcosa come un piccolo parco?”

Feci cenno di sì. Lei si fermò a riflettere.

“Potrei proporle qualcosa di diverso da tutto quello che ha visto finora. E’ una casa in vendita con trattativa riservata.”

“Che cosa significa?”

“Che il proprietario vuole comunicare il prezzo di acquisto direttamente al potenziale acquirente. La avverto, però, il proprietario è un tipo difficile, finora ha rifiutato tutte le offerte.”

Tornammo all’agenzia e lei mi mostrò la planimetria della casa in vendita con trattativa riservata, e ci accordammo per vederla la settimana successiva.

E così ora stavo andando all’appuntamento.

Giorgia mi aspettava, come sempre, fuori dall’agenzia; indossava un tailleur grigio pallido, che mal si abbinava al colore dei suoi capelli. Con me era stata sempre gentile e paziente, ma nonostante ciò ogni volta che avevamo visto insieme una casa avevo provato una sensazione di disagio che non capivo da dove venisse.

La casa di via delle Quattro Rose si trovava nei pressi di una località chiamata Punta Verde, un dente di terra rocciosa che finiva a strapiombo sul lago. Entrammo con la macchina in un viale alberato, e man mano che procedevamo vidi che su entrambi i lati della strada c’erano dei cancelli attraverso le cui grate si intravedevano villette di varie forme e colori.

Giorgia fermò la macchina davanti a un cancello in ferro battuto e scese per suonare al citofono. Quando il cancello si aprì ci trovammo in un parco quasi incolto, con l’erba che aveva bisogno di essere tagliata e alberi tra i quali riconobbi salici, magnolie, tigli e limoni.

L’uomo che ci aspettava sulla soglia di casa era alto e magro, con barba e capelli grigi, e aveva l’espressione seccata.

“Siete in ritardo di due minuti” disse guardando il vecchio orologio che portava al polso.

Giorgia gli sorrise, accomodante.

“Buongiorno, signor Jansen. Ci scusi.”

L’uomo guardò prima lei, squadrando il suo tailleur con una smorfia di disgusto, poi rivolse lo sguardo a me.

“Sono Dick Jansen” mi disse senza tendermi la mano.

“Io sono Alex Nagel” replicai, sostenendo il suo sguardo.

“Lei è britannico?” mi chiese con aria sospettosa.

“Per metà, da parte di padre.”

Ci fece entrare e chiuse la porta alle nostre spalle.

“Questa conversazione continuerà in inglese” annunciò rivolgendosi a Giorgia in un tono che non ammetteva repliche. Lei sorrise di nuovo senza dire nulla, e la udii sospirare mentre Jansen ci conduceva nel salotto. La stanza era priva di mobili, tranne un divano di pelle color porpora, e ingombra di casse di legno e scatoloni chiusi.

“Devo ripartire per l’Olanda alla fine del mese. Ho trascorso 12 anni in questa casa e chi verrà ad abitarci dovrà fare qualche lavoro di ristrutturazione. Credo che la signora ti abbia detto quali sono le condizioni di vendita.”

Si rivolgeva a me come se Giorgia non fosse presente. Risposi esitando.

“Mi ha detto che è una trattativa riservata, ma non ho idea di quale sia il prezzo della casa.”

“Il prezzo te lo dirò se deciderò di vendertela. Prima devo sapere che uso intendi farne. Tu quanti anni hai?”

“Trentadue.”

“E stai per sposarti?”

Risposi di no, che non avevo intenzione di sposarmi, e che in quel momento storico della mia vita ero single. Jansen mi fece molte domande: volle sapere che lavoro facevo, perché stavo cercando una casa di quel tipo, se avevo figli o animali, e cose del genere. Io risposi a tutte le sue domande, nonostante trovassi singolare dover passare una specie di test per acquistare una casa.

Alle fine parve soddisfatto e ci fece cenno di seguirlo. Ci portò dapprima in cucina, poi in un’altra stanza che affacciava sul retro del giardino e che era piena di libri impilati sul pavimento. Notai che sulla pila più alta c’era un vecchio libro foderato con della carta pesante un po’ ingiallita, su cui qualcuno con un pennarello aveva scritto Zur Farbenlehre.

“Goethe” mormorai.

Jansen si voltò a guardarmi con una scintilla di interesse.

“Conosci la Teoria dei colori?”

“L’ho letta nella traduzione inglese. Ma non mi è piaciuta.”

“E sentiamo, perché?”

La domanda, posta in tono di sfida, mi mise a disagio, ma presi fiato e risposi:

“Ha un approccio intuitivo e non matematico, che non spiega tutto ciò che andrebbe spiegato. L’indaco, ad esempio. Mi chiedo se lo abbia mai visto veramente, o se lo abbia voluto inserire nello spettro dei colori solo per far sì che fossero 7 e non 6, secondo la simbologia dei numeri…”

Gli occhi dell’uomo brillarono e la sua smorfia si mutò in un sorriso.

“Sì, esatto, l’indaco, l’unicorno dei colori, il blu estatico che molti artisti hanno immaginato, i pigmenti cercati da Giotto per dipingere la notte stellata… la simbologia dei sette colori dello spettro luminoso… Vieni, ragazzo” esclamò, invitandomi a salire le scale che portavano al piano superiore. Giorgia ci guardava meravigliati, ma ancora una volta rimase in silenzio e ci seguì.

Jansen ci condusse nelle quattro stanze del primo piano che, con mio grande stupore, avevano ciascuna un colore diverso alle pareti: giallo-verde, blu, rosso-viola e arancio. Pensavo di essere il solo a dipingere le stanze della mia casa a colori intensi, e invece ecco davanti a me la perfetta composizione di un accordo cromatico, con dei colori perfettamente saturi e senza compromessi.

Dovevo averlo detto ad alta voce senza rendermene conto, perché Jansen annuiva energicamente e con entusiasmo, ripetendo: e così tu conosci gli accordi cromatici! meraviglioso, meraviglioso!

Ci soffermammo nella camera color arancio, nella quale aveva sistemato un laboratorio-studio in cui disegnava, dipingeva e miscelava le tinte di colori. Parlammo di pittura, di numerologia, della teoria newtoniana dei colori, di Itten e di Albers. Io gli descrissi la mia casa dipinta con i colori primari, e malgrado non potessi competere con le sue conoscenze e con il numero delle sue letture trovammo molti argomenti comuni di conversazione, sui quali ci intrattenemmo per una buona mezz’ora. Giorgia, pur non partecipando, seguiva con interesse e sembrava contenta dell’atmosfera che si era creata. Chiacchierando Jansen ci portò nella mansarda, che si apriva su un ampio terrazzo in parte coperto da un gazebo, con piante di lavanda e rosmarino in grandi vasi quadrati di pietra. Nella parte scoperta del terrazzo c’erano due ragazze: una, che poteva avere all’incirca sedici anni, stava prendendo il sole su un lettino da spiaggia; l’altra, di qualche anno più piccola, leggeva un libro seduta a un tavolo da giardino.

“Le mie figlie, Marilise e Anne” disse Jansen.

Le due ragazze, che avevano il viso quasi identico e gli stessi capelli rossi, ci salutarono con un monosillabo alzando appena la testa. Spostai gli occhi e guardai il panorama: il terrazzo aveva una splendida vista sul lago, del quale si intravedeva la sponda opposta.

Poi scendemmo nel parco e Jansen ci accompagnò tra sentieri in pietra ricoperti d’erba, edere che si arrampicavano sui muretti, fontanelle di bronzo e cancelletti in ferro mezzo arrugginiti. Era tutto come lo avevo immaginato, ed era esattamente quello che volevo per me e per Spider.

“Avrai bisogno di un giardiniere” disse Jansen indicando gli alberi che da tempo non venivano potati. Era tornato a usare l’italiano. Tornammo in casa e ci fece accomodare sul divano.

“Ti va bene questo prezzo, Alex?” mi chiese, porgendomi un foglietto ripiegato che aveva tirato fuori da una tasca.

Trasalii leggendo la cifra, che era addirittura inferiore a quella che mi era stata chiesta per le case di via dell’Albatro, via Miralago e via Pratolungo, e pressappoco uguale a quello della casa art deco di via San Martino. Annuii e passai il foglietto a Giorgia, la quale mirabilmente conservò il suo aplomb. Poi, per la prima volta dall’inizio della visita, Jansen si rivolse a lei e con modi gentili le chiese se il lunedì successivo poteva preparare i documenti per la vendita della casa.

“Certo, signor Jansen, torno a studio e preparo subito il contratto preliminare, per lunedì sarà pronto.”

Prima che andassimo via Jansen insistette perché assaggiassimo dei biscotti di noci e cioccolato che erano una delle specialità della sua cuoca, e mi fece dono di una serie di libri sull’arte fiamminga che mise in una cassa di legno che avrei trovato nella casa dopo il trasloco. Mentre uscivamo raccomandò a Giorgia con fare affettuoso:

“Non indossi vestiti di quella tonalità di grigio. Non è un colore. I non-colori non hanno senso, e spengono i suoi.”

Lei sorrise e lo salutò.

Più tardi, in macchina, mi chiese:

“Non ho mai visto Jansen così espansivo e cordiale. Sembrava trasformato, le altre volte ha quasi cacciato in malo modo gli acquirenti che gli ho portato. E quel prezzo così basso… Mi dica, Alex, come ha fatto?”

“Beh, Jansen mi ricorda un po’ mio nonno. E’ un tipo un po’ strano anche lui, e sono abituato a quel genere di persone.”

Giorgia mi lanciò un’occhiata di sguincio, e pensai che forse lei trovava strano anche me.

Un mese dopo entrai in possesso della nuova casa. Avevo deciso di mantenere intatte le tinte delle quattro stanze del primo piano, ma il resto della casa aveva bisogno di una rinfrescata e mi ero accordato con due operai che mi erano stati consigliati dall’agenzia e che avrebbero iniziato il lavoro la mattina dopo. Avevo appena avuto le chiavi ed ero passato a portare un paio di buste con detersivi e stracci che avevo acquistato al discount.

Nella casa, dopo il trasloco del vecchio proprietario, erano rimasti il divano color porpora del salone, la cucina in muratura, alcuni mobili disseminati tra i diversi ambienti e due casse di libri.

Mi sedetti sul divano e immaginai come sarebbe stato felice Spider di scorrazzare in quel giardino così grande e pieni di anfratti in cui poteva nascondersi e dare la caccia alle lucertole. Chiusi gli occhi beatamente, nella luce del crepuscolo, e respirai il profumo delle rose inselvatichite che entrava dalla finestra socchiusa alle mie spalle. Una lieve carezza sulla guancia mi fece sorridere, e mi provocò una sensazione di solletico.

“Smettila, Spider” dissi spostando il viso.

Quando mi resi conto che ero completamente solo e che non avevo portato Spider con me, spalancai gli occhi bruscamente.

Fu allora che sulla bianca parete che avevo di fronte lo vidi. Nella sua perfetta e intensa luminosità, un piccolo cerchio di colore iniziò a espandersi rapidamente, fino a ricoprire l’intero muro. Davanti a me c’era l’unicorno dei colori, di cui Newton e Goethe avevano scritto senza mai averlo visto.

Chiusi gli occhi, li riaprii, poi di nuovo, e di nuovo. Stavo guardando il colore sublime: stavo guardando l’indaco.