Lo stigma contro le sex worker 
 segno della regressione illiberale

Intervista a Pia Covre su sex working e repressione in atto. Grazie a Pia Covre, a Daniel Rustici che ha fatto l’intervista e ad Angela Azzaro vicedirettora de GliAltri.

In Francia è accesissimo il dibattito sulla legge promossa dai socialisti che mette al bando la prostituzione. Lei che da sempre, con il Comitato per i diritti civili delle prostitute (di cui è stata una delle fondatrici) si batte per la libertà dei sex worker immagino sia nettamente contraria a queste nuove norme.Certo, quella presentata dai socialisti è una legge ideologica, difficilmente applicabile, basata sul più più bieco moralismo e perbenismo. Abolire la prostituzione paragonandola in toto alla schiavitù? Ma non scherziamo! È una vera schifezza. È una legge poi che non tiene conto della possibilità di scegliere la prostituzione come forma di autodeterminazione e la cosa che davvero fa arrabbiare è la retorica che viene usata per avvallarla: si parla di proteggere le donne, di difendere la loro dignità come se lo Stato avesse il diritto di regolare e disciplinare la vita sessuale di adulti consenzienti. Se volessero, come sostengono, eliminare lo sfruttamento della prostituzione dovrebbero colpire i trafficanti non chi lavora o i clienti. Non a caso le sex worker francesi sono in lotta e stanno resistendo. In definitiva, direi che la trovo una follia liberticida.

La stupisce che queste forme di moralismo legislativo vengano da sinistra?

Non più di tanto, sappiamo bene come non soltanto le destre clericali ma anche parte delle sinistre abbiamo sempre guardato con sospetto ai diritti di libertà. Gli attacchi a chi si prostituisce sono trasversali e in Europa spira un vento repressivo e normativo: vogliono decidere cosa dobbiamo fare dei nostri corpi. Pensiamo solamente a quello che è accaduto alcune settimane fa al Parlamento europeo dove non si è riusciti ad approvare un testo che parlava di aborto come diritto umano anche a causa di alcuni voti non favorevoli di democratici italiani. Come dicevo il moralismo, il controllo biopolitico è sempre più trasversale.

E in Italia come siamo messi sui diritti di libertà di chi si prostituisce? E quali sono le principali richieste del movimento?

Anche noi siamo messi male. Da una parte ci sono gli “abolizionisti”, per usare l’orrida terminologia francese, dall’altra i “regolamentisti”. Ma anche quest’ultimi più che avere a cuore i diritti delle e dei sex worker sembrano solo preoccupati di confinare la prostituzione, di rinchiuderla in spazi delimitati. Chi è assente nel dibattito politico (almeno nella politica politicante) sono i liberal. Bisogna partire dalla soggettività, dall’autonomia di chi sceglie di prostituirsi. Non siamo un movimento uniforme e quindi le nostre richieste di conseguenza non sono uniformi ma in generale vogliamo tutte e tutti una decriminalizzazione della prostituzione. Vogliamo che la si finisca con la repressione, con gli arresti. Poi c’è il tema del diritto alla salute delle prostitute e dei prostituti migranti che a causa di leggi xenofobe sono doppiamente esposti alle angherie dello Stato.

Un elemento che colpisce del dibattito francese è il fatto che la prostituzione venga associata alle sole donne. La legge per abolirla si richiama alla loro dignità, ma il mercato del sesso non riguarda solo loro…

È chiaro che gli abolizionisti che basano la loro propaganda sull’equazione prostituzione uguale violenza sulle donne non possono ammettere che a vendere sesso siano anche maschi e transgender. In questo modo cadrebbe tutto il loro castello ideologico che, al netto delle parole e delle dichiarazioni, nasconde una volontà di reprimere e normare la libertà e la sessualità femminile ma non solo.

Negli ultimi mesi, in Italia, si è molto parlato di donne in particolare in riferimento al tema del femminicidio. Tutto questo dibattito che ha tenuto banco sui media è un segnale positivo di attenzione verso un tema per lungo tempo ignorato o c’è il rischio che la questione della violenza di genere venga banalizzata e rinchiusa nei meccanismi del marketing (più o meno istituzionale)?

Di questi temi non si parla mai troppo. Il problema è piuttosto come se ne parla e io penso che se ne sia parlato (almeno al livello dei media mainstream) molto male ponendo l’accento sul vittimismo, non scardinando davvero i meccanismi che generano l’oppressione di genere. Quando si parla di donne ad esempio le prostitute non vengono mai menzionate, lo stigma sociale nei nostri riguardi continua ad aumentare. Siamo noi la cartina di tornasole della regressione illiberale e moralista in atto.

Articolo di Abbatto i Muri

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