Trentanove

Alex Nagel #30

Quella mattina mi svegliai con una sensazione strana. Mettendomi a sedere sul letto per alzarmi mi parve che la stanza mi ruotasse attorno. Chiusi gli occhi, poi li riaprii, tentando di mettere a fuoco nella nebbia gli oggetti che avevo davanti. Impiegai qualche secondo per capire che non avevo gli occhiali, così li misi e tornai a guardare le cose intorno a me: ora tutto sembrava normale, ma io sentivo una strana sensazione di stordimento.

Mi alzai, e andai in cucina a prepararmi il caffè. La stanza non girava più ma sentivo le gambe molli come fossero diventate di stoffa. Feci la mia solita colazione — caffè nero, pane tostato e imburrato con prosciutto, yogurt al limone — pensando che mi sarei rimesso in forze, ma le gambe continuavano a reggermi a malapena. Mi chiesi come mai mi sentissi così malandato, senza alcun motivo apparente: il giorno prima avevo fatto i 10 chilometri di corsa senza nessun problema, nell’arco della giornata mi ero sentito in piena forma e la sera avevo fatto una cena leggera a base di verdure e senza alcolici. Di solito tendo a essere ipocondriaco e a immaginare tutte le possibili malattie croniche e di esito mortale quando ho sintomi che non riesco a spiegarmi, ma quel giorno avevo troppa fretta di andare al lavoro e concludere una consegna urgente prima che iniziassero le vacanze natalizie, e non avevo tempo di soffermarmi a cercare su Internet sotto la voce “patologie rare”.

Mi preparai per uscire in un tempo vergognosamente lento rispetto ai miei standard, e arrivai in ufficio con venti minuti di ritardo; ma ero troppo intontito per essere di cattivo umore. Mi misi al lavoro su un’applicazione che dovevo terminare e mi sforzai di farlo in modo rapido, ma ogni passaggio mi costava una fatica enorme e dovetti bere diversi caffè per restare lucido.

All’ora di pranzo venne a chiamarmi Gualtiero per andare a mangiare insieme. Alzai appena la testa dal computer e gli dissi che non avevo tempo di pranzare. Lui mi si avvicinò e mi guardò con un’espressione incuriosita.

“Dì un po’, sei sicuro di star bene?”

“Perché, cosa dovrei avere?”

“Vedi tu. Hai gli occhi rossi e l’aria stravolta. Come uno che si è fatto canne per tutta la notte.”

“Macché, magari. Sono solo un po’ stanco, è tutta la mattina che sto su questo codice.”

Lo avevo detto perché pensavo veramente che fosse solo stanchezza: mentre lavoravo ero giunto alla conclusione che nelle ultime settimane avevo tirato veramente oltre i limiti — cosa che, d’altronde, accadeva spesso.

“ Ricordati che stasera c’è il Party.”

Io me ne ero completamente dimenticato: era il 23 dicembre e come tutti gli anni in ufficio si festeggiava il natale con una festa all’americana, il così detto Christmas Party (perché non lo chiamassero semplicemente festa di natale non riuscivo proprio a capirlo).

“Uh, non so se vengo…”

“Se non ti affacci alla festa il capo ti strangolerà, poi passerà me al tritacarne in quanto tuo fidato collaboratore e amico. Ci tiene che partecipiamo tutti e ho sentito dire che vuole presentare la sua nuova fidanzata in questa occasione ufficiale.”

Quella di cui parlava Gualtiero era la novità dell’anno: il capo aveva una nuova fidanzata, e da quando stavano insieme il clima in ufficio si era completamente trasformato. Tanto per cominciare le riunioni estenuanti e interminabili che in precedenza indiceva una mattina sì e l’altra pure avevano preso una frequenza umana e accettabile; anche la loro durata si era ridotta, grazie al fatto che la sua fidanzata amava pranzare insieme a lui, cosa che ormai accadeva quasi quotidianamente. Poi, il capo aveva smesso di presidiare l’ufficio h24 come se la sua presenza fosse una questione vitale per la produzione, col risultato che ci sentivamo tutti molto più liberi e a nostro agio, senza l’incubo di vedercelo comparire alle spalle mentre cazzeggiavamo al computer per rilassarci. E, soprattutto, aveva quasi del tutto abbandonato le sue battute sferzanti e le sue sfuriate: quando qualcosa non andava anziché urlare i suoi insulti coloriti all’indirizzo del malcapitato che aveva sbagliato si limitava a fare un sorriso, mentre annuiva e diceva: va bene, va bene, adesso butta al secchio questa porcheria e rifallo da capo. Certo, nei fatti non era cambiato, e se doveva dare, metaforicamente, un calcio in culo a qualcuno lo faceva senza problemi, ma in modo veloce e asciutto, senza metterlo alla gogna davanti a tutti e senza urlargli dietro epiteti che avrebbero fatto impallidire un portuale.

Guardai Gualtiero sforzandomi di sembrare interessato al party, al capo e alla sua fidanzata, ma mi sembrava di avere la testa piena di ovatta. Lui dovette pensare che non avessi capito, perché mi ripeté:

“La nuova fidanzata del capo, Alex. Quella cui noi tutti dovremmo accendere incensi e candele votive, per come ci ha inaspettatamente reso la vita lavorativa un po’ meno merdosa. Quindi schiodati da questo computer e fatti vedere al party. Alle 19!”

Annuii, emisi un sospiro e guardai fisso lo schermo davanti a me. Quando alzai di nuovo gli occhi Gualtiero era sparito.

Per tutto il pomeriggio lavorai — o, per meglio dire, tentai di lavorare, chiuso nella mia stanza. Ogni tanto mi alzavo, mi preparavo un caffè istantaneo, mi strofinavo gli occhi e tentavo di rimettere a fuoco le procedure che dovevo eseguire. Mi sentivo lento in modo esasperante, e mi sembrava che le ore si allungassero come gomma da masticare. Alla fine, non so come, riuscii a portare a termine il mio lavoro. Guardai l’ora: erano da poco passate le otto. Mi alzai e sentii le gambe deboli in modo allarmante, tanto che dovetti reggermi sul bordo del tavolo. Mi immaginai finalmente a casa, sdraiato sul divano con una coperta e una tazza di latte caldo, e non vedevo l’ora di arrivare; l’indomani la mia ragazza sarebbe tornata dal suo viaggio di lavoro e di certo mi avrebbe preparato uno dei suoi meravigliosi pranzi che erano in grado di rimettermi al mondo quando mi sentivo debole o malandato. Poi all’improvviso mi ricordai.

“Cazzo, il party di natale!”

Aprii la porta: il corridoio era deserto. Come mai Gualtiero non mi era venuto a chiamare? Mentre richiudevo la mia stanza vidi che dalla maniglia pendeva il cartello con il teschio che mettevo sempre quando non intendevo essere disturbato per nessun motivo. Forse lo avevo messo sulla maniglia una delle volte in cui ero rientrato dopo essere andato in bagno, ma non riuscivo a ricordarmene. Presi l’ascensore. Le luci mi davano fastidio e dovevo socchiudere gli occhi.

Quando entrai nella sala in cui si svolgeva la festa ebbi un attimo di nausea. Il vocio, la musica e lo scintillio degli addobbi illuminati dai led erano quasi insopportabili. Passai tra gente che mi salutava, assemblando qualche parola confusa di risposta, e cercai di individuare Gualtiero; lo scorsi che stava conversando con la nuova arrivata dell’amministrazione, una ragazza carina e alle prime armi. Lei pareva pendere dalle sue labbra e non potei fare a meno di pensare a un lupo che sta per ghermire la preda. Appena mi vide lui si scusò con lei, raccomandandole di aspettarlo.

“Eccoti, allora. Il capo ti cercava, andiamo da lui e facciamoci vedere. Certo che hai una faccia… ti sei preso qualcosa?”

“Non ho nulla, sono solo stanco” protestai.

Mi feci quasi trascinare da Gualtiero che mi teneva per un braccio e arrivammo dall’altra parte della sala, dove una band stava suonando su un palcoscenico improvvisato. Il capo stava sorbendo un drink e aveva stampato sulla faccia un sorriso che andava da un orecchio all’altro e che gli avevo visto prima solo in altre due occasioni, quando la nostra società si era aggiudicata un’importante gara di appalto battendo sul filo del rasoio l’IBM, e quando la sua squadra di rugby del cuore aveva vinto il Torneo delle 6 Nazioni.

Alzò gli occhi dal drink e mi gridò in tono festoso:

“Nagel! Alla buon’ora, accidenti! Sei riuscito ad alzare le chiappe da quella dannata sedia?”

Io e Gualtiero ci avvicinammo e il capo mi presentò la ragazza che aveva vicino. In quel momento la band si stava producendo in un frastuono assordante e io afferrai solo l’ultima parte della frase:(…)ana, la mia fidanzata.

La ragazza mi strinse la mano; era bionda, molto bella, indossava un abito verde e aveva un’espressione intelligente. Restammo a scambiare qualche chiacchiera, ma faticavo a seguire la conversazione perché la musica era alta e mi sentivo frastornato. Dopo una decina di minuti il capo rivolse la sua attenzione ad alcuni colleghi appena arrivati e ne approfittai per allontanarmi, mentre Gualtiero tornava dalla sua preda, che era rimasta docilmente ad aspettarlo.

Raggiunsi il buffet e provai a mangiare qualcosa, ma avevo di nuovo quella spiacevole sensazione allo stomaco e la gola che mi bruciava. Mi feci riempire un bicchiere con succo di ananas e gin e me ne andai a bere in un angolo tranquillo. Da lontano intravidi la fidanzata del capo che mi guardava; stranamente, non indossava più l’abito verde, ma si era cambiata e adesso aveva una gonna e una maglia molto scollata. Terminai il drink e decisi che era abbastanza e potevo tornarmene a casa e mettermi a letto.

Quando fui nel parcheggio, però, sentii le gambe che non mi reggevano e dovetti sedermi sul muretto. Respirai profondamente; l’aria era gelida, sopra di me splendeva una luna quasi piena e io sentivo addosso brividi alternati a calore. Udii un rumore di tacchi e mi voltai: era la fidanzata del capo, che veniva verso di me, e aveva l’aria preoccupata.

“Stai bene? Ti ho visto uscire barcollando.”

“Ah… grazie ma sono solo stanco…adesso mi alzo…”

Provai a sollevarmi ma ricaddi seduto. La ragazza aveva un’espressione seria e sempre più allarmata.

“Non credo sia solo stanchezza. Scusami, ma sembri uno straccio.”

Mi si avvicinò e mi mise la mano sulla fronte. Lanciò un piccolo grido.

“Ma tu scotti come se avessi il fuoco addosso! Devi avere la febbre alta!”

Cercai di risponderle ma riuscii solo a emettere dei suoni senza significato.

“Non puoi tornare a casa da solo in queste condizioni. Ti riporto io, vieni con me.”

Mi aiutò ad alzarmi dal muretto e mi portò alla sua macchina. Mentre tentavo di allacciarmi la cintura mi sorrise:

“Io sono Luana. Tu come ti chiami?”

Ecco il nome che non ero riuscito a udire durante la presentazione: Luana.

“Ah, ecco, Luana, ho capito…” bofonchiai “il mio nome è Alex.”

Mise in moto e uscimmo dal parcheggio.

“E dimmi, Alex, se invece di accompagnarti a casa ti portassi da me? Abito qui vicino e tu hai bisogno di qualcosa che ti abbassi subito la febbre. A casa ho la borsa del ghiaccio e delle pasticche che spegnerebbero un vulcano.”

“Ma tu devi stare al party di natale…” tentai di protestare. Lei rise.

“Oh, figurati! Detesto quelle feste e mi stavo annoiando terribilmente. Siamo quasi arrivati, te l’avevo detto che eravamo vicini.”

Quando fummo nel suo appartamento come prima cosa mi misurò la temperatura.

“Oddio, sono trentanove gradi!” esclamò guardando il termometro. Restai sgomento: non avevo mai avuto la febbre così alta, a trentasette gradi di solito giacevo a letto farneticando di voler dettare le ultime volontà. Lei mi fece sedere sul divano, nel quale sprofondai in preda a un quasi delirio, e mi portò un bicchiere d’acqua con una pasticca che aveva le dimensioni di un siluro.

“Prendi questa. Ora vieni con me, ti faccio sdraiare.”

La seguii, ubbidiente, nella sua camera da letto e lasciai che mi togliesse le scarpe per farmi distendere. Poi ebbi un capogiro.

Mi risvegliai tra le lenzuola, da solo.

La mia fronte non scottava più, in compenso mi sentivo completamente bagnato di sudore. Cercai i miei occhiali, che erano sul comodino, li inforcai e mi guardai attorno. Alla mia mente si affacciò il pensiero che ero nella stanza da letto della fidanzata del capo e feci per alzarmi; ma, quando sollevai le coperte, scoprii di essere nudo. Una rapida occhiata alla stanza e vidi i miei vestiti sul pavimento. In quel momento Luana entrò. Indossava una vestaglia di seta aperta sul davanti. E sotto la vestaglia non portava nulla.

“O mio dio” mormorai.

Lei mi guardava, con espressione interrogativa.

Ebbi all’improvviso un flashback e ricordai ciò che era accaduto: Luana che mi metteva a letto, mi spogliava, mi accarezzava il viso, si avvicinava, io che le passavo una mano su un fianco e poi gliela infilavo sotto la maglietta, lei che si chinava su di me e la sua bocca che scendeva fino a ….

Schizzai fuori dal letto e iniziai a raccogliere i vestiti sparsi sul pavimento.

“Alex, come ti senti? E’ passata o hai ancora febbre?”

La guardai e non le risposi, continuando angosciato a raccogliere i vestiti e a indossarli saltellando per la stanza. In un colpo solo avevo mandato a puttane la storia con la mia ragazza e perso il lavoro: delle due cose non sapevo cosa fosse peggio.

“Alex, calmati. Non c’è tutta questa fretta, va tutto bene…”

“Ah, va tutto bene? Quando il capo scoprirà quello che è successo mi crocifiggerà nella stanza dei server, torturandomi coi ferri roventi, poi mi butterà fuori a calci in culo e mi farà terra bruciata intorno, per non parlare di quello che potrà dire o fare a te, e tu mi dici che va tutto bene?” replicai, quasi gridando.

“Alex, io sono Luana!”

“E io sono morto!”

Mi corse dietro mentre mi avviavo alla porta d’ingresso, e mi afferrò per un braccio:

“Io sono Luana. Il tuo capo è fidanzato con Adriana, la mia gemella!”

Fermai a mezz’aria la mia mano che si posava sulla maniglia. Nel frattempo lei mi spiegava la situazione: era Adriana la fidanzata del mio capo, la ragazza con il vestito verde che mi era stata presentata alla festa. Nello stordimento delle febbre avevo confuso le due ragazze, che tranne per i vestiti erano quasi identiche, scambiandole per una sola. E il fatto che non avessi udito bene il nome aveva fatto il resto.

Dopo le spiegazioni mi riaccompagnò a casa e crollai in un sonno nero e senza sogni. La mattina, quando mi risvegliai erano le nove: la febbre era definitivamente scomparsa. Mi alzai e mi vestii, e mi preparai il caffè. Feci colazione ripensando agli assurdi avvenimenti di quella notte. Non rischiavo di perdere il lavoro, ma la situazione era ugualmente critica: ero stato a casa di Luana, e malgrado fossi febbricitante e confuso avevamo fatto sesso. Come avrei fatto a dirlo alla mia ragazza?

Con lei qualche volta avevamo sfiorato il discorso della fedeltà e dei tradimenti. Quando ne avevamo parlato avevo immaginato che prima o poi qualcosa del genere potesse accadere, ma nelle mie fantasie lei era quella che tradiva e io ero quello che accettava la situazione, perdonava e tentava di superare. Mai avrei pensato di trovarmi io nella condizione opposta, e di dover confessare un tradimento! E lei? Come avrebbe reagito?

La mia ragazza arrivò con il taxi un paio d’ore dopo. La aiutai con la valigia, la feci accomodare sul divano e le preparai il tè alla cannella che le piaceva tanto. Aveva gli occhi leggermente cerchiati e doveva essere stanca.

“Com’è andato il viaggio?”

“Così. La solita alzataccia, i soliti ritardi del volo e il solito bambino frignante sul sedile di dietro”.

Sorseggiò il tè; io la guardavo, e provavo un nodo allo stomaco per il senso di colpa.

“E tu?” mi domandò, “Sei riuscito a finire quel lavoro di cui mi parlavi?”

“Sì.”

Poi vuotai il sacco. Le raccontai tutto: del malessere con cui mi ero svegliato, della giornata al lavoro con la febbre che saliva, del party di natale, del capo e della sua fidanzata, di Luana e di quello che era successo. Mentre parlavo lei mi ascoltava con attenzione; ogni tanto alzava le sopracciglia, poi tornava a quell’espressione imperturbabile che aveva sempre. Anche quando le raccontai del modo in cui mi ero ritrovato nudo nel letto di Luana e di come avevo raccolto i miei vestiti realizzando cosa era accaduto, non disse nulla e seguitò ad ascoltare, annuendo di tanto in tanto. Man mano che andavo avanti nella mia storia cercavo sul suo viso un segno per capire se mi avrebbe creduto, se mi avrebbe mandato al diavolo o se si sarebbe fatta una risata.

Alla fine, quando non ebbi più nulla da dire, restai in silenzio. Lei non replicò; mi guardava, come se aspettasse qualcosa da me. Dopo alcune decine di interminabili secondi, mi disse:

“Va bene, Alex. Magari non doveva succedere ma è successo.”

“Dunque mi credi?”

Fece un abbozzo di sorriso.

“Certo che ti credo. Sei la persona più sincera del mondo. Non saresti mai in grado di dirmi una bugia, o di girare intorno alla verità.”

“E non sei dispiaciuta…”

“Lo sono, ma avevi la febbre a trentanove. Non eri in te. Dai, non parliamone più.”

Ci abbracciammo, e pensai che lei era la più splendida e meravigliosa ragazza che potesse esistere, e pensai a quanto ero fortunato a stare con lei. Scivolammo sdraiati sul divano, e restammo a lunghi stretti l’uno all’altra a coccolarci e baciarci. Poi ci prese il sonno: lei era affaticata dal viaggio e io ancora stordito dalla notte precedente, durante la quale non avevo dormito molto.

“Sei molto stanca?” le sussurrai, passandole un braccio sotto la testa per farla stare più comoda.

“Mh mh. Sono stati giorni pesanti. Anche io ieri ho passato una nottata tumultuosa.”

“Come mai?”

“Ho avuto la febbre a quaranta.”

La ascoltai mentre scivolavo nel dormiveglia. Lei si stava già addormentando e udivo il suo respiro regolare.

Riaprii gli occhi e ripensai alle sue parole.

Ho avuto la febbre a quaranta.

Restai sveglio a pensare, mentre lei dormiva tra le mie braccia.

Chissà che cosa aveva voluto dire.