Cambiare senza cambiare

Ennio Martignago
May 28 · 4 min read
La sottile mediazione fra il mar caraibico e l’oceano atlantico

Governare gli opposti — Lezione di Bilanciamento Dinamico

«Sembra facile fare un buon caffè…»
Il desiderio di cambiare è comune fra gli esseri umani e spesso non viene neppure precisato, dandolo ingiustamente per implicito, che per “cambiamento” si intende in meglio.
Che questo non sia affatto scontato non è così banale, infatti è molto discutibile che cosa si intenda per “meglio”.
La Programmazione Neurolinguistica (PNL o NLP che dir si voglia), e non solo lei, usa una vecchia tecnica per chiedere al cliente di definire con maggiore precisione possibile l’obiettivo auspicato. Non basta dire “voglio cambiare”, ma occorre sapere rispondere con argomenti concreti, ovvero adducibili ad almeno uno dei cinque sensi, alla domanda: «Da che cosa ti accorgerai quando avrai conseguito il tuo obiettivo?».

Inizialmente è molto probabile che il cliente risponda: “Perché starò meglio” oppure “Perché non avrò più quel problema”, tuttavia questo non sarà che l’inizio di un percorso non proprio brevissimo per proseguire con le domande fino ad arrivare magari a domandare: “Di che colore sarà, che tonalità avrà, che temperatura ti farà provare…”. Si arriverà a domande di questo tipo solo dopo averne attraversate diverse altre più intuitive e generali.

Questo percorso, però, non basta. Occorre proseguire con un’altra indagine di natura ecologica riguardante le retroazioni, gli effetti indotti, ovvero la dimensione ecosistemica o ecologica del cambiamento. Si chiederà inizialmente chi beneficerà della trasformazione individuata, ovvero dei concreti fenomeni descritti precedentemente, ma subito dopo anche chi avrà conseguenze peggiorative per questa e quindi chi ha ragione di osteggiarla e come avverrà l’una e l’altra situazione.

A questo punto, se condotta con metodo stringente, sarà probabile che l’obiettivo si trasformerà in qualcosa che non è necessariamente “meglio” e neppure “peggio”, ma semplicemente un “come” con tutte le problematiche gestionali che ogni “come” comporta.

Omeopatici o allopatici?
Abbiamo già visto che il nostro auriga (in questo caso l’alter ego rappresentato dal counselor) dovrà governare istanze di tipo diverso: una tendenza ad un “sicuro” immobilismo (quindi cambiare senza che niente cambi davvero), da un lato, e un’inquietudine desiderosa e insoddisfatta, dall’altro.

Facilmente la domanda portata sarà banalmente quella di togliere quello che dà fastidio e/o aggiungere quello che pensiamo ci manchi.

Possiamo a questo punto distinguere fra problemi di tipo 1 costituiti da situazioni che richiedono una semplice tattica in grado di superare in qualsiasi modo l’ostacolo. Questo tipo di problemi non vengono portati comunemente in consulenza in quanto in genere trovano soluzioni comuni molto più rapide e facili. Quando arrivano a noi perché verosimilmente celano un problema di tipo 2, ovvero quel qualcosa che verrebbe fuori da un’indagine come quella espressa nel paragrafo precedente.

Se nei problemi di tipo 1 può bastare una sana cura diretta, lineare o allopatica, il cachet che fa passare il dolore, nei problemi di tipo 2 occorre mettere in moto il processo celato sotto il sintomo. E non si tratta di fare i cacciatori delle cause nascoste per comunicarle al cliente come nelle tecniche ermeneutiche tradizionali, ma di fare in modo che emerga dal cliente stesso con le sue parole e le sue sensazioni; con il suo schema di valori e con tutte le convinzioni ed impliciti.

Il più delle volte questa situazione viene alla luce allorquando emergano le contraddizioni su cui poggia lo stallo.

Un gioco a scacchi
Quasi tutte le situazioni croniche, siano esse di natura corporea che mentale, hanno alla radice una situazione di stallo.

Nel gioco degli scacchi, lo stallo è il termine con cui si indica la situazione in cui un giocatore non ha a disposizione mosse legali effettuabili pur non trovandosi sotto scacco. Lo stallo determina la fine immediata della partita con il risultato di patta e spesso il giocatore in netto svantaggio di materiale o di posizione, può cercare di trovare una situazione di stallo per evitare la sconfitta.

Non posso stare con lui/lei ne senza di lui/lei e quindi mi blocco in un non-spazio, non-tempo o non-identità: una non-storia, un time out dove processi ed energie si autofagocitano e/o fermentano, vanno a male. Più a lungo ci si trattiene in questo stallo e più lunga e pesante sarà la possibilità di cambiare.

A lungo andare lo stallo può costituirsi in identità e quindi la propria biografia si trasformerà, per usare un esempio molto comune, in quella del beautiful looser. Che renderà anti-economico o addirittura distruttivo un reale cambiamento, lasciando aperta solo la possibilità di un perfezionamento della nuova immagine seppure di natura secondaria (Il processo secondario, secondo Freud, aveva la funzione di controllare, dirigere, limitare, rinviare e deviare i processi di pensiero secondo le esigenze dell’impatto con la realtà. Il pensiero cerca di raggiungere l’oggetto che dà soddisfazione attraverso una via più lunga, mascherando sia coerenza che nessi spesso contorti tra pensieri rappresentazioni finendo per scendere a patti con il principio di piacere, ovvero generando perversioni emotive e/o cognitive).

Vai alla lezione precedente

Nel prossimo episodio faremo alcuni esempi abbastanza coloriti e scandalosamente inaccettabili di interventi clinici o di counseling attraverso il metodo DBM© (Dynamic Balancing Method) e se fino a qui potevi pensare che fosse un vaniloquio vedrai che invece è un vero delirio furioso.

Anima e Mente

Scritti scelti tra Psyche e Sacro

Ennio Martignago

Written by

Master of curiosity and soul sharing, “circlesquaring man” and builder of impossible balancing; ph. d. in psychesoterology, freedomosophy and managemanarchy

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