Origami

Alex Nagel #26

Quando sono entrato nel mio trentesimo anno di età ho capito che avevo raggiunto un punto critico.

Era il punto esatto in cui i miei familiari cominciavano a guardarmi in modo diverso, con una sorta di aspettativa negli occhi, e a fare discorsi che andavano sempre a parare su un unico tema. Dapprima ci giravano intorno, prendendola alla larga, poi accerchiavano l’argomento in modo quasi casuale e distratto, per arrivare a colpire con estrema precisione; ma io sapevo fin dall’inizio che cosa intendevano dire ed ero molto bravo a glissare in quel genere di dialogo.

Il fulcro di tutte le loro domande e delle conversazioni che mi riguardavano si poteva riassumere in una parola: matrimonio.

Di solito iniziavano in maniera innocua, chiedendomi del lavoro o della salute o altre cose di ordinaria quotidianità; poi il discorso virava immancabilmente in quella direzione, seguendo un’allusione o un pretesto qualsiasi.

“Sai che il figlio di Iginio si è sposato?”

Io guardavo mia madre senza replicare, deciso a non cadere nel tranello che mi stava tendendo. Allora lei aggiungeva l’informazione che fungeva da rostro per sferrare il suo attacco:

“Ha la tua stessa età, mi ricordo che io e sua madre eravamo incinte nello stesso periodo…”

A quel punto sapevo esattamente come sarebbe proceduta la conversazione, e sapevo che avrebbe avuto per oggetto me e il mio futuro matrimonio. In fondo ormai avevo trent’anni, una casa di proprietà, un lavoro che mi gratificava anche economicamente, quindi che cosa stavo aspettando? Da più di un anno avevo anche una ragazza fissa, il che mi impediva di rispondere che avrei pensato alla questione una volta che avessi avuto qualcuno con cui sposarmi. Ogni volta che andavo a trovare i miei o che partecipavo a qualche riunione di famiglia l’argomento veniva immancabilmente sciorinato, in modo più o meno palese, e io dovevo fare ricorso ad acrobazie oratorie per eludere o non rispondere alle domande sempre più dirette che mi venivano poste. Solo nonno Arduino evitava di farmele, anzi, si infastidiva quando si toccava quel tema:

“Che assurdità! Perché dovrebbe sposarsi a quest’età? Ha tempo. Io mi sono sposato a 23 anni e se tornassi indietro aspetterei fino almeno ai 40. Anzi, non mi sposerei affatto.”

E così metteva a tacere ogni discussione, mentre mio padre sbuffava e mia madre alzava gli occhi al cielo.

A dirla tutta, io non ero contrario al matrimonio, e neppure avevo problemi con la mia ragazza; il fatto è che trovavo l’idea del tutto insensata.

La mia ragazza l’avevo conosciuta in treno. Rientravo da un viaggio di lavoro e dal momento che il treno era pieno non avevo trovato il posto singolo che mi facevo riservare abitualmente. Detestavo sedermi con gli sconosciuti, ma l’addetta al banco delle prenotazioni mi disse che c’era solo un posto finestrino di fronte a un altro passeggero. Poco prima che il treno partisse una ragazza venne a occupare il posto vuoto che avevo davanti. Portava un paio di jeans e una maglietta a maniche corte molto semplice, ma che addosso a lei sembrava un capo elegante. Mise uno zaino non molto grande nel portabagagli, si accomodò sul sedile e tirò fuori dalla borsa un libro, poi si immerse nella lettura mentre il treno iniziava lentamente a muoversi. A mia volta iniziai a leggere una rivista. Ogni tanto alzavo gli occhi e la guardavo: aveva lunghi capelli lisci con ciocche rosso scuro, un viso con i lineamenti regolari e muoveva le mani in modo armonioso. A un certo punto mi chiese qualcosa riguardo il tragitto del treno, e le risposi; poi cominciammo a parlare, e seppi che abitava nella mia stessa città. La nostra conversazione durò per tutto il viaggio, e quando fu il momento di salutarci ci scambiammo i numeri di telefono. La settimana successiva uscimmo insieme, e fu così che cominciò la nostra storia.

Lei lavorava in una multinazionale ed era spesso in viaggio per destinazioni lontane, con trasferte che duravano anche per delle settimane; quando era in città ci vedevamo spesso, e succedeva di frequente che dormissimo insieme, a casa sua o a casa mia. Quegli stralci di convivenza, che non duravano mai più di qualche giorno di seguito, erano molto appaganti e all’insegna del più perfetto accordo, anche se poi trascorrevamo parecchio tempo distanti; o, forse, lo erano proprio per quel motivo.

Quando ero con lei ero felice e mi piaceva vedere il suo viso assonnato appena mi svegliavo la mattina, fare colazione nudi in cucina davanti a una tazza di caffè e una spremuta d’arancia, imburrando grosse fette di pane integrale e rivolgendoci versi consonantici — mmh? mh! -, guardarla che si truccava rapidamente davanti allo specchio con l’eyeliner. Quando era via per lavoro pensavo spesso a lei, e ne sentivo la mancanza. Ma non desideravo sposarla. O meglio: non ci pensavo affatto. E credo che per lei fosse la stessa cosa.

Amavo la mia routine e mi sentivo bene quando ero a casa da solo. La prima volta che la mia ragazza era venuta a casa mia era rimasta colpita dall’ordine e la pulizia che vi regnavano, che, a suo dire, sembravano del tutto naturali e non frutto di un atteggiamento nevrotico da serial killer. Non avevo pecore di polvere sotto al letto, i cassetti dei calzini erano ben organizzati, con quel tanto di confusione rassicurante rappresentata da qualche elemento spaiato, e i vetri delle finestre non avevano la patina di sporco secolare che avevo notato nelle case dei miei amici single. Forse i luoghi che tradivano la mia compulsione per l’igiene e l’ordine erano il bagno, dove le essenze floreali coprivano opportunamente l’odore di disinfettante, e il frigo, nel quale erano riposti in maniera regolare piccoli contenitori di cibo sigillati ed etichettati. Ma, nel complesso, lei giudicò che andava bene. Col tempo poté apprezzare altre mie doti casalinghe: sapevo fare la spesa e cucinare decentemente, lavavo e stiravo indumenti e lenzuola, non dimenticavo mai di pagare le bollette ed ero bravo a fare piccole riparazioni. Ma non mi disse mai che ero un uomo da sposare: si limitava a complimentarsi e si diceva contenta che me la sapessi cavare in modo così eccellente in casa.

Lei era, in un certo senso, speculare. La sua casa era arredata in modo minimale, cosa che le faceva risparmiare molto tempo quando la rigovernava; un’utile strategia, visto che per il suo lavoro non poteva dedicare molto tempo alla pulizia. Non era disordinata, e non c’erano tracce di sciatteria nei mobiletti del bagno e negli armadi. Ma erano tre le cose in cui eccelleva. Sapeva fare la spesa scegliendo negozi, prezzi e materie prime come non avevo mai visto fare a nessuno, neppure a mia madre; e cucinava con maestria, riuscendo a incastonare cotture, colori e sapori in modo mirabile.

La terza cosa che sapeva fare in modo insuperabile erano gli origami.

La mia ragazza era una vera artista in questo: da un semplice foglio di carta le sue dita creavano abilmente forme complesse, che si aprivano e si muovevano, che sembravano assumere una vita propria.

Sugli scaffali della libreria, sul tavolinetto del salotto, sui pensili della cucina c’erano fiori, uccelli, farfalle e unicorni, draghi volanti, alberi, ghirlande variopinte, personaggi di libri fantasy.

A volte mi capitava di assistere alla nascita delle sue creazioni, che sembrava avvenire sempre casualmente, perché lei sosteneva di farlo solo per rilassarsi e si scherniva quando qualcuno ne lodava la bravura. Era davanti alla televisione, a guardare un film noioso mentre fuori pioveva; oppure aspettava che il soufflé nel forno crescesse e ne controllava la cottura, mentre io leggevo un libro; o, ancora, parlava al telefono con una sua amica che la inondava con un racconto logorroico dei suoi fatti personali. Piegava un foglio preso da un block-notes o la lettera di una pubblicità, quando non aveva a portata di mano il suo album di carte colorate. Rapidamente, una piega dopo l’altra. Ai miei occhi sembrava che procedesse senza un disegno, in modo confusionario e sconnesso — che cosa volevano dire tutte quelle pieghe e contropieghe e pieghine, alcune delle quali così piccole che le mie dita non sarebbero riuscite a farle? Ma poi da quel caos ordinato scaturiva un delfino. Un ombrello. Un intreccio di forme triangolari. Lei, con quel suo modo quasi distratto, passava le unghie sulle ultime piegature, apriva la forma come se fosse un bocciolo e ne disvelava la figura, lasciandomi ammirato a guardare in silenzio. Poi la rigirava per un po’ tra le mani, mentre sembrava pensare ad altro; la posava sul tavolo o sul bracciolo della poltrona, e la abbandonava definitivamente per tornare alla sua occupazione originaria.

Non l’ho mai vista fare due volte lo stesso origami, e non ho mai saputo dove avesse appreso quell’antica arte. La cosa che mi sbigottiva era come ogni volta creasse qualcosa di diverso, come se lo inventasse sul momento, senza seguire istruzioni. Una volta le domandai spiegazioni, e lei mi disse che guardava gli schemi che trovava sui libri o in rete, e ne memorizzava le sequenze, grazie alla sua notevole memoria visiva, per poi riprodurle quando lo desiderava: in pratica, era come se avesse lo schema davanti agli occhi. Ma a me piaceva pensare che in quello che faceva ci fosse qualcosa di magico.

Se qualcuno le chiedeva in regalo le sue creazioni, lei si stringeva nelle spalle, come se le fosse stata chiesta una cosa insulsa.

“E’ carta. Prendi tutti quelli che vuoi.”

Ovviamente oltre a fare la spesa, cucinare e fare gli origami, la mia ragazza aveva altre qualità. Era intelligente e apprezzata nel suo lavoro, aveva molti interessi, amava la letteratura e lo sport, e, cosa non trascurabile, era di una bellezza fuori dal comune. Ma negli origami era fantastica.

Forse, a pensarci bene, quello era il solo motivo per cui l’avrei sposata. Ma si può desiderare di sposare una persona perché fa degli origami bellissimi? Si può essere attratti da qualcuno per il suo aspetto, per il suo carattere, per come muove le mani o per come fa l’amore, e per un migliaio di cose di questo tipo. Si può essere attratti anche dal modo in cui riesce a piegare la carta per far sprigionare dalle sue pieghe creature meravigliose, ma è sufficiente per desiderare trascorrere con lei il resto della vita? Eppure, per quanto assurdo, era quello che provavo quando vedevo scaturire dalle sue dita ippocampi e serpenti danzanti. In quei momenti, tutto ciò che volevo era stare sempre con lei, e guardarla mentre dava vita agli oggetti e alle creature che popolavano il suo mondo di carta.

Quel giorno ero stato a trovare i miei, e come accadeva sempre nell’ultimo periodo, il discorso a un certo punto era scivolato, “casualmente”, sui miei progetti per il futuro. Stavolta era stato mio padre, mentre conversavamo in salotto dopo pranzo. Lui fumava la pipa e io ero sprofondato nel divano, tentando di digerire le tre porzioni di lasagna che mia madre mi aveva infilato nel piatto; lei, in cucina, lavava i piatti canticchiando.

“Allora, quella ragazza con cui ti vedi. Quando me la fai conoscere?” chiese mio padre, ostentando un’espressione amichevole del tipo da-uomo-a-uomo.

Io non avevo voglia di affrontare l’argomento e tentai di tagliare corto.

“Uh, sì, prima o poi. Mi pare un po’ presto per fare presentazioni ufficiali.”

Lui alzò le sopracciglia.

“Presto? Ma se vi frequentate da un anno e mezzo!”

Protestai debolmente, desiderando di avere a portata di mano un digestivo effervescente.

“Ma che stai dicendo, non è da tutto questo tempo!”

“Sì che lo è: l’hai conosciuta quando sei andato sulla riviera per lavoro, ed è stato esattamente nel settembre di due anni fa. Non parlavi d’altro al tuo ritorno.”

Era vero: mio padre ricordava bene. A me sembrava che fosse passato molto meno tempo, ma dovevo dargli ragione.

Tornai in città che ormai era passata da un pezzo l’ora di cena, assorto in pensieri riguardanti quello che mio padre mi aveva detto e con una certa acidità di stomaco. Quando entrai in casa della mia ragazza, lei stava mettendo in ordine il salotto; in mano aveva due calici che aveva appena tolto dal tavolo di cristallo e stava portando in cucina.

“Oh, Alex!” mi gridò dalla cucina. “Com’è andata la tua giornata nel nido natale?”

“Come sempre. Il figliol prodigo torna a casa e ammazzano il vitello grasso. E glielo fanno mangiare tutto intero, coperto da sfoglie di pasta tirata col mattarello.”

Lei mi venne incontro ridendo e mi baciò. Il mal di stomaco si attenuò istantaneamente.

“E tu? Hai avuto ospiti?” le chiesi, guardandola mentre continuava ad affaccendarsi tra salotto e cucina.

“Sì, un aperitivo con alcuni amici. I soliti, li conosci: Ilaria, Wanda e Nino. Un po’ di finger food.”

Rimpiansi di non aver potuto gustare il finger food che la mia ragazza preparava in modo stupendo, e di essermi ingozzato con la lasagna di mia madre. Mi sedetti in poltrona e attesi che lei finisse di sistemare la cucina e di caricare piatti e pentole nella lavastoviglie. Un suono attirò la mia attenzione; mi voltai e vidi che sul tavolinetto accanto alla poltrona c’era un telefono in carica. Poiché io e la mia ragazza avevamo lo stesso modello di telefono all’inizio pensai che fosse il mio. Poi mi ricordai che il mio lo avevo nel taschino della camicia; ma nella manciata di secondi che trascorsero da quando posai il mio sguardo sul telefono a quando realizzai che era il suo, avevo già letto la prima riga del messaggio che passava in sovrimpressione per sparire subito dopo.

I tuoi orgasmi sono meravigliosi.

Oh, dio, pensai. Era un messaggio di Nino. E diceva proprio così: i tuoi orgasmi sono meravigliosi.

Ebbi un capogiro, mentre tentavo di afferrare il significato del messaggio. Non ero mai stato un tipo geloso, ma il messaggio era inequivocabile. Conoscevo Nino, anche se ne ricordavo a malapena la faccia — non ho memoria per i visi — e tentavo di figurarmi che cosa fosse accaduto prima che io arrivassi: un aperitivo con amici o un incontro a due? Un incontro finito a letto, o magari sul divano o sulla poltrona sulla quale ero seduto? E i due calici che lei stava portando in cucina quando ero entrato erano un indizio del tradimento?

Dall’altra stanza sentivo il rumore delle stoviglie mentre la mia ragazza metteva in ordine, e dello sciabordio dell’acqua nel lavandino. Un po’ mi sentivo in colpa per aver letto un messaggio non destinato a me, un po’ avvertivo crescere il fastidio e la rabbia per quello che avevo visto. I tuoi orgasmi. La mia ragazza era sempre stata sincera con me. Quando qualcuno le scriveva in chat, facendole avances o richieste oscene, del tipo “mostrami le tette”, lei mi faceva vedere i messaggi, commentando quanto erano idioti quei tipi, e ne ridevamo insieme. Ma stavolta era diverso.

Poco dopo lei mi raggiunse in salotto e si sedette accanto a me sul bracciolo della poltrona. Aveva la stessa espressione di sempre e non mi sembrava nascondesse qualcosa.

“Hai un messaggio” le dissi, indicando il telefono, senza evitare di tossicchiare. Lo stomaco aveva ricominciato a bruciarmi. Lei prese il telefono e lesse; cercai di decifrare il suo viso ma non ci riuscii.

“E’ di Nino” disse alla fine.

“Ah, e che dice?” le chiesi mentre stava per posare di nuovo il telefono.

Lei mi guardò stupita, perché non ero mai curioso e non le avevo mai rivolto una domanda del genere. Invece di obiettare riaprì il messaggio e me lo lesse.

“I tuoi origami sono meravigliosi. Ho messo il drago sulla libreria e l’airone nella vetrinetta. Capolavori. Grazie.”

I tuoi origami. Origami, cazzo.

Dovevo aver fatto una faccia strana, perché lei girò lo schermo del telefono affinché lo potessi leggere. E c’era scritto proprio “origami”. Alla fine della serata, Nino le aveva chiesto di prendere un paio delle creature di carta e lei lo aveva lasciato fare. Punto.

Avrei dovuto sentirmi meglio, ma stranamente sentivo ancora più forte il pungolo della gelosia. Capii che mi faceva male immaginare la mia ragazza che godeva tra la braccia di Nino, ma mi faceva ancora più male l’idea che lui tenesse tra le mani le sue creazioni cartacee. Era proprio una sensazione assurda.

Più tardi eravamo sul divano abbracciati e guardavamo un documentario di viaggio. Lei rigirava tra le mani un ranocchio che aveva appena terminato di fare.

“Dì un po’” le chiesi, “tu ci pensi mai al matrimonio?”

Si voltò a guardarmi, e per qualche secondo non parlò, poi scoppiò in una sonora risata.

“I tuoi ti hanno di nuovo detto che è arrivato il momento di sistemarti?”

“No, cioè sì. Mio padre mi ha fatto notare che io e te stiamo insieme già da un anno e mezzo.”

“Così tanto?”

“Sì.”

Lei posò il ranocchio sul piano di cristallo, con un movimento aggraziato della mano.

“E tu ci pensi mai?” mi sussurrò nell’orecchio, ridacchiando.

La baciai sulla bocca, poi le risposi:

“Io ti sposerei per come fai gli origami.”

Scosse la testa, sorridendo.

“Certo che sei proprio strano.”