Lunedì

Alex Nagel #32

Il trillo della sveglia mi scosse da un sonno scuro e profondo. A tastoni cercai gli occhiali sul comodino, mentre il suono imperioso proseguiva senza pietà per le mie orecchie ancora intorpidite; dopo qualche tentativo riuscii a trovare gli occhiali, misi a fuoco il display e arrestai la sveglia. Le 6:30 di lunedì 17.

Mi ero alzato presto perché volevo andare a farmi un’oretta di corsa prima del lavoro. Aprii le persiane della camera da letto e mi trovai davanti agli occhi lo spettacolo di una pioggia violenta e implacabile che veniva giù come in un diluvio universale.

“Fanculo”, mormorai.

Alzai lo sguardo: il cielo era grigio in un modo compatto, l’aria era quasi bianca per la gran quantità di acqua che scendeva e le strade sembravano torrenti in piena. Andai a preparami la colazione, ma mentre passavo davanti alla porta del bagno vidi delle chiazze d’acqua sotto la soglia. La sera prima non avevo chiuso la finestra del bagno e ora il pavimento si era completamente bagnato a causa della pioggia battente.

“Ma porca…” imprecai, e corsi a chiudere la finestra affondando i piedi nudi nell’acqua. Impiegai un quarto d’ora per asciugare, utilizzando tutti gli stracci che avevo in casa e, alla fine, ricorrendo agli asciugamani che erano nel cesto della biancheria da lavare.

Quando finalmente riuscii ad andare in cucina mi aspettava un’altra sorpresa: il tostapane si era guastato.

“Non male come inizio del lunedì”, mi dissi mentre bevevo il mio caffè senza la solita fetta di pane tostato.

Arrivai al lavoro dopo un viaggio quasi infernale per le continue deviazioni dovute all’allagamento della provinciale. L’atrio dell’ufficio aveva uno sgradevole odore di cane bagnato e dagli ombrelli messi ad asciugare scendevano dei rigagnoli d’acqua che avevano creato un pantano scivoloso.

Quando entrai nella mia stanza rimasi per alcuni secondi a bocca aperta a fissare la scena che avevo davanti: una delle mie tazze nere da collezione con i personaggi della Marvel era a terra in mille pezzi. Mi chinai, e vidi che era quella dell’Uomo Ragno. Raccolsi i cocci e guardai sconsolato la fila delle tazze allineate sul mio tavolo, la cui serie era definitivamente divenuta incompleta. Il mio collega Gualtiero si affacciò alla porta proprio in quel momento.

“Che succede?”

“Succede che qualcuno si è divertito a fracassarmi una delle tazze da collezione.”

“Fai vedere… forse ne ritrovi una uguale.”

Gettai i frammenti della tazza nel cestino, sbuffando.

“No, era una serie limitata e numerata. La giornata è iniziata male.”

Lui azzardò un sorriso di scusa e mi disse:

“Allora non prendertela con me se ti porto una cattiva notizia, il capo ci ha convocati per una riunione d’area alle 15.”

Lavorai tutta la mattina di malumore. Ogni tanto alzavo gli occhi e vedevo la fila incompleta di tazze e la cosa mi deconcentrava. Fuori continuava a piovere. Quando entrai con Gualtiero nella sala della riunione vidi il capo seduto sulla sua poltrona in pelle, che stava scrivendo un messaggio al telefono con un sorriso soddisfatto. Sicuramente scriveva alla sua nuova fidanzata; quel pensiero mi fece tornare in mente la mia ragazza, che mi aveva lasciato un paio di mesi prima scomparendo completamente, senza rispondere ai miei messaggi e alle mie telefonate. Avevo passato settimane di insonnia, con il pensiero fisso su di lei, senza trovare pace, e sperando che in qualche modo le cose potessero sistemarsi. Poi, casualmente, un giorno avevo scoperto che nelle ultime settimane in cui stavamo insieme mi aveva ingannato e si vedeva regolarmente con un altro; da quel momento in me era subentrata la rabbia, perché sapevo di non meritare un trattamento simile.

Ora osservavo il capo, e pensai che da quando aveva la sua nuova fidanzata aveva ammorbidito il suo carattere e non cedeva più agli scatti d’ira come in precedenza. Mi incupii perché mi ero ricordato della mia ragazza, e il mio cattivo umore aumentò. Il capo mise finalmente via il telefono e si rivolse a me e agli altri colleghi con un’espressione conciliante.

“Allora, ragazzi, vi ho chiamati per fare il punto su quella commessa che state seguendo…”

Fu interrotto dall’ingresso improvviso di un suo collaboratore che gli si avvicinò con la faccia preoccupata.

“Sì, dimmi.”

“Abbiamo il seminterrato completamente pieno d’acqua, i server non funzionano, e non c’è più la rete per un guasto alle centrali!” replicò il collaboratore in tono affannato.

Il sorriso scomparve dalla faccia del capo e lui sobbalzò sulla sedia.

“Vacca schifosa!” gridò, perdendo all’improvviso il suo aplomb e andando su tutte le furie.

Iniziò a sbraitare all’indirizzo del malcapitato che gli aveva portato la notizia e a sgolarsi dicendo che bisognava fare subito qualcosa, che eravamo tutti degli incapaci e che i gestori della rete erano dei mentecatti — non usò proprio queste parole, ma degli epiteti molto più coloriti e volgari che non avevo più udito dai tempi in cui non era ancora fidanzato. Confesso che per me fu il primo vero momento di divertimento della giornata, e fece passare in secondo piano il malumore dovuto al pensiero della mia ragazza. Uscimmo dalla stanza velocemente e in silenzio, lasciando il capo a strillare al telefono come un forsennato con il servizio assistenza della rete.

Il diluvio non cessava e i tuoni si facevano sempre più rumorosi e vicini; a un certo punto vi fu un lampo accecante e le luci dell’intero palazzo si spensero. Nei corridoi si sentiva un frenetico rumore di passi e un vocio di colleghi e tecnici che cercavano di capire dov’era il guasto, ma il tempo passava e nessuno sembrava venirne a capo. Qualcuno ci comunicò che si era verificato un black out che interessava tutta la zona della città e che ci sarebbe voluto un bel po’ per ripristinare l’erogazione di corrente. Gli sviluppatori del gruppo che coordinavo vennero a chiedermi istruzioni.

“Alex, che dobbiamo fare?”

“Ragazzi, andate a casa, qui non si può fare nulla.”

Passando davanti alla stanza del capo, che aveva la porta socchiusa, lo udimmo che stava ancora imprecando al telefono con un interlocutore sconosciuto.

Fuori la pioggia continuava, ma da violenta e battente si era trasformata in una cascata d’acqua fitta e sottile. Presi la macchina e mi diressi verso il supermercato, dove volevo fare la spesa prima di rientrare a casa: nel frigo non avevo più nulla di fresco e tutte le mie scorte erano nel freezer. Avvicinandomi al piazzale del parcheggio notai un certo trambusto, e quando mi fermai con la macchina vidi che i commessi del supermercato erano tutti fuori dall’ingresso, con gli ombrelli aperti. C’erano macchine e furgoni fermi, e un movimento concitato di persone che parlottavano tra loro. Mi avvicinai per capire il motivo di quell’assembramento.

“C’è stata un’invasione di ragni” mi spiegò una cassiera bionda. “Erano dappertutto: nel magazzino, sugli scaffali e persino nei tubi della posta pneumatica. Ragni ovunque, milioni di ragni. Hanno dovuto chiamare il Comune e il presidio sanitario, ma secondo me ci vorranno giorni per farli fuori tutti.”

Rimasi fuori dal supermercato, pensando alla bizzarria della cosa, e intanto ascoltavo i commenti del personale e di alcuni clienti che avevano trovato l’ingresso chiuso ed erano rimasti a curiosare. C’era chi diceva che i ragni erano stati portati dalla pioggia eccezionale, e chi sosteneva che invece erano arrivati con qualche carico di banane o frutta esotica; non mancavano i racconti di episodi di analoghe invasioni di insetti — predominavano cimici, api e processionarie — alcune delle quali avvenute decine d’anni prima, ma delle quali chi narrava conservava un ricordo vivido.

Una decina di minuti dopo mi stancai di quelle conversazioni e mi avviai alla macchina. Per arrivare all’altro supermercato dovevo fare una strada lunga e contorta, viste le deviazioni che c’erano sulla provinciale, e ci rinunciai. Se proprio non potevo fare la spesa, mi sarei accontentato di scongelare qualcosa per la cena.

Il rientro fu lungo ed estenuante come l’andata, con lunghe code che si immettevano nella strada secondaria nella quale il traffico era stato deviato. Finalmente arrivai a casa: il mio isolato era al buio.

Brontolai mentre salivo le scale, pensando che si preannunciava una lunga serata senza energia elettrica. Quando fui sul pianerottolo vidi che c’era Dalia, la mia vicina di casa, seduta davanti alla sua porta.

“Che ti è successo?”

Lei si alzò ed emise un lungo sospiro.

“Sono rimasta chiusa fuori casa. Devo aver lasciato la chiave dentro e, beh, non posso più entrare.”

Iniziammo a discutere alla ricerca di una soluzione.

“Non hai una chiave di riserva da qualche parte?” le chiesi.

Lei scosse la testa. L’unica era quella che aveva dato a me molto tempo prima, quando ce le eravamo scambiate per ogni evenienza, ma se l’era fatta restituire quando aveva perso la sua e poi, mi confessò, aveva dimenticato di fare la copia.

“Non sono uno scassinatore, quindi penso che dovremo chiamare un fabbro.”

“Lo avrei già fatto io, se non avessi il telefono scarico.”

Pensai che era una fortuna che fossi tornato in anticipo dal lavoro e che Dalia non avesse dovuto aspettare troppo tempo. La feci entrare in casa mia e come prima cosa cercai delle candele, perché nel frattempo era sopraggiunto il crepuscolo e la casa era in penombra. Poi chiamai il fabbro, che si scusò di non poter arrivare subito perché le strade erano bloccate per il nubifragio, ma ci assicurò che avrebbe fatto di tutto per arrivare entro un’ora. Ci sedemmo sul divano con la luce delle candele profumate che avevo trovato nello sportello di un mobiletto (io non ricordavo neppure di averle, doveva averle acquistate la mia ragazza), e visto che non potevamo fare altro che aspettare aprii una bottiglia di vino che sorseggiammo chiacchierando e mangiando dei crackers. Dapprima parlammo oziosamente di cose di lavoro, perché entrambi eravamo sviluppatori software, poi il discorso andò sul personale.

“La tua ex? Si è fatta più viva?” chiese lei.

Scossi la testa, forse un po’ troppo energicamente.

“No. Ormai sono più di due mesi che si è completamente dissolta. Non si è neppure ripresa le cose che erano rimaste qui, e non posso riportargliele perché ha lasciato il suo appartamento e non si sa dove sia andata.”

Sentimmo la pioggia aumentare dietro i vetri e un tuono lontano: era di nuovo il temporale.

“E Francy?” domandai.

Francy era stata la ragazza di Dalia per qualche mese. Le nostre storie erano finite quasi contemporaneamente, ed entrambe per lo stesso motivo; ma mentre io ero venuto a conoscenza del tradimento solo dopo che la mia ragazza se n’era andata, Dalia aveva scoperto che Francy aveva un’altra e c’era stata una brutta discussione via chat.

“Nulla. Dopo quello scambio di messaggi non mi ha più cercata, neppure per chiedermi scusa.”

Sul suo bel viso c’era una smorfia di disappunto. Si strinse addosso la felpa e rabbrividì perché sentiva freddo e i riscaldamenti erano spenti.

“La cosa terribile” continuò “è stata rendermi conto che a lei di avermi ferita non importava nulla. Come se io per lei fossi meno di niente.”

Conoscevo quella sensazione, e mi rattristai nel ricordarla. Non capivo cosa potesse spingere alcune persone a prendersi gioco dei sentimenti degli altri, e non mi capacitavo di come si potesse mentire. Era una cosa che a me non riusciva. E neanche a Dalia, che era una delle persone più sincere che conoscessi.

Lei si versò un altro bicchiere di rosso.

“Sai, Alex, spesso mi raccontava delle tante storie che aveva avuto prima di conoscermi, lo faceva ridendo e con un po’ di imbarazzo, perché diceva che non ne andava fiera, e noi ci scherzavamo sopra. Penso che adesso starà facendo la stessa cosa con la sua nuova fidanzata, con la differenza che ora nel suo carnet ci sono anch’io.”

La luce tremolante della candela illuminò una lacrima nell’atto di scendere nel bicchiere. Stavo per dire qualcosa, quando squillò il mio telefono: era il fabbro, che avvisava che avrebbe ritardato un po’, e si scusava nuovamente. Quell’interruzione spezzò la tensione che si era creata, e riuscimmo a scambiare qualche battuta di spirito sulla nostra nuova condizione di single.

“Diventeremo due attempati zitelloni gattari e lasceremo tutti i nostri beni a una colonia felina!” esclamò lei alla fine, ridendo.

Fu in quell’istante che udimmo un miagolio.

Ci azzittimmo entrambi, porgendo l’orecchio. Forse era una suggestione. Ma il miagolio si ripeté, più volte, ancora più nitido e sonoro. Mi avvicinai alla porta di ingresso, dalla quale sembrava provenire, la aprii mi trovai davanti un gatto.

Era piccolo, completamente grigio e con gli occhi di un blu intenso.

“Ah, bene…” mormorai, guardando il gatto, il quale a sua volta guardava me come se aspettasse qualcosa.

Dalia ridacchiò e si chinò per prendere il gatto, ma lui con una mossa veloce la evitò e venne a piazzarsi tra i miei piedi, strofinandosi sul bordo dei miei jeans.

“Ti ha scelto” affermò lei, “i gatti scelgono sempre i loro umani.”

Non sapevo esattamente cosa fare: non avevo mai avuto un gatto. Provai ad accarezzarlo e non fuggì, e si fece prendere in braccio. Con Dalia decidemmo che doveva essere affamato, e lei rovistò nella mia credenza finché non trovò una scatola di tonno al naturale; nel frattempo io lo asciugavo con un canovaccio, perché toccandolo mi ero accorto che era bagnato. Doveva aver fatto parecchia strada sotto la pioggia. Demmo da mangiare al gatto e improvvisammo una cuccia con un vecchio maglione; nel frattempo era tornata la corrente, e Dalia aveva messo su il disco dei New Order in cui c’era Blue Monday.

“Dovresti dargli un nome” mi disse, mentre lo guardavamo giocare con una pallina che avevo fatto arrotolando un foglio di alluminio per alimenti.

“Spider” le risposi senza alzare gli occhi dal gatto.

“Davvero?” chiese lei, con tono divertito. “E perché mai?”

“Non so. Un’associazione di idee. Mi sembra che sia il nome adatto per lui, e il nome giusto per questa giornata.”

“Spider. Spider.” ripeté Dalia. “Sì, non male. Spider.”

Suonarono al campanello: era il fabbro che veniva a sostituire la serratura di Dalia. Lo stereo mandava le note di Blue Monday, la casa iniziava a riscaldarsi, la mia lasagna era nel microonde, Dalia poteva riprendere possesso della sua casa e Spider giocava correndo tra il divano e il tavolo del computer.

“Sì” pensai, “la vita può ancora sorriderci. Malgrado sia lunedì.”

Fuori aveva smesso di piovere.