Le menti distratte non raggiungono l’illuminazione

Alex Nagel #36

Non so perché mi accadano sempre cose strane, più singolari e bizzarre di quanto succedano alle persone che conosco, e perché accadano quasi sempre di venerdì.

La ricorrenza di un giorno preciso della settimana per gli eventi inspiegabili che mi sono capitati nella vita la notai quella mattina di fine giugno. Avevo ultimato il trasloco nella casa nuova il giorno precedente, e fino a tarda sera ero stato indaffarato a sistemare abiti, stoviglie, vestiario, libri e computer; e tutte le altre innumerevoli cose che non mi ero reso conto di possedere, finché non le avevo impacchettate e catalogate in una serie di casse e scatoloni che avevano richiesto ore di lavoro e diversi viaggi per il trasporto.

Nell’impresa ero stato aiutato dai miei amici Andrea e Gualtiero, che si erano prestati al va e vieni con un furgoncino che avevamo preso in affitto, mentre la ditta di trasporti si occupava dei mobili e degli oggetti più ingombranti. Dalia, la mia ex dirimpettaia, si era presa cura del mio gatto Spider, e una volta ultimato il passaggio delle mie cose da una casa all’altra mi aveva aiutato con i collegamenti dei computer che usavo per lavoro alla rete casalinga che avevo installato con il supporto di Gualtiero.

Quel venerdì mattina mi ero alzato di buon’ora, dopo un sonno breve ma denso e ristoratore, e stavo facendo colazione nella veranda dell’ingresso di casa, sull’unico tavolino che non fosse ingombro di vasellame e vettovaglie ancora da sistemare negli sportelli di cucina. Mentre addentavo la seconda fetta di pane con burro e prosciutto la mia attenzione fu attirata da qualcosa di chiaro che si muoveva tra il fogliame della rete di confine. Mi alzai, incuriosito, e mi avvicinai alla rete per vedere di cosa si trattasse.

Nel giardino della casa confinante c’era una donna bionda che indossava una veste di cotone bianco, che le giungeva quasi alle caviglie. Era a piedi nudi, e stava eseguendo lentamente dei movimenti come se compisse un rituale: sollevava le braccia, inarcando leggermente la schiena e sollevandosi sulla punta dei piedi; poi le abbassava, guardando davanti a sé, e si piegava fino a toccare la punta dei piedi con le dita. Ripetè la serie di movimenti alcune volte, poi giunse le mani e sollevò il viso verso il sole, che era sorto un paio d’ore prima. Rimasi a osservarla, terminando di mangiare il mio toast, finché lei parve scuotersi da una specie di torpore; come se avesse udito un richiamo si girò verso di me, mi rivolse quello che mi parve un sorriso e si avviò in casa a passi silenziosi sul manto erbaceo.

Più tardi ero nella stanza con le pareti blu nella quale avevo deciso di sistemare il mio studio. Avevo comprato delle strisce di led per creare dei punti di luce negli angoli, ma ero in difficoltà nel montarle. Dovetti interrompermi più volte: la prima volta per rispondere al telefono, poi perché il mio capo continuava a inviarmi messaggi a cui dovevo rispondere. Mentre ero assorto nell’ennesimo tentativo, suonarono alla porta.

Scesi le scale bofonchiando, mentre lo scampanellio continuava. Giunto nell’atrio mi trovai davanti la donna bionda che avevo visto in giardino: ora aveva i capelli raccolti, indossava maglietta e pantaloncini e mi sorrideva, agitando nella mano un mazzo di chiavi. Doveva avere una quarantina d’anni, a giudicare da alcune sottili rughe attorno agli occhi, e aveva un bel viso.

“Ciao, vicino! La porta era aperta e sono entrata.”

Sembrò attendere una risposta, mentre io la guardavo senza sapere cosa dire.

“Ah, beh…” dissi alla fine, “certo… ti ho vista questa mattina mentre facevi gli esercizi ginnici.”

“Non era ginnastica, stavo facendo il saluto al sole. Ah, io sono Olimpia e sono qui per il comitato di benvenuto” replicò, ridacchiando.

“Piacere, Alex” le risposi dandole la mano, e chiedendomi cosa intendesse dire con comitato di benvenuto.

La risposta la ebbi subito: alle spalle di Olimpia si era materializzato un uomo alto e atletico, che portava due grosse buste della spesa in tela riempite all’inverosimile.

Lei seguì il mio sguardo e si girò, ed esclamò, rivolgendosi all’uomo:

“Glauco, il nostro nuovo vicino si chiama Alex!”

Fu così che feci la conoscenza di Olimpia e Glauco. Lui, che aveva gli occhi cerulei (nomen omen), mi aveva portato dei doni di ben arrivato: bottiglie di vino, olio che, come mi spiegò, produceva lui stesso e che originava da un oliveto che possedeva in una frazione vicina, e poi capocolli, formaggi, conserve e confetture caserecce. Era un uomo con un viso aperto e che ispirava fiducia, e lo trovai piacevolmente simpatico.

Insieme liberammo il tavolo della cucina per fare posto alle derrate che aveva portato, poi lui aprì una delle bottiglie e brindammo alla nostra nuova conoscenza. Olimpia si muoveva nella cucina come se la conoscesse da sempre, destreggiandosi tra i vari sportelli e i ripiani del frigo, ma lui non sembrava stupirsene. Chiacchierammo insieme e ci raccontammo chi eravamo e cosa facevamo. Lui era preparatore atletico e istruttore di karate, ed era proprietario, oltre che dell’oliveto di cui mi aveva parlato, di alcune tenute e di un paio di villette che aveva affittato, oltre che un appartamentino in città.

Lei era un’appassionata di yoga e discipline meditative; aveva viaggiato molto e da ragazza aveva trascorso un anno in India presso un maestro di meditazione. Le chiesi di che cosa si occupasse di preciso. Glauco rise.

“La sua principale occupazione è spendere la somma che mensilmente le accredito sul conto corrente” disse.

Li guardai senza capire: lei, che era in piedi davanti davanti al lavabo, si avvicinò alle sue spalle e gli posò le mani sul collo in una finta stretta, poi scherzosamente gli mordicchiò una guancia e risero insieme.

“Sono il suo ex marito” spiegò lui.

Io ero rimasto sorpreso da quella rivelazione che non mi aspettavo, perché dall’armonia che traspariva tra di loro avevo pensato fossero una coppia a tutti gli effetti.

Restammo insieme a conversare per un’ora, degustando il vino di Glauco con un formaggio torbato, poi in contemporanea si alzarono dalle sedie:

“Togliamo il disturbo, Alex. Scusaci se ti abbiamo invaso, ma è nostra abitudine dare il benvenuto a chi viene ad abitare in via delle Quattro Rose.”

Ci salutammo con cordialità e tornai alle mie occupazioni.

Salii di nuovo nello studio e ripresi in mano la striscia di led, cercando di capire come dovevo sistemarla. Per avvicinare la scala al muro mi chinai a spostare il quadro che poco prima avevo tolto dalla parete e appoggiato vicino alla porta. Era un quadro lasciato da Jansen, il vecchio proprietario, che riproduceva la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto in latino. Mentre spostavo il quadro mi accorsi che c’era una scritta sul retro, vergata con inchiostro violetto, in una grafia incerta a stampatello:

Poniti all’orto e guarda all’occaso, il fauno ti indica la tua fortuna.

Rilessi la frase più volte; l’inchiostro sembrava risalire a molto tempo prima, e anche il quadro aveva l’aria di essere un oggetto di antiquariato, con la sua stampa dai bordi giallastri e consumati.

Tornai a dedicarmi ai led, e risalii sulla scala per sistemare le luci in modo che illuminassero alcuni punti precisi della stanza. Ma le parole lette sul retro del quadro continuavano a ronzarmi nella testa. Che cosa volevano dire? Sembrava uno di quei motti che si trovano sul frontespizio dei libri antichi, eppure non potevo fare a meno di pensare che forse era un messaggio preciso.

Poniti all’orto e guarda all’occaso. Le parole suggerivano al lettore di trovare l’occasione nell’orto? Provavo un sottile nervosismo, e sbuffando scesi dalla scala. Presi il quadro e lessi di nuovo la scritta sul retro, poi ebbi un’intuizione: nel giardino, sul retro della casa, c’era una fontanella di bronzo con un fauno. Corsi fuori e arrivai alla fontanella: il fauno, mezzo coperto dal muschio, era ritratto in una posa danzante. Mi guardai intorno a cercare dove potesse essere situato l’orto, ma tra gli alberi e i cespugli incolti non ne trovai traccia. Sovrappensiero presi il telefono che avevo nella tasca e che aveva vibrato per una notifica.

“Ma certo” mi dissi, “una ricerca in rete, perché non ci ho pensato prima?”

Scoprii così che orto e occaso altro non erano che oriente e occidente: che stupido ero stato a cercare un orto in quella boscaglia! Mi spostai in modo da guardare la statua con l’ovest alle spalle: il fauno ora sembrava indicare, con gli occhi e con la mano destra sollevata, il muro di cinta. Camminai nella direzione indicata dal fauno e mi trovai di fronte un cancello arrugginito, invaso da edere e ortiche, che non veniva aperto da anni. Sopra uno dei pilastri c’era un vecchio vaso in cui cresceva una pianta di aloe. Presi la scala del giardiniere e mi arrampicai per vedere se nascondeva il tesoro della frase scritta sul retro del quadro. Nel sottovaso, tra una poltiglia di foglie marcite, larve e lucertole morte, intravidi un oggetto verde scuro. Lo presi: era un cilindro lungo circa 40 centimetri, in pelle, chiuso con un bottone.

A casa lo pulii accuratamente e ne estrassi il contenuto. Era un disegno a china su un pesante foglio di carta all’apparenza antica, e rappresentava una piramide trasparente, al cui interno c’era una tartaruga. Nient’altro: né una scritta, né un firma, solo il disegno, eseguito da una mano esperta, e per nulla scolorito dal tempo.

La mattina dopo ero di nuovo in veranda a fare colazione, e assaporavo la confettura di uva spina che i miei vicini mi avevano regalato. Dalla rete di confine intravedevo Olimpia, che sedeva sull’erba del suo prato inglese in posizione di meditazione. Avevo trascorso il pomeriggio del giorno precedente in una lunga quanto vana ricerca in rete, per capire quale fosse il significato dello strano disegno che avevo trovato sul pilastro del cancello. Alla fine avevo mollato tutto e mi ero dedicato a sistemare la cucina e la dispensa, ma non riuscivo a togliermi dalla testa la tartaruga nella piramide.

Mentre sorbivo il mio caffè americano osservai la figura snella di Olimpia avvolta nella sua tunichetta bianca. Forse lei, appassionata di yoga e cose del genere, poteva capirne qualcosa in più. Attesi che fosse un’ora decente per una visita e mi recai a casa sua, con il tubo in pelle che conteneva il disegno.

La casa di Olimpia aveva una certa somiglianza con quella dei miei amici fricchettoni Jay e Alice: mobili etnici intarsiati, arazzi variopinti con disegni di animali, statuine di Buddha, odori che richiamavano vagamente l’incenso e la cannella.

“Siediti, Alex, mi cambio e ti preparo un caffè” mi disse lei avviandosi verso la cucina. Camminando si tolse la tunica e restò completamente nuda, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Per distogliere lo sguardo dalla cucina, in cui Olimpia stava armeggiando con la caffettiera, osservai le stampe sulle pareti. Una attirò la mia attenzione: rappresentava un fior di loto su uno sfondo violetto, e una scritta in caratteri dorati diceva:

Una mente distratta non raggiunge l’illuminazione.

Fui interrotto dalla mia contemplazione dalla voce di Glauco alle mie spalle:

“Alex, non preoccuparti di Olimpia. A volte dimentica di non essere più nell’ashram.”

Non mi aspettavo di trovarlo là, così trasalii. Aveva in mano alcuni indumenti che lanciò alla sua ex moglie, la quale li afferrò al volo e li usò per vestirsi senza fretta.

Mentre tutti e tre bevevamo il caffè, che aveva delle piacevoli note di cioccolato, mostrai loro il disegno e raccontai di come lo avevo trovato.

Olimpia rigirava il disegno tra le mani e lo guardava perplessa.

“Non so, non ho mai visto questa combinazione di simboli prima d’ora. Sembra quasi qualcosa di massonico.”

“Ma non mi risulta che la piramide massonica abbia una tartaruga” obiettò Glauco.

Discutemmo un po’ della cosa, ma nessuno di noi riusciva a mettere in relazione la scritta dietro al quadro e il disegno che avevo trovato nel sottovaso.

“Dovremmo chiedere a Blu” disse infine Glauco.

“Sì, lo credo anch’io” rispose Olimpia, “forse se andiamo adesso la troviamo in casa.”

Mentre uscivamo in giardino Glauco mi spiegò chi era Blu.

“E’ una dei nostri vicini, abita nella villetta alla fine della strada. E’ una studiosa di scienze esoteriche, e credo anche occulte, ma non solo quelle, e ha in casa una biblioteca di tutto rispetto.”

“Che strano nome, Blu …” commentai.

Glauco sorrise.

“La chiamano tutti così. Capirai il perché appena la vedrai.”

Mentre camminavamo Olimpia mi indicava le villette che si affacciavano sulla strada citando i nomi delle persone che vi abitavano. Io ascoltavo senza troppa attenzione quello che diceva, e immaginavo l’aspetto della donna da cui ci stavamo recando: forse somigliava a una di quelle cartomanti che si vedono in televisione, con i capelli grigi e il trucco circense, e magari un turbante in testa… Giungemmo alla fine della strada, quasi all’incrocio con il viale principale, e ci fermammo davanti a un anonimo cancello bianco socchiuso.

“Blu!” chiamò Glauco mentre apriva il cancello. Non ci furono risposte; ci inoltrammo su un sentiero di ghiaia, che conduceva a una casa in stile coloniale con un ampio porticato. Ai due lati del sentiero vi erano delle rigogliose aiuole di ibiscus, che riconobbi perché erano gli stessi fiori che adornavano il giardino della casa di mio nonno. La porta di casa era chiusa e nessuno rispose quando suonammo il campanello.

“Sarà sul retro?” ipotizzò Olimpia, sbirciando in casa dalla finestra della veranda.

Girammo intorno all’abitazione e ci trovammo nel giardino sul retro, dove una figura femminile con un abito cortissimo era accovacciata di spalle, intenta a interrare una pianta con una paletta da giardiniere. Udendo il rumore dei nostri passi si alzò in piedi e si voltò a guardarci.

In quell’istante mi immobilizzai: avevo davanti la donna più bella che avessi mai visto. Alta, le gambe slanciate, lunghi capelli bruni e gli occhi del blu più elettrico e inverosimile che potessero esistere. Non era più nel fiore della giovinezza, ma il fascino animale che emanava mi lasciò senza fiato.

Udii appena le presentazioni fatte da Glauco, che le spiegava brevemente chi ero e il motivo che ci aveva condotti lì, mentre la guardavo ipnotizzato. Lei annuiva con la testa, guardando alternativamente me e loro, poi ci invitò a entrare in casa.

“Fa sempre quest’effetto a chi la vede la prima volta” mi sussurrò Glauco, con aria divertita, mentre ci accomodavamo sul divano del soggiorno.

Blu volle vedere il disegno, mentre le spiegavo nei dettagli il modo in cui ne ero entrato in possesso.

“In effetti sia la piramide sia la tartaruga sono due simboli forti, ma non li ho mai trovati insieme” commentò. “La piramide rappresenta l’ascesa verso il cielo, ma anche la perfezione: il quadrato di base, che corrisponde al numero 4, si raddoppia e diventa 8, il numero della conoscenza sacro a Thot, la divinità egizia che corrisponde ad Hermes, ossia Ermete Trismegisto…”

“La Tavola Smeraldina!” esclamai, ricordando il quadro sul retro del quale avevo trovato il messaggio che indicava dove trovare il rotolo in pelle.

“…Sì, la tabula smaragdina, che la tradizione vuole incisa su una lastra di smeraldo con una punta di diamante. La tartaruga in alchimia è il primo stadio della trasformazione della materia in spirito, invece nell’iconografia indù sostiene il mondo e l’ordine cosmico. Quello che non riesco a capire è la connessione tra i due simboli” concluse lei, mentre si arrotolava una sigaretta con del tabacco che aveva tratto da una sacchetta di tela azzurra.

“Quindi pensi che ci sia un nesso tra il quadro e il disegno?” domandai.

Blu si strinse nelle spalle e accese la sigaretta.

“Non lo so, ma è possibile. Sono stata diverse volte a casa di Jansen, e conosco il quadro. Ma era appeso nel salotto nel piano terra, mentre tu dici di averlo trovato in una delle stanze al piano superiore.”

Mi chiesi se il vecchio proprietario avesse appeso il quadro nella stanza con la parete blu perché lo trovassi, e mi ritrovai a pensare alla coincidenza tra il colore della stanza e il nome della donna che fumava seduta sulla poltrona di fronte a noi.

“Dammi il tempo di fare qualche ricerca. Ci vediamo questa sera alle otto” concluse, spegnendo il mozzicone in un posacenere di bronzo e alzandosi.

Quando fui a casa scrissi a Jansen, raccontandogli dello strano evento che mi era capitato e chiedendogli se ne sapesse qualcosa, poi tentai di nuovo, senza successo, di installare i led nello studio. Nel frattempo non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di Blu e le cose che mi aveva detto sul rapporto numerico dei lati della piramide.

Alle otto in punto ero di nuovo davanti a casa di Blu e stavo suonando il campanello. Lei mi venne ad aprire e io rimasi, per la seconda volta, a bocca aperta, trovandola completamente trasformata: indossava un vestito aderente di un tessuto lucido argentato, tacchi vertiginosi e un trucco intenso e iridescente evidenziava ancora di più il colore dei suoi occhi.

“Vieni, Alex” mi accolse, senza far caso alla mia aria imbambolata, “scusami, ma tra un po’ devo uscire perché ho un appuntamento con un cliente.”

La seguii come un automa, col mio disegno in mano, mentre mi faceva entrare in uno studio pieno di libri, molti dei quali antichi. Su un tavolo al centro della stanza c’erano libri e manoscritti aperti, sulle cui pagine erano riportati simboli alchemici e rappresentazioni di piramidi.

Mi fece cenno di porgerle il disegno e lo osservò di nuovo con attenzione.

“Ho consultato molti testi, e sono giunta a una conclusione. Un simbolo del genere non è riportato da nessuna parte. Chi ha fatto il disegno, però, conosceva bene il significato della piramide e della testuggine.”

“Mi dispiace di non poterti essere d’aiuto…” aggiunse; io stavo guardando la libreria con i grandi volumi che conteneva, e un paio di diplomi di laurea incorniciati accanto alla porta. Gli occhi mi caddero sull’illustrazione di uno dei libri sul tavolo, che raffigurava Ermete Trismegisto, e iniziai a recitare:

È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa…

“Hai imparato a memoria la Tavola Smeraldina?” sorrise Blu.

“Volevo capire il perché di tutte queste cose” risposi. “Ma non sono riuscito a capirci più di tanto, non sono un illuminato come te.”

Lei si avvicinò a me e mi restituì il disegno.

“Non è così, Alex. Le menti illuminate sono quelle non distratte dalle cose terrene, e io in queste cose sono completamente immersa per il lavoro che faccio.”

La frase di Blu mi ricordò la stampa indiana che avevo visto a casa di Olimpia e constatai una volta di più come quei giorni fossero zeppi di coincidenze. Uno squillo telefonico ci scosse dal silenzio che si era creato.

“Il mio taxi è arrivato. Devo salutarti, Alex.”

Mi congedai da lei a malincuore, e la vidi avviarsi con passo svelto e sicuro verso il taxi che la attendeva all’incrocio della strada.

Il giorno dopo mi giunse la risposta di Jansen.

Alex, ho letto con interesse ciò che ti è capitato. Il quadro con la stampa raffigurante la Tavola Smeraldina lo acquistai una ventina di anni fa da un mercante di Istanbul, il quale mi garantì che si trattava di una pagina originale del De Alchemia di Chrysogonus Polydoru del 1541. Sulla sua autenticità ho molti dubbi, ma secondo la nostra amica Blu si tratta proprio dell’edizione originale. Negli ultimi tempi l’avevo appeso nella stanza al piano superiore perché avevo notato che la luce intensa del soggiorno stava sbiadendo la carta. Devo deluderti per quanto riguarda la scritta sul retro: è solo un gioco di caccia al tesoro con cui si dilettavano le mie figlie e con cui hanno imbrattato la maggior parte dei quadri di casa. Non so proprio nulla, invece, della pergamena che hai trovato in giardino: le mie figlie si limitavano a giocare con scrigni contenenti finti dobloni e collane di perline, ma affermano di non aver mai nascosto un disegno come quello che tu mi descrivi. Tieni pure la stampa della Tavola Smeraldina e fanne ciò che ritieni opportuno. Sono certo di esserti stato utile in qualche modo. D.J.

Lessi due volte la lettera, poi guardai il quadro che era rimasto appoggiato alla parete. Lo presi e lo portai al piano di sotto. Sul tavolo da pranzo c’era il disegno della piramide con la tartaruga: lo sistemai in una cornice che avevo trovato nella mansarda, e dalla quale avevo tolto una brutta stampa di un paesaggio seicentesco. Risalii nello studio, presi la striscia a led e nel giro di dieci minuti la incastrai alla perfezione in modo che la luce raggiungesse i punti desiderati. Ora l’illuminazione dello studio era perfetta, ma mi restava ancora una cosa da fare.

Quando Blu aprì la porta dapprima mi guardò con aria interrogativa. Malgrado fosse pomeriggio inoltrato doveva essersi svegliata da poco, e aveva gli occhi leggermente segnati, ma lo sguardo era sempre ipnotico. Le mostrai la busta che avevo in mano e gliela porsi. Poiché continuava a guardarmi senza capire, ne trassi il quadro e le dissi:

“E’ per te.”

“La pagina dell’edizione originale del De Alchemia!” esclamò, rigirando il quadro tra le mani. “Come facevi a sapere che la desideravo? A Jansen non l’ho mai fatto capire.”

“Non lo so. Credo di aver avuto un’illuminazione.”

Mi sorrise, con lo sguardo che risplendeva: la stanchezza era completamente svanita dal suo volto. Ora tutto tornava: il blu della stanza, il fauno danzante, la perfezione della piramide, il cielo sostenuto dalla tartaruga, i led ed Ermete Trismegisto. Tutte queste cose erano davanti a me, nello splendore che mi giungeva attraverso l’iride oltremare della donna che mi guardava.

“E cosa ti ha illuminato?”

“I tuoi occhi, Blu.”