Insegnando. Formando.

La terapia del vivere

Fra educare e insegnare, il verbo che indubbiamente usiamo di più è il secondo.

Ci rassicura sull’esistenza di una verità «concreta» da potersi imporre con la pura e semplice autorità.

Il termine «educatore» invece ci ricorda il sacerdote, quello che trasferisce i precetti: in definitiva il «precettore».

A me, il termine educatore ricorda quello di «formatore», che ebbe successo in ambito aziendale soprattutto per le influenze francesi, mente praticamente non esiste nei paesi anglofoni. Questi ultimamente hanno adottato la parola «coach» che ricorda l’allenatore, ma anche la guida, l’autista; oppure il più «elevato» mentor (da cui mentorship, trasferimento del buon esempio).

Io penso che quello di «educazione» sia un termine pulito e nobile. Sono anzi convinto che la maggior parte delle azioni che manicheisticamente si riconducono alle terapie possano essere meglio intese come forme di apprendimento. Questo principio è difficile da comprendere perché siamo abituati ad abbinarlo alle lezioni di geometria o di latino e a qualche professoressa autoritaria.

Eppure, cambiare è fatto di apprendimento e meta-apprendimento come ci ha insegnato Bateson.

Il punto che l’apprendimento ha al suo centro il cliente di questo, ovvero il destinatario, mentre l’insegnamento è centrato sull’insegnante e sui contenuti da trasferire.

Per questo la cura è fatta di educazione e il comando di insegnamento.

Mai come in questi tempi si fa importante la disciplina e quindi l’insegnamento. Un’arte tattica, questa, che non può attecchire in assenza di una robusta strategia, quella fornita dall’educazione.

Infatti, laddove l’insegnante declina i propri predicati asservendoli al «devi», l’educatore li coniuga con il «puoi».

Potere non è solo relativo in quanto espressione dei limiti della capacità, ma anche ricco di speranza implicando la messa in discussione critica delle capacità dell’educatore e la fede in un infinito miglioramento inventivo e creativo possibile per l’educando.

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