Wagner

Alex Nagel #27

Ho conosciuto quattro persone che si chiamavano Wagner.

La prima volta che conobbi qualcuno con questo nome fu quando avevo tredici anni. Eravamo appena rientrati a scuola dopo le vacanze estive e stavamo iniziando la lezione della prima ora con la professoressa di italiano, quando alla porta si affacciò il bidello che accompagnava un ragazzo. Il nuovo arrivato si chiamava Tommy Wagner, e lo accogliemmo con molta curiosità e un vocio che la professoressa tentò vanamente di far tacere. Il ragazzo nuovo era molto esile e sembrava più piccolo della sua età; aveva una massa di folti capelli ricci e il viso dagli zigomi sporgenti. Di carattere era socievole, e nel corso dei giorni successivi si inserì senza difficoltà nella nostra classe facendo amicizia con tutti, tranne che con Respighi. Ma non per colpa sua: Respighi era un ragazzo alto e robusto, che faceva il prepotente e se la prendeva sempre con i più deboli, e per di più aveva la presunzione di essere simpatico, mentre quasi nessuno lo sopportava. A volte Tommy era il bersaglio dei suoi scherzi grossolani, ma non se la prendeva e abbozzava un sorrisetto di sopportazione, anche per evitare ritorsioni peggiori. Io, per conto mio, non ero in confidenza con nessuno dei due ed evitavo di immischiarmi in faccende che non mi riguardavano; ma un giorno in cui Respighi tirò a Tommy un gavettone d’acqua sbagliando la mira e colpendomi di striscio, lo presi come un affronto personale e gli dissi senza mezzi termini che doveva piantarla di fare certi scherzi al nostro compagno, se non voleva che lo riducessi come l’ultima pesca del sacchetto — il che equivaleva a dire che lo avrei pestato di santa ragione. In quel periodo a scuola avevo la fama di duro, per un episodio in cui avevo (giustamente, secondo me) fatto a botte con un compagno, uscendone vittorioso; e Respighi, che in fondo era un pusillanime, ascoltò saggiamente il mio consiglio e si tenne lontano da Tommy. Il quale in uno slancio di riconoscenza mi regalò la sua collezione completa di figurine di Star Wars.

Il secondo Wagner lo conobbi diversi anni dopo, quando ero già iscritto all’Università. Lui insegnava alla facoltà di Lettere e il suo nome completo era professor Santangelo Wagner (teneva molto che si scrivesse professore davanti al nome). Sui di lui correvano voci, non si sapeva quanto attendibili o frutto di pettegolezzi ingigantiti, che lo dipingevano come un raffinato seduttore che cambiava spessissimo amante. A vederlo non sembrava: non era un uomo particolarmente piacente, era di bassa statura, di aspetto sempre trasandato e si esprimeva con una sgradevole inflessione dialettale anche nei contesti accademici. Era stato, in gioventù, un promettente ricercatore e aveva pubblicato uno studio su inediti di Benedetto Croce che aveva avuto risonanza internazionale. Negli anni, però, la sua produzione scientifica si era infiacchita e, una volta conquistata la cattedra universitaria, divenne chiaro che il talento di cui aveva dato prova agli inizi della carriera altro non era che una fiammata esaurita in breve tempo. Frequentai un semestre del suo corso assieme a Caterina, la mia ragazza; poi ci furono chiacchiere sempre più insistenti sulla sua predilezione per le studentesse giovani e fuorisede, e ritenemmo opportuno non seguire le lezioni del secondo semestre.

Quando incontrai la terza persona di nome Wagner pensai che era una cosa piuttosto singolare, dal momento che non era un cognome molto diffuso. Erano passati pochi mesi da quando avevo lasciato la facoltà di Lettere e frequentavo un circolo di appassionati programmatori che si riunivano quasi quotidianamente in un’aula di Ingegneria. Ian Wagner veniva da Praga ed era un matematico, esperto di crittografia. Aveva poco più di vent’anni ma era già talmente bravo da surclassarci tutti e da competere con i maggiori esperti del campo; ma lui non se ne vantava, anzi, aveva sempre l’aria di imparare qualcosa da noi, anche se era evidentemente il contrario. Oltre ad essere geniale e modesto aveva un aspetto piacevole che attirava gli sguardi delle ragazze, cosa di cui non approfittava per una sua innata timidezza. Stringemmo amicizia e spesso ci ritrovammo a chiacchierare, mentre programmavamo, sorseggiando la birra ceca che si faceva inviare dalla sua città natale. Quando dovette partire per andare a lavorare in un’azienda di software in Irlanda mi dispiacque; da lui avevo appreso molto. Ian era una delle persone migliori che avevo conosciuto.

Il quarto Wagner si chiamava Duilio ed era il tipo di persona che, quando lo si nomina, c’è sempre qualcuno che dice: Chi, quello? Per carità! A differenza degli altri tre non lo avevo mai incontrato di persona. Facevamo parte dello stesso gruppo di collezionisti di fumetti e i nostri rapporti erano esclusivamente online. I primi tempi non interagivo con lui e non sapevo neppure chi fosse; poi sul sito di collezionismo fu aperto un gruppo ristretto dedicato ai fumetti della Marvel e mi ritrovai a dialogare con lui e una ventina di altri appassionati. Ben presto Duilio fagocitò la conversazione imperversando con argomenti che il più delle volte con i fumetti non avevano nulla a che a fare. Il comune denominatore dei suoi interventi era il lamento. Se pioveva si lamentava dell’umidità, se c’era il sole si lamentava del caldo, se nevicava allora c’era un gelo insopportabile, se il tempo era mite si augurava che il clima si decidesse a fare caldo o freddo. Quando aveva esaurito l’argomento tempo, ci inondava con foto e descrizioni dei suoi pasti, che consistevano principalmente in stinchi di maiale, patate fritte, salsicce e fagiolate — era un mangiatore compulsivo — trovando sempre appigli che legavano i suoi due temi preferiti con qualche episodio dei fumetti che collezionava, tanto per non farsi bannare dal forum. Resistetti stoicamente alle sue esternazioni per alcuni mesi, alla fine mi resi conto che non riuscivo più a sopportare i suoi 300 post quotidiani e mi cancellai dal gruppo, dal sito e dalla comunità di collezionisti, facendo perdere le mie tracce.

Poi passarono anni senza che incontrassi più nessuno dei quattro Wagner che avevo conosciuto, o che ne sentissi parlare, e quasi mi dimenticai di loro.

Fino a quel giorno.

Era un pomeriggio di settembre ed ero tornato a casa prima del solito. Il tempo era grigio e afoso e la mia web radio preferita stava mandando dei brani di Cornelius; io mi ero appena tolto le scarpe quando suonarono alla porta. Andai ad aprire, scalzo, e vidi che era il corriere che mi consegnava un pacco. Trovai la cosa strana perché non avevo ordinato nulla; mentre firmavo la ricevuta udii, quasi in contemporanea, tre diversi suoni di notifica sul mio telefono. Dopo che il fattorino fu andato via posai il pacco sul tavolino e controllai le notifiche.

Un’e-mail di Tommy Wagner.

Un messaggio da Ian Wagner.

Una richiesta di contatto da Duilio Wagner.

Tutte e tre le notifiche erano delle 16:45, l’ora in cui avevo firmato la ricevuta del corriere.

Mi sedetti sul divano e cercai di capire che cosa stava succedendo.

Tommy Wagner, che non vedevo dai tempi della scuola, mi aveva inviato un’e-mail scrivendomi che mi aveva rintracciato sul web e che era in contatto con i vecchi compagni di classe con cui pensava di organizzare una cena, e mi chiedeva se volevo partecipare.

Ian Wagner mi inviava un messaggio in cui diceva che il giorno dopo arrivava in città e che gli avrebbe fatto piacere incontrarmi.

Duilio Wagner mi chiedeva il contatto sul mio profilo Internet.

Di norma non credevo alle coincidenze, ma questo era veramente troppo. Alzando gli occhi vidi che sul tavolo c’era il pacchetto che non avevo aperto, così mi alzai e lo presi per scartarlo. Dentro c’era un libro: il titolo era Epistolario di Alfonsa Rodeghini Necchi. E l’autore era Santangelo Wagner.

Rimasi seduto con la testa tra le mani a guardare con un’espressione ebete la copertina del libro; mi scosse il suono del campanello. Era la mia amica e dirimpettaia, Dalia.

“Ho sentito la musica, sei rientrato prima oggi… Ma che hai? Si direbbe che tu abbia visto un fantasma!”

“Ne ho visti quattro. Entra e siediti che ti racconto.”

La feci accomodare sul divano e le descrissi quello che era successo, e la singolarità della cosa colpì anche lei.

“Certo che è una cosa stranissima, ma ci deve essere una spiegazione. Hai mai sentito parlare di coincidenze significative?”

Feci cenno di no.

“Non ho mai creduto alle coincidenze. Almeno fino a oggi.”

“Beh, invece dovresti” disse lei seriamente. “Ne parla anche Jung nella sua introduzione all’I Ching, li definisce eventi sincronistici. Sono eventi che avvengono in contemporanea in maniera non casuale.”

“E quale sarebbe il nesso in questo caso?”

“Sicuramente il legame principale è dato dal nome. Magari c’è un messaggio e tu devi interpretarlo.”

Mi sembrava una cosa sconclusionata, ma non avevo altre chiavi di lettura per quegli eventi collegati tra loro, così iniziammo a parlarne per cercare di capire che tipo di messaggio era. Dalia mi chiese se ascoltavo la musica di Wagner.

“Ma certo” mi ricordai, “ora che ci penso, ogni volta che vado da mio nonno mi fa ascoltare L’anello del Nibelungo, lui è un wagneriano appassionato ed è fissato con quelle opere!”

“Allora magari è tuo nonno il nesso” fece lei, infervorata.

Ebbi subito un pensiero preoccupante: forse gli era successo qualcosa? Mio nonno Arduino andava per gli 80 e l’ipotesi non era poi tanto peregrina. In quel momento Dalia ricevette un messaggio e mi disse, scusandosi, che doveva telefonare alla sua ragazza, e sarebbe tornata dopo qualche minuto. Rimasto solo, decisi di sentire mio nonno; lui detestava ricevere telefonate, ma ritenni che questo era un caso speciale. Mi rispose la governante, e mi disse che lui non poteva venire al telefono perché era impegnato in una seduta di fisioterapia. Insistetti e lo feci chiamare, spiegando che era urgente. Attesi per alcuni minuti, poi sentii la voce di nonno Arduino.

“Hai interrotto la mia sessione di fisioterapia, quindi spero che sia importante.”

Il tono era forte e leggermente seccato. Balbettai delle parole di scusa e gli chiesi come stava.

“Sto bene. Che cosa vuoi?” chiese in modo spiccio.

“Io… ho chiamato per sapere come va la tua salute.”

“Te l’ho detto che sto bene, a parte l’artrite, ma a quella ci pensa Ingrid, la mia fisioterapista, che fa un eccellente lavoro. Cosa devi dirmi? E’ successo qualcosa?”

“No, davvero… era che volevo sapere come stai, tutto qui…”

Parlavo tossicchiando e incespicando, in preda a un profondo imbarazzo.

“E mi chiami per chiedermi questo?”

“No, cioè, è complicato, la cosa ha a che fare con Wagner e con i Nibelunghi, per questo mi sono preoccupato di sapere se va tutto bene.”

Dall’altra parte sentii un silenzio, e credetti che mio nonno stesse per mandarmi al diavolo e mettere giù. Invece dopo un po’ riprese, in tono meno secco:

“A me sembra che sia tu che non stai bene. Dimmi la verità, hai preso delle droghe?”

“Ma… ma no, sul serio, era solo per sapere di te…”

Dall’altra parte ci fu di nuovo il silenzio.

“Sei solo in casa?” chiese mio nonno.

“In questo momento sì.”

Udii una voce femminile che in sottofondo chiamava melodiosamente: “Arduuuiinooo!”

E mio nonno gridarle dietro:

“Ich komme, meine liebe!

Poi di nuovo a me:

“Bene, Alex, devo interrompere il nostro piacevole scambio per tornare alla mia terapia. E se proprio vuoi drogarti, cerca di farlo in compagnia!”

Mise giù, lasciandomi come un idiota col telefono in mano. Almeno avevo verificato che mio nonno stava benissimo e non c’entrava niente con i quattro Wagner che mi avevano cercato in contemporanea.

A quel punto decisi che se volevo trovare una soluzione al mistero dovevo indagare su di loro. Iniziai da Tommy Wagner. Una breve ricerca su Internet mi rivelò che cosa faceva adesso. Vedendo la sua foto mi stupii: il ragazzino gracile e arruffato che avevo conosciuto a scuola si era trasformato in un giovanotto alto, ben piazzato e muscoloso. Ora faceva il fotoreporter per una nota testata giornalistica, e nelle foto del suo profilo in rete era quasi sempre ritratto su una moto di grossa cilindrata.

Su Santangelo Wagner trovai diversi articoli di cronaca giudiziaria su reati per atti osceni che aveva consumato in compagnia di giovani studentesse nella sua stanza di professore associato. Per il resto non c’era nulla di interessante; assieme al libro che mi aveva spedito, che riguardava l’oscura nipote di una cugina terza di Benedetto Croce, non c’erano lettere, biglietti o dediche, e rimaneva un mistero il perché di quell’invio.

La richiesta di contatto di Duilio Wagner la cancellai immediatamente senza rispondergli; un breve giro di ricognizione mi confermò che lui era rimasto lo stesso insopportabile rompicoglioni di quando frequentavo il gruppo di collezionisti, e continuava a bazzicare i forum dei siti di fumetti con le sue lamentele sul clima e i suoi sfoghi mangerecci.

Ian Wagner lo chiamai per telefono e feci con lui una bella chiacchierata. Era la stessa persona gradevole che avevo conosciuto ai miei inizi come programmatore, e ci demmo appuntamento per vederci la sera successiva.

Nessuno di loro aveva relazioni, neppure casuali, con gli altri tre. Malgrado mi sforzassi, non riuscivo a trovare il famoso nesso. Si era fatta ormai l’ora di cena; Dalia suonò di nuovo alla porta (quando parlava con la sua ragazza i minuti si dilatavano trasformandosi in ore) e le raccontai della telefonata a nonno Arduino e delle mie ricerche senza risultato. Restammo sconsolati a osservare le foto e i profili che avevo trovato in rete, facemmo altre ipotesi, cercammo relazioni tra il nome Wagner, le 16:45 e la data del giorno, ma tutto inutilmente.

“La tua teoria sulla sincronicità è andata a farsi benedire” conclusi.

“Ho paura di sì” sospirò lei. “Però, peccato: era tutto troppo preciso, troppo ricorsivo e troppo…. troppo tutto, per essere una semplice coincidenza.”

Ci sedemmo in cucina e riscaldammo al microonde lo sformato di melanzane che avevo preparato il giorno prima. Mentre mangiavamo parlammo d’altro, dimenticando i quattro Wagner che avevano occupato i nostri pensieri per tutto il pomeriggio. Finita la cena ci trasferimmo in salotto a chiacchierare e sorseggiare del rum, di cui tenevo sempre una piccola scorta. Erano quasi le undici quando udimmo il suono del campanello. Chi poteva essere a quell’ora?

Fu con stupore che aprendo la porta mi trovai davanti il ragazzo della società di spedizioni che mi aveva consegnato il pacco nel pomeriggio. Aveva l’aria imbarazzata ed esordì scusandosi per l’ora.

“Mi deve scusare, signor Nagel, non avrei voluto disturbarla, ma ho dovuto aspettare di finire il giro di consegne, poi ho avuto un guasto al furgone mentre ero in aperta campagna sulla provinciale.”

“Nessun disturbo. Entra.”

Entrò, con timidi passi incerti. Aveva una busta in mano.

“Ecco, vede, si tratta del pacco che le ho consegnato oggi. C’è stato un terribile errore. Uno scambio nelle etichette degli indirizzi.”

Mi girai a cercare il pacco che avevo ricevuto: il libro era sul tavolo, mentre il cartone dell’imballaggio era nel cestino della carta. Lo recuperai e glielo porsi assieme al libro.

“Vuoi dire che questo pacco non era per me?”

Lui abbozzò un sorriso di scuse.

“Per l’appunto, il pacco era indirizzato all’Università. Per lei invece c’era questa busta.”

Mi porse la busta: proveniva da una compagnia teatrale cui avevo prestato una consulenza per il sito web, e conteneva dei biglietti omaggio per le rappresentazioni. Almeno il mistero del libro del professore era risolto, e mi sentivo leggermente sollevato. Fui lieto di vedere che anche il fattorino del corriere era sollevato, anche se per un motivo diverso: era riuscito a rimettere il libro nell’involucro di cartone e a richiudere il pacco perfettamente, come se non fosse mai stato aperto. Pensai che l’aver rimediato all’errore senza incorrere in un provvedimento da parte della sua azienda meritasse di essere festeggiato, e lo invitai a sedersi con noi e bere qualcosa; lui dapprima si schermì, poi accettò, sempre un po’ intimidito ma contento dell’accoglienza e di come si era risolta la questione.

“Non so proprio come avrei fatto se lei non fosse stato così gentile…” disse, mentre sorseggiava il ginger ale, che aveva preferito al rum perché non beveva alcolici.

“E dai, piantala e dammi del tu, non sono molto più vecchio di te. A proposito, lei è la mia amica Dalia. E tu come ti chiami?

Lui si sporse dal divano, sorridendo, e porgendoci la mano.

“E’ vero, non mi sono presentato. Mi chiamo Paolo Wagner.”

Per poco non mi cadde il bicchiere dalla mano. Mi voltai verso Dalia e ci guardammo, con gli occhi spalancati.

E fu proprio in quel momento che dalla finestra aperta si udì la suoneria del telefono di un passante che trillava a tutto volume le note della Cavalcata delle Valchirie.