L’erba del vicino

Alex Nagel #24

Era un martedì dell’ultima settimana d’estate.

Ero rientrato quella mattina da una lunga vacanza che era durata oltre un mese. In genere non avevo ferie così lunghe, ma ero stato costretto a spendere entro la fine dell’estate le ferie di quell’anno e metà di quelle dell’anno precedente, che per una serie di motivi non avevo ancora utilizzato.

Arrivato sotto casa mi resi conto che non avevo le chiavi del box. Dopo averle cercate a lungo nelle valigie, nella macchina e in tutto il mio appartamento, mi rassegnai all’evidenza: se non le avevo perse, erano rimaste nella camera d’albergo. Sbuffando mi recai in ufficio a prendere la copia di scorta che tenevo nel cassetto.

Passando nel corridoio incrociai il mio collega Gualtiero.

“Guarda chi c’è! Ma non dovevi rientrare domani?”

Mi squadrò osservando il mio abbigliamento insolito: ero uscito di casa senza neppure cambiarmi e avevo addosso ancora i sandali e i calzoncini da mare.

“E’ quello che avevo intenzione di fare, ma ho perso le chiavi del box e sono passato a prendere il doppione che tengo nella mia stanza.”

Lui sorrise, divertito.

“Ecco un mito che crolla: l’uomo più preciso del mondo perde qualcosa. Le vacanze troppo lunghe fanno un brutto effetto… vieni, prendiamoci un caffè.”

“Sì, ma non qui. Se mi vede il capo mi intercetta e mi costringe a mettermi al lavoro su qualcosa. Già lo sento con il suo tono melodrammatico: Nagel, sei qui finalmente, porco demonio! Abbiamo il problema dei problemi da risolvere, un moscerino è entrato nel server!

Ridemmo insieme e scendemmo nella sala degli stagisti, dove eravamo sicuri che il capo non avrebbe messo piede. Era ora di pranzo e la sala era quasi deserta; c’erano solo un paio di ragazzi che lavoravano al computer indossando gli auricolari per ascoltare musica. Con Gualtiero prendemmo un caffè al distributore automatico; gli raccontai delle mie vacanze, che avevo trascorso in Corsica con la mia ragazza, poi lui mi parlò delle ultime novità in ufficio.

“Abbiamo un nuovo arrivo in squadra, uno specialista. Domani alla riunione d’area lo conoscerai…”

“Ah, sì? E com’è?”

“Un tipo inamidato e spocchioso. Va in giro in giacca, cravatta e ventiquattr’ore, si dà arie perché ha una laurea e una collezione di master e schifa noialtri poveri diplomati in quanto esseri inferiori.”

“Mi sta già sulle scatole.”

“Figurati a me, ci ho scazzato il secondo giorno!”

Terminammo di bere il caffè, chiacchierammo ancora un po’ di cose di lavoro, poi lui tornò nella sua stanza. Io rimasi ancora nella sala degli stagisti, e ne approfittai per prendere al distributore un ginger ale e un pacchetto di patatine, perché nel frattempo mi era venuta fame. Uno dei due ragazzi che stavano lavorando al computer alzò la testa e si tolse gli auricolari.

“Oh, ciao, Alex. Scusa, non ti avevo sentito arrivare.”

Era uno degli stagisti che ogni tanto seguivo. Mi sedetti accanto a lui.

“Che fai?”

“Ho avviato una suite di test su questa applicazione. Mentre gira scendo a prendermi un panino. Ci vediamo tra un po’.”

Restai da solo nella sala, mentre i due ragazzi andavano insieme al bar. Ero di fronte al computer e sgranocchiavo le mie patatine quando mi accorsi che era entrato un tipo magro con addosso un abito grigio, mi si era avvicinato e mi stava osservando.

“Allora, che cosa abbiamo qui?” domandò, indicando lo schermo che avevo di fronte.

Alzai lo sguardo: non lo avevo mai visto prima. Doveva essere il nuovo collega di cui mi aveva parlato Gualtiero.

“E’ un test driven development. ”

Non feci in tempo ad aggiungere altro che il tipo magro iniziò un panegirico sui test funzionali, le loro diverse varietà e il loro funzionamento. Rimasi a bocca aperta a guardarlo, con una patatina in mano, chiedendomi sbalordito se non fosse improvvisamente impazzito. Iniziava le frasi con come ti hanno insegnato…. come tu ben sai…., ma era evidente che pensava di essere lui a insegnarmi qualcosa e si comportava in modo pedante. Alla fine capii: mi aveva visto seduto lì e mi aveva scambiato per uno stagista. Fui salvato dal suo telefono che squillò provvidenzialmente; lui rispose e senza scusarsi uscì a parlare fuori dalla sala e io ne approfittai per andarmene senza farmi vedere. Come prima impressione non c’era male.

Il giorno dopo tornai al lavoro e appena entrai nella mia stanza mi imbattei nuovamente nel tipo magro. Era in piedi accanto al mio tavolo e stava osservando con curiosità la mia collezione di tazze nere decorate. Parve sorpreso nel vedermi.

“Ah, sei tu” disse con voce annoiata, “visto che sei qui vammi a prendere un caffè macchiato.”

Ignorai la sua richiesta e domandai: “Cerchi qualcosa?”

Lui non mi rispose e continuò a guardare le tazze, prendendole in mano per osservarle meglio. Detesto che tocchino le mie cose e iniziavo a spazientirmi.

“Tu lo conosci questo Nagel? Certo che deve essere uno strano, tiene sul suo tavolo le tazze con Batman e l’Uomo Ragno…”

Si girò a guardarmi; io mi tolsi la borsa dalla spalla e andai al mio tavolo, e proprio in quel momento entrò il capo che mi accolse a gran voce con il suo benvenuto:

“Nagel! Era ora che rientrassi, puttana di quella miseria! Hai finito di girare il mondo lasciandoci alle prese con problemi, lacrime e sangue? Vito! Lui è il tuo superiore diretto a cui dovrai totale ubbidienza e devozione, e dovrai baciare la terra su cui cammina!”

Il tipo magro, che ora sapevo che si chiamava Vito, sbiancò di colpo e posò la tazza sul tavolo, in modo fastidiosamente non allineato con le altre. Guardava me e il capo, tentando di balbettare qualcosa in tono di scusa, ma la sua voce era coperta da quella del capo che mi stava travolgendo con una valanga di chiacchiere, mentre Gualtiero, sopraggiunto qualche istante prima, era fermo sulla soglia e si godeva la scena sghignazzando.

Da quel giorno Vito lavorò con me e Gualtiero. Dopo aver saputo che ero il suo diretto superiore aveva abbandonato la sua aria spocchiosa, sostituendola con un atteggiamento da subalterno. A dispetto della sua laurea e dei master che sbandierava, come specialista era mediocre e spesso dovemmo correggere degli errori grossolani e rattoppare qua e là le cose che faceva. Perché il capo lo avesse messo in squadra con noi rimaneva un mistero.

Mi accorsi che mi guardava in modo strano dopo un paio di settimane che era con noi. Eravamo alla riunione d’area ed avevamo come ospite uno sviluppatore arrivato da Melbourne per partecipare a una conferenza internazionale. Durante la pausa lo sviluppatore si era avvicinato al tavolo del caffè e aveva attaccato bottone con Vito, ponendogli una serie di domande. Io ero vicino a loro e mangiucchiavo un biscotto al cioccolato, e mi ero reso conto che Vito era in difficoltà perché non riusciva a comprendere ciò che il collega gli stava dicendo nel suo inglese che aveva un forte accento australiano. Pensai di toglierlo dall’imbarazzo e mi misi a conversare con lo sviluppatore — il quale, molto banalmente, aveva chiesto dove poteva trovare una stock house perché desiderava acquistare delle camicie firmate — e notai che Vito mi guardava socchiudendo gli occhi. Più tardi, a riunione finita, mi disse:

“Accidenti come parli inglese spedito! Hai studiato all’estero?”

“No, sono bilingue. Mio padre è inglese.”

Lo vidi socchiudere nuovamente gli occhi, annuire e andarsene senza dire nulla.

Quella sera finimmo tardi. Avevo appuntamento con la mia ragazza per cenare fuori, così le telefonai e le chiesi di passare da me in ufficio per andare direttamente a cena. La trovai che mi aspettava fuori dal cancello; indossava un abito bianco corto e scollato, e come al solito aveva un aspetto delizioso. Ci salutammo con un bacio e uscimmo, passando davanti a Vito che mi guardava in quel suo modo un po’ inquietante.

“Chi è quello magro?” mi chiese lei.

“Chi, Vito? Un nuovo collega, perché?”

“Prendono anche i deficienti adesso nel tuo ufficio? E’ stato una decina di minuti a guardarmi imbambolato a occhi spalancati, mentre aspettavo che tu arrivassi. Ho dovuto dirgli che se continuava a guardarmi in quel modo gli sarebbero caduti gli occhi per terra e una volta che si fosse chinato a raccoglierli si sarebbe spezzato in due.”

Mi voltai e vidi che lui era ancora là a guardarci con gli occhi socchiusi.

Il giorno dopo ne parlai con Gualtiero, citando gli episodi della riunione e della mia ragazza.

“L’hai notato quel modo di guardarmi che ha?”

“Certo che l’ho notato. E’ invidioso.”

“Dici sul serio?”

“E’ evidente, sprizza invidia da tutti i pori.”

Io non sono bravo a capire le emozioni degli altri, ma me la cavo molto bene nella logica e sommando i vari elementi arrivai alla conclusione che Gualtiero aveva ragione. Non ero mai stato invidioso di nessuno e non mi spiegavo come si potesse provare un sentimento del genere nei confronti di qualcuno, e lo dissi a Gualtiero.

“Ci sono persone così, Alex. Si sentono inadeguate o pensano di non avere avuto abbastanza dal destino, così si paragonano agli altri e sfogano su di loro il senso di frustrazione derivante dalla vita di merda che fanno. Tu sei uno dei migliori specialisti su piazza, hai una posizione di rilievo alla SoftWater, parli un inglese perfetto e la tua ragazza è una gran gnocca. E lui è invidioso di te.”

Fui colpito da quelle parole che in parte mi turbarono e in parte mi fecero riflettere; nei giorni successivi la cosa divenne motivo di divertimento per me e Gualtiero, e in tal modo riuscii a sdrammatizzare quella situazione che per me, non abituato a essere oggetto di invidia altrui, era un po’ sgradevole.

Malgrado tentassimo in tutti i modi di coprire gli errori del nuovo collega, la sua approssimazione non sfuggì all’occhio acuto del capo che più volte lo apostrofò con la sua solita grazia:

“Vito, brutto cazzone! Si può sapere che hai combinato su questa applicazione? Dove hai imparato a programmare, ai corsi organizzati dalla parrocchia?”

Il poveretto si profondeva in scuse e giustificazioni che rendevano il capo di umore ancor più irritabile e riceveva senza battere ciglio fiotti di insulti coloriti e per gran parte irripetibili.

“Non ce la fa” commentavo con Gualtiero, “secondo me non supera i tre mesi.”

“Io dico due mesi e getta la spugna”, rispondeva lui.

Vito resistette tre mesi, come avevo detto io. Un giorno, mentre stavamo facendo una pausa davanti al distributore del caffè, ci annunciò che se ne andava.

“Ho accettato un’offerta per andare a lavorare in un’azienda di logistica. Mi occuperò della parte informatica. Questa è la mia ultima settimana alla SoftWater.”

Sembrava piuttosto demoralizzato, e pensai che doveva essere molto difficile per uno come lui ammettere il proprio fallimento. Quando rimasi solo con Gualtiero ne parlammo, e decidemmo di organizzare una serata per tirargli su il morale. Non ci era molto simpatico, ma avevamo lavorato a stretto contatto per tre mesi e pensammo che era la cosa giusta da fare.

La sera Vito venne a casa mia. Non avevamo faticato per fargli accettare l’invito; lui abitava da solo, non aveva una ragazza e non faceva molta vita sociale. Quando entrò nel salotto non poté trattenere un’esclamazione di stupore alla vista delle pareti, del divano, dei tavoli e dei tappeti tutti completamente blu. Si guardò intorno e osservò a lungo la collezione di manga e di fumetti della Marvel, le stampe di Roy Lichtenstein, poi si soffermò sui disegni a china incorniciati.

“Sono stupendi. Chi è l’autore?”

“Li ho fatti io.”

La sua bocca si aprì a formare una “O” perfetta.

“Tu? Non ci credo!”

Si avvicinò per esaminare meglio i disegni con i suoi occhietti miopi, mentre io e Gualtiero andavamo in cucina per prendere i bicchieri e i salatini.

“La vista della tua casa e dei tuoi disegni lo ha steso” mi disse sottovoce Gualtiero mettendo il ghiaccio nei bicchieri, “stanotte l’invidia non lo farà dormire!”

Ridacchiammo insieme, poi tornammo in salotto. Quella sera bevemmo gin tonic e vodka ghiacciata accompagnati da salatini, noccioline, tacos piccantissimi e vecchi dischi dei Blur e degli XTC. Quando il clima si fu scaldato mi venne in mente che avevo ancora dell’erba che mi aveva dato qualche giorno prima il mio amico fricchettone Jay, e andai a prenderla in cucina. Dopo le prime tirate Vito ebbe un’esclamazione acuta:

“Oddio mio, questo è il fumo più buono che abbia mai sentito! Ma dove l’hai preso?”

“Me la porta un amico. Eravamo vicini di casa dove abitavo prima.”

In effetti il fumo che mi dava il vecchio Jay era davvero il migliore, e in breve fummo completamente fatti. Vito parlava a raffica, con una loquacità che non gli conoscevamo, e per la prima volta ci raccontò di sé.

“Sapete una cosa? Quando ero ragazzino mi appassionavo alle storie dei film e dei fumetti in cui c’erano gli hacker che attaccavano i sistemi informatici. Li consideravo degli eroi e volevo essere come loro, ed è stato per questo che ho iniziato a studiare i linguaggi di programmazione. Ma per quanto mi sforzassi non avevo un vero talento e non riuscivo a raggiungere il loro livello, Uno tra tutti era il mio modello, quello che invidiavo di più, quello che all’epoca, anni fa, era il più famoso dell’ambiente. Ve lo ricordate Hunthor?”

Io e Gualtiero ci demmo una rapida occhiata.

“Sì, ne abbiamo sentito parlare” risposi.

Vito seguitò, infervorato.

“Era un mito! Entrò nei più inviolabili sistemi, seminò il panico tra tutti gli specialisti in sicurezza… nessuno seppe mai chi era e all’improvviso sparì nel nulla! Ricordo che passavo notti al computer a smanettare sul codice pensando che un giorno sarei stato come lui. Poi entrai all’università, mi laureai, presi dei master, ma non riuscii mai a emularlo neppure lontanamente. La verità è che sono una mezza sega.”

Ci guardò sconsolato. Gualtiero gli porse un bicchiere.

“Beviti un altro gin tonic, Vito. Il mondo è fatto di sfide e non possiamo vincerle tutte”.

Più tardi, dopo che Vito se ne fu andato, io e Gualtiero andammo a fare due passi sul lungolago. Passeggiamo un po’ in silenzio, respirando l’aria fredda per riprenderci dal fumo e dall’alcol, poi ci fermammo a guardare le acque del lago illuminate dai lampioni del pontile.

“Certo che stasera con quell’erba hai dato il colpo di grazia a Vito” disse lui con un’espressione divertita.

Restammo in silenzio ancora un po’, poi lui aggiunse:

“E’ proprio vero: l’erba del vicino è sempre la migliore.”

Mentre guardavo le piccole increspature dell’acqua ripensai a quella strana serata e rividi l’espressione di Vito quando era entrato nella mia casa e quando gli avevo offerto l’erba più buona che lui avesse mai fumato.

Sorrisi. E immaginai la faccia che avrebbe fatto se gli avessi rivelato che Hunthor ero io.