Un autista

Gli stranieri li riconosci da lontano. A uscire dall’aeroporto, subito, si accompagnano di una confusa caciara, camminano piano trascinando valigioni pieni di chissà cosa e tutto è attrazione da circo, per loro. Abbozzano un nihao nel loro cinese quando arrivano al pullman, più attenti al bagaglio che a me, il che comunque nemmeno mi dispiace. Facce di disgusto dentro ai vetri mentre chiudo il portello. È un pullman che puzza e lo so anche io, oppure è solo questione di abituarcisi. C’è un po’ di traffico a Chongqing alle 11 del mattino: all’ora di pranzo la periferia sempre vomita macchine dentro la città. Clacson, code, viadotti, ponti sui fiumi. Falci e martelli su cartelloni colorati: pubblicità-progresso, socialismo da rivista patinata.

Un occhio sulla strada e l’altro fuori dal finestrino, ed è ormai soltanto una verifica di osservazioni, sempre le stesse. Però ogni volta c’è qualcosa che mi interrompe il piacere di quest’esercizio e mi fa tornare alla strada, un fastidio che non so bene neanche io. Sono le case: tutti questi nuovi fabbricati che tirano su, casamenti cittadini di 20–30 piani, massicce barriere ad ingrigire. La febbre del cemento si è impadronita della regione: là vedi il palazzo già abitato, qui il caseggiato appena finito, in attesa smaniosa di nessuno che investitori immobiliari; più in là ancora un castello di impalcature e, sotto, la betoniera che gira e il cartello dell’agenzia per l’acquisto dei locali.

Largo fra il brulicare edilizio e il traffico fino alle sbarre del campus. La ragazza che è venuta a prenderli ancora che parla. Bisognerà dirle che siamo arrivati. Che anche questo giro l’ho finito.