Curcio e la sua visione sui colossi della comunicazione

Renato Crurcio è stato ospitato sabato 4 marzo nel circolo Arci Le Cento Città per presentare due libri su un argomento che ci riguarda molto da vicino. Le nostre vite sono sempre più condizionate da strumenti virtuali da una tecnologia sempre più devastante dal punto di vista dei rapporti umani, per cui diventa necessario indagare e spiegare cosa sia la comunicazione virtuale e come abbia modificato il nostro modo di vivere. Renato Crurcio è un ex brigatista, un intellettuale che ha pagato sulla sua pelle le scelte fatte senza tirarsi indietro o rinnegare il suo passato. A rivederlo oggi sembra un’altra persona anche se ciò che si legge nei suoi occhi è la fierezza di chi ha scritto un pezzo di storia del nostro Paese,la curiosità di interrogarsi sugli attuali processi di interazione mediati da meccanismi automatici capaci di associare dati o sistemi di dati tra loro, in pratica una realtà creata dalle macchine. Renato Curcio attualmente dirige una piccola cooperativa editoriale “Sensibili alle Foglie” che ha pubblicato i due libri: L’impero Virtuale e L’egemonia Digitale, di cui ha ampiamente parlato al numeroso pubblico intervenuto presso l’Arci.Molti i punti di riflessione, come la velocità del cambiamento per via della rivoluzione tecnologica e dei social come Fb o Google veri imperi mediatici industrie che generano profitti e fatturati da cifre a più zeri, grazie alla capacità che hanno di raggiungere tre mld di persone del globo terrestre.Siamo sempre più connessi in rete, sempre più disconnessi dalla realtà, spiati, scrutati nei comportamenti e su come ci muoviamo.Per Curcio la fonte di tutti i saperi è la nostra esperienza per cui diventa necessario ribaltare l’io per il noi.In questo frullatore virtuale, sta cambiando persino il concetto di Tempo che misura la produttività del lavoro rispetto a sistemi che misurando velocità dovuta alle macchine con cui competiamo, che provocano dissociazione. Tramite cellulari, tablet, computer , sensori ciò che interessa a questi colossi è la produzione dei dati trasmessi ad una piattaforma che in un nano secondo forniscono servizi d’informazione Il liberismo è stato sostituito dal dataismo. Il mondo dei dati ha assorbito il mondo della politica , della medicina della cultura il cui effetto è un capitalismo totalitario tant’è che la nuova forma d’autorità sono gli algoritmi, numeri,nei quali rientrano le nostre esistenze che sono la risorsa, la materia prima per scardinare un modello di democrazia e di distribuzione equa della ricchezza a favore di pochi ricchi che hanno in mano le chiavi del pianeta. Siamo in pratica dei chip immessi in un sistema gigante guidato da intelligenze artificiali. I profeti della Silicon Valley stanno creando una nuova religione che professiamo rispondendo a email ,utilizzando gli smartphone, tablet,che noi elaboriamo per ritrasmetterli con altri email telefonate articoli per cui alla fine il motto è se fai qualcosa registralo se registri carica e poi condividi. Ovvio che il controllo sociale diventa sempre più forte e a scegliere non siamo noi, ma questi colossi come Google ad esempio che non creano lavoro ma tramite i plus dati producono plus valore diventando gli imperi senza frontiere del nuovo capitalismo imperante. Siamo passati da Marx il quale affermava che a comandare fosse chi aveva i mezzi di produzione, all’era dei possessori di dati per controllare e indirizzare gusti e tendenze. In pratica l’essere umano sta diventando un optional come le forme di governo che non scegliamo più e sono calati dall’alto. Gli elettori non determinano più nulla a pensarci è l’economia di mercato. Gogle, Fb si stanno sostituendo alla Chiesa e ai sentimenti alle emozioni. Ci sono sistemi esterni in grado di comprendere i nostri sentimenti meglio di noi grazie agli algoritmi e ai Big Data. Le decisioni sono basate sui calcoli del computer e sulle probabilità ad esempio di ammalarsi in un dato momento della vita, così come successo ad Angelina Jolie, che ha ascoltato gli algoritmi software che dimostravano che avrebbe potuto sviluppare il cancro. Più che in una società a misura d’uomo ci stiamo avviando verso un mondo a misura di macchine. E che tutto questo si stia ripercuotendo sul venir meno della democrazia, del welfare è dimostrato dai licenziamenti continui, dalla disoccupazione crescente, dalla perdita di identità e da una globalizzazione selvaggia che ci vuole tutti connessi in rete, capaci di essere guidati al pascolo come le pecore, mentre i colossi e le multinazionali pascolano in zone franche arricchendosi e al riparo da tasse o soldi da sborsare. Per sopravvivere a questa moria dello spirito umano, bisognerebbe avere consapevolezza di quanto succede e cominciare a provocare una qualche falla nel sistema mettendo al centro di tutto le nostre coscienze che al momento non sono state ancora ridotte ad algoritmi.


L’egemonia Digitale

Il percorso di un cantiere socioanalitico sui modi in cui l’impero virtuale cerca di costruire la sua capacità egemonica nel mondo del lavoro. Ripercorrendo la micro-fisica dei processi innescati dai dispositivi digitali che mediano l’attività lavorativa — smartphone, piattaforme, sistemi gestionali, registri elettronici — si esplorano alcune metamorfosi radicali che, mentre rovesciano il rapporto millenario tra gli umani e i loro strumenti, sconvolgono ciò che fino a ieri abbiamo chiamato “lavoro”. Alcuni territori chiave — la digitalizzazione della scuola, della professione medica, dei servizi, dei trasporti condivisi, dei grandi studi legali e delle banche assunti come analizzatori, ci raccontano l’impatto trasformativo delle nuove tecnologie e il disorientamento dei lavoratori. Ma fanno anche emergere le linee liberticide su cui questo processo procede: la cattura degli atti, la dittatura dei dati, il trionfo della quantità e le narrazioni sostitutive con cui esso si racconta. Analizzando le tendenze — l’autismo digitale, l’obesità tecnologica, l’ethos della quantità, lo smarrimento dei limiti — ci si interroga sulla differenza tra progresso sociale e progresso tecnologico.


Alcune aziende che quindici anni fa non esistevano, come Google e Facebook, oggi costituiscono la nuova e potente oligarchia planetaria del capitalismo digitale. Internet ne rappresenta l’intelaiatura, e i suoi utenti, vale a dire circa tre miliardi di persone, la forza lavoro utilizzata. Le nuove tecnologie digitali fanno ormai parte della nostra vita quotidiana, le portiamo addosso e controllano tutti gli ambienti della vita sociale, dai luoghi di lavoro ai templi del consumo. Questo libro propone una riflessione sui dispositivi attraverso i quali questa oligarchia e queste tecnologie catturano e colonizzano il nostro immaginario a fini di profitto economico e di controllo sociale. E mette in luce il risvolto di tutto ciò, ovvero l’emergere di una nuova e impercepita sudditanza di quel popolo virtuale che, riversando ingenuamente messaggi, fotografie, selfie, e desideri su piattaforme e social-network, contribuisce con le sue stesse pratiche a rafforzare il dominio del nuovo impero. Non conosciamo ancora le conseguenze sui tempi lunghi di questo ulteriore passaggio del modo di produzione capitalistico. Chiara invece appare la necessità di immaginare pratiche di decolonizzazione.


Originally published at Aneddotica Magazine.