Il futuro è il grafene

Alex Nagel #33

Il giorno in cui decisi che mi sarei lasciato crescere la barba fu l’inizio di una serie di cambiamenti. Per molto tempo nella mia esistenza le cose erano state immutabili e senza scossoni: la stessa città, la stessa casa, lo stesso lavoro, gli stessi interessi, e anche, per un paio d’anni, la stessa ragazza. Poi uno di questi ingranaggi si era frantumato, e aveva messo in discussione la fissità dell’esistenza di tutti gli altri.

Uscivo da un periodo emotivamente difficile e da un’influenza che mi aveva messo a terra per due settimane; durante la doppia convalescenza, sia morale sia fisica, mi sorpresi a guardare con fare annoiato la mia casa e il mio aspetto, e a desiderare che entrambi fossero diversi. Non era proprio un pensiero preciso, ma una sensazione di disagio. L’inverno era stato lungo e cupo, con sequenze di giornate piovose interrotte solo sporadicamente da squarci di sole. Quando finalmente mi alzai dal letto senza la febbre e con un certo appetito, aprii la finestra e vidi che nel cielo non c’era una nuvola. E forse fu quello il momento in cui la necessità di un cambiamento iniziò a farsi strada nella mia mente.

Ero stato due settimane senza farmi la barba, e davanti allo specchio esitai con il rasoio in mano; guardai l’immagine riflessa e decisi che non ero poi così male. Posai il rasoio, finii di lavarmi e andai a vestirmi. Di nuovo, rimasi incerto davanti all’armadio aperto. Tutti i miei abiti erano sui toni del blu, del nero e del grigio scuro. Non amavo indossare altri colori, eppure in quegli istanti pensai che mi sarebbe piaciuto avere qualcosa di diverso.

In ufficio i colleghi notarono subito il cambiamento. Le ragazze mi guardavano con interesse, e un paio di loro mi dissero che con la barba acquisivo un’aria da bel tenebroso che trovavano piuttosto intrigante. Non ho mai saputo spiegarmi perché molte donne non trovano attraenti gli uomini con l’aspetto da bravo ragazzo. Anche il capo si complimentò con me, cosa che trovai piuttosto strana; ancora più singolare fu il fatto che nei giorni successivi mi trattò in maniera molto amichevole, quasi con deferenza, e addirittura arrivò a offrirmi un aumento di stipendio, diversi benefit e una posizione ancora più prestigiosa di quella che occupavo. Da come mi parlava pareva che mancasse poco che mi offrisse il suo posto. Lo dissi a Gualtiero durante una pausa caffè.

“Mmh” fece lui, con lo sguardo rivolto altrove.

“Mmh cosa?”

Mi parve imbarazzato e insolitamente silenzioso.

“Se hai qualcosa da dire fallo” lo incalzai, “ho l’impressione che tu sia a conoscenza di qualcosa che non so.”

Ero preoccupato: forse la nostra società era in cattive acque? O il capo aveva problemi di salute e voleva assicurare che i suoi più stretti collaboratori potessero sostituirlo?

Lui buttò via il caffè senza berlo.

“Non volevo parlarne perché non c’è ancora nulla di preciso. Ecco, non dovrei neanche dirtelo, anzi, fai finta che non ti stia dicendo niente, ma corre voce che la FeelSoft Inc. voglia assumerti.”

Trasalii: la FeelSoft Inc. era una delle più grandi società informatiche del mondo.

“E tu come lo sai?”

“Ho ascoltato per caso una conversazione del capo al telefono. Qualcuno gli ha soffiato che sono interessati a te.”

Se era vero, questo spiegava il motivo della generosa offerta del capo; la cosa che mi lasciava perplesso era che non ero stato contattato da nessuno, quindi non c’era nessuna certezza dell’offerta. Mi presi qualche giorno per accettare la proposta del capo, e un paio di giorni dopo ricevetti una telefonata da un dirigente della FeelSoft Inc. che mi invitava a un colloquio perché erano interessati ad avermi con loro. Andai al colloquio, e fui quasi sgomento quando mi offrirono di ricoprire un ruolo ad alto livello, con una retribuzione dieci volte più alta di quella che mi era stata prospettata dal mio capo. La sede di lavoro era in un’altra città e avrei dovuto viaggiare spesso all’estero.

Presi tempo anche con loro e me ne tornai a casa a pensare il da farsi. Mi sedetti sul divano e mi guardai intorno. Era il mio soggiorno, con le pareti tinteggiate di un blu perfetto, l’arredamento minimalista, le pareti ricoperte di scaffali con i libri d’arte e di matematica e le collezioni di fumetti, e le grandi finestre che davano sul lago. Era la mia particolarissima casa, con la cucina interamente verde e la stanza da letto rossa, la casa che avevo acquistato da una decina d’anni. Qualche settimana prima avevo ricevuto la comunicazione della banca che il mio mutuo era finalmente estinto, e la casa era a tutti gli effetti di mia proprietà. Avevo parecchi risparmi sul conto, e già da tempo avrei potuto permettermi di acquistare una casa più grande, ma non ci avevo mai riflettuto; e, a dirla tutta, avevo continuavo a vivere in modo quasi frugale, senza lussi eccessivi e senza dare peso a cose per cui molti miei conoscenti sembravano andare pazzi, come l’ultimo modello di automobile o la vacanza nel resort di lusso alle Maldive.

Mentre ero seduto a pensare a queste cose, Spider comparve all’improvviso, miagolò e mi saltò in braccio. Lo accarezzai e gli dissi:

“E sì, hai ragione. Avresti bisogno di una casa con un giardino, un posto pieno di alberi per farti le unghie e di cespugli per rincorrere i grilli e le cavallette.”

Mi dispiaceva lasciare quella casa, nella quale mi ero trovato bene e che avevo arredato in modo che mi rappresentasse. Era la casa in cui avevo quasi convissuto con la mia ragazza, e recava ancora tracce del suo passaggio. Ma, soprattutto, avevo un bel rapporto di amicizia con Dalia, la mia vicina di casa. Mi ricordai che passeggiando in riva al lago avevo notato una casa in vendita, con un bel giardino spazioso che sarebbe stato l’ideale per Spider. Insomma, non era facile decidere cosa fare. Anche riguardo al lavoro: dovevo accettare l’offerta della FeelSoft Inc.? Sarei stato un pazzo a non farlo! Eppure mi sentivo agitato all’idea di andare via dalla mia società, dove lavoravo da molti anni, e dove avevo totale libertà di azione, al punto da poter condurre un’attività parallela di consulenza senza avere noie da nessuno.

Mentre ascoltavo alla radio un brano di Damon Albarn continuavo ad accarezzare Spider e immaginavo nuovi scenari. Ora che non avevo più un legame sentimentale, potevo muovermi come volevo: cambiare lavoro, cambiare casa e magari città; e, perché no?, addirittura andare a lavorare all’estero. Potevo trattare con la FeelSoft Inc. e chiedere un compenso più alto (lo avevo visto fare nei film che avevano come protagonisti dei geni dell’informatica), oppure, ancora, mettermi in proprio e fare concorrenza a tutti.

Dopo aver vagheggiato le varie ipotesi per l’intero pomeriggio, decisi quello che avrei fatto: sarei andato dalla persona a cui mi rivolgevo ogni volta che non sapevo che pesci prendere. Ossia, a mio nonno Arduino.

Il giorno dopo ero in macchina e mi recavo da lui, affrontando le tre ore di viaggio che mi separavano dalla città in cui abitava. Mentre entravo nel parco che circondava la casa mi ritrovai immerso nella familiarità del luogo che conoscevo fin da ragazzo in ogni suo angolo, e provai una sensazione piacevole.

“Ecco, mi piacerebbe vivere in un posto come questo”, pensai. “Magari non così grande, ma un posto in cui sentirsi veramente a casa.”

La governante mi accolse e si scusò, dicendo che mio nonno era nella serra e sarebbe arrivato subito. Mi sedetti in salotto e per ingannare l’attesa sfogliai alcune delle riviste che erano sul tavolinetto in onice. Una di queste era una rivista scientifica, con un articolo che attirò la mia attenzione: parlava del grafene.

La singolarità di questo materiale, ossia quella di avere una delle tre dimensioni dello spessore di un solo atomo, fa sì che esso possieda delle nuove ed eccezionali proprietà.

Lessi una parte dell’articolo, in cui erano descritte le possibili applicazioni del materiale, e immaginai un mondo a due dimensioni, come Flatlandia.

“Sei arrivato in anticipo, Alex.”

Mio nonno era entrato nel salotto e mi guardava: dall’ultima volta che lo avevo visto non era per niente invecchiato. Aveva sempre tutti i capelli bianchi, il fisico eretto e asciutto e la solita espressione ironica negli occhi celesti. Gli unici accenni alla sua età avanzata parevano venire dalla giacca da camera che indossava e il bastone al quale si appoggiava leggermente per una forma di artrite.

Ci salutammo senza troppe smancerie, che nessuno dei due gradiva, poi lui affermò, controllando il suo grosso orologio da polso:

“Sono le cinque. E’ l’ora del nostro drink.”

Come evocata da quella frase, la governante apparve con un vassoio che conteneva due bicchieri e dei piccoli sandwich al cetriolo. Porse a me il bicchiere che conteneva del porto bianco, e a mio nonno quello contenente acqua tonica.

“Il medico mi ha proibito gli alcolici finché i miei valori non torneranno normali” spiegò, in risposta alla mia occhiata interrogativa.

“Allora, cosa ti spinge a lasciare la tua bella casa lacustre e venire in questa tetra dimora?” mi chiese, portandosi il bicchiere di tonica alle labbra.

Il salotto in cui ci trovavamo era accogliente e luminoso, e l’atmosfera era tutt’altro che tetra; ma mio nonno amava usare toni aulici. Gli parlai francamente e senza fare premesse.

“Sono a una svolta della mia vita e devo capire cosa fare. Ho bisogno di sentire che cosa ne pensi.”

Lui aggrottò la fronte.

“Hai intenzione di sposarti?”

Quasi mi strozzai col sorso di porto che avevo in gola. Tossii per una manciata di secondi.

“No, no! Nessun matrimonio in vista… si tratta di un cambiamento di lavoro, e di casa. Forse anche di città.”

Lo vidi rilassarsi e ascoltarmi attentamente mentre gli raccontavo delle offerte di lavoro, dell’estinzione del mutuo, delle riflessioni fatte sull’acquisto di una nuova casa e dell’eventualità di cambiare completamente vita. Mentre parlavo sorseggiava l’acqua tonica e dava qualche morso al sandwich al cetriolo che aveva in mano. La sua espressione era di pietra; notai un guizzo di interesse solo quando descrissi la sensazione di noia che avevo iniziato a provare negli ultimi tempi.

“Nonno, ho davanti a me una serie di possibilità che non capitano tutti i giorni, e non so come fare” conclusi. “Penserai che sono uno scimunito, ma è così. Non lo so davvero.”

“No, no. Vedi, caro Alex, forse tu ancora non lo sai ma noi abbiamo una particolarità. Ci appassioniamo visceralmente a una certa certa cosa o una certa routine, e siamo capaci di restarvi tenacemente attaccati per anni senza mai cambiarne neppure una virgola. Però non appena il nostro interesse per un qualsiasi motivo va scemando, la molliamo all’improvviso e ci dedichiamo ad altro.”

Ero dubbioso su quanto mio nonno mi diceva. Lui era piuttosto abitudinario, e aveva basato il suo modo di vivere su una serie di cose che erano rimaste fisse e immutabili da che lo conoscevo: il drink delle 5, le partite di piquet, il nuoto praticato diversi giorni alla settimana, le calze rosse indossate in qualunque occasione e altre ancora.

“Non ti vedo convinto. Secondo te io ho sempre avuto questo stile di vita?”

Mi guardai attorno e posai lo sguardo sui mobili del salotto, i tappeti, i quadri e poi sulla veste da camera di mio nonno, che non si era mai mosso da casa neppure per percorrere la breve distanza che lo separava dalla città in cui vivevo. Se c’era una persona che nel suo modo di vivere esprimeva la totale immobilità e ripetitività, era proprio lui. Annuii.

Lui scoppiò in una risata divertita.

“Risposta sbagliata. Ora ti mostro una cosa.”

Si alzò dalla poltrona, lentamente per via dell’artrite, e andò a cercare tra gli scaffali ordinati della libreria che avevo dietro le spalle. Mentre avvicinavo il bicchiere alla bocca mi sentii sbattere sulle gambe un grosso album di fotografie con la copertina in pelle un po’ consumata.

“Sfoglia” ordinò lui.

Obbedii, e davanti ai miei occhi si sciorinarono in tutta la loro meraviglia delle foto, molte delle quali in bianco e nero, che ritraevano mio nonno in posti sparsi per il mondo. In quelle foto era molto giovane, ma dallo sguardo, e dal taglio di capelli che aveva mantenuto uguale in tutti quegli anni, non c’erano dubbi che fosse lui. Era ritratto spesso con altre persone, a volte da solo davanti l’ingresso di un club o un locale, in alcune immagini era seduto a una batteria, ma nella maggior parte delle foto si vedevano dietro di lui paesaggi urbani, monumenti, scogliere con le onde che si infrangevano, strade che correvano nel deserto. Le didascalie, scritte a mano in corsivo, riportavano i nomi di località sparse per il mondo, una diversa per ogni foto, e l’album conteneva almeno un centinaio di foto.

Sfogliavo l’album, senza riuscire a staccarne gli occhi.

“A 18 anni entrai a far parte di un’orchestra jazz. Oh, ero bravo, all’epoca, e avevo un talento inusuale per uno della mia età. Per tre anni abbiamo girato il mondo e abbiamo suonato nei club più prestigiosi. Non ci fermavamo mai più di una settimana nello stesso posto, e si può dire che non avessimo più una casa. La musica era veramente tutto e non volevo fare altro.”

“E poi che cosa è successo?”

“Nulla di particolare. Una mattina mi svegliai e pensai che quella vita mi stava annoiando, e che avrei voluto fare qualcosa di diverso. Eravamo in procinto di partire per una serie di date in America, ma io piantai tutti in asso.”

Riprese a mangiare il suo sandwich in silenzio, assorto in chissà quale pensiero. Mentre poggiavo l’album di foto sul tavolino basso posai lo sguardo sulle sue gambe e notai, trasalendo, che le calze che indossava non erano rosse. Erano blu notte.

La mattina dopo, quando mi svegliai, ripensai a quello che era successo la sera precedente. Dopo aver chiacchierato e guardato le foto, nonno Arduino mi aveva portato nella sua serra per mostrarmi delle nuove varietà di orchidea che stava coltivando, poi eravamo tornati in salotto, dove ci aspettava un suo vecchio amico, che mi presentò come Giovanni Peraldi; era un uomo distinto, sorridente e alla mano. Avevamo cenato insieme piacevolmente, divorando il risotto con ossobuco che la governante del nonno preparava in modo superlativo.

Scesi per la colazione e trovai mio nonno completamente vestito, sebbene fossero solo le sette. La tavola era perfettamente apparecchiata con tutto ciò che gradivo mangiare la mattina: caffè, toast, burro, prosciutto, yogurt e succo di arancia.

“Mi aspetto che tra mezz’ora tu sia lavato, vestito e pronto per andare. Sbarbato non direi, perché a quanto vedo hai deciso di dare l’avvio ai cambiamenti a partire dalla barba” mi disse, senza tanti preamboli.

“Andare dove?”

“Tu preparati e io te lo dirò. Il tuo caffè si sta freddando.”

Mezz’ora dopo eravamo nella mia macchina e ci stavamo dirigendo a nord. Guidavo seguendo le istruzioni di mio nonno, inerpicando la macchina su strade di montagna, con il paesaggio che si trasformava chilometro dopo chilometro passando da boschi di faggi a foreste di abeti e cime innevate.

Sia io sia la governante eravamo rimasti molto stupiti del fatto che nonno Arduino, che da anni non si allontanava da casa, avesse deciso di fare con me questo viaggio, in modo del tutto inaspettato. Come unica spiegazione lui aveva affermato che doveva farmi vedere una cosa, e che avrei capito quando fossimo arrivati.

Giungemmo finalmente in una cittadina montana, e lui mi fece cenno di svoltare in un viale che costeggiava le mura e che si dirigeva verso quello che visto da lontano sembrava un castello. Con la macchina entrammo in una strada alberata e ci fermammo su un ampio piazzale.

“Vedi, Alex, quando decisi di cambiare vita tornai a coltivare una mia antica passione, la chimica. Durante i miei viaggi avevo continuato a studiare, e avevo imparato molto da autodidatta. Seguii dei corsi all’Università, ma ben presto capii che se volevo fare qualcosa di nuovo dovevo seguire i miei ritmi da outsider. Tu conosci la storia del brevetto?”

Feci cenno di sì. La conoscevo vagamente: mio nonno da giovane si era arricchito grazie al brevetto di un nuovo polimero, che gli aveva permesso di vivere agiatamente per il resto della vita. Al di là di quell’episodio la gioventù del nonno era circondata da un alone di mistero, e neppure mia madre ne sapeva granché.

“Quello che non sai” proseguì “è quanto quel brevetto mi rese ricco. Vieni.”

Scendemmo dalla macchina, nell’aria frizzante di quella mattina di marzo, e ci incamminammo verso il castello. Il posto sembrava abbandonato, ma le siepi e il giardino erano curati e il vialetto di ghiaia era ben tenuto.

“Quel brevetto, Alex, mi rese ricco da fare schifo. E questa era casa mia.”

Ero incredulo. Possibile che quello che mio nonno diceva fosse tutto vero? Lo tempestai di domande, e non mi capacitavo che quel maniero fosse veramente appartenuto a lui: era enorme, imponente e circondato da un ampio parco di conifere.

“Sono nato in questa città, e la mia famiglia era molto umile, quasi povera. Quando all’improvviso mi arricchii fu qui che volli vivere. Acquistai tenute, poderi, boschi, e questo castello. E devo confessarti che non era sgradevole viverci dentro, in quelle immense sale con camino, come se fossi un nobile di altri tempi.”

Mi inoltrai sul vialetto, e lessi un cartello che diceva: Castello Arduino Contarini.

Mio nonno mi raggiunse, camminando lentamente. Restammo in silenzio a guardare la facciata, le torri, le grandi finestre dalle vetrate policrome. Notai che lui aveva gli occhi lucidi e lo udii sospirare un paio di volte.

“Bene, torniamo alla macchina” disse alla fine.

Lo assecondai a malincuore, perché avrei voluto vedere di più, entrare nel castello, esplorarne le stanze e ammirare il luogo in cui mio nonno aveva vissuto. Quando fummo di nuovo seduti in macchina, mi raccontò il resto della storia.

“Vivevo qui da un paio d’anni, assieme a tua nonna Margherita, che avevo sposato da poco. Un giorno vi fu una terribile alluvione che si abbatté sulla città. Case, strade, muraglioni, si portò via tutto. Noi dall’altura guardavamo quelle scene desolanti dei miei compaesani che avevano perso ogni cosa. E prendemmo la decisione.”

“Quale decisione?”

“Vendetti tutto: castello, vigneti, frutteti, bosco, botteghe e donai il ricavato a quella gente perché potesse risollevarsi e ricostruire la città. Tenni per noi quanto bastava per assicurarci un’esistenza agiata, feci alcuni investimenti azzeccati e ci trasferimmo nella città in cui abito adesso. E’ tutto.”

Ero quasi sotto shock per la storia del nonno. Da come la raccontava lui sembrava la cosa più normale del mondo, io invece la trovavo incredibile e romanzesca. Ero rimasto a fissarlo con gli occhi spalancati. Lui mi disse, con un po’ di fastidio:

“Adesso puoi anche mettere in moto. Non torno qui da più di 50 anni, ma mi seccherebbe se qualcuno mi riconoscesse. Ricomincerebbero con le loro insulse celebrazioni, e non c’è cosa che mi dà più fastidio dei cerimoniali”.

Il viaggio di ritorno fu divertente: mentre scendevamo per i tornanti mio nonno intonò dei canti alpini e io cantai con lui, e quando non ci ricordavamo le parole le inventavamo di sana pianta. Arrivammo a casa che l’ora di pranzo era passata da un pezzo, ma lui non sembrava per nulla turbato dal fatto che la sua consuetudine di pranzare alle tredici in punto fosse stata modificata per un giorno.

Mangiammo dei sandwich allo speck accompagnati da un tè freddo leggero nel tepore del primo pomeriggio, con il sole che si rifletteva sui calici di cristallo.

“Allora, mio giovane Alex, hai compreso il motivo per cui oggi ti ho fatto scammellare in un luogo che non mi avevi mai sentito nominare?” mi chiese alla fine del pasto.

“Credo di sì. Ha a che fare con le scelte che mi trovo davanti.”

Lui sorrise. Mi sembrò un po’ stanco.

“La casa non è tutto. Anche i soldi non sono tutto. E neppure le tue abitudini, anche se ti rendono sicuro. Ciò che conta è fare quello che veramente ami e che può farti sentire libero.”

Lo ascoltai in silenzio. Lui mi osservò, con la sua espressione enigmatica, poi si alzò da tavola.

“Ora credo che andrò a riposare la mia schiena. Mi aspetta un pomeriggio impegnativo, con la finale del torneo di bridge. E’ stato un piacere stare in tua compagnia.”

Si voltò quando era già sulla soglia della sala di pranzo:

“Ah, e la barba non ti sta per niente male!” esclamò ridacchiando.

Il mattino dopo avevo preso la mia decisione. Mentre attendevo che mio nonno scendesse a fare colazione per salutarlo ripresi a leggere l’articolo della rivista scientifica intitolato Il futuro è il grafene:

I materiali bidimensionali rappresentano il futuro e possono essere efficacemente applicati in diversi campi della tecnologia…

Mi sentii togliere la rivista dalle mani: era nonno Arduino, che era sopraggiunto con passo felpato senza che me accorgessi.

“Non farti ingannare da queste facili divulgazioni. Il grafene è già vecchio. Il futuro fa presto a diventare passato se non lo prendi al volo. Sei in partenza?”

“Sì. Ora ho le idee molto più chiare.”

“Lo spero. Mi ero ripromesso di non tornare più nel posto in cui sono nato perché non amo la melensaggine dei ricordi. Ma l’ho fatto per una giusta causa.”

Lo abbracciai d’impulso, con gratitudine. Lui rimase un po’ stupito dalla mia insolita manifestazione di affetto.

“Bene, bene” disse un po’ imbarazzato, “Ora vai e lasciami fare colazione in pace. Sono già in ritardo di cinque minuti sui miei tempi.”

Risi, lo salutai e andai via.

Quando rientrai a casa Spider mi venne incontro miagolando. Mentre ero via Dalia si era occupata di lui e gli aveva dato da mangiare. Come prima cosa telefonai all’agenzia immobiliare chiedendo un appuntamento per visitare la casa che avevo vista in riva al lago. Poi feci un grosso sospiro e telefonai al tipo della FeelSoft Inc. con cui avevo avuto il colloquio.

Il giorno dopo ero in ufficio. Ero arrivato presto per parlare con il capo; la conversazione era stata breve, come mi ero aspettato, e adesso ero di nuovo nella mia stanza per raccogliere le mie cose.

Mentre ero intento a sistemare gli oggetti negli scatoloni entrò Gualtiero. Vide quello che stavo facendo e non disse nulla; aveva un’espressione cupa. Finii di sistemare i cavi in una scatola, poi lo guardai:

“E allora? stiamo festeggiando una promozione o un funerale?”

“Non dirmi che resti” balbettò lui, impacciato.

“Certo che resto. Alla fine ci ho riflettuto e ho mandato a cagare la FeelSoft Inc.”

“Tu sei un pazzo!” esclamò.

“E’ esattamente quello che mi ha detto il loro capo quando gli ho telefonato ieri.”

Sembrò non raccapezzassi tra quello che gli dicevo e la scena che aveva davanti.

“E questi scatoloni?”

“Mi danno la stanza executive.”

In quell’istante entrò il capo con due bottiglie di champagne e dei bicchieri, seguito da un gruppetto di colleghi vocianti.

“Porcaccia di quella puttana, Nagel, dobbiamo brindare alla tua promozione e soprattutto al fatto che non ci abbandoni in questa valle di lacrime! Forza, prendi questi bicchieri e aiutami a riempirli!”

Nel giro di pochi minuti nella stanza c’era una folla di gente che brindava, rideva e chiacchierava ad alta voce. Io mi ero messo in un angolo col mio bicchiere in mano, attento che non urtassero le scatole che contenevano gli oggetti fragili.

“Non ti avevo mai visto con pantaloni di quel colore” osservò Gualtiero, indicando i miei jeans verde smeraldo.

“I colori scuri appartengono al passato” replicai.

“E il futuro?”

Sorrisi, guardando il capo che in preda a un’irrefrenabile euforia raccontava barzellette un po’ sconce.

“Il futuro è il grafene. Ma va preso al volo, prima che diventi già vecchio.”