Vero o falso?

Alex Nagel #17

Il mio capo alla fine di ogni riunione ama ripetere sempre la stessa raccomandazione: non fate mai nulla gratis per amici e parenti, perché non solo non vi ringrazieranno, ma se la prenderanno con voi se qualcosa va storto e vi toglieranno il saluto.

Ecco, una cosa del genere mi è capitata un po’ di anni fa con mio zio Damiano.

Lui è un cugino di mia madre. Pur non essendo parenti strettissimi, ha sempre frequentato la mia famiglia ed è una presenza abituale in casa nostra, a prescindere se ci siano o no ricorrenze. Damiano è un figura un po’ sopra le righe, ed è sempre stato considerato il più scapestrato dei nostri parenti. Adesso si arrabatta facendo lavori improvvisati ed è sempre senza un centesimo in tasca, ma da giovane ha avuto i suoi momenti di gloria: c’è stato un periodo in cui ha vissuto in Argentina, al suo ritorno era socio di tre ristoranti e due bar e girava con una Bugatti nera fiammante al cui interno c’era un frigobar sempre pieno di champagne ghiacciato. Poi la passione per le scommesse e altri vizietti costosi hanno fatto volatilizzare il suo patrimonio nel giro di pochi anni.

Così si è ridotto a vivere in un monolocale e a guidare un’utilitaria di terza mano, ma non ha mai perso la sua verve: ormai va per la sessantina, e grazie al suo humour e alla sua parlantina è sempre circondato di amici e benvoluto da tutti. Tranne da nonno Arduino, che non lo sopporta e gli ha affibbiato l’appellativo di Coglionazzo: “Ho visto le foto del compleanno di Giulia, ho notato che c’era anche Coglionazzo”, oppure “E Coglionazzo quest’anno dove lo avete lasciato? Aveva il torneo di freccette?” e cose del genere. Malgrado ciò Damiano non se ne cruccia, e si fa voler bene per quello è, con i suoi pregi e difetti.

Uno dei suoi principali difetti, assieme a quello di essere fumantino, è il sessismo che lo ha sempre contraddistinto e che con l’avanzare dell’età si è inasprito. Lui la donna la chiama la fica.

“Sono qua sotto, scendi.”

“Damiano, sto finendo di lavare i piatti, perché non sali tu?”

“Non posso, sto con la fica.”

Affacciandomi alla finestra lo vedevo sulla sua utilitaria, con la radio a tutto volume e una bionda/mora/rossa sempre diversa ma invariabilmente giovane e, come diceva lui, “da urlo”. All’accompagnatrice di turno offriva la cena al ristorante gestito dal suo ex socio, l’ingresso al locale di proprietà del suo compagno di scuola del liceo, il weekend nella dimora nobiliare di campagna del suo amico dei tempi d’oro; il tutto rigorosamente gratis o quasi, per lui, ma di sicuro effetto per le bionde/more/rosse che si scarrozzava un giorno sì e l’altro pure.

E’ stato così che quando quel pomeriggio di giugno mi citofonò dicendomi che era con la sua fidanzata pensai che fosse uno scherzo. E mi feci ripetere con chi era.

“Sì, te l’ho detto, salgo su con la mia fidanzata.”

Attaccai il citofono, perplesso. Aveva detto proprio fidanzata, non fica. Quando entrarono ci fu la seconda sorpresa: zio Damiano era tutto in tiro, indossava la sua faccia più rispettabile ed era sottobraccio a una ragazza che mi presentò come Dominika. Dopo i convenevoli di rito mi parlò di lei, con malcelato entusiasmo; spiegò che era nata in Russia e aveva studiato in Italia all’Università.

“Dominika lavora a Ginevra al CERN, è in un programma di esperimenti in fisica delle particelle. E pensa che ha solo 26 anni!”

Squadrai la ragazza. Era innegabilmente bella, forse un po’ magra per i miei gusti. Il trucco un po’ pesante la faceva più vecchia della sua età, e mi stupii che parlasse un italiano perfetto e senza inflessioni, pur se con un voce roca e gracchiante che stonava con l’aspetto fisico. Offrii loro del tè freddo e ci sedemmo nel mio studio mentre lei si guardava intorno, incuriosita dal blu della stanza e dai miei computer.

“Alex è un esperto di informatica” le spiegò lui, “anzi, dire esperto di informatica è poco. E’ un vero genio della matematica, per lui le formule e le equazioni non hanno segreti. Secondo me, voi due vi intenderete alla perfezione!”

A quelle parole lei increspò le labbra e socchiuse gli occhi cambiando espressione, ma io intervenni subito:

“Non vorrai farla parlare di lavoro, eh, Damiano?”

Ridemmo insieme e bevemmo il tè conversando piacevolmente, e lei si rilassò. Quello fu il mio primo e unico incontro con Dominika.

Nelle settimane successive zio Damiano continuò a frequentare Dominika e a presentarla in giro come la sua fidanzata. Lei lo raggiungeva quando il lavoro glielo permetteva, e il resto del tempo si sentivano per telefono o in chat su Internet.

Una sera ricevetti un messaggio di mio zio che mi dava appuntamento al bar sotto casa sua perché doveva dirmi delle cose molto urgenti. Ero ancora al lavoro e avevo una consegna imminente, ma lo raggiunsi ugualmente, trafelato, perché sapevo che non era tipo da allarmismi inutili. Lo trovai seduto al tavolino, che stava bevendo il secondo campari e gin e attaccava la terza ciotola di patatine.

“Che succede?”

Sollevò la testa, con aria preoccupata.

“Ho bisogno del tuo aiuto, Alex. Si tratta di Dominika.”

“Sta male? O è scappata con qualcuno?”

Posò la ciotola che aveva in mano e rispose in modo veemente:

“Oh, no, che cosa vai pensare! Lei è una a posto! E per fortuna sta bene. E’ il suo ex marito il problema.”

“Non mi avevi detto che era stata sposata.”

Arrivò il cameriere e mi feci portare un vodka sour, mentre Damiano chiese il terzo campari e gin.

“Sì, è stato quando era molto giovane, quasi una ragazzina, prima che venisse a studiare all’Università in Italia. Insomma, sembra che questo ex marito la stia perseguitando. Le manda messaggi al telefono, le scrive in chat, la infastidisce.”

Iniziai a sentire la sedia che mi si infuocava sotto il sedere, perché sapevo dove andavano a parare le richieste di aiuto che contenevano le parole telefono e chat.

“Lei minimizza, perché non vuole darmi più problemi di quanti io abbia, ma la vedo molto preoccupata. Non vuole dirmi che cosa le scrive, ma credo che siano minacce. Sento che questa situazione sta andando fuori controllo. Insomma, Alex” e qui si interruppe per bere d’un fiato il suo bicchiere di campari e gin “ho bisogno del tuo aiuto.”

Mi guardò con occhi da panda e io mi agitai sulla sedia la cui temperatura stava aumentando un grado dopo l’altro. Vedendo il mio silenzio, continuò:

“Tu che hai i mezzi e le capacità, potresti…”

“Non faccio più quelle cose” tagliai corto, “sono rischiose, poco etiche e, aspetto non trascurabile, illegali.”

“Ma dai, non ti sto chiedendo nulla di pericoloso, si tratta solo di andare i vedere i messaggi…”

“Se mi stai chiedendo di entrare nella pagina, o peggio, nel computer di quel tizio per vedere se fa stalking alla tua fidanzata, beh, a casa mia è illegale.”

“Ma no, ti chiedo solo di sbirciare nella pagina di Dominika e di guardare nella sua posta, solo per vedere cosa le scrive quel troglodita e rendermi conto della situazione. Non lo saprebbe nessuno, neanche lei, e io potrei prendere delle contromisure sapendo chi è lui. Allora, mi aiuti? Eh, mi aiuti?”

“No.”

Ovviamente alla fine mi lasciai convincere. Non era facile negare qualcosa a Damiano, così gli promisi che mi sarei messo all’opera tentando di scoprire qualcosa, senza però garantirgli nulla.

Dovetti aspettare che le scadenze lavorative mi dessero tregua; finalmente, una settimana dopo quella chiacchierata, mi sedetti al computer con una tazza fumante di caffè istantaneo e andai a vedere la pagina personale di Dominika. Esplorai le informazioni personali, le foto, le amicizie, e non trovai nulla di insolito se non una vomitevole tendenza a pubblicare immagini di cuori, tramonti e gattini; molte foto ritraevano Dominika e Damiano in diverse situazioni, sempre felici e sorridenti. Sul profilo aveva scritto di essere ufficialmente fidanzata con lui. Mi misi al lavoro e buttai l’esca che mi avrebbe condotto a farmi aprire la porta per ottenere le informazioni desiderate. Con l’ingegneria sociale si ottengono molte cose.

Meno di 24 ore dopo avevo aperto una breccia e avevo scoperto due cose molto interessanti. La prima è che Dominika non era dove diceva di essere. Nei suoi post si localizzava a Ginevra, mentre vedevo chiaramente che si collegava da una città italiana.

La seconda è che Dominika non era chi diceva di essere. Entrai senza grandi difficoltà nelle sue caselle di posta — la maggior parte delle persone non ha idea di che cosa significhi “sicurezza” — e dopo pochi passaggi conoscevo la sua vera identità, il suo indirizzo, il codice fiscale, il numero di conto corrente bancario e la password della sua cartella medica. Intanto, Dominika non era il suo vero nome: la persona che mi era stata presentata da zio Damiano rispondeva al nome di Vincenzina, era nata e vissuta nella città dalla quale si collegava, non era mai stata sposata e non solo non lavorava al CERN, ma non si era neppure laureata. E aveva una decina d’anni in più di quelli dichiarati.

Dall’indirizzo e-mail principale di Vincenzina/Dominika si dipanavano numerosi altri indirizzi, a ciascuno dei quali corrispondeva una pagina personale, ognuna con una diversa identità. Nelle varie pagine lei era di volta in volta funzionario della FAO, giudice della Corte dei Conti, presidente del consiglio di amministrazione di una casa automobilistica, agente diplomatico; i luoghi di origine e di residenza variavano ma erano sempre al di fuori dell’Italia, e sempre molto lontani. Si era addirittura incarnata in due gemelle dell’Ohio, Rita e Candice, le quali — neanche a dirlo — erano rispettivamente pilota di rally e proprietaria di uno studio di registrazione.

Nella posta non c’era nessuna traccia del presunto ex marito. I messaggi nella pagina personale di Dominika/Vincenzina erano senza importanza: qualche amica di chat, un po’ di spam e una serie di smielati e noiosissimi messaggi di zio Damiano, che non lessi perché troppo imbarazzanti.

Raccolsi tutte le informazioni, le foto e i dati che avevo trovato in una cartella che salvai un pendrive. Alla fine dell’operazione ero arrivato a contare sette pagine personali attive, quattro dormienti e undici dismesse da qualche anno. Poi mi sedetti sul divano col pendrive in mano senza sapere cosa fare. Sullo stereo girava il disco di Elliott Smith che cantava The biggest lie:

Oh we’re so very precious, you and I

And everything that you do makes me want to die

Oh I just told the biggest lie.

Dopo aver ascoltato tutto il disco mi alzai e telefonai a zio Damiano.

Ci vedemmo al solito bar, quella sera. Anche stavolta lo trovai che beveva un campari e gin, ma invece delle patatine aveva davanti un vassoio di sandwich. Aveva l’aria stanca, non si era rasato da almeno due giorni e stava divorando uno dei sandwich quando mi sedetti davanti a lui.

“Allora?” domandò ansioso, dopo aver posato il sandwich ed essersi pulito le mani.

“Per quanto riguarda l’ex marito, è tutto a posto. Non devi preoccuparti di lui.”

E in effetti era la verità. Lui emise un lungo sospiro di sollievo e fece un sorriso.

“Invece c’è qualche altra cosa che dovresti sapere.”

Gli diedi il pendrive senza aggiungere altro. Lui mi guardò con aria interrogativa, ma io non gli diedi spiegazioni: lo avrebbe visto da solo. Lo salutai e me ne andai.

Nei giorni successivi attesi un messaggio o una telefonata di zio Damiano, che non arrivarono. Provai a scrivergli ma non rispose. Anche il telefono suonava a vuoto. Lì per lì mi chiesi che cosa fosse successo, poi ebbi una serie di impegni lavorativi e fui molto preso da una ragazza con cui iniziavo a vedermi, e la cosa mi passò di mente.

Un mese dopo averlo visto e avergli consegnato il pendrive, scoprii che Damiano mi aveva rimosso dalla lista delle amicizie e bloccato sulla sua pagina personale. La sera mi vidi con il mio amico Gualtiero per bere una birra e gli raccontai l’intera faccenda.

“Quello che non capisco è perché se la sia presa con me” conclusi.

Lui si strinse nelle spalle.

“Forse alla fine non voleva sapere la verità. Tu hai infranto il suo sogno.”

Mi tornò in mente la raccomandazione del mio capo e pensai che entrambi avevano ragione.

A fine ottobre ricevetti una lettera di nonno Arduino. Era vergata con la stilografica su carta azzurrina, con una bella scrittura inglese.

Giovane Alex! Ieri ho ricevuto la visita a sorpresa e alquanto importuna del più insulso dei miei nipoti, vale a dire Coglionazzo; la visita sarebbe stata importuna pure se annunciata, perché tra l’altro ha interrotto la mia partita di piquet con il Peraldi nella quale ero in indubbio vantaggio. Ma la governante lo aveva già fatto accomodare in salotto e ho dovuto sottopormi al fastidio di parlarci. Era in compagnia di una bionda che mi ha presentato come Dominika dalla Russia, aggiungendo poi con dovizia di particolari che per essere precisi si trattava di Dominika dalla Russia scienziata del CERN. Come sai ho un estremo disinteresse per le persone e per la loro posizione sociale; ma in questo caso qualcosa strideva come una carrucola non oliata, e sono andato a chiamare il mio compagno di piquet nonché amico da oltre mezzo secolo Peraldi, e ho detto loro che per una fortunatissima combinazione si trovavano in presenza dell’esimio ed emerito professor Peraldi, per anni direttore del CERN prima del pensionamento. Il Peraldi si è messo a conversare amabilmente con Dominika dalla Russia scienziata del CERN, e le ha chiesto se avesse lavorato nell’equipe del professor Franz Beckenbauer. A quel punto Coglionazzo, cui lei voltava le spalle, ha cambiato faccia e ha tentato di dire qualcosa, ma l’ho fulminato con uno sguardo. E ormai Dominika dalla Russia aveva aperto la sua bocca da rana (che orribile voce, per giunta!) e aveva intonato un peana al professor Beckenbauer che lei conosceva personalmente e in modo quasi intimo, spingendosi fino a dipingerlo come un rigoroso uomo di scienza con un sorprendente senso dell’umorismo. Bene, ho detto io, spero che l’umorismo le sia d’aiuto mentre mi libero di lei e del suo degno compare, signorina Dominika dalla Russia che millanta la conoscenza di uno tra i più grandi calciatori che siano esistiti, convinta che sia un uomo di scienza di un istituto in cui lei non ha mai messo piede in vita sua. Il Peraldi, che è un mio antico compagno di burle oltre che di piquet, rideva senza ritegno mentre io buttavo fuori di casa Coglionazzo e la sua Dominika dalla Russia. Ti scrivo tutto questo, Alex, perché mi è stato detto che l’insulso nipote sta facendo il giro del parentame per presentare la sua fidanzata. Il vero e il falso possono essere concetti assoluti o relativi, ma quando due falsi si incontrano e si intendono non fanno una verità: abyssus abyssum invocat. Se le mie supposizioni sono giuste, i due falsi sono venuti anche da te, e se, come sono certo, hai capito che eri in presenza di due falsi, so che queste mie righe saranno per te un vero diletto. Considerale un regalo da parte di questo vecchio non ancora del tutto rincoglionito, almeno non in misura tale da farsi menare per il naso da mediocri attori di varietà.

Dopo quella visita Damiano scomparve dalla circolazione. Mia madre mi disse, mesi dopo, di aver ricevuto una sua cartolina dall’Argentina in cui era tornato in via definitiva. Altri lo davano per certo nel Madagascar, altri ancora sostenevano che avesse affittato un attico nel quartiere latino di Parigi. Un giorno che ero passato a trovare i miei trovai per caso la cartolina che aveva inviato a mia madre. La foto raffigurava un viale di Buenos Aires. Il timbro era dell’ufficio postale di Via Roma, a duecento metri da casa mia.

(immagine di Sammy Slabbinck)