Tirando pugni

Alex Nagel #23

Nella mia vita ho fatto a botte tre volte, e in tutti e tre i casi avevo ragione.

La prima volta avevo dieci anni e mi trovavo in vacanza nel campo estivo organizzato annualmente dalla società in cui lavorava mio padre. Chiamarla vacanza, a dir la verità, era un grosso complimento. Dovevamo svegliarci presto la mattina e assoggettarci a una serie di cose da fare più stressanti di un mestiere a cottimo: esercizi ginnici, escursioni obbligate, giochi di gruppo, canti attorno al fuoco e altre cose inutili da svolgersi a orari forzati e inflessibili. Non avevo mai il tempo di fare ciò che mi piaceva, come leggere, nuotare, fare lunghe corse sui prati, e soprattutto non riuscivo a starmene per conto mio; dopo un mese di quello strazio tornavo a casa stremato e per riprendermi impiegavo almeno una decina di giorni che trascorrevo buttato sul letto con pile di albi a fumetti, incurante delle incursioni dei miei che si affacciavano sulla porta della mia camera per spronarmi a uscire di casa.

I momenti peggiori, tuttavia, erano quelli dei pasti. Passi per la colazione, in cui mi limitavo a mangiare un frutto e uno yogurt evitando la brodaglia maleodorante che si ostinavano a chiamare caffellatte; ma il pranzo e la cena erano una vera tortura, con le assistenti che tentavano di farmi ingollare improbabili pietanze che avevano un aspetto che mi repelleva.

“Alex, perché non mangi il purè di patate?”

“Ha un colore schifoso!”

“Ma come sarebbe? Ha il colore del purè di patate!”

E cercava di convincermi a mangiare una cucchiaiata di quella poltiglia color latte rancido. A casa il purè lo mangiavo, ma solo quando mia madre lo preparava aggiungendo delle verdure per colorarlo con i toni vivaci che mi piacevano: il rosso della barbabietola, il verde intenso del prezzemolo, il giallo caldo della zucca.

“Guarda Luigino: lui non storce la bocca come fai tu, lo mangia tutto senza fare storie.”

Io mi giravo verso Luigino, che si ingozzava di purè e polpette, e provavo un moto di stizza verso quel bambino che mi portavano sempre ad esempio. Luigino arrivava per primo in cima alla collina nell’escursione, ricordava sempre tutte le parole delle sciocche canzoni che cantavamo la sera attorno al fuoco e aveva il maggior numero di distintivi conquistati nei giochi campestri. Aveva l’espressione spocchiosa e mi guardava con aria di sfida, sorridendo con i suoi denti storti. Lo sopportai per tre settimane senza mai rispondere alle sue prese in giro, perché detestavo perdere tempo ad attaccare briga con persone che non mi piacevano. All’inizio della quarta settimana, però, lui passò il segno. Era pomeriggio e avevano distribuito la merenda dopo che ci avevano lasciati giocare in giardino. Una bambina con cui avevo giocato a nascondino e che si chiamava Iris si avvicinò a me porgendomi il suo panino.

“Alex, lo vuoi il mio? Il formaggino non mi piace.”

Luigino, che si trovava proprio accanto a noi, ridacchiò e le disse in tono di scherno:

“Tanto non lo prende! Ad Alex piacciono solo le cose da mangiare colorate. Il formaggino lui lo vuole color cacca, tutto marrone! Alex mangia la cacca! Alex mangia la cacca!”

Fu un attimo. Mi girai verso di lui e lo stesi a terra con un pugno sulla guancia. Lui mi guardò sorpreso, e prima che potesse reagire gli fui addosso e lo tempestai di calci e pugni mentre Iris lanciava degli strilletti acuti e gli altri bambini si radunavano attorno a noi. Quell’episodio scatenò l’inferno: furono chiamati i miei genitori, i responsabili del campo dissero che la cosa era molto grave, subii delle ramanzine e dei rimproveri da parte loro e da parte di mio padre. Io non capivo cosa c’era di così strano nell’aver preso a pugni un bambino antipatico e che se lo meritava; fatto sta che dopo quella volta Luigino non venne più al campo estivo e la cosa si chiuse lì.

La seconda volta avevo tredici anni. Eravamo in novembre e mi avevano da poco regalato il mio primo portatile, e un paio di volte era capitato che lo portassi a scuola quando facevamo una ricerca di scienze o di storia. Era un affare pesantissimo e ingombrante, ma era tutto mio e ne ero decisamente orgoglioso. I miei compagni di classe me lo invidiavano, e molti di loro avrebbero voluto toccarlo ma sapevano che ne ero gelosissimo e se ne tenevano a distanza, perché avevano timore che non avrei più passato loro i compiti di matematica. Un giorno che avevo portato il mio computer arrivò in classe un nuovo compagno, un ragazzo che si era trasferito da poco nella nostra città. Nell’ora di scienze il professore lo assegnò al mio gruppo per fare una ricerca sui molluschi marini. A me la cosa non andava molto a genio, perché non mi piaceva stare in gruppo con persone che non conoscevo bene, e storsi la bocca ma non dissi nulla. Il nuovo compagno si dimostrò fin da subito ciarliero e invadente. Appena si fu seduto accanto a noi adocchiò il mio portatile.

“Bello quel computer! E’ tuo?”

“Mh mh.”

“Me lo fai provare?”

“No.”

Gli altri tre compagni trattennero il fiato, ma lui parve subito desistere. Iniziammo con la ricerca, consultando enciclopedie e libri illustrati, e io trascrivevo digitando velocemente sulla tastiera. Tutto scorse tranquillo, fino all’ora dell’intervallo, quando mi allontanai per un bisogno urgente. Al mio rientro la classe era semivuota, ma seduto al mio posto il compagno nuovo armeggiava con il mio portatile. Al mio arrivo alzò gli occhi e mi rivolse un sorrisetto ironico.

“Sai? Non ci sono mica tanti giochi interessanti qui sopra.”

“Togliti dal mio computer.”

“E lasciami in pace! Mica te lo consumo. Togliti tu dai piedi.”

Continuò a usare il mio computer senza curarsi della mia presenza. Io non gli chiesi di nuovo di togliersi da là, lo afferrai per la maglia, lo sollevai dalla sedia e lo scaraventai a terra. Qualche secondo dopo stavamo azzuffandoci sul pavimento e ce le davamo di santa ragione. Quanto intervenne il professore di scienze a separarci, io avevo avuto la meglio e il compagno nuovo era pieno di graffi e tumefazioni. Finimmo entrambi in presidenza, e anche stavolta accadde il finimondo. Mio padre oltre alla ramanzina mi mise in punizione senza fumetti per una settimana, e mi disse severamente che avrei dovuto imparare a gestire la mia aggressività, altrimenti avrebbe preso provvedimenti più drastici. In classe mi guadagnai la nomina di duro, il compagno nuovo cambiò sezione e i professori iniziarono a considerarmi un soggetto difficile.

Dopo quel secondo episodio pensai che dovevo calmarmi e imparare a contare fino a dieci, anche fino a cento se necessario, prima di prendere a botte qualcun altro; e per un periodo la cosa mi riuscì abbastanza bene, anche se ormai avevo la fama di essere piuttosto bellicoso.

Quando capitò la terza volta avevo già vent’anni e anche stavolta avevo un buon motivo. Mi ero iscritto alla facoltà di Lettere e frequentavo una combriccola di studenti in cui avevo conosciuto Caterina, la mia ragazza. Con questo gruppo di amici uscivamo per andare ai cineforum o al lago a fare lunghe chiacchierate davanti a una birra, spesso tirando fino all’alba. A volte Caterina si portava dietro il fratello Vincenzo, un diciottenne efebico, col quale disquisivo per ore della beat generation e del cinema di avanguardia.

A Natale proposi a Caterina di venire a pranzo a casa dei miei.

“Se ci sei tu ho almeno una ragione valida per sopportare la tortura del pranzo con i parenti vicini e lontani” le spiegai.

Lei annuì, pensierosa.

“Sì, ma ti devo chiedere di invitare anche Vincenzo. Ha avuto una brutta litigata con nostro padre e non posso lasciarlo solo a casa proprio al pranzo di Natale.”

“Che è successo?”

Lei sospirò.

“L’altra sera mentre eravamo tutti a cena ha fatto coming out e ha confessato di essere gay e di fare coppia fissa con un suo amico. Apriti cielo! Credo di non aver mai sentito tante urla e tanti insulti. Insomma, a farla breve papà non l’ha mandata giù e Vincenzo è in uno stato di prostrazione.”

Così il giorno del pranzo Caterina venne con il fratello. Mia madre aveva imbandito una lunga tavola che occupava tutto il nostro salone, e per l’occasione aveva invitato, oltre a zia Agata e a zia Giulia con suo marito, un lontano cugino e due colleghi di mio padre con le loro mogli, con cui c’era un tiepido rapporto di amicizia. Io avevo spiegato ai miei il motivo per cui Caterina veniva assieme al fratello, e loro erano stati ad ascoltare approvando.

Il pranzo fu esattamente come mi ero aspettato: affettatamente informale, noioso e abbondante di portate. Ero seduto tra Caterina e Vincenzo, e mentre lei chiacchierava piacevolmente con mia madre, che si trovava di fronte, io parlavo con Vincenzo che mi raccontava dello spettacolo teatrale che con alcuni suoi amici stava allestendo in un centro sociale autogestito. Lui era talmente infervorato che parlando aveva avvicinato la sua sedia alla mia e gesticolava con movenze armoniose, mentre io lo ascoltavo con estrema attenzione guardandolo negli occhi.

La nostra conversazione fu interrotta da uno dei colleghi di mio padre, un tipo borioso che mi aveva ispirato antipatia fin dalla prima volta che ci eravamo incontrati e che ci aveva osservati fin dall’inizio della cena.

“E allora, Alex!” disse ad alta voce, “come va all’Università? Siamo vicini alla laurea, eh?”

Fece una risata che mi irritò, ma tentai di rispondere nel modo più cortese che conoscevo.

“Veramente mi sono appena iscritto, per la laurea c’è ancora tempo.”

Mi versai un bicchiere d’acqua pensando che la conversazione fosse finita lì, ma lui seguitò.

“E dopo la laurea dovrai iniziare a pensare al lavoro, alla casa e anche al matrimonio… magari prima però dovrai trovarti una ragazza.”

Rise di nuovo in modo sgradevole, pensando forse di essere spiritoso.

“Veramente ce l’ho già. Caterina è la mia ragazza.”

Lei udendo il suo nome si girò a sorridergli, poi sorrise a me.

“Ah? Bene, bene… non avevo capito…” commentò lui, guardando prima lei, poi, più a lungo, me e Vincenzo.

Ripresi a mangiare sperando che la cosa fosse definitivamente terminata.

“…Meglio così. Almeno sappiamo che sei uno normale, non come certi finocchi che ci sono in giro!”

Lo disse a voce alta e fece seguire un risolino sarcastico all’indirizzo di Vincenzo, il quale, sorpreso, si ammutolì. Io restai con la forchetta a mezz’aria per qualche secondo, poi, mentre lui come se nulla fosse riprendeva a chiacchierare con gli altri commensali, mi alzai da tavola lentamente, come se dovessi prendere qualcosa in cucina, feci il giro del tavolo, mi parai davanti a lui e gli mollai un pugno su quella faccia da stronzo. Lui si ritrovò per terra con tutta la sedia, senza capire che cosa fosse successo, e prima che io potessi continuare a suonargliele mio padre scattò e mi afferrò saldamente per le braccia, imponendomi di smetterla.

Come c’era da aspettarsi scoppiò il pandemonio. La moglie dello stronzo starnazzava con quanto fiato aveva in gola mentre col tovagliolo intriso d’acqua gli tamponava il naso sanguinante, mia madre cercava di aiutarla, Caterina e il fratello guardavano senza fiatare, zia Agata mi incitava a finirlo e tutti gli altri mormoravano in preda alla costernazione. Mio padre continuava a tenermi fermo mentre io fremevo di rabbia e avrei voluto finire di spaccare la faccia all’uomo.

“Insomma, basta, Alex! Ora stai calmo e siediti!” urlò.

Gli obbedii e piombai sulla sedia con tutti i muscoli tesi. Lui mi guardò con l’espressione più nera che gli avessi mai visto. Stavolta l’avevo fatta grossa.

“Ora voglio dirti una cosa” disse alla fine, quando la stanza fu tornata in silenzio.

“Sei impulsivo e non sai controllarti. Hai fatto una delle cose più orribili che si possano fare: prendere a pugni un ospite, e per di più il giorno di Natale. Il tuo comportamento è inqualificabile. E perciò ho deciso…”

Tutti ci guardarono; io aspettavo che mio padre concludesse dicendo che meritavo di essere affidato ai servizi sociali o cose del genere. Lui dopo una lunga pausa continuò:

“Tu chiederai scusa al mio collega. Ma non prima che lui abbia chiesto scusa a tutti per quello che ha detto. E una volta fatto tutto questo, lo pregherò caldamente di andarsene e non rimettere più piede in questa casa.”

Ci fu uno stupore generale e subito dopo un vocio di proteste da parte dello stronzo e della moglie, mentre zia Agata applaudiva e mia madre sorrideva con malcelata soddisfazione. La cena di Natale proseguì senza le due coppie di colleghi che alzarono i tacchi e da quel momento ruppero i rapporti con la nostra famiglia, e noi che eravamo rimasti passammo il resto della serata a ridere, scherzare e a bere prosecco fino a diventare brilli, in un’atmosfera che era finalmente divenuta allegra e leggera.

Molto più tardi, dopo che tutti se ne furono andati, mio padre mi prese da una parte e mi parlò seriamente. Mi disse che dovevo imparare a controllare la mia aggressività e che non potevo sempre far valere le mie ragioni a suon di pugni. Mi cosparsi il capo di cenere e promisi solennemente che avrei rinnegato la violenza per risolvere i conflitti. Tornai in salotto a dare la buonanotte a mia madre e la trovai seduta davanti al caminetto, le cui fiamme si stavano ormai estinguendo.

“Tuo padre ti ha fatto la predica, vero?” domandò con un sorriso tranquillo.

“Beh, sì. In effetti ha ragione, non devo lasciarmi trascinare dalla rabbia.

Lei rise.

“Lo immaginavo. Certo, una predica fatta da lui suona strana. E’ vero che è molto cambiato in questi anni…”

“Spiegati meglio” le dissi, sedendomi accanto a lei.

Lei stava spostando i ciocchi di legna con l’attizzatoio per spegnere il fuoco. Nella penombra i suoi occhi azzurri brillavano.

“Da giovane era molto impulsivo e non perdeva occasione per fare a botte. Quando ci siamo conosciuti era una specie di hooligan.”

La guardai con un certo stupore. In quel momento mio padre rientrò, e con la sua calma inglese e il viso serissimo spense la pipa e la poggiò sul posacenere. Mi rivolse un’occhiata interrogativa, con un’alzata di sopracciglia.

“Non vai a dormire, Alex?”

“Sì, vado. Buonanotte.”

Dopo quella volta non ho più fatto a botte con nessuno. Ma non sono neppure diventato serio e impassibile come mio padre.