Visioni di Pi

Alex Nagel #28

Abitavo già da un po’ nei pressi del lago, in una zona piena di verde e un po’ distante dal centro cittadino. Dal terrazzino si intravedevano la riva e le acque calme, mentre la finestra dell’angolo di soggiorno che avevo adibito a studio dava su un prato in parte incolto frequentato dai proprietari dei cani del circondario, e su una casa che confinava con quel prato. La casa era una villetta unifamiliare di due piani disabitata da tempo, che ormai da parecchi anni aveva perduto l’antico splendore, se mai ne aveva avuto uno: marciapiedi sbreccati, intonaco che andava a pezzi, muschio sulle tegole e alberi con i rami secchi e cadenti.

Il vecchio proprietario era morto e gli eredi l’avevano messa in vendita, ma pareva che l’immobile, viste le sue condizioni, non interessasse a nessuno; e così il prezzo di sei mesi in sei mesi era andato calando, senza che nessuno la acquistasse. Quando mi sedevo vicino alla finestra per disegnare guardavo spesso la casa, e non mi dispiaceva quella visione un po’ decadente che mi ricordava certe foto in bianco e nero che avevo visto esposte nelle mostre fotografiche.

Un giorno di fine inverno ci fu un grande cambiamento: era il 14 marzo, e il cartello vendesi che avevo visto ingiallire attaccato al cancello scomparve, e arrivarono dei nuovi proprietari. Ci fu movimento di macchine per un intero weekend, con gente che entrava e usciva dalla casa, camminava nel giardino e guardava con attenzione le mura e il tetto della casa parlando in modo concitato. Ero con la mia amica e vicina di casa Dalia, e mentre bevevamo il caffè scrutavamo dalla finestra per cercare di capire che cosa facessero.

“Se l’hanno comprata, dovranno ristrutturarla” disse lei. “Forse tutte quelle persone che girano e controllano sono carpentieri e muratori.”

Malgrado la finestra fosse aperta non riuscivamo a sentire cosa dicevano, perché la casa era distante.

“Avranno un bel da fare per renderla abitabile” osservai.

Lei aggrottò le sopracciglia.

“Vorrei proprio sapere come hanno fatto a comprare quel rudere. Io non l’avrei presa neppure se me l’avessero fatta pagare quanto un box. Farebbero prima a raderla al suolo.”

La casa era stata acquistata da una coppia. All’apparenza sembravano giovani, dovevano essere sui 30–35 anni, e avevano due figli, maschio e femmina. Nei giorni successivi li vedemmo tutti e quattro insieme un’altra volta, poi iniziarono i lavori di ristrutturazione. Dalia, che a differenza di me era curiosa e amava chiacchierare con la gente, andò a presentarsi una volta che li vide in giardino a controllare i lavori, poi tornò da me a raccontarmi che cosa si erano detti. I due avevano acquistato la casa perché era grande e aveva un giardino per far giocare i bambini, che avevano 2 e 4 anni, e avevano intenzione di trasferirsi entro l’estate. Lui aveva un viso cordiale, era greco e rispondeva al nome di Pittacus Kostantinos. Poiché io e Dalia lo dimenticavamo sempre, prendemmo l’abitudine di riferirci a lui chiamandolo Pi. Dalia era delusa perché non era riuscita a sapere di più: la coppia era stata gentile ma non era entrata in dettagli personali, limitandosi a mantenere la conversazione sul clima della zona e sulle opportunità di fare sport offerte dal quartiere.

I lavori di ristrutturazione si dilungarono più di quanto i nuovi proprietari avevano previsto, ed era novembre inoltrato quando la famiglia poté andare ad abitare nella casa nuova. Io ero già partito per un’altra città nella quale dovevo trasferirmi temporaneamente per lavoro, e dove rimasi per tutto l’inverno. Ogni tanto tornavo a casa e mi capitava di guardare dalla finestra. La villetta era stata restaurata in modo decoroso, ma i marciapiedi erano rimasti sbreccati e c’erano scavi aperti, sacchi di calcinacci e rami di alberi potati per tutto il giardino.

All’inizio della primavera tornai in via definitiva. Quando aprii le finestre per far prendere aria alle stanze, vidi che nella casa di fronte c’erano ancora i sacchi di calcinacci e i rami secchi, e in più l’erba del giardino era cresciuta alta e non curata. I vicini avevano messo alle finestre dei vetri bruniti che non lasciavano vedere nulla dall’esterno. Con le belle giornate ripresi l’abitudine di disegnare seduto accanto alla finestra, e ogni tanto davo un’occhiata fuori. Le finestre della casa erano sempre chiuse, e nel giardino, se così poteva definirsi, non c’era mai nessuno. A volte vedevo una macchina che scendeva la rampa per entrare nel garage, per il resto non c’erano quasi segni di vita degli abitanti. I vicini erano molto silenziosi e molto discreti, e non mi capitava mai di incontrarli quando andavo a fare la spesa o quando camminavo nelle strade del quartiere.

Dalia ricominciò a venire a cena da me e tornammo all’antica consuetudine: lei non amava cucinare e spesso dimenticava di fare la spesa, così a volte la sera mi bussava per chiedermi se avevo dell’insalata o del prosciutto. Io la invitavo a restare e dividevamo quello che avevo preparato, anche se poteva capitare che non avessi nulla e dovessi scongelare due pizze. Mentre mangiavamo e bevevamo birra, mi raccontava le novità del quartiere, tra le quali c’erano quelle che riguardavano i nuovi vicini.

“Sono strani, sai? Non si sono quasi visti per tutto l’inverno.”

“Forse fanno una vita ritirata” osservai.

“Così giovani? Ti assicuro che non li vedo mai uscire. E i bambini, sono sempre chiusi in casa, e quando giocano in giardino sono silenziosi in modo innaturale. Io alla loro età ero pestifera.”

“Almeno non sono rumorosi” dissi.

Alla fine di aprile ci accorgemmo che la casa era vuota. Dalia notò con disappunto che la partenza dei vicini le era sfuggita, e che non aveva visto caricare i bagagli sulla macchina; io dalla mia finestra vedevo la casa di sbieco, e non avevo la visuale di Dalia, il cui terrazzino dava sulla facciata.

A giugno andai in ferie una ventina di giorni. Al mio ritorno Dalia, che era rimasta in città, venne a bussarmi per invitarmi a bere qualcosa da lei.

“Ci sono degli amici, abbiamo organizzato un aperitivo in terrazza. Sei dei nostri?”

Risposi che andavo molto volentieri, il tempo di mettere a posto la valigia e farmi una doccia. Più tardi ero con Dalia e i suoi amici, che avevo già avuto occasione di incontrare altre volte e che trovavo molto piacevoli. Chiacchierammo bevendo vodka ghiacciata e succo di arancia, accompagnata da patatine al pepe nero e mandorle salate; il sole estivo illuminava il muro della casa di fronte, dipinto di una tinta color arancio, mettendo in risalto le scabrosità dell’intonaco rifatto malamente. Come al solito non si vedeva nessuno: l’erba era alta e ingiallita, i sacchi di detriti non erano stati rimossi e le ramaglie della potatura dell’anno prima avevano assunto un aspetto nerastro e rinsecchito. La casa sembrava proprio abbandonata.

“Te l’avevo detto che erano strani” mi disse lei quando mi affacciai alla ringhiera, sporgendomi per vedere meglio.

Venne vicino a me e mi mostrò le finestre serrate.

“Sono due mesi che non c’è nessuno. Ogni tanto vedo Pi che viene per un paio d’ore, entra in casa, poi esce e se ne va via.”

“Beh, forse la moglie e i figli sono in villeggiatura e lui è tornato al lavoro.”

“Ma c’è qualcosa che non quadra” insistette. “Per tutto l’inverno sono stati quasi invisibili. Ho anche provato a cercare su Internet per vedere se hanno un profilo personale ma di loro non c’è traccia. Ho appurato che non hanno neppure il wifi.”

Mi strinsi nelle spalle.

“So che ti sembrerà assurdo, ma ci sono persone a cui Internet non interessa.”

Ma Dalia non era ancora convinta. Nei giorni successivi passai spesso davanti alla casa dei vicini, perché la strada che facevo abitualmente era interrotta per lavori. Le imposte erano sempre serrate e nella buca delle lettere si accumulavano volantini pubblicitari e cataloghi di mobilifici. Era chiaro che la casa era frequentata sporadicamente dai suoi proprietari.

“Lui viene ogni tanto con i bambini, ma non vedo la moglie da mesi” mi ripeteva Dalia ogni volta che parlavamo della casa quasi disabitata.

“Magari si sono separati.”

“O magari l’ha fatta a pezzi e messa nel congelatore in cantina” diceva lei, serissima.

“Dio santo, Dalia, questa cosa è del tutto irrazionale, non puoi pensarla davvero. Non siamo nella Finestra sul cortile!”

“Ma potrebbe darsi, no? Forse stiamo assistendo a qualcosa di terribile…”

“Sì, come quella volta che sentivi dei rumori misteriosi in camera, ed era solo un gatto incastrato nel sottotetto!”

Nella seconda settimana di luglio Dalia partì per le vacanze. Le giornate si erano guastate e dal lago saliva una brezza più fresca del solito. Un sabato sera cenai al ristorante messicano e in piena notte mi svegliai di colpo con un senso di oppressione allo stomaco. Guardai la sveglia digitale: erano le 3:14 del 22 luglio. Non potendo riprendere sonno mi alzai e andai in cucina a versarmi un’acqua tonica per digerire. Poi andai ad affacciarmi alla finestra dello studio. C’era un primo quarto di luna che illuminava blandamente gli alberi e la facciata della casa di fronte, e si rifletteva sui vetri di una macchina parcheggiata nel giardino. A un certo punto notai che c’era un’ombra fuori dal cancello. La figura si spostò mettendosi in luce e vidi che mi rivolgeva un saluto con la mano. Dalla statura, il taglio di capelli e gli abiti dedussi che era il vicino e ricambiai il saluto. Da lontano mi sembrò che sorridesse. Richiusi la finestra e decisi che due passi mi avrebbero fatto bene, così indossai i pantaloni e uscii.

Feci un giro sul lungolago. La notte era silenziosa e tranquilla, senza un alito di vento. Tornando indietro mi imbattei nell’uomo che mi aveva salutato, e che passeggiava anche lui nelle strade deserte del quartiere. Ci stringemmo la mano e facemmo insieme l’ultimo tratto di strada verso casa.

“Anche tu non riesci a dormire, eh?” mi disse, con una voce dal tono profondo. Parlava un italiano perfetto, anche se con una leggera inflessione straniera.

“Sì, non mi capita spesso. Ma quando succede, devo fare qualcosa, muovermi, camminare. Non riesco a rimanere nel letto.”

Scambiammo alcune frasi sul sonno, sul clima e sulla stagione incerta che alternava pioggie e schiarite. Non avevo mai parlato con lui prima, e notai che era molto cordiale e sorridente, e tra di me risi delle ipotesi macabre che Dalia aveva fatto nei suoi confronti. Quando fummo arrivati sotto al mio portone mi sembrò naturale invitarlo a bere qualcosa e a lui sembrò naturale accettare.

Sedette sul divano mentre io preparavo il bicchiere con il ghiaccio, il rum e la tonica.

“Tu non bevi?” mi chiese quando gli porsi il bicchiere.

“Ho lo stomaco un po’ in disordine.”

Mi sorrise e sorseggiò il rum con la tonica. Sul tavolinetto c’era la copia di una rivista di matematica e lui la sfogliò, poi la posò.

“Non credo di essermi presentato come si deve. Mi chiamo Pittacus Kostantinos. Devo avere da qualche parte un biglietto da visita…”

Si frugò nelle tasche, con movimenti lenti, e dal portafogli estrasse un cartoncino. Sopra c’era un logo a forma di cerchio, e sotto era riportata l’intestazione:

P. Kostantinos Arkimedes

Trascendent Inc.

Corso Leonhard Euler, 314

Io non avevo un biglietto da visita, così gli dissi come mi chiamavo e che cosa facevo. Lui era molto interessato e mi fece parecchie domande sul mio lavoro di programmatore e sulla mia passione per la matematica, poi iniziammo a parlare di geometria analitica e scoprii con sorpresa che era una persona competente e molto lucida nelle osservazioni che faceva. Andò a finire che discutemmo di molte cose, spaziando dalle onde sinusoidali al calcolo delle probabilità, alla relatività generale, all’elettromagnetismo. Lui faceva girare il bicchiere tra le mani, con il ghiaccio che ormai si era completamente sciolto.

“Il mondo è regolato da costanti” mi disse, osservando le increspature del liquido nel bicchiere. “L’uomo vorrebbe conoscere e dominare tutte le leggi, ma spesso deve procedere per approssimazione, e fare i conti con l’irrazionalità.”

“L’irrazionale è informe e inesprimibile” notai.

“E ama rimanere nascosto” aggiunse lui sorridendo. “Hai letto anche tu Proclo?”

Annuii.

“E se qualche anima si rivolge ad un tale aspetto della vita, rendendolo accessibile e manifesto, viene trasportata nel mare delle origini, ed ivi flagellata dalle onde senza pace. L’ho studiato quando facevo il liceo.”

“La verità, mio caro Alex, è che non tutto è spiegabile e conoscibile secondo le leggi della razionalità. E ci sono interrogativi che non hanno risposte. Non potrai mai rendere quadrato un cerchio.”

Risposi che aveva ragione, anche se non capivo esattamente che cosa stava cercando di dirmi; volevo chiederglielo, ma lui si alzò e disse che era tardi ed era ora di tornare a dormire. Fuori si era fatto giorno e lo accompagnai alla porta. Mi ringraziò dell’ospitalità e mi strinse la mano.

“Ciao, Pittacus, grazie a te della compagnia…”

Sorrise e mi rispose:

“Chiamami solo Pi, è più facile. Buonanotte, Alex.”

Si chiuse la porta alle spalle, e io tornai in salotto. Avevo la sensazione che qualcosa mi sfuggisse, ma non sapevo cosa. Mi rimisi a letto e guardai la sveglia che segnava le 6:28 prima di addormentarmi.

Mi svegliai al suono delle campane che annunciavano il mezzogiorno, e mi stupii di aver dormito così a lungo. Poi mi sovvenne all’improvviso la conversazione con il mio vicino, che si era protratta fino al mattino, ed ebbi una sorta di flash. Mi alzai dal letto e andai in salotto, e cercai il biglietto da visita di Pi, ma non lo trovai. Non c’era neppure il bicchiere in cui aveva bevuto rum e tonica. Mi vestii in fretta e scesi in strada, e andai al cancello della casa dei vicini. Il giardino e la casa erano deserti, e non c’erano tracce della macchina; in compenso c’era un cartello con scritto vendesi, che la notte prima quando mi ero affacciato alla finestra non avevo visto.

Rientrai in casa e mi sedetti sul divano. Davanti a me c’era la rivista di matematica, negli scaffali i libri che contenevano formule, equazioni e tavole logaritmiche. Mi misi al lavoro: dovevo far girare uno stress test chiedendo al computer di calcolare una costante matematica per testare il processore nuovo che avevo montato. Mentre il computer lavorava mi preparai un caffè e del pane tostato. Mi chiesi come avrebbe reagito Dalia al suo ritorno, scoprendo che i vicini non abitavano più nella casa di fronte e che Pi sarebbe rimasto avvolto nel mistero.

Sullo schermo apparvero le prime stringhe di numeri:

1415926535 8979323846 2643383279

Il caffè era caldo e il toast era croccante.

E nel mio perfetto mondo di numeri anche l’irrazionale aveva il suo posto.