Cosa ho imparato da Walt Disney sul digital product design

Il product design è ovunque

La progettazione di prodotti digitali è per sua natura un ambito interdisciplinare. Quando pensiamo al modo in cui un sito o un’app si può integrare nella vita delle persone, o rispondere ai bisogni delle aziende, dobbiamo ricordare che il nostro prodotto è parte di un insieme in cui i fattori tecnologici sono altrettanto importanti di quelli psicologici, sociali, economici. Metafore e analogie con diversi ambiti ci aiutano a mettere il nostro artefatto digitale nella prospettiva di essere meglio compreso e apprezzato dalle persone.

Guardare fuori dalla cornice strettamente tecnica ci permette anche di ripensare continuamente il nostro ruolo di digital designer, traendo ispirazione dalle sfide e i successi in altri campi della comunicazione e della tecnologia. Ad esempio, ho trovato recentemente molti spunti di riflessione nel libro “Walt Disney: The Triumph of the American Imagination” di Neal Gabler, dettagliata biografia del celeberrimo “padre” di Topolino.

Elevare il prodotto attraverso la progettazione

Quando Walt Disney entra nel mondo dell’animazione, al suo ritorno dalla Prima Guerra Mondiale, i cartoni animati sono per il pubblico una curiosità, un “trucco” che esaurisce il proprio compito nel far ridere attraverso situazioni paradossali, concatenate senza soluzione di continuità per la durata complessiva di pochi minuti. Gli studi di animazione lavorano infatti improvvisando: man mano che l’animatore inventa le gag le disegna subito e le porta su pellicola.

Walt Disney non è soddisfatto di quei risultati: ha una visione molto più ambiziosa. È convinto che l’animazione possa portare gli spettatori ad emozionarsi e identificarsi con storie e personaggi, attraverso una maggiore profondità psicologica e spessore narrativo. A partire dalla fine degli anni ’20 rivoluziona il processo di lavoro degli studi di animazione: il focus si sposta sulla progettazione e la prototipazione, che diventano chiavi per il salto di qualità del prodotto animato.

Durante gli anni ’30 il Walt Disney Studio introduce novità che diventeranno pilastri dell’animazione moderna:

  • Il dipartimento degli storymen specializzati nell’ideazione delle storie: a loro si deve l’introduzione dello storyboard per visualizzare la narrazione nella sua fase embrionale;
  • gli story meeting: narrazioni e dialoghi vengono interpretati su un palcoscenico (spesso dallo stesso Disney) per discutere il progetto e coinvolgere tutta la squadra;
  • i pencil test: prima di inchiostrare e colorare i disegni, gli animatori provano le sequenze concatenando i disegni a matita su pellicole economiche, alla ricerca del giusto effetto comico o drammatico;
  • le sessioni sweatbox: tutta la squadra si ritrova periodicamente a guardare le prove a matita su una macchina Moviola per individuare problemi e punti di miglioramento;
  • la suddivisione tra animatori, incaricati dei personaggi, e layout artists specializzati nei fondali e le ambientazioni.

Grazie a queste innovazioni Disney giunge alla realizzazione del primo lungometraggio animato della storia (Snow White and the Seven Dwarfs, 1937) e a un successo senza precedenti dell’animazione come mezzo espressivo, superando i limiti che altri davano per scontati.

Pencil test di Bill Tytla per il personaggio di Grumpy (Brontolo) — © Disney
Disney e i suoi animatori durante una sweatbox session

Da Biancaneve al digital design

Sono tante le analogie tra il processo introdotto dallo studio Disney e il digital product design così come lo abbiamo visto crescere ed evolversi da oltre 20 anni a questa parte. Siamo partiti dai “webmaster”, veri e propri one man band (come i primi animatori) che si facevano carico di tutti gli aspetti di un sito web, dalla grafica alla programmazione back-end alla sistemistica. Il sito web era la “meraviglia” da mostrare a clienti e concorrenti: la tecnologia l’unico focus.

Col tempo abbiamo imparato che era necessario avere una visione d’insieme del prodotto digitale che andasse oltre il mero dato tecnologico. Grazie ai “Walt Disney” del digital design, come Don Norman, abbiamo iniziato a pensare siti e app in funzione degli utenti: bisogni, aspettative, tempi e luoghi di fruizione; abbiamo iniziato a pensare alla User Experience. Possiamo dire che la UX è nel digital product design ciò che per Walt Disney era l’immedesimazione degli spettatori con la storia: il collegamento empatico che permette di entrare in contatto con l’utente, attraverso la soddisfazione di bisogni ed aspirazioni reali.

Per questo il digital product design si è sempre più focalizzato sulla progettazione, la discussione e l’ascolto. Il processo è stato rivoluzionato attraverso l’introduzione di nuove figure e fasi, così come aveva fatto Disney per l’animazione:

  • l’information architecture ci permette di organizzare i contenuti in strutture comprensibili e navigabili per gli utenti;
  • i workshop con clienti e stakeholders ci permettono di far emergere opportunità e punti critici su cui concentrarci;
  • i wireframes ci danno la possibilità di rivedere e discutere layout e interattività prima di entrare nella fase di sviluppo;
  • la prototipazione a bassa e media fedeltà ci permette di testare il comportamento del nostro prodotto prima che una sola riga di codice venga scritta;
  • la separazione dei professionisti UX, focalizzati sul conoscere e descrivere gli utenti, dagli UI designer, specializzati nella progettazione grafica, fa sì che le fasi di ricerca, ideazione e realizzazione ricevano ognuna la necessaria attenzione.

Certo, capita di rado di assistere a salti epocali e impatti culturali come quello che Walt Disney impresse sull’immaginario del XX secolo. Sappiamo però come professionisti del digitale che il nostro lavoro cambia continuamente, perché con la tecnologia cambiano le modalità con cui le persone lavorano, comunicano, si divertono. Guardare ai grandi del passato, alle sfide che hanno affrontato ci può ispirare nel prossimo salto di processo o di paradigma. Ci ricorda che il nostro job title è scritto a matita, e che reinventare il nostro lavoro è parte del lavoro stesso.

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Articolo scritto per il blog di AND EMILI.