La donna che piangeva da un occhio solo

Alex Nagel #29

Non scrivo mai di mattina.

I giorni per me hanno una struttura definita, con ore stabilite che dedico a certe attività e non ad altre: ad esempio, appunto, scrivere. La mattina è fatta per correre, lavorare, fare commissioni, pulizie, risolvere grane, fare cose in modo affrettato e meccanico. Non riuscirei mai a leggere un libro, o mettermi a giocare o anche vedere un film di mattina, mi sembrerebbe di fare una cosa fuori posto, e le cose fuori posto mi creano disagio. Il primo pomeriggio è fatto per lavorare, riflettere, fare qualcosa di creativo, magari disegnare se sono a casa nel weekend o in un giorno festivo. Il tardo pomeriggio è per cucinare, correre, uscire, fare spese, vedere una serie TV. Tra il tardo pomeriggio e la sera colloco la fascia oraria ideale per leggere un libro, o scrivere. Ho certamente lasciato fuori qualcosa, ma il succo è questo: ci sono cose che riesco a fare solo in determinate ore del giorno, e scrivere è una di queste.

Anni fa, quando frequentavo l’università, avevo conosciuto alcune persone che avevano fondato un circolo letterario. Erano tutti studenti, come me, e tra queste persone c’era Caterina, una ragazza con cui ebbi una storia che andò avanti alcuni mesi. Fu lei a propormi di scrivere per la loro rivista, che pubblicava racconti brevi e poesie e che aveva una certa diffusione nell’ambiente.

“Dovresti scrivere qualcosa, secondo me sei portato. La tua scrittura è insolita, particolare, direi quasi minimalista. Perché non provi?”

Io all’epoca mi ero iscritto assieme a lei a un laboratorio di scrittura creativa e avevo iniziato a scrivere alcune cose che non avevo fatto leggere a nessuno, tranne che a lei. Non mi sentivo pronto, e per di più scrivevo sempre con molta fatica perché per me padroneggiare il linguaggio era una sorta di sfida. Così lei dovette insistere a lungo e incoraggiarmi per farmi superare la ritrosia che provavo nel pubblicare qualcosa di mio. Caterina aveva due anni più di me ed era una dei fondatori della rivista, e mi assicurò che le mie cose sarebbero piaciute. Così alla fine mi lasciai convincere e dopo un mese di tentativi le portai il mio primo racconto breve. Lei lo lesse e lo trovò interessante e, con mia somma sorpresa, il racconto piacque anche agli altri responsabili della rivista e fu pubblicato.

A quel racconto ne seguirono altri due, e uscirono entrambi sulla rivista che era pubblicata online con scadenze quindicinali. Cominciai a ricevere commenti pieni di elogi da un numero di lettori che cresceva a ogni storia che scrivevo. Io li leggevo sempre tutti, e rispondevo a ciascuno: mi facevano domande, mi chiedevano chi ero, quanti anni avevo, dove ero vissuto, qual era il mio cibo preferito, sotto quale segno zodiacale ero nato.

Mi accorsi, però, che prendevano sul serio quello che scrivevo. Nel senso che erano convinti che le mie storie fossero autobiografiche. Così mi arrivavano messaggi del tipo: ho pianto leggendo la tua ultima storia, mi ha colpito molto il modo in cui hai confessato di essere stato eroinomane.

Avevo effettivamente scritto, in prima persona, la storia di un ragazzo che si faceva di eroina, ma pensavo fosse chiaro che non si trattava di me; e invece non lo era per niente. Nel giro di poco tempo mi ritrovai incollate addosso le vicissitudini, i difetti e le malattie dei personaggi di cui scrivevo. Se il personaggio di una mia storia era un uomo, era evidente che stavo raccontando di me, così mi ritrovai con gente che pensava che mi ero drogato, avevo fatto outing sulla mia bisessualità, mi ero rotto una gamba facendo parapendio ed ero stato arrestato per un furto in un autogrill.

Se il personaggio di cui narravo in prima persona era una donna, le cose non cambiavano di molto: lettori arguti scoprivano che mi ero letterariamente riflesso nella protagonista, e quindi non potevo che essere io quello che di notte andava a fare il bagno nudo nel lago. Per non parlare dei personaggi secondari delle mie storie: ciao, Alex, com’è andata poi l’ecografia di tua madre?

Eeeh? Quale ecografia? pensavo, e solo dopo realizzavo che in un racconto avevo descritto un viaggio in macchina verso l’ospedale del protagonista con sua madre. Inutile dire che mia madre stava benissimo: “E’ un racconto!” rispondevo, ma avevo sempre l’impressione che i miei interlocutori non fossero del tutto convinti.

Dopo il quarto racconto decisi di cambiare modalità narrativa, e iniziai a usare la terza persona, del tipo: Aryon si alzò dal letto e nel buio ebbe la percezione che le cose nella sua stanza fossero mutate. Non mi piaceva molto, lo trovavo impersonale, ma speravo che in quel modo non mi avrebbero più confuso con i protagonisti delle mie storie.

Invece le domande continuarono, solo che adesso erano meno dirette: quanto c’è di vero nelle cose che scrivi? ti sei ispirato a fatti della tua infanzia? hai davvero conosciuto la bambina così e così della tua ultima storia? e roba del genere. Io prendevo sempre ispirazione da qualcosa di reale, ma mentre scrivevo la trama nella mia testa si dipanava in direzioni inattese e alla fine era tutto completamente nuovo e diverso. Tentavo di spiegare questo ai lettori delle mie storie, ma c’era sempre qualcuno che non leggeva i commenti sotto le storie precedenti e così ogni volta dovevo sciroppare daccapo la spiegazione. Ne parlai con Caterina.

“E’ naturale che la gente voglia sapere di più, è interessata a quello che scrivi.”

“Ma io non devo mettere delle glosse su quello che scrivo! Una volta che le parole sono dentro a una storia, chi legge può farne ciò che vuole. Perché devono chiedere a me qual è la corretta interpretazione? Non sono formule matematiche. E io sono stufo di fare lo spiegone ogni volta che scrivo qualcosa.”

Lei sorrise e mi prese sottobraccio. Stavamo camminando nel viale alberato dell’università ed era una mattinata invernale fredda e umida.

“Sai, a volte anche a me viene la curiosità di capire perché nelle tue storie metti certe cose. L’ultimo racconto, ad esempio. Che significato ha la pioggia di cavallette?”

“Nessuno. Che significato dovrebbe avere?”

Ci fermammo e si sedemmo su una panchina. Parlando facevamo piccoli fumi di vapore.

“Pensavo che intendessi dire qualcosa quando descrivi la pioggia di cavallette sulla spiaggia” rispose lei, esitando. “Una metafora, insomma.”

“Lo sai che non uso metafore”.

Era vero: avevo sempre avuto difficoltà con le cose che volevano significare qualcos’altro. Nelle mie descrizioni ero sempre diretto e non usavo artifici retorici, semplicemente perché non rientravano nei miei schemi di pensiero.

“Quindi mi stai dicendo che quella scena non significa nulla nell’economia della storia?” insistesse Caterina.

Non mi piaceva l’espressione economia della storia e storsi il naso.

“In quel racconto lui e lei sono sulla spiaggia e a un certo punto dal cielo arriva una pioggia di cavallette e devono scappare via. Stop. Non ci sono significati nascosti o allusioni di nessun tipo. E’ una cosa di fantasia.”

Mi parve insoddisfatta della risposta, così come lo erano i miei lettori ai quali dicevo che erano solo racconti.

Un paio di settimane dopo quella conversazione ero in aeroporto e aspettavo che partisse il mio volo per Londra. L’aereo era in ritardo e io bivaccavo in attesa dell’imbarco assieme ad altri passeggeri, come me un po’ infastiditi e un po’ rassegnati.

Di fronte a me c’era un uomo che leggeva un libro. Era vestito di nero, con una maglia a collo alto, ascoltava musica dagli auricolari e aveva poggiato il cappello sulla sedia accanto alla sua. Sembrava del tutto assorto nella lettura e aveva un’espressione quasi pietrificata, con l’aria di non voler essere disturbato. Io ingannavo il tempo giocherellando al computer portatile e ogni tanto alzavo lo sguardo per controllare se nel frattempo sul tabellone fosse comparso l’avviso di imbarco del mio aereo. A un certo punto, sollevando gli occhi, mi accorsi che l’espressione dell’uomo era mutata: adesso guardava davanti a sé, con gli occhi ben aperti, come se fosse rapito da qualcosa. Voltai la testa e vidi il motivo del cambiamento: a due sedili di distanza dal mio si era seduta una ragazza. Era vestita semplicemente e indossava un maglione accollato, ma non si poteva fare a meno di notare il suo viso bellissimo. Armeggiò un po’ con il bagaglio, ne trasse una rivista e iniziò a leggere. L’uomo puntò lo sguardo su ciò che lei stava leggendo, e senza volerlo la guardai anche io: non era, come mi sarei aspettato, una rivista femminile, ma un mensile specializzato di edilizia. La cosa doveva aver colpito l’uomo in nero, perché sorrideva alternando lo sguardo tra la rivista e il viso della ragazza. Lei dovette accorgersi di essere osservata, perché abbassò la rivista e guardò l’uomo, dapprima con un leggero stupore, poi sorrise anche lei.

Io ripresi il mio gioco in cui ero arrivato al 127° livello, ma ogni tanto sbirciavo i miei due compagni di attesa, per constatare che tra di loro si era instaurato uno scambio di sorrisi. Intanto a pochi metri di distanza si stava consumando una piccola tragedia: una donna, che doveva avere una quarantina d’anni, parlava al telefono piangendo. La cosa che mi meravigliò, guardandola bene, era che piangeva da un occhio solo, copiosamente e in modo inarrestabile, mentre l’altro era completamente asciutto. Le due metà del suo viso sembravano separate come in un quadro cubista: quella bagnata dalle lacrime aveva l’occhio gonfio e arrossato e la guancia lucida e quasi tumefatta, mentre l’altra aveva un colorito normale.

Un rumore di notifica mi distolse dalla donna che stavo osservando: mi girai e vidi che la ragazza seduta nella mia fila stava controllando i messaggi sul telefono. Ciò che mi incuriosì fu lo stupore che si dipinse sul suo viso leggendo qualcosa che le era stato scritto, e il modo con cui guardò l’uomo che aveva di fronte, e che teneva in mano un telefono; lui la guardava sorridendo, poi entrambi scoppiarono in una risata. Da quello che potevo capire sembrava che l’uomo le avesse mandato un messaggio, e lei non si capacitasse di come ci era riuscito, visto che in tutto quel tempo non si erano parlati e sembravano non essersi mai visti prima. Io forse sapevo come aveva fatto, e un’occhiata me lo confermò: dal bagaglio della ragazza sporgeva una targhetta con il nome e l’indirizzo. L’uomo aveva cercato il suo profilo in rete e le aveva inviato un messaggio. Proprio mentre mi stavo godendo la scena dei due che si inviavano messaggi, guardandosi tra sorrisi e risatine, annunciarono il mio volo e dovetti raggiungere l’imbarco.

Sull’aereo non mi ritrovai seduto, come avevo sperato, vicino a uno di loro due (ormai ero troppo curioso di sapere come sarebbe andata a finire la storia); si sedette al posto libero accanto al mio, invece, la donna che avevo visto piangere in modo così singolare durante la sua conversazione telefonica. Quando le hostess iniziarono a dare istruzioni su come comportarsi in caso di emergenza, il suo viso si arrossò e parve piuttosto angosciata; temetti che avesse di nuovo una crisi di pianto e le chiesi se era tutto a posto.

“E’ la prima volta che prendo l’aereo e confesso che sono quasi nel panico. Lei ha già volato altre volte?”

“Prendo l’aereo da quando ero bambino. I miei nonni paterni sono a Londra, e vado a trovarli almeno due volte l’anno.”

Mi guardò abbozzando un sorriso e mi chiese se durante il decollo potevo tenerle la mano.

“Non faccio mai questo tipo di richieste a un estraneo, la prego di credermi” si scusò, “ma sono davvero agitata e lei mi sarebbe di aiuto…”

La rassicurai e le dissi che lo avrei fatto senza problemi. Le tenni la mano finché l’aereo non ebbe preso quota, e notai che man mano che il viaggio procedeva lei si tranquillizzava. Mi spiegò che stava andando a Londra perché suo fratello aveva avuto un’incidente d’auto mentre era là in vacanza, e adesso si trovava completamente ingessato in ospedale. Disse che il marito si era rifiutato di accompagnarla, malgrado sapesse della sua paura di prendere l’aereo, e che la cosa l’aveva gettata nello sconforto e nella paura. Mi raccontò molte cose di sé, della sua famiglia e del suo stato di salute: da qualche mese aveva subito la rescissione del trigemino, e l’operazione le aveva lasciato come conseguenza l’insensibilità di una parte del viso e una sorta di paresi delle ghiandole lacrimali. La cosa le aveva creato parecchi problemi, perché doveva umettare continuamente l’occhio con delle gocce che portava sempre con sé.

“E quando piango, piango da un occhio solo. Devo essere uno spettacolo orribile” aggiunse.

Chiacchierammo fino alla fine del volo, e notai con piacere che la nostra conversazione l’aveva tranquillizzata. Le tenni di nuovo la mano durante l’atterraggio e lei mi sorrise. Ci salutammo appena scesi e lei mi ringraziò con calore per il conforto che le avevo dato. Mentre mi parlava feci in tempo a intravedere l’uomo in nero e la ragazza dal viso bellissimo che camminavano insieme verso l’uscita, e mi chiesi che cosa si stessero dicendo.

Quando rientrai a casa dal mio viaggio, una settimana dopo, pensai che sarebbe stato bello scrivere di quello che avevo visto in aeroporto e durante il volo per Londra. Dopotutto, chi mi leggeva credeva che le storie che raccontavo fossero reali: perché, allora, non scrivere qualcosa che era veramente accaduto? Aprii il mio computer portatile e scrissi nei dettagli tutta la storia: l’approccio tra l’uomo in nero e la ragazza dal viso bellissimo, la scena della donna che telefonava e piangeva da un occhio solo, la conversazione con lei che mi raccontava del motivo del suo viaggio, io che le tenevo la mano durante le fasi di decollo e di atterraggio.

La storia fu pubblicata pochi giorni dopo. Subito i primi commenti.

Che storia strana! Hai davvero una fantasia notevole!

Ho letto la storia della donna che piangeva da un occhio solo e mi sono commossa. Una bellissima favola.

La tua inventiva non ha limiti. Continua così, Alex.

Non potevo crederci. Era la prima volta che descrivevo qualcosa di reale, senza togliere o aggiungere nulla, e tutti pensavano che fosse un’invenzione. I commenti che seguirono nei giorni successivi confermarono che chi leggeva era convinto che il mio racconto fosse frutto della fantasia.

Da quel giorno decisi che avrei smesso di pubblicare storie e avrei contribuito alla rivista con i miei disegni a china. Avrei disegnato paesaggi di mondi immaginari, animali mitologici, forme irreali, e nessuno mi avrebbe detto: oh, hai ritratto con precisione un paesaggio che esiste davvero, bravo!

Presa la decisione feci il primo disegno, lo completai, lo firmai e lo guardai soddisfatto. Raffigurava una spiaggia deserta sulla quale piovevano cavallette dal cielo, la stessa scena che avevo descritto nel racconto sul quale Caterina mi aveva fatto tante domande.

Poi uscii di casa.

Il cielo era cupo e l’aria insolitamente ferma e umida ma senza essere afosa. Mi recai sulla riva del lago e camminai sulla sabbia. Non c’era nessuno e la sabbia sotto le mie scarpe di gomma era appiccicosa. Un rumore mi fece alzare lo sguardo al cielo: era come un ronzio sordo, dapprima lontano, che aumentava di volume. Poi dei tonfi sordi come di qualche oggetto che cadesse sulla sabbia.

Un immenso nugolo grigio si staccò dalle nuvole, si alzò una folata di vento e attorno a me piovvero dal cielo centinaia di cavallette.

Iniziai a correre.