Un pezzo al giorno

Alex Nagel #25

Odiavo l’idea di fare una dieta, ma nell’ultimo anno avevo messo su alcuni chili di troppo perché avevo dovuto interrompere l’attività sportiva a causa di un problema ai legamenti del ginocchio. I miei genitori sostenevano che non si notava e che non avevo nessuna necessità di perdere peso, ma io mi sentivo fuori forma e alla fine mi ero rivolto a un dietologo consigliatomi dal mio fisioterapista. E adesso ero là, nel suo studio, mentre il medico vergava sul foglio bianco le indicazioni per il regime alimentare che avrei dovuto seguire scrupolosamente.

Avevo un’espressione che non si poteva definire entusiasta, mentre lui seguitava a scrivere. Appena ebbe terminato me lo porse con un’ultima raccomandazione:

“E ricordi: frutta, un pezzo al giorno. Non deve mangiarne di più.”

Mi sorrise soddisfatto e incrociò le mani sulla scrivania. Io, che per tutto il tempo avevo continuato a tenere lo sguardo fisso sui suoi baffi, osservando attentamente i movimenti quasi impercettibili delle labbra, alzai gli occhi e lo guardai mestamente.

Tornando verso casa mi fermai a fare la spesa e acquistai carne e pesce secondo quanto il medico aveva scritto sul foglio; a mente calcolavo le quantità sufficienti per la settimana a venire e davo precise istruzioni sul peso ai negozianti. A malincuore evitai il bar dove ero solito comprare i gelati, ed entrai nella frutteria di Ahmed. Lui era seduto dietro al bancone e, come faceva sempre quando non c’erano clienti, leggeva. Quando mi sentì arrivare alzò la testa dal libro e mi salutò con un sorriso.

“Ciao, Alex. Mi sono arrivate le pesche bianche, quelle che piacciono a te.”

“Eh, peccato che posso prenderne poche, Ahmed, mi hanno appena messo a dieta. Che stai leggendo?”

Lui mi mostrò la copertina del libro.

“Libro di fantascienza, comprato per pochi centesimi alla bancarella di fronte.”

Lessi il titolo.

L’ora dei grandi vermi… la copertina è inquietante. Com’è?”

“Uhm. Insomma. Non è proprio il mio genere. Un chilo va bene?”

“Sì, e dammi anche dei limoni”.

Mentre lui mi serviva continuavo a guardare la copertina del libro, che riportava il disegno di un enorme verme tutto rosso con la bocca aperta. Pesò le pesche sulla bilancia, scelse dei limoni siciliani e mi fece rapidamente il conto.

“Vuoi che ti dò il libro quando l’ho finito?”

“No, no, tienilo pure. I vermi, piccoli o giganti che siano, non mi attirano per niente.”

Rientrai a casa che erano quasi le sei, posai la spesa in frigo e mi sedetti sul divano ad ascoltare la trasmissione radio del sabato sulla psichedelia. Poco dopo udii bussare alla porta. Era Jay, il fricchettone che mi aveva affittato l’appartamento e che viveva con la moglie nella casa accanto. Indossava una casacca indiana e pantaloni bianchi, e aveva l’aria stralunata.

“Oh, Alex, bello, sei solo? Vieni di là, che ci sono degli amici appena tornati dal Marocco, facciamo due chiacchiere, una fumata e un po’ di musica.”

“Jay, vengo ma non posso fare tardi. Domattina devo accompagnare i miei da mio nonno e mi alzo alle cinque…”

“E tu vieni, stai un po’ e te torni a dormire quando vuoi. Forza, alza il culo.”

In casa di Jay c’era la solita atmosfera: musica degli anni ’70, un gruppo di gente strana che bivaccava tra il tappeto e il divano, la moglie di Jay che confezionava sacchetti di anice stellato e un forte odore di incenso e hashish nell’aria. Mi furono presentati gli amici venuti dal Marocco, un olandese e due americani che mi guardarono attraverso come se fossi trasparente. Stavano discorrendo tra loro di alcuni contrattempi che avevano avuto nel viaggio di ritorno (leggi: rischio che alla dogana scoprissero che il loro bagaglio non rientrava esattamente nella legalità) e ascoltai divertito i loro racconti.

Fumando il clima si rilassò e anche loro sembrarono sciogliersi nei miei confronti. L’olandese mi fece alcune domande: che cosa facevo, quanti anni avevo e se ero mai stato in Marocco. Poi mi chiese se volevo un acido e gli dissi di no. Parve sorpreso, si strinse nelle spalle e si tirò fuori di tasca una borsetta di stoffa rossa. In quel momento la moglie di Jay passò con dei bicchieri di kefir. A me il kefir non piaceva, e andai in cucina per cercare qualcosa di alternativo da bere; in frigo però non c’erano bevande, e dovetti accontentarmi di un bicchiere di latte. Tornai a sedermi vicino all’olandese, che, completamente stonato, stava armeggiando con il suo sacchetto rosso. Mentre bevevo il primo sorso di latte mi chiamò la moglie di Jay. Posai il bicchiere accanto a quello dell’olandese e notai che avevano lo stesso colore, tranne forse un bianco un po’ più sbiadito per il kefir. Mi ripromisi di identificarne mentalmente il colore — conosco a memoria le principali tonalità e i codici esadecimali relativi — non appena ne avessi avuto il tempo.

“Alex, ti spiace se ti chiedo una cosa? Ho comprato un nuovo telefono ma non riesco a installare le applicazioni” mi disse Alice, la moglie di Jay, mostrandomi il suo nuovo smartphone. Io le spiegai come doveva fare per installare e settare le applicazioni che le interessavano; intorno a noi gli amici chiacchieravano e fumavano, un tipo che non conoscevo suonava la chitarra da solo in un angolo, mentre due ragazze si muovevano al ritmo della musica di un brano dei Kula Shaker. Dopo che ebbi finito di parlare con Alice tornai a bere il mio bicchiere di latte. L’olandese aveva il suo bicchiere vuoto in mano e parlava da solo, lagnandosi che lo avevano fregato e l’acido che aveva messo nel kefir non gli aveva dato nessun effetto. Ridacchiai tra me, pensando che era talmente fatto di fumo da non sentire più niente; poi guardai l’ora. Si erano fatte quasi le otto; lasciai a metà il mio bicchiere di latte, che aveva un sapore un po’ sgradevole, salutai tutti e me ne tornai a casa. Rincasando sentii un capogiro.

“Accidenti, stavolta il fumo era bello potente” pensai.

Tirai fuori dal frigo la mia porzione di carne e insalata, poi lavai una delle pesche che mi aveva venduto Ahmed e la misi su un piatto. Ebbi di nuovo uno sbandamento e mi accorsi che vedevo doppio.

“Devo dire a Jay di non darmi più questa roba, stroncherebbe pure un caimano” dissi tra me.

Posai sul tavolo il piatto e mi misi seduto aspettando che il capogiro passasse. Ma continuavo ad avere problemi alla vista: le immagini erano sdoppiate e deformate, e anche i colori assumevano tinte strane, molto più accese di quelle a cui ero abituato. Il verde intenso della mia cucina sembrava trasudare dalle pareti e nebulizzarsi in un’infinità di gocce che si depositavano su tutti gli oggetti. Inspirai profondamente e tentai di mettere a fuoco la pesca che si trovava davanti a me. Era quasi perfettamente rotonda, con la buccia di un bel rosso persiano, ma qualcosa non andava: man mano che la guardavo diventava sempre più grande, dapprima in modo quasi impercettibile, come quando osservavo le immagini satellitari sul mio computer ingrandendole per vedere più dettagli.

Restai immobile a guardare il frutto che si ingrandiva. La cosa strana era che se da una parte ne ero stupito, dall’altra tutto mi sembrava perfettamente normale; la pesca ormai era diventata così grande da occupare gran parte dello spazio sul tavolo, e potevo vederne da vicino le asperità della buccia. Sentii qualcuno che rideva come un ebete, e mi chiesi chi fosse; poi capii che ero io. Stavo fermo a guardare la sfera che si ingrandiva sempre più rapidamente, faceva cadere il tavolo e rotolava fuori dalla cucina, e ridevo. Mi ritrovai, non so come, sul pavimento del salotto mentre quella cosa rotonda e ingombrante aumentava di dimensioni, e sentii fortissima la musica dei Kula Shaker che veniva da casa di Jay.

Chiusi gli occhi facendomi cullare dalla melodia, e quando li riaprii vidi che non c’era più nulla — il salotto, i mobili e la casa erano scomparsi, c’era solo la pesca gigante che cresceva a dismisura e io annaspavo sulla sua superficie. La buccia della pesca, che sembrava tanto compatta nelle sue dimensioni normali, ora mostrava degli avvallamenti e dei crateri tra i quali cercavo di muovermi arrancando e strisciando. Ma il frutto continuava a ingrandirsi, e io scivolai dentro a uno dei suoi crateri, precipitando in una sorta di cunicolo umido e stretto che profumava stranamente di incensi muschiati. Il cunicolo si allargò — o ero io che diventavo sempre più piccolo? — e mi ritrovai a camminare in una lunga caverna con le pareti dalle quali colava un succo dall’odore penetrante. La musica non si udiva più, ma c’erano rumori sinistri: schiocchi, fruscii, sibili che mi facevano accapponare la pelle. Mi ricordai d’improvviso quanto detestassi trovarmi nel sottosuolo e iniziai a sudare e provare una forte angoscia.

“Cazzo, devo uscire, devo uscire di qui!”

Mi guardai intorno alla ricerca di una via di fuga. Contro ogni logica, la caverna in cui mi trovavo non era buia ma splendeva di una luce baluginante. Mi diressi nella direzione in cui il bagliore era più forte; camminando sentivo i piedi affondare nella polpa. L’odore dolciastro era così forte da nausearmi. Raggiunsi il punto in cui vedevo filtrare la luce esterna e mi misi a scavare con le mani per aprire un pertugio dal quale uscire. Ma, proprio mentre stavo per aprirmi un varco, udii un forte rumore che sembrava un boato, e qualcosa mi risucchiò all’indietro come se fossi in un tunnel del vento. Aprii la bocca per gridare ma non uscì nessun suono.

Mi risvegliai sul pavimento della cucina. Mi sentivo stordito e avevo la vista annebbiata e la bocca asciutta. Dopo un tempo che mi parve infinito riuscii a sollevarmi e a mettermi seduto su una sedia, e rimasi intorpidito per una decina di minuti tentando di connettere. L’orologio sulla parete mi informò che era quasi l’alba; sbattei più volte le palpebre incredulo, perché non capivo come potesse essere passato tutto quel tempo. Con uno sforzo mi alzai, dicendomi che dovevo andare a vestirmi se non volevo fare tardi al mio appuntamento.

Mentre uscivo dalla cucina il mio piede urtò un oggetto rotondo che rotolò sulla soglia. Lo raccolsi: era la pesca. La tenni in mano e la guardai, sorridendo delle strane visioni che avevo avuto. Davvero mi ero immaginato di entrare nella pesca a polpa bianca che avevo preparato per mangiarla a cena? A quel pensiero mi resi conto che la sera prima non avevo cenato e che il mio stomaco reclamava per essere riempito.

Posi la pesca sul piatto e la tagliai in due con il coltello: il taglio rivelò la lunga galleria scavata da un verme la cui uscita non si notava guardando la buccia. Presi le due metà e le gettai nel secchio dell’umido.

“Ma guarda tu” pensai. “Un pezzo al giorno. Uno solo. Ed era pure bacato!”