Obesita’: problema sempre piu’ rilevante

Il problema dell’obesità (soprattutto nei minori) è sempre più rilevante. Negli ultimi 40 anni questa malattia, nel mondo, è letteralmente esplosa. Con conseguenze (anche economiche) forse più rilevanti rispetto a qualsiasi altra epidemia. Le persone obese corrono maggiori rischi di malattie gravi e la loro aspettativa di vita è più bassa rispetto al resto della popolazione.

Il ”livello” di obesità viene misurato statisticamente utilizzando l’indice di massacorporea (BMI). Si viene definiti obesi quando questo valore è pari a 30 o superiore.

Secondo i dai dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono oltre 1,9 miliardi le persone in sovrappeso (dati 2014), e di queste circa seicentomilioni sono obesi. Si tratta di numeri che lasciano poche speranze che gli obiettivi che le Nazioni Unite si erano proposte nel 2010 possano essere raggiunti entro il 2025.

Il problema riguarda prima di tutto i paesi più sviluppati. Secondo i ricercatori dell’UE almeno un adulto su sei può essere considerato obeso. Solo il 46.1% dei soggetti di età superiore ai 18 anni che vivono nell’Unione Europea rientra negli standard quanto a peso; per contro, circa metà, (51.6%) è sovrappeso (35.7% sono quasi obesi e il 15.9% sono obesi) mentre sottopeso è solo il 2.3% della popolazione.

Un aspetto importante di questo fenomeno e della sua evoluzione è legato al fatto che fino a qualche tempo fa si pensava che l’obesità fosse una patologia ereditaria: figli di soggetti obesi avevano alte probabilità di esserlo anche loro. Da qualche anno invece, anche grazie agli studi sull’epigenetica i medici hanno dovuto ammettere che a causare questo fenomeno non sono solo fattori genetici ma anche ambientali: in altre parole, anche l’ambiente in cui si vive, l’aria che si respira, le abitudini di vita proprie e della madre possono influenzare questo fenomeno. In positivo, ma soprattutto come negli ultimi anni in negativo.

Ciò che dovrebbe preoccupare è soprattutto la velocità con cui questo problema si sta diffondendo a livello globale. Come conferma uno studio (pubblicato sulla rivista The Lancet) l’evoluzione di questo fenomeno è impressionante: da un’analisi condotta su un campione di 1.698 casi di obesità su 19.2 milioni di persone di 186 paesi è emerso che, dal 1975 al 2014 i casi di obesità sono passati dal 3.2% al 10.8% negli uomini e dal 6.4% al 14.9% nelle donne.

La conseguenza è un numero impressionante: se nel 1975, nel mondo, erano 105 milioni gli adulti obesi, oggi sono almeno 641 milioni (nello stesso periodo, però, la popolazione globale è cresciuta da circa 4 miliardi di persone a 7.2 miliardi).

Secondo i ricercatori esisterebbe anche un rapporto tra il livello di educazione e di istruzione e obesità: la percentuale di persone obese o sovrappeso nei paesi UE diminuisce all’aumentare dei livelli di educazione. L’incidenza dei casi di obesità tra le persone che hanno un livello di istruzione basso è del 19.9%; diminuisce al 16.0% tra quelli che hanno un livello di istruzione medio e scende ancora ameno del 12% (11.5%) per i soggetti con un livello di educazione superiore (dati European Health Interview Survey).

Se si traccia una classifica stato per stato, per una volta l’Italia non è agli ultimi posti, anzi. All’ultimo posto (cioè dove maggiore è la percentuale di soggetti obesi) si trova Malta, seguita dalla Lituania e poi dall’Ungheria. Quinto il Regno Unito. Ultima la Romania preceduta dall’Italia (per una volta una buona notizia).

Altro dato importante è quello legato all’età: se da un lato è pur vero che non esiste una grossa differenza tra uomini e donne, dall’altro è stato rilevato che l’obesità aumenta con l’età: in casi di obesità sono più frequenti in soggetti di età compresa tra 65 e 74 anni e tra 45 e 64 anni. Molto più bassa la percentuale nei giovani di età tra 18 e 24 anni. Ma non c’è da star sereni. Studi dimostrano che questi valori tornano ad aumentare repentinamente tra i bambini.

In Europa il livello più basso in assoluto è quello dei giovani rumeni: i casi di obesità sono solo l’1,2 per cento del totale. Viceversa la percentuale più elevata di soggetti obesi è quella dei maltesi con più di un obeso ogni due persone sopra i 65 anni (ma percentuali analoghe sono presenti in diversi paesi europei: Slovacchia,Lituania, Estonia e altri).

Il fatto che in Italia la percentuale di soggetti obesi non sia così elevata come in altri paesi europei non deve però far cullare sugli allori: si tratta comunque di un problema sociale, ma anche sanitario rilevantissimo. E, come (purtroppo) spesso accade, sottovalutato. Oggi, nel Bel Paese, sono circa un milione i soggetti con obesità grave (e il loro numero continua ad aumentare). eppure meno dell’un per cento di loro ricorre alla chirurgia bariatrica (secondo molti la cura più indicata per il trattamento specifico dell’obesità grave) per affrontare il problema in modo radicale: sono solo 10.000 ogni anno i pazienti che accettano di sottoporsi ad un intervento risolutore. Sono questi i dati comunicati pochi mesi fa nel corso del convegno ‘It’s time to Act on Obesity!’, al quale hanno partecipato alcuni esperti mondiali nella cura dell’obesità.

Ma i dati globali ed europei non tengono conto di un altro dato importantissimo: la percentuale di casi di obesità che è rilevata nei bambini è sconvolgente. Segno che da qui a qualche anno il problema potrebbe letteralmente esplodere: già oggi più di un terzo dei bambini italiani (36% dei ragazzi e 34% delle ragazze) sono in sovrappeso o obesi. Una situazione che cambia le carte in tavola anche nel confronto con quanto avviene negli altri paesi dell’UE e dell’OCSE sono “solo” il 23% i maschi e il 21% le femmine con problemi di obesità.

Un problema da non trascurare dato che spesso l’eccessivo accumulo di adipe è anche responsabile dello sviluppo di altre malattie (cardiovascolari, cerebrovascolari, diabete di tipo 2 e alcuni tipi di tumore). A questi si aggiungono problemi che vanno dai disordini del comportamento alimentare, a stati di inquietudine fino ad ansia e depressione e a disagi psicosociali, ma anche calo del rendimento scolastico e professionale e perdita di produttività.

Il tutto con conseguenze rilevanti anche sotto il profilo economico: secondo i dati dell’European Association for the Study of Obesity, attualmente, il peso economico annuale dell’obesità si aggira intorno ai 9 miliardi di euro, solo in Italia.

Tutti problemi ben noti ai ricercatori, ai pazienti e a chi governa (se no a cosa sarebbe servito l’ EXPO2015?). Eppure, nonostante dal 2007 l’Italia, con 1.064 titoli, sia il terzo Paese al mondo per volume complessivo di pubblicazioni scientifiche sull’argomento e sui rimedi adottabili, “il numero degli interventi effettuati è infinitesimale rispetto a quanti ne avrebbero bisogno”, come ha detto Diego Foschi, ordinario di Chirurgia generale all’Università degli Studi di Milano.

A fargli eco Francesco Rubino, direttore della Cattedra di Chirurgia metabolica e bariatrica al King’s College di Londra: “L’obesità rappresenta un grande problema soprattutto per il fatto che su questa malattia persistano idee tanto inesatte quanto diffuse che impediscono lo sviluppo e l’utilizzo di metodi di prevenzione e cura realmente efficaci”. “Nonostante le attuali conoscenze scientifiche mostrino chiaramente che il peso corporeo è regolato da un complesso meccanismo biologico solo in piccolissima parte modificabile attraverso la volontà dell’individuo, l’idea di obesità rimane ancorata al concetto semplicistico che si tratti di un problema causato da eccessiva alimentazione e vita sedentaria. Questi sono certamente fattori di rischio, ma non le cause accertate di questa malattia. L’obesità — afferma — è un problema tanto grave quanto frainteso”.

Il problema è che a “fraintendere” e trascurare i rischi connessi con l’obesità spesso sono proprio i governi, incapaci finora, nonostante i numerosi appelli e allarmi, di individuare percorsi di valutazione, diagnosi e cura multidisciplinari. A cominciare dall’informazione: è vero che si spendono milioni di euro per informare ma poi nessuno spende un centesimo per fornire una completa e chiara informazione ai pazienti o ai consumatori. E soprattutto non si fa quasi nulla per informare i giovani e gli adolescenti sui rischi connessi con quella che a breve potrebbe diventare uno dei problemi sociosanitari più rilevati del mondo.


Originally published at Aneddotica Magazine.

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