La ragazza di ghiaccio

Alex Nagel #13

Entrai nella sala riunioni che avevano già iniziato. Non è mia abitudine fare tardi perché ho una fissazione quasi ossessiva per la puntualità, ma sulla provinciale avevano messo un senso unico alternato per un albero caduto a causa del tifone che si era scatenato durante la notte. Fortunatamente calcolo sempre i tempi con largo anticipo e il ritardo si riduceva a dieci minuti, ma ero comunque infastidito perché quel giorno c’era il primo di una serie di incontri importanti. E perché c’era lei.

Andrea me ne aveva parlato qualche giorno prima, quando avevamo saputo che sarebbe stata la consulente responsabile del programma di formazione dei neoassunti. Lui l’aveva conosciuta nell’azienda in cui lavorava in precedenza, quando si era occupata dell’organizzazione di un corso sul time management. Me l’aveva descritta in un modo che mi era rimasto impresso.

“E’ una ragazza molto brava ma di una freddezza disarmante. La chiamavamo Ice Girl perché non sorrideva mai, aveva sempre la stessa espressione impassibile sul viso.”

E io ero curioso di vederla, la ragazza dal soprannome così singolare.

Quando varcai la soglia alcuni dei presenti si voltarono, e io mormorai delle parole di scusa. Lei, che era in piedi e mostrava una presentazione, si interruppe per qualche secondo e mi rivolse uno sguardo breve e senza nessun calore, poi riprese la sua spiegazione. Non un sorriso, non una parola di benvenuto o di biasimo, proprio come mi era stato detto. Ice Girl.

Mi sedetti e tentai di seguire con la massima attenzione la riunione, in previsione del fatto che mi sarei dovuto occupare delle docenze nei corsi per il settore IT security. Malgrado ciò mi distrassi più volte per osservarla. Doveva avere una trentina d’anni come me; aveva lunghi capelli biondo cenere e indossava, invece del solito tailleur da donna in carriera, un maglione girocollo viola e un pantalone dello stesso colore. Non portava anelli o catenine, e gli occhi grigi — rimasi sorpreso nel vedere che erano dello stesso colore dei miei — erano leggermente truccati. Il volto non mostrava nessuna emozione, come se non fosse appartenuto a lei ma a un quadro o una scultura.

Durante tutta la riunione non diede mostra di essere soddisfatta o infastidita; se qualcuno la contraddiceva si limitava a fissarlo con uno sguardo che sembrava attraversarlo senza vederlo, e a rispondere sfoderando argomenti di estrema logicità e raziocinio. Parlò di numeri, dati e tempistiche e descrisse lucidamente e in modo asciutto che cosa dovevamo fare e che quali erano i risultati che la società si aspettava. Poi, a conclusione dell’incontro, ci salutò e uscì dalla sala riunioni da sola, senza trattenersi a parlare con nessuno.

“Miss Simpatia!” commentò a bassa voce la ragazza che era seduta accanto a me.

Feci finta di non averla sentita, perché detestavo i pettegolezzi da corridoio, sistemai il portatile nella borsa e radunai gli appunti che avevo scritto a matita su alcuni fogli. Mentre uscivo Andrea mi raggiunse.

“Che ti avevo detto?” mi disse, ammiccando. “Il gelo fatto donna.”

Ammisi che aveva ragione. Non l’avevo trovata particolarmente bella, ma neanche particolarmente antipatica; d’altronde non potevo dire che suscitasse la mia simpatia, piuttosto ne ammiravo la sequenzialità logica e rigorosa, che ben si incontrava con la mia necessità di schematizzazione. Per il resto era solo una persona con cui avrei dovuto relazionarmi per lavoro nelle successive settimane, e fu quello il posto che le assegnai nell’equilibro minuziosamente predisposto della mia vita.

Nei giorni che seguirono mi capitò spesso di incontrarla per brevi sessioni di lavoro. Lei era sempre metodica, precisa e puntuale. E sempre fredda e distante, pur restando garbata. La vidi sempre indossare abiti semplici e anonimi viola o ciliegia scuro, con un’austerità che cedeva poco o per nulla alla vanità femminile. “E’ una combattente”, pensavo. Quando terminava il lavoro se ne andava via da sola, e non la vidi mai in compagnia di un collega per prendere un caffè o fare due chiacchiere.

Un paio di settimane dopo quella prima riunione feci un sogno. Era una bella giornata di sole e io camminavo sul lungolago. Mi fermavo a guardare dei cigni neri che nuotavano lungo la riva, e sentivo qualcuno che mi chiamava:

“Alex Nagel.”

Alzai gli occhi e vidi Ice Girl. Ma era molto diversa da come l’avevo sempre vista: indossava una camicetta a fiori, dei jeans leggeri aderenti e soprattutto sorrideva. Mi avvicinai a lei, meravigliato di trovarla lì.

“Dottoressa Valeri.”

“No, per favore, Viola. Viola e basta.”

“Viola, sì, come il colore che indossi più spesso” osservai.

Mi sorrise di nuovo. “E’ il mio preferito. 6000A1.”

Non credevo alle mie orecchie: conosceva i codici esadecimali dei colori! Iniziammo a chiacchierare e scoprii di lei molte cose che non avrei mai sospettato: che, oltre a conoscere i codici esadecimali dei colori, aveva la passione per la pittura preraffaellita, recitava in una compagnia teatrale dilettantesca e sapeva riconoscere le annate di un vino. Mentre parlavamo il suo viso cambiava espressione di continuo, aprendosi a molte emozioni diverse, e i suoi occhi si animavano e mi osservavano ora con malizia, ora con candore.

Nel sogno ci ritrovavamo all’improvviso a casa mia, nella mia stanza da letto. Lei si spogliava davanti a me dicendomi:

“Io sono la Siberia. Guardami.”

“Non sei di ghiaccio, sei calda. Come mai questo cambiamento?”

“Mi piaci, Nagel, ma io non mischio mai il lavoro con la vita privata. Devo separare le due cose.”

“Ti chiamano Ice Girl.”

“Lo so. Lasciali dire. Lasciali credere che sia di ghiaccio.”

Rise e mi avvinghiò, trascinandomi sul letto e baciandomi con passione su tutto il corpo.

Mi svegliai di colpo, con l’impressione che lei fosse ancora con me e avesse lasciato dei graffi sul mio corpo. Accesi la luce, nel letto c’ero solo io e non avevo segni sulla pelle. Erano quasi le sei e non riuscivo più a dormire, così mi alzai. In cucina, mentre bevevo il caffè, pensavo al sogno.

Qualche ora dopo, in ufficio, la vidi entrare nella mia stanza con in mano il registro del corso. Indossava un maglione viola.

“6000A1” dissi, sorridendole.

“Prego?”

“Il colore del suo maglione. E’ il codice esadecimale.”

Mi rivolse uno sguardo perplesso, che significava “non so di che diamine tu stia parlando”, poi mi porse il registro.

“C’è una variazione di orario, dovrebbe essere così gentile da controfirmarla.”

Della ragazza del sogno non era rimasto nulla: era tornata l’Ice Girl di sempre. Lo era sempre stata.

La sera in macchina accesi la radio. Il pezzo che passava in quel momento era Siberia. Alzai il volume e ripensai alle labbra di Viola, la ragazza che amava il viola, che ne conosceva il nome, che era di ghiaccio e anche di fuoco, e ai sottili segni dei graffi che aveva lasciato sulla mia pelle.

“Certi sogni non andrebbero mai fatti”, pensai.