Vento e follia

Alex Nagel #38

La prima volta che mi è successo avevo poco più di vent’anni, e non immaginavo che quell’esperienza avrebbe cambiato per sempre il mio modo di guardare un quadro.

Insieme a Caterina Schaubb, la mia ragazza, avevo intrapreso un viaggio in treno; lei, che all’università come lingua straniera aveva scelto il francese, desiderava visitare l’Aquitania e i paesi della Loira. Girammo quelle zone per una decina di giorni, decidendo di giorno in giorno dove andare e dormendo nei piccoli alberghi che trovavamo lungo il nostro cammino. Dopo aver saziato gli occhi e il palato con castelli, borghi medievali, vini millesimati, distese di prati in fiore, ostriche e arazzi preziosi, lei mi propose di fare tappa a Parigi prima di tornare a casa.

“Ci sono stata una volta coi miei quando era piccola, ma ho visto veramente poco. Potremmo stare un paio di giorni e vederci il Louvre, che ne dici?”

Eravamo seduti al tavolo di un bistrot di Angers, accanto a una finestra dalla quale si vedeva il fiume. Fuori soffiava un vento così intenso da far sussultare gli infissi della veranda e i tavoli in metallo cromato che erano all’esterno. I bicchieri che avevamo sul tavolo risplendevano del rosso rubino del Chinon Rouge che stavamo sorseggiando pigramente in quel tardo pomeriggio di primavera.

“Non è vicinissima, ma penso che potrebbe essere una bella idea. Magari c’è un treno che parte domattina” replicai.

L’idea di recarci al Louvre mi piaceva, anche se non l’avevamo contemplata quando avevamo organizzato il viaggio. In genere non amavo cambiamenti di programma, tanto più se così repentini, ma in quel momento, forse a causa del vino, del tempo uggioso o dello sguardo carezzevole di Caterina, mi parve naturale assecondarla.

Il giorno dopo eravamo in fila alla biglietteria del museo; ma non il Louvre, come originariamente deciso, bensì un luogo nel quale erano esposti quadri e sculture impressionistiche. Durante il viaggio in treno la mia ragazza si era documentata sui musei della città, e aveva proposto di andare a vedere quelle opere prima di visitare il Louvre, e ancora una volta non mi ero opposto.

Non conoscevo la pittura impressionistica se non per le lezioni di storia dell’arte ai tempi del liceo, che seguivo con un livello di attenzione prossimo allo stato vigile, il minimo indispensabile per non addormentarmi sul banco. Entrammo nelle sale dove stazionavano gruppi di turisti orientali, con le guide che davano le spiegazioni in lingue sconosciute e musicali. Guardavo distrattamente i quadri appesi alle pareti, leggendo di sfuggita le descrizioni dei cartellini. Vidi che Caterina, che era di parecchi metri davanti me nel corridoio, entrava in una delle sale laterali e la segui. Mi trovai a dover scegliere tra due porte attigue; entrai nella prima, ma lei non c’era. Girai dietro a un tramezzo che divideva in due la stanza e me lo trovai davanti.

Il quadro occupava tutta la parete e troneggiava nella parte della sala in cui ero entrato, in quel momento deserta. La scena, che ritraeva dei personaggi in un bosco, aveva dei contrasti tra tinte brune decise e pastelli che colpivano per la loro vividezza. Una donna in primo piano volgeva il viso verso di me e sembrava guardarmi fisso. La scena era così potente, e i tratti di pennello così perfetti, che mi parve uscire fuori dalla tela.

Fissai il quadro restando immobile, senza muovere un muscolo, esterrefatto. Rimasi così alcuni secondi, poi sentii una lacrima che mi scorreva sulla guancia e scendeva lentamente sul colletto della felpa. E fu allora che scoppiai in un pianto dirotto.

Caterina mi trovò, qualche minuto dopo, accasciato a terra, in lacrime, e si spaventò moltissimo.

“Oddio, Alex, che ti succede? Stai male?” domandò allarmata, mentre si chinava su di me e tentava di aiutarmi ad alzarmi in piedi. Io, incapace di parlare, non riuscivo a risponderle, e sentivo salire dentro di me un’angoscia che somigliava a quella che mi era presa una volta, tanti anni addietro, quando ero in un capanno di pescatori con mio padre ed era sopraggiunta una burrasca che aveva fatto tremare il pavimento e le pareti. Dalle finestre avevo guardato le onde minacciose che si infrangevano sulla riva a pochi metri da noi, ed ero rimasto a osservarle affascinato e terrorizzato al tempo stesso. Adesso non riuscivo a staccare gli occhi dal quadro e non mi spiegavo perché stavo provando quella sensazione.

“Sei tutto rosso e stai sudando… Vieni che ti porto fuori!”

Mi accompagnò fuori dal museo, ci sedemmo su una panchina e mi porse la bottiglietta d’acqua che aveva nello zaino. Bevvi tutto il contenuto d’un fiato.

“Che hai avuto?” mi chiese infine.

“Non so, forse faceva troppo caldo nella sala. O troppo freddo. O le uova che abbiamo mangiato a colazione erano pesanti.”

In quel momento credevo davvero che il mio malessere potesse avere una causa di quel tipo; quello che non aggiunsi, perché me ne vergognavo, è che ero rimasto impressionato dalla bellezza del quadro che avevo visto. Lei mi parve preoccupata e insistette per riaccompagnarmi in albergo, ma io mi rifiutai.

“Torna dentro e finisci di vedere il museo. Io rimango qui fuori, l’aria fresca mi fa bene.”

Nel cielo c’erano alcune nubi e soffiava un forte vento, che però era ancora sopportabile; lei si convinse e rientrò nel museo.

Tornai a Parigi alcuni anni dopo quell’episodio. Stavolta ero da solo: ero in viaggio per lavoro, e avevo deciso di prolungare il soggiorno ritardando la partenza alla settimana successiva, per godermi la città che la prima volta avevo visto poco e frettolosamente. Con Caterina alla fine eravamo andati a visitare il Louvre, ma non avevo più avuto quel parossismo che tanto l’aveva fatta stare in pensiero, e avevo concluso che forse il mio stato d’animo era dovuto davvero a una cattiva digestione delle uova mangiate a colazione in un alberghetto di terza categoria.

La riunione si era conclusa in anticipo sui tempi previsti, e dopo aver salutato i colleghi mi avviai a fare una passeggiata sul lungofiume, felice di avere davanti a me l’intero pomeriggio. Eravamo in autunno, ma quel giorno soffiava lo stesso vento che mi aveva accolto la prima volta. Pensai che era una strana combinazione; e, a proposito di combinazioni, rimasi sorpreso nel vedere che a pochi metri dagli uffici dai quali ero uscito c’era il museo che ospitava le opere d’arte impressionistiche. Dal momento che in precedenza lo avevo visto solo a metà, decisi di entrare.

C’era più gente rispetto alla mia prima visita, e notai dei ragazzi e delle ragazze — forse studenti d’arte — seduti a terra appoggiati alle pareti, che disegnavano sui loro sketchbooks. Sulla pittura impressionistica ora ne sapevo un po’ di più, e mi ritrovai ad ammirare i quadri apprezzandone i colori, le sfumature e le pennellate.

Non mi ero reso conto di essere entrato nella sala della volta precedente, e girando l’angolo mi trovai davanti il quadro. Mi parve ancora più immenso, e con una maggiore profondità, e di una bellezza che mi lacerava gli occhi e i sensi. Sentii un capogiro e mi guardai intorno per cercare un sedia, ma intanto dentro di me cresceva, ancora una volta, quella sensazione di smarrimento. Tornai a guardare il quadro e i personaggi, illuminati dai faretti, che si stagliavano sullo sfondo boschivo. Scoppiai in singhiozzi, incapace di trattenermi, fermo davanti al quadro. Alcune persone si voltarono a guardarmi e iniziarono a mormorare; io caddi in ginocchio al centro della sala, piangendo come un bambino. Mentre la gente si raccoglieva attorno a me sentii qualcuno che mi cingeva con le braccia, mi aiutava a risollevarmi e mi accompagnava a sedermi su una panca nella sala attigua. Sollevai gli occhi e mi resi conto che era una delle ragazze che avevo visto sedute e intente a disegnare il quadro; altre due erano vicino a lei e parlottavano in francese.

“Es-tu mieux?” mi domandò. Aveva corti capelli fulvi e doveva avere pressapoco la mia età. Confuso le risposi prima in inglese, poi in italiano.

I’m better. Sta passando, grazie.”

“Oh, sei italiano anche tu. Vieni, ti accompagno in caffetteria, un caffè è quello che ci vuole in questi casi.”

Disse qualcosa in francese alle sue amiche, che annuirono, poi mi prese sottobraccio, e io mi feci docilmente condurre all’ascensore che portava alla caffetteria.

“Ti ho fatto fare un caffè espresso, vedrai che ora ti riprendi” mi disse portandomi una tazzina fumante al tavolo dove mi aveva fatto sedere.

La ringraziai e zuccherai il caffè, confortato dall’odore penetrante che si sprigionava dalla tazzina.

Lei mi sorrise.

“Vedi che già va meglio. E’ la prima volta che ti capita?”

“Di mettermi a piangere davanti a un quadro in quel modo? Per la verità no. Anzi, a dirla tutta mi è successo tre o quattro anni fa davanti allo stesso quadro.”

Le dejeuner sur l’herbe è un quadro che lascia senza fiato, non mi stupisce che tu abbia avuto la sindrome di Stendhal.”

La guardai senza capire bene.

“Cos’è che avrei avuto?”

“La sindrome di Stendhal. Non dirmi che non ne hai mai sentito parlare! Un misto di estasi, contemplazione e angoscia di fronte a un’opera d’arte, che può indurre a crisi di pianto, tachicardia, vertigini e cose del genere. La cosa strana è che accade raramente, e solo in soggetti con una sensibilità particolare.”

Ascoltai attentamente le sue parole. No, non ne avevo mai sentito parlare, e fino a quando non mi era successo non immaginavo che la vista di un quadro potesse suscitare emozioni così complesse e devastanti. Quando ero piccolo nonno Nagel mi portava molto spesso al British Museum; trascorrevo da lui un paio di mesi l’anno, e le visite al museo erano immancabili e frequenti, al punto che conoscevo a memoria la disposizione delle sale, le mummie e i reperti egizi, i fregi del Partenone e i bassorilievi assiri con la caccia al leone. Ma, per quanto mi piacessero quelle visite, al punto da non stancarmene mai, non avevo mai provato la sensazione di turbamento che mi era presa davanti al quadro di Manet.

Il caffè mi aveva fatto passare lo smarrimento e mi sentivo di nuovo bene.

“Adesso è tutto passato. Sei stata molto carina ad aiutarmi, grazie” le dissi.

“Figurati, mi è capitato un paio di volte di assistere a scene del genere, ma erano turisti giapponesi. Sembra che l’incidenza tra loro sia maggiore.”

“Vieni in questo museo tutti i giorni?” domandai.

“Quasi. Frequento l’Accademia di belle arti, sto facendo un semestre di studio qui. Tu sei in vacanza?”

“Viaggio di lavoro al quale ho attaccato una breve vacanza. Ah, io mi chiamo Alex Nagel.”

Il suo viso cambiò espressione.

“Nagel? Ma allora io ti conosco! Ho letto i tuoi racconti sulla rivista della nostra università, L’angolo delle parole! Abitiamo nella stessa città, sai, Nagel?”

Quella fu la seconda volta che ebbi la sindrome di Stendhal e il primo incontro con la mia amica Silvia.

La terza volta che mi accadde ero impreparato, esattamente come le prime due: sapevo di essere estremamente sensibile alla vista di un quadro, ma ero convinto che tale sensibilità fosse circoscritta a Le dejeuner sur l’herbe. Quanto mi sbagliavo!

Mi trovavo ad Amsterdam, di nuovo per lavoro - il mio capo in quel periodo mi inviava in giro per l’Europa per una serie di incontri internazionali — e avevo approfittato di una mezza giornata libera per visitare il museo Van Gogh. Ebbi di nuovo quell’inizio di deliquio, che ormai conoscevo bene, di fronte alle Iris. Mentre le lacrime iniziavano a sgorgare mi allontanai dal quadro, tentando di non richiamare l’attenzione: non volevo di nuovo accasciarmi a terra dando l’impressione di essere in una crisi di astinenza o chissà che altro. Respirai profondamente, mi sedetti su una delle panche in fondo alla sala, e fu allora che notai l’uomo.

Era vestito completamente di nero, e il suo abbigliamento era insolito: i pantaloni infilati negli stivali di pelle, una giacca stretta in vita e con i bordi spioventi, le mani inguantate e un bastone da passeggio. I suoi capelli erano neri corvini; mi guardava, con la bocca increspata in un sorriso che non seppi decifrare.

Dopo un tappa alla toilette, nella quale mi rinfrescai la faccia con acqua fresca per riprendermi, seguitai la mia visita al museo, evitando accuratamente il contatto visivo con il quadro che mi aveva provocato quell’emozione violenta. Quando uscii all’esterno scoprii che il tempo era cambiato: il cielo, che la mattina era madreperlaceo, si era trasformato in una coltre compatta di nubi grigio scuro, e soffiava un vento freddo e fastidioso. Mi rifugiai in una brasserie e mi avvicinai al bancone per ordinare una birra. All’altro capo del bancone c’era l’uomo che avevo visto nel museo; aveva in mano un bicchiere con una bevanda verde, e guardava davanti a sé. Poi girò la testa, mi vide, e alzò il bicchiere come in un brindisi. Risposi con un cenno di saluto mentre il barista mi serviva, e l’uomo venne verso di me. Mi rivolse qualche parola in olandese, che non compresi; vedendo che non rispondevo, mi parlò in un inglese perfetto, senza inflessioni.

“Stavo dicendo che il vento ci ha portato nello stesso locale, e quindi bisogna brindare a questo incontro.”

“Sì, è una giornata ventosa oggi…” replicai, non sapendo cos’altro dire.

“Il vento è un fenomeno con una sua sacralità. Sa che ci sono decine di divinità del vento nelle mitologie di tutto il mondo? E c’è un rapporto tra vento e follia, anche questa sacra agli dei. Qualcosa che lei oggi ha sperimentato, seppur in parte infinitesimale, davanti alle Iris di Van Gogh.”

Sobbalzai, e ricordai il sorriso inquietante col quale mi aveva guardato nel museo. Evidentemente si era accorto di ciò che mi era successo davanti al quadro, anche se avevo fatto di tutto per nasconderlo.

“Lei mi ha visto mentre piangevo?” chiesi, allarmato.

Lui sorrise di nuovo in quel modo enigmatico.

“Ho visto le sue reazioni” rispose. “Lei soffre di quella che comunemente viene definita sindrome di Stendhal, e che altro non è che comunicazione col divino attraverso la visione artistica. Cose che solo pochi individui possono provare, e solo in particolari circostanze.”

Il discorso mi interessava e glielo dissi. Lui mi chiese se mi era già capitato, e io gli raccontai delle due volte in cui avevo visto il Manet al Museo d’Orsay. Mi ascolto con interesse e commentò:

“La fruizione di un’opera d’arte negli animi predisposti può scatenare delle risposte che vanno oltre e contro tutti i codici razionali. Ma d’altro canto, guardi Van Gogh: ha dovuto pagare un tributo all’arte con la sua insania. E, tra l’altro, lui era ossessionato dal vento: lo ha dipinto più volte. Per lui era un vortice, un’onda, un tumulto di nuvole.”

“Lei è un pittore?” gli domandai, incuriosito. Mi sorrise.

“No, insegno storia dell’arte in un liceo. Molto meno romantico e avventuroso. Ma forse così mi tengo al sicuro dagli abissi della follia.”

Il locale iniziava a popolarsi di avventori, e fuori iniziava ad imbrunire. L’uomo posò il bicchiere vuoto sul bancone.

“Bene, il mio assenzio è finito, e io vado a sfidare gli elementi per tornare alla mia dimora. Con chi ho avuto il piacere di parlare?”

“Alex.”

Mi porse la mano e me la strinse.

“Sysyphus. Ma non si preoccupi per me, indosso il mio nome con più disinvoltura rispetto al figlio del dio dei venti, e non devo spingere macigni, se non quello della mia coscienza.”

Dopo che se ne fu andato restai a riflettere, finendo di bere la mia birra, su quanto era strano quell’uomo, e sulle cose che aveva detto.

Nei due anni successivi ebbi modo di viaggiare, e quando potevo visitavo musei e gallerie d’arte. Ebbi la sindrome di Stendhal ammirando Il parasole di Goya al Prado, il Trono di Nabucodonosor al Pergamon, l’Autoritratto del Giorgione a Budapest, e altri ancora. Avevo imparato a controllare le mie reazioni, o, almeno, a fare in modo che non fossero troppo imbarazzanti: cercavo di recarmi nei musei quando c’era meno gente, e avevo cura di portare con me dell’acqua fresca e degli occhiali scuri, da indossare all’occorrenza per non far vedere gli occhi colmi di lacrime.

Non avevo più pensato allo strano incontro al Van Gogh Museum fino al giorno in cui si verificò una circostanza singolare: stavo per entrare nella Pinacoteca di Brera, e d’improvviso si era alzato un vento impetuoso e imprevedibile in quella che era stata fino a quel momento una bella giornata. Girovagai per i corridoi seguendo il percorso segnato per i visitatori, guardando i quadri esposti senza particolari emozioni; poi, di fronte alla Pala Montefeltro, la cosa si scatenò di nuovo in me. Iniziai a sudare copiosamente, mentre il cuore mi si stringeva in un’emozione intollerabile di sublime e dolore. Attorno a me altri visitatori, senza far caso a quanto mi stava accadendo, commentavano il quadro e lo fotografavano. Mi sentii toccare un braccio e mi voltai: era un uomo con i capelli corvini e una giacca nera.

“Sysyphus” mormorai, riconoscendolo.

Mi condusse nella sala attigua e mi fece sedere accanto a lui su uno dei divanetti che si trovavano al centro.

“E’ destino che debba incontrarla in giornate ventose e mentre è in preda al mancamento artistico. Prenda, si asciughi il viso” mi disse, porgendomi un fazzoletto di carta.

Mi tamponai il viso e gli occhi con il fazzoletto. L’uomo, seduto accanto a me, mi sorrideva con condiscendenza. Ripensando alla conversazione che avevamo avuto tempo prima, domandai:

“Secondo lei, dov’è l’elemento di follia nella Pala Montefeltro? Io vedo solo simmetria, equilibrio, dosaggio dei colori, chiaroscuri e ombre perfette, e un rigoroso simbolismo rinascimentale.”

Avevo letto diverse cose su Piero della Francesca prima della mia visita alla pinacoteca, e in particolare ero stato colpito dall’interpretazione di quel quadro.

“Ah, sì. Il pittore della prospettiva” replicò lui. “Uno dei maestri nell’applicazione della sezione aurea…”

“Molto di più” soggiunsi, “i suoi scritti sul calcolo commerciale e sulla geometria euclidea erano sorprendentemente avanti per l’epoca. I poliedri regolari che descrisse e che usava come griglia per i suoi dipinti, e che erano il simbolo della perfezione geometrica… e la spiegazione di come calcolarne lo spigolo, la superficie e il volume inscrivendoli in una sfera…”

Senza accorgermene mi lanciai in un’appassionata disquisizione sulla geometria solida e i suoi rapporti con la prospettiva; Sysyphus, che sembrava ascoltarmi con interesse, disse infine:

“Bene, quindi lei è un matematico… Vede: tutto si spiega. C’è un rapporto tra l’estrema razionalità e l’illogicità, poiché gli estremi si toccano. Lei subisce gli effetti dionisiaci dell’apollineo contenuto nella perfezione di volumi e proporzioni di quel quadro. La forma artistica può esprimersi attraverso i numeri, ed essere altrettanto devastante di quella basata sull’evocazione di emozioni profonde.”

Parlando ci eravamo incamminati verso l’uscita, e io ricordai che da lì a poco dovevo tornare in albergo, dove mi aspettava un cliente col quale dovevo concordare una serie di cose per un lavoro che mi aveva chiesto.

“Confesso che non mi aspettavo di incontrarla qui” dissi all’uomo che camminava al mio fianco accompagnandosi col bastone da passeggio.

“Sì, è stata una sorpresa anche per me. Io sono qui per concludere un percorso. E la sua compagnia è stata un dono inaspettato e gradevole.”

Uscimmo nel cortile, dove fummo subito colpiti dalle folate del vento che era aumentato di intensità, e ci salutammo.

Tre giorni dopo Sysyphus si tolse la vita.

Lo seppi per caso, mentre facevo colazione, leggendo un trafiletto che mi saltò all’occhio sulla pagina delle notizie di cronaca. Il corpo era stato ritrovato in un appartamento nei pressi della pinacoteca di Brera, e la morte doveva risalire a due o tre giorni prima. Nell’articolo si dava rilevanza al fatto per la notorietà del personaggio:

Il professor Sysyphus Thessal è stato uno dei maggiori esperti di arte contemporanea e autore di diverse opere su Van Gogh e Gaugin. Ha insegnato all’università di Amsterdam e in diverse università europee, ed ha lavorato presso il museo Guggenheim di New York e il museo D’Orsay di Parigi. Pare che negli ultimi anni soffrisse di un esaurimento, a causa del quale aveva lasciato il lavoro presso i musei per dedicarsi a una tranquilla routine come insegnante di storia dell’arte in un liceo di Bruges.

Ebbi un sobbalzo leggendo le prime righe. Una breve ricerca mi confermò ciò che immaginavo: Sysyphus era al museo d’Orsay proprio nei giorni in cui avevo visitato la collezione ed ero rimasto sconvolto di fronte al quadro di Manet, quei giorni in cui il vento soffiava con una forza inconsueta. In preda a una strana agitazione lasciai a metà il caffè che stavo bevendo, andai nel soggiorno e ripensai alle brevi conversazioni che avevo avuto con lui: l’arte, la follia, la perfezione della matematica. La radio stava passando un brano di God is an astronaut.

Fu in quel momento che la finestra del soggiorno si spalancò d’improvviso per una folata di vento; mentre la richiudevo scorsi una sagoma vestita di nero che camminava con un bastone da passeggio sulla strada che portava al lago. Aprii di nuovo il vetro e una raffica di pioggia mi colpì il viso con violenza. In strada non c’era nessuno.