La psicologia ha bisogno di una metafisica

Non potrà andare molto lontano la psicologia fino a che rimarrà in ostaggio della normalizzazione sociale e della terapia psichiatrica.
La maggior parte della domanda di intervento ha a che fare con bisogni di cambiamento che si scontrano con la dimensione dei valori e della motivazione o del significato. Da questo punto di vista un approccio meccanicistico, sia esso di natura strettamente comportamentale-cognitivo che bio-genealogico, nasce zoppo e con il fiato corto. Ad un certo punto deve ammettere di diverso fermare lì o, peggio ancora, convincere che tutto finisce lì.
Per questo troppi terapeuti finiscono per trasformarsi in santoni di dottrine o religioni laiche basate per lo più sulla metafisica dell'inconscio spacciata per sapere materialistico, ovvero la cosiddetta "scienza".
Occuparsi di "psyche" vuol dire etimologicamente avere a che fare con qualcosa dalle radici più che mai, finora quantomeno, intangibili.
Lo psicologo il più delle volte non può che uscire dal selciato della prassi e della tecnica e i più non lo fanno tanto perché lo desiderino, ma piuttosto perché arrivano alle colonne d'Ercole del percorso. Non possono più usare strumenti che esulano dal loro sapere ma al contempo non hanno chi possa proseguire il loro mestiere. Infatti, ad un certo punto non potranno che ammettere che la risposta ai limiti dell'esistenza si trova riposta nello stesso perimetro che li genera: quando l'esistenza ti sta stretta posso solo proporti di accettarne le condizioni o di uscirne con uno dei tanti metodi considerati patologici, dalla psicosi al suicidio, ad esempio.
Al tecnico manca qualcosa di simile al prete di una volta. In tal modo, non di rado risolve la questione facendo lui da prete o guru, dicendo «L'anima sta qua. Fuori c'è questo al di là qua. Dio o chi per esso è fatto così…».
Il punto è che quello non è più il mestiere dello psicologo altrettanto quanto non lo è quello del predicatore della religione della finitudine materialistico sociale che porta necessariamente alle droghe: da quelle illegali a quelle farmaceutiche fino a quelle suggestivo-tribali nei confronti delle quali il suo sapere si rivela perdente.
Quando il medico ha esaurito le sue cartucce propone al paziente una psicoterapia o un affiancamento psicologico, ma quando lo psicologo esaurisce le sue, a lui che cosa resta da consigliare.
Per questo è importante che la psicologia riconosca il valore e l'importanza di una dimensione metafisica che si comporti come un insieme di spiegazione più ampio che non le pratiche stesse del proprio sapere. Solo il riconoscimento di questo insieme più ampio che la comprenda le permetterà di muoversi liberamente entro i propri vincoli, altrimenti non potrà che finire per negare la speranza, il significato, il bene stesso in nome di una "salute" a quel punto contraddittoria o irrilevante; oppure trasformare le proprie pratiche stesse in una metafisica da quattro soldi come pure rinnegare la psicologia a favore di una mistica che non ci appartiene.
Saremo liberi di muoverci felicemente entro i nostri confini solo nel momento in cui ammetteremo che il nostro lavoro finisce lì dove comincia la metafisica: non una superstizione, ma un trans-personale che non va banalmente confuso con un collettivo o un sociale, ma va connotato per quello che è: delle pratiche per gettare un ponte verso l'invisibile, per rendere attuale ed attuabile l'ignoto. Questa non è più psicologia: possiamo scegliere di occuparcene ma con un'etichetta diversa o possiamo più semplicemente fermarci lì, ma ammettendone metacostruttivisticamente la realtà, perché anche il più materialista che ci sia dovrebbe ammettere che la sua convinzione stessa sia metafisica in quanto il significato e la parola stessa esulano dalla carne e dal piombo; dalla fame e dalle armi.