Un oscuro mare verso oriente

Alex Nagel #19

Fu un anno in cui l’estate ci sorprese, esplodendo all’improvviso in tutta la sua violenza. Era un’estate precoce, giunta senza preavviso perché nessuna proiezione meteorologica era stata in grado di prevederla. Maggio era appena iniziato e già le temperature raggiungevano le vette di un luglio inoltrato.

Io mi trovavo in una località di mare per motivi di lavoro. C’era stato un convegno internazionale durato alcuni giorni, e per puro caso avevo messo in valigia dei capi leggeri — magliette di cotone, pantaloni chino e scarpe di tela; a dire il vero, più che il caso erano state le insistenze di mia madre, che nel sentirmi dire che andavo in una cittadina balneare mi aveva raccomandato di portarmi degli abiti estivi.

“Ma dai, mamma, ci sono 15 gradi.”

“Non importa, metti che viene un’ondata di caldo? Vuoi andartene in giro sudando come un maiale sotto due strati di lana?”

E così l’avevo accontentata. E adesso, mentre passeggiavo indossando la mia t-shirt e i miei pantaloni blu di cotone per la via principale della città, la ringraziavo per la sua caparbietà.

Il convegno si era concluso un paio d’ore prima con un cocktail di saluto, e adesso me ne andavo in giro oziosamente da solo. Le strade erano piene di gente che cercava refrigerio nella brezza che giungeva a tratti dal mare. Gli stabilimenti balneari avevano dovuto aprire anticipatamente in fretta e furia, e fuori dalle gelaterie si formavano code di gente assetata e accaldata che chiedeva gelati, granite e bibite ghiacciate. Camminando mi ero avvicinato a un parco dal quale si sentiva musica; su alcuni cartelli c’era scritto Festival del Giappone. Entrai, perché non avevo nient’altro da fare, e perché non ero mai stato a un festival del Giappone.

Il parco era pieno di attrazioni, tutte colorate e molto animate: ragazze in kimono che suonavano strumenti tradizionali, dimostrazioni di arti marziali, cerimonie del tè, scrittura su carta di riso e questo genere di cose. Gironzolai per un po’ e mi stupii di vedere così tante persone giapponesi negli stand: possibile che vivessero tutte in quella piccola città di mare? O forse erano venute da altre città, magari proprio dal Giappone, per permettere di realizzare quel festival?

Mentre mi ponevo queste domande mi ero avvicinato a uno stand che si trovava più fuori mano rispetto agli altri, e che sembrava un sushi bar, con gli sgabelli davanti al banco. Mi accorsi che erano quasi le undici di sera e che, a parte i salatini e il finger food del cocktail del convegno, non avevo cenato e avevo fame. C’era poca gente seduta al banco, ma a giudicare dai profumi e dai colori il cibo che vedevo esposto dietro al vetro doveva essere buono. Una ragazza giapponese che mi aveva visto esitare prima di sedermi si avvicinò e mi chiese festosamente:

“Che cosa posso darti?”

Parlava un italiano perfetto; aveva il viso truccato e le labbra rosso carminio, occhi sottili e luminosi e lunghi capelli neri raccolti in una complicata acconciatura. Indeciso, risposi che non lo sapevo.

“Ti piace il pesce?”

“Sì, molto.”

“Allora prendi questo. Si chiama ishikari-nabe.”

Mi mise davanti una scodella da cui uscivano tranci di salmone e verdure, e che aveva l’aspetto invitante, e una birra sapporo gelata. Io iniziai a mangiare e lei dopo un po’ si avvicinò di nuovo.

“Allora, è buono? E’ una specialità dell’Hokkaido.”

“Ha un ottimo sapore. Ma io non so dove sia l’Hokkaido, non sono mai stato in Giappone.”

Lei rise.

“Se è per questo, neppure io. Sono nata in Italia.”

Chiacchierammo mentre io continuavo a mangiare, e mi raccontò che i genitori si erano trasferiti in Italia quando erano entrambi molto piccoli, e lei e la sorella non erano mai state in Giappone e neppure ne parlavano bene la lingua. Ogni tanto si allontanava per servire altri clienti, poi tornava a parlare con me. La serata era tranquilla e anche le altre ragazze che servivano al banco non avevano molto da fare, e chiacchieravano tra loro. Quando ebbi terminato di bere anche la seconda birra, mi disse:

“Tra un’ora finisco il turno. Ti va di andare insieme a bere qualcosa?”

Risposi di sì. Poco più di un’ora dopo mi raggiunse; aveva una borsa sportiva sottobraccio, indossava dei pantaloncini di cotone blu e una canottiera gialla. Senza trucco e senza la sua acconciatura laboriosa, che doveva essere una parrucca, era abbastanza insignificante. Tuttavia, quando sorrideva aveva un modo di increspare le labbra che la faceva apparire molto seducente. Andammo sul lungomare e lei propose di prendere delle birre per andarle a bere sulla spiaggia. Comprammo le birre in lattina e due pacchetti di sigarette per lei e ci sedemmo nei pressi di un pontile. C’era il novilunio e il mare appariva come una massa nera e inquietante, dove solo le luci di alcune barche lontane spezzavano l’oscurità. Parlammo un po’ della cucina giapponese, poi di dove avevamo passato le vacanze negli anni precedenti e dei viaggi che avevamo fatto. Lei ogni tanto fumava una sigaretta, soffiando lentamente il fumo e concentrando l’attenzione sulle sue volute.

“Dì un po’, ci pensi mai alla morte?” chiese poi all’improvviso.

“La morte come concetto generale o quella di qualcuno?”

“Beh, entrambe. Io ci penso spesso.”

Un vento tiepido soffiava dal mare, e mi dava una sensazione piacevole sulla pelle.

“Mi chiedo che cosa succederebbe se io morissi” continuò. “Che cosa farebbero le persone che mi conoscono bene e quelle che mi conoscono appena se sapessero, all’improvviso, che io sono morta. Come si comporterebbero, che cosa direbbero. Quanto cambierebbe la loro vita.”

“Credo che le persone che conosci bene sentirebbero la tua mancanza, almeno all’inizio. Per le altre, non lo so. Certo è che per molti le cose non cambierebbero molto, o forse non cambierebbero per niente. La vita continua per chi resta.”

Lei sospirò.

“Già, immagino di sì. Mi chiedo anche che cosa farei io se morisse qualcuno che conosco, magari qualcuno che mi interessa e ho appena iniziato a frequentare.”

“Non ti è mai successo che qualcuno a cui vuoi bene morisse?”

“No. A parte qualche lontano parente non mi è mai successo. Deve essere per questo. A te è capitato?”

“Sì, un paio di amici e qualche persona di famiglia…”

Restammo qualche minuto in silenzio. Una giovane coppia con un cane passò dietro di noi e si allontanò. Io sentivo il cane ansimare mentre correva sulla sabbia richiamato dai padroni. La ragazza prese una maglia di cotone dalla sua borsa e la indossò. Pensai che forse sentiva freddo e mi avvicinai per abbracciarla, e lei mi lasciò fare. Aveva un odore di mandorla ed era bello tenerla vicina.

“Sai, a proposito del fatto di cosa farebbe la gente che mi conosce se io morissi. Ho una sorella. Lei una volta è quasi morta e poi è tornata indietro.”

“Che cosa le è successo?”

“Ha voluto morire. Ha preso delle cose, poi l’hanno portata all’ospedale e l’hanno salvata.”

La strinsi più forte. Lei seguitò a raccontare, senza cambiare tono di voce.

“Ma non l’ha fatto perché stava male o perché era infelice, o perché aveva brutti voti a scuola. E’ una ragazza normale, ha molti amici e negli studi è sempre stata brillante. Semplicemente, ha voluto vedere com’era. Voleva sapere che cosa si prova a morire. Senza un motivo particolare.”

“Deve essere stato molto brutto per te, e anche per i tuoi genitori.”

“L’hanno mandata in terapia per capire che cosa non funzionasse in lei. Ma io sapevo perché lo aveva fatto. Voleva sapere, solo questo.”

“E adesso come sta?”

Lei si accese un’altra sigaretta e ripose l’accendino nella borsa.

“Saori fa una vita normale. Continua la terapia. Sono passati anni da quella cosa. Non ha più provato a farlo, ma è tuttora molto curiosa della morte.”

Ci fu di nuovo un lungo silenzio. Restammo abbracciati senza muoverci, guardando il mare. Non distinguevamo la linea dell’orizzonte: nero sopra, e nero sotto. Poi lei alzò il viso per guardarmi e notai che aveva gli occhi bagnati. La baciai lentamente e per diverse volte.

“Devo tornare a casa” mi disse lei alla fine.

Mi spiegò che abitava poco distante dalla fiera, e la riaccompagnai. Camminammo abbracciati, senza dirci quasi nulla, e la salutai con un lungo bacio prima che lei entrasse in un portoncino verde.

Il giorno dopo mi alzai tardi e feci colazione sulla terrazza dell’albergo. Il mare adesso non faceva più la stessa impressione della notte precedente, e luccicava mandando bagliori quasi accecanti. Mentre preparavo i bagagli pensavo alla strana conversazione che avevo avuto con quella ragazza e mi venne voglia di rivederla. Avevo ancora un po’ di tempo prima che il mio treno partisse, così uscii e tornai nel posto in cui l’avevo accompagnata.

Quando ebbi suonato al portoncino verde, però, mi accorsi con disagio che non sapevo il suo nome. Prima che potessi fare qualcosa la porta si aprì e mi trovai davanti a una donna giapponese di mezza età, molto elegante, che mi guardava con aria interrogativa.

“Buongiorno. Sono Alex Nagel e cerco…”

Mi venne in soccorso il ricordo del nome che avevo sentito pronunciare dalla ragazza la notte prima.

“…Saori…”

“Saori non c’è, è andata a lavorare. Ma se desidera posso lasciarle un messaggio.”

“No, io veramente cerco la sorella di Saori.”

La donna mi guardò perplessa.

“La sorella di Saori?”

“Sì, l’ho conosciuta ieri sera al festival del Giappone. Parto, volevo salutarla.”

La donna sorrise.

“Credo che lei si sbagli. Perché, vede, Saori è figlia unica e non ha nessuna sorella.”

Fu in quel momento che capii tutto: il racconto di lei, la curiosità di vedere com’era, l’ossessione del pensiero della morte, le lacrime che le avevano rigato il viso.

Sul treno sedetti accanto al finestrino. Dietro al vetro scorreva il mare della riviera orientale, illuminato da una luce intensa quasi irreale.

Un mare chiamato Saori.