Il villaggio romeno

Testo di Lucian Blaga / Fotografie di Claudio Maria Lerario

Mi ricordo: guardavo il villaggio stendersi volutamente attorno alla chiesa e al cimitero, ossia attorno a Dio e ai morti.

Questa circostanza, che solo molto più tardi mi è sembrata particolarmente significativa, faceva in qualche modo da eco all’intera vita che si svolgeva intorno a me.

La circostanza era una sorta di tono, più profondo, che offriva al tutto una sfumatura di necessario mistero.

Circoscrivevo il luogo in cui si trovava Dio nello spazio rituale oltre l’iconostasi, da dove lo percepivo diffondersi nel mondo.

Non era questa una favola, raccontatami come molte altre, bensì un’immutata professione di fede. Facevo una netta distinzione tra il “racconto-racconto” e il “racconto-reale”.

La topografia del villaggio era piena di simili luoghi mitologici. A ogni passo le prospettive divenivano più profonde e si innalzavano.

La veranda dei vicini, sempre molto tenebrosa, era senza ombra di dubbio un luogo in cui, almeno ogni tanto e soprattutto la domenica, si rifugiava il diavolo.

Non ho tentato una volta, con altri venti bimbi, tutti attraversati dai brividi di una guerra santa, di scacciarlo generando con ogni sorta di attrezzo dei rimbombi da tribù africana?

Da qualche parte accanto al villaggio c’era un vortice; eravamo convinti che quel fango senza fondo si connettesse veramente all’inferno da dove uscivano nuvole di fumo.

Ci si deve immedesimare nell’animo di un bambino, che se ne sta silente ai margini del vortice e si immagina quella dimensione “senza fondo”, per intendere cosa possa significare per un uomo una geografia mitologica.

E nel declivio rosso, scosceso, della collina dei vigneti, dimorava realmente un orco.

Il villaggio era dunque situato al centro dell’esistenza e si protraeva, per la sua geografia, nella mitologia e nella metafisica. Queste formavano la cornice naturale e scontata del villaggio.

Il villaggio esiste nella coscienza del bambino come un mondo, come l’unico mondo molto più complessamente costituito e con altri orizzonti, più vasti di quelli che può avere una grande città o una metropoli per i suoi bambini.

Con ciò tocchiamo la distinzione essenziale tra “villaggio” e “città”. Il villaggio non è situato in una geografia puramente materiale e in una rete di determinanti meccanici dello spazio come la città.

Per la sua stessa coscienza il villaggio si integra in un destino cosmico, in un moto di vita globale oltre il cui orizzonte nulla esiste più. Questa è la coscienza latente che il villaggio ha di se stesso.

Mi azzardo ad affermarlo perché così è inteso e vissuto il villaggio al punto culminante dell’infanzia, la sola età che possiede la perfetta affinità col modo esistenziale del villaggio.

L’anima del villaggio
Bambina, posa le mani sulle mie ginocchia.
L’eternità, io credo, è nata nel villaggio.
Qui è più lento ogni pensiero
e più rado il palpito del cuore,
quasi che non battesse nel tuo petto
ma nella terra, in profondità.
Qui risana la sete di redenzione
e se ti sei insanguinata i piedi
a una soglia d’argilla tu siedi.
Guarda, è sera.
L’anima del villaggio aleggia accanto a noi,
come un timido profumo d’erba falciata,
o spiovere di fumo da gronde di paglia,
o danza di capretti su alte tombe.
— Lucian Blaga

Lucian Blaga

(Lancram, 9 maggio 1895 — Cluj-Napoca, 6 maggio 1961).

Filosofo e drammaturgo, si può ritenere uno dei più importanti poeti romeni del XX secolo. Nella maturità si avvicina al mondo del villaggio romeno, nel quale individua, nelle tradizioni millenarie, un forte valore metafisico. Per questo verrà definito “Poeta della memoria”.

Per il poeta storia e folklore sono le dimensioni proprie per l’affermarsi dell’individualità di un uomo e di un popolo. Anche se figlio di un pope, Blaga non è un teologo in senso proprio. E neppure un apologeta dell’ortodossia. Per lui Dio è silenzio. (Simone Paliaga)

“La campagna non è tuttavia un luogo idilliaco: il pessimismo esistenziale dell’autore trova una propria sublimazione nell’eterna fissità del mondo rurale transilvano, simbolo di un’antica conciliazione con una realtà superiore non più raggiungibile dall’uomo.” (Federico Donatiello)


Questa storia è stata prodotta durante un workshop di fotografia editoriale organizzato da AlterNative Storylab e condotto da Dorin Mihai e Claudio Maria Lerario nel Maramureș, Romania.