#SexWorker e #PornoFemminista: María Riot, il piacere come bandiera

Intervista a María Riot: il porno femminista e il piacere come bandiera — di Gustavo Yuste

Traduzione di Grazia

Dialogo con l’attrice porno e attivista María Riot. “Incontrai nel porno alternativo femminista una maniera di esprimermi”, dice chi inoltre esercitò la prostituzione per scelta propria. “Grazie all’essere una lavoratrice del sesso, per esempio, posso dedicare la maggior parte del giorno a fare attivismo per i diritti degli animali”, segnala. Le sue prime inquietudini con il mondo del porno, i pregiudizi che dovette affrontare e la fondazione di Animal Libre in Argentina, nella seguente intervista.

Le prime inquietudini

María Riot in realtà si chiama Florencia e nacque nella zona ovest del conurbano di Buenos Aires. Fin da piccola si interessò al mondo sessuale, anche se da adolescente voleva essere una stella della musica. “Sempre ebbi il sogno di fare soldi con una band di musica famosa — racconta María — . In seguito mi resi conto che queste cose non succedono magicamente”.

Con il passare del tempo, si accorse che non faceva per lei lavorare come sguattera 9 ore al giorno, né chiudersi in un ufficio, pertanto avviò l’attività della webcam sessuale. “Avevo già fatto shows nella webcam prima, ma gratis. Pensai che tutti facessero così, per amore dell’arte, però mi resi conto che molte persone ne facevano un lavoro e vivevano grazie ad esso”, riferisce.

Quando iniziò la tua inquietudine o il tuo interesse per il mondo del porno?

I lavori legati al sesso mi sono sempre interessati. Attirarono la mia attenzione fin da quando ero una ragazzina, quando sui giornali vidi gli annunci delle ragazze, delle prostitute. Ero curiosa e desideravo sapere di cosa si trattava. Avevo approssimativamente 12 anni. In seguito, per tutta l’adolescenza mi rivolsi più al mondo della musica e quello lo lasciai da parte. A 18 anni scoprì il Riot Grrrl[1] e tutto il movimento femminista per la sessualità e la presa di coscienza e il senso di autodeterminazione del corpo. Questo fece si che mi addentrassi più nelle teorie e nelle differenti correnti. Facendo ricerche sul tema e dibattendo in Facebook su questa tematica, incontrai persone che erano lavoratrici sessuali e questo mi incentivò a domandar loro come lo facevano e perché e così cominciai a farlo anch’io.

Quale fu la prima cosa che facesti?

Il mio primo contatto fu lavorare con la webcam. Una conoscente lavorava in uno studio nel quartiere di Palermo (Città di Buenos Aires) che funzionava come un ufficio: arrivava alle 7, timbrava e faceva il suo orario. Io avevo già fatto show nella webcam precedentemente, ma gratis. Pensai che tutti facessero così, per amore dell’arte, però mi resi conto che molte persone ne facevano un lavoro e vivevano grazie ad esso. Al principio avevo aspettative molto alte, il lavoro mi piaceva tanto, in seguito mi resi conto che non era così facile fare soldi con questo: era necessario che gli dedicassi impegno e pazienza. Tuttavia, mi sembrava migliore di altri lavori che facevo.

Come quali?

Per esempio ristoranti in cui stavo 9 ore e guadagnavo molto poco all’ora. Questo lavoro mi divertiva molto, mi presentava sfide artistiche, perché era necessario che fossi creativa per attirare più gente possibile alla mia webcam. Tutto ciò mi spinse a domandarmi perché non fare un altro tipo di lavoro sessuale, a vedere quali erano i miei limiti, le mie aspettative. Inoltre, nel lavoro sessuale mi incontrai con l’idea di rappresentare un movimento e un attivismo politico retrostante, che mi interessava molto più che stare a servire il caffè a qualcuno. Ugualmente capisco e rispetto le persone che si dedicano a questi lavori.

I pregiudizi della società e il lavoro sessuale

Una volta, raccontò che la scelta del nome era stata perché “María” è un nome amabile e “Riot” suona combattivo. Non solo questo, è anche un omaggio a questo movimento che la influenzò tanto a partire dalla sua adolescenza: il movimento Riot Girrrl.

María, oltre ad essere un’attrice porno è prostituta e alza la bandiera del lavoro sessuale per decostruire i miti che lo circondano e la mancanza di strutture legali predisposte dagli Stati. Ad ogni modo, il cammino da percorrere non è facile. Per esempio, la sua famiglia sa solo in parte ciò a cui si dedica.

Con i tuoi anni di esperienza alle spalle, come fu avere a che fare con il pregiudizio sociale al principio? Sia a livello famigliare che con gli amici o i conoscenti.

I miei genitori lo sanno, ma solo una parte. Non mi sono mai sentita di raccontargli tutto. So che arriverà il momento in cui lo farò. I miei fratelli sanno qualcosa di più, ma non tutto. Comunque sia, i miei genitori sono molto aperti, sono giovani, e io credo che sappiano ma non vogliano parlare del tema. Con i miei amici, al principio, mi costava moltissimo, però avevo più paura e pregiudizi io di loro. La loro risposta fu positiva, di cameratismo e appoggio. Al contrario feci più fatica a raccontare che lavoravo anche come prostituta.

Chiaro, il lavoro di prostituta implica più pregiudizi che quello dell’attrice porno, no?

Sì, si vede la prostituzione come qualcosa di sporco, marginale, relazionato alle mafie, alle droghe. Se uno cerca “prostitute” in Google escono immagini terribili e tutto il mondo crede che l’ambiente sia questo, quando in realtà scoprii che c’erano un sacco di persone che erano prostitute o prostituti che mostravano una cosa totalmente distinta. La parola “prostituta” si utilizza addirittura per insultare o sminuire l’altro. Credo che appropriarsi di queste parole, dire “sono puttana”, determini una rivendicazione.

É un lavoro di risignificazione

Esatto, le pone in un altro modo, le risignifica. E fa anche sì che la gente si accorga che i pregiudizi che ha sono vuoti e basati su preconcetti, che mai si è seduta a investigare. Pure a me era successo questo. In tal senso, ora sto collaborando con la associazione di prostitute Ammar[2], dove stiamo facendo seminari informali sul lavoro sessuale. Con il porno mi risultò più semplice, perché lo si pensa come qualcosa di più affascinante o con fini artistici nel mezzo. Ho incontrato gente che appoggiava che facessi porno però no che avessi clienti che mi pagano per un’ora di sesso, quando in realtà io vedo che c’è più esposizione facendo porno, dove un film circolerà per tutta la vita in internet. Al contrario, quando io vedo un cliente nessuno vede me, nessuno sa, finisce lì. Questo è parte di tutta una cultura.

Come definiresti questa cultura?

É una cultura che colpevolizza il piacere sessuale e stigmatizza chi non ha relazioni sessuali solo con chi sceglie per gusto, ma anche per denaro. In realtà tutti vendiamo il nostro corpo o un servizio attraverso di lui, sia quando stavo nel ristorante servendo caffè o pulendo i bagni o quando do piacere sessuale. A volte ricevo piacere e denaro attraverso il lavoro, sia con la webcam, in un hotel o per un film.

Ti succede, come in altri lavori, che ci siano giorni in cui hai più o meno voglia e preferisci rimanere a dormire? O questo interesse, inquietudine, ti risveglia sempre?

La verità è che me la prendo sempre con calma. Quello che offre il lavoro sessuale è che hai la possibilità di scegliere quando vuoi lavorare, non hai orari fissi, sei il capo di te stesso. Qui ciascuno è il proprio lavoro, la propria impresa. Utilizzi il marketing su di te e non su prodotti da vendere. Sì, mi è successo di scegliere di non lavorare e di dedicarmi ad altre cose. So che non avrei tale libertà in altri lavori. Grazie al fatto di essere lavoratrice del sesso, per esempio, posso dedicare la maggior parte del giorno a fare attivismo per il diritto degli animali e concedermi il lusso di viaggiare o di donare denaro, quando posso, per una campagna. Il mio obiettivo è il mio benessere e quello degli altri. Per ora scelgo questo, non scarto la possibilità di avere un lavoro in qualche momento. Per esempio, voglio incominciare dal cinema o da qualcosa relazionato alla fotografia per avviare la mia produzione di cinema erotico qui in Argentina. A volte siamo destinati ad una sola cosa: la donna ad essere madre di famiglia, il padre a lavora re tutto il giorno per mantenere la famiglia, a dedicarsi solo a quello che si ha studiato. Credo che oggi le cose stiano cambiando.

L’attivismo dietro il piacere

María/Florencia fu una delle fondatrici della prima sede di “Animal Libre” in Argentina, che si autodefinisce come “una ONG Internazionale che lavora costantemente per cercare il rispetto e la considerazione morale verso gli altri animali”.

A proposito María racconta: “Ho sempre ammirato l’opera di Animal Libre in Cile, dove sono più di 5 anni che vanno avanti facendo uno sforzo e un lavoro incredibile”.

Com’è la tua partecipazione in Animal Libre in Argentina?

Sono un’attivista e una delle fondatrici. Sono vegana già da 4 anni. Prima, quando ero vegetariana, la prima cosa che mi motivò fu l’attivismo, il fatto di fare qualcosa. Sentì che era il mio. Con un gruppo di amici e compagni decidemmo di avviarlo in Argentina. É passato un anno, abbiamo sempre più attività e si stanno spargendo gruppi per tutto il Paese.

Come fu accolto dalla gente?

Uno a volte non si rende conto dell’impatto che sta avendo, la gente della strada ci ringrazia perché non avevano mai visto un mattatoio, per esempio. Non avevano idea della realtà degli animali e lì ti accorgi che lo sforzo dà risultati.

Come convivono in te i due aspetti, quello di attivista e quello di attrice porno?

Una delle mie paure era che, in quanto attivista, dovessi presentare un’immagine “seria” e “corretta”, per cui per molto tempo mi sono azzittita. Non volevo mescolare le cose. In seguito mi accorsi che mi lamentavo dei pregiudizi della società, ma che io stessa stavo contribuendo a che le cose non cambiassero. Le persone che decidono di dire che sono attori porno o lavoratrici del sesso sono categorizzate sotto questa etichetta e possono solo fare questo, stanno ai margini e sono poco rispettate. Questo sta cambiando. Ci sono attrici porno che ora sono candidate politiche nel mondo, associazioni di prostitute che stanno entrando in politica per cambiare le leggi da dentro. Mi rendo conto che anch’io potrei apportare qualcosa per questo cambiamento: un giorno posso andare a presentare un progetto di legge con una senatrice e quello dopo girare un film porno senza smettere di essere una persona seria e impegnata. Mi piacerebbe che la società si rovesciasse, che realmente si spogliasse di tutti i tabù che ha; questa è una delle mie mete nella vita.

Secondo la prospettiva che proponi, il porno, essendo tanto diffuso, soprattutto ad oggi con internet, è un buona via per mostrare questi messaggi, no? Fai sempre riferimento al “porno come messaggio”.

Per questo il porno va oltre il sesso secondo me, mi interessa tutto l’attivismo che c’è dietro. Prima pensavo sempre che il porno fosse quello che si suole pensare: una bionda scultorea in un’orgia. Dopo, facendo ricerche sul tema, scoprì Amarna Miller, un’attrice che aveva una impresa produttrice di porno alternativo e tutta una storia in questo ambito. Qui incontrai un altro mondo che non conoscevo e che forse era dove avevo bisogno di farmi coinvolgere per fare quell’attivismo di cui parlavo prima, legato all’auto-accettazione, alla diversità, alle nuove idee. Trovai nel porno alternativo femminista una maniera di esprimermi, di dare il mio apporto. Ci sono sempre più persone interessate nel vederlo e nel fare più produzioni.

“La pornografia si può usare per parlare di molte cose alle quali non siamo abituati”

Il porno femminista propone una nuova visione nell’industria dell’intrattenimento sessuale: proporre l’uguaglianza di genere anche nelle scene sessuali. “Molte volte il piacere della donna non viene preso in considerazione, si lascia di lato. Gli uomini passano solo per essere un pene che deve penetrare senza sosta”, segnala María.

Questo che a priori può non sembrare molto importante, implica conseguenze negative per molte persone che usano la pornografia mainstream come modello da seguire al momento di apprendere intorno al sesso. In questo senso, María Riot sottolinea “Ci sono un sacco di donne che confessano di non trarre piacere dal sesso, dove ci sono uomini che non sanno toccare una donna”.

Qual è la tua opinione sul porno mainstream?

Non è che le produzioni per la massa mi sembrino cattive, pero sì ci sono cose che non mi piacciono e che credo dovrebbero cambiare. Per esempio c’è una visione della sessualità diretta solo al piacere dell’uomo. Molte volte il piacere della donna non viene preso in considerazione, si lascia di lato. Gli uomini passano solo per essere un pene che deve penetrare senza sosta, senza lubrificazione, senza preliminari. Questo, sommato alla mancanza di una buona educazione sessuale nelle scuole, fa sì che prendiamo la pornografia come ciò che ci insegna a fare sesso. Qui ci sono due problemi: la mancanza di questa educazione che ci porta a cercare nella pornografia e la mancanza di qualcosa di diverso che ci faccia pensare che questa sia la norma: tutti gli uomini devono avere peni enormi, le donne sempre disposte e calienti, senza che importi se abbiano un orgasmo o no.

Tutto questo si vede riflesso nella vita sessuale quotidiana tanto degli uomini quanto delle donne, no?

Certo, ci sono un sacco di donne che confessano di non trarre piacere dal sesso, dove ci sono uomini che non sanno toccare una donna. Non hanno idea di cosa sia un orgasmo femminile, o si spaventano se ce l’ha, perché questo non si insegna né lo vediamo nei video porno mainstream. Per fortuna, ci sono sempre più diversi tipi di video, anche se il mainstream rimane il più popolare.

In questo senso, una delle differenze più evidenti che si può vedere fra il porno femminista e quello mainstream è l’importanza e l’attenzione che si dà alla penetrazione e al pene eretto. In quello femminista ci sono immagini che si centrano sui due corpi insieme o sui gesti.

Sì, c’è l’idea che il porno debba essere super esplicito e che ci siano i genitali in primo piano, quando in realtà uno può eccitarsi con l’erotismo, con la suggestione, con la gestualità. C’è molta gente che vuole vedere porno aldilà della masturbazione quotidiana, per piacere estetico. Questo porno alternativo e femminista mira a questo. É anche positivo che si mostrino corpi differenti che fanno sesso, perché solitamente si pensa che le uniche persone che possono fare sesso siano quelle tonificate, muscolose. Quelli che sono diversi passano per essere feticci, qualcosa di strano, catalogato.

Chiaro, quello che si catalogherebbe come “porno naturale”.

Sì, che includa tutti, anche quelli socialmente accettati come belli. Tutti facciamo sesso. Non sono considerate le persone con diverse capacità, cosa che il documentario Yes, we fuck mostra. Prima non avevo mai pensato che le persone sulla sedia a rotelle facessero sesso, mi sentii molto ignorante, mi vergognai molto di me stessa.

In definitiva, dalla tua prospettiva il porno può apportare un messaggio politico e un messaggio estetico allo stesso tempo, molto oltre ciò che è strettamente sessuale.

Io credo di sì, con il porno si possono fare molte cose. Il porno è uno strumento come la musica o come pitturare. Possiamo usarlo solo per mostrare gente che fa sesso o come mezzo per mostrare una sessualità, riflettere su questa, sulle nostre forme di vivere la nudità e l’attrazione. Uno degli ultimi progetti a cui ho lavorato è una serie sul poliamore e il sesso che si chiama Cornucopia X. Non è solo un video di sesso, ma si può anche vedere come uno vive le sue relazioni in un’altra maniera. Nel copione ci sono testi sul poliamore e sulle relazioni alternative a quelle che sempre ci hanno insegnato. La pornografia, quindi, si può usare per parlare di molte cose a cui non siamo abituati. E questa è una delle mie mete.

Essere una lavoratrice del sesso e un’attrice porno, come influenza la tua vita sessuale privata nel momento in cui hai una relazione?

Mi è successo che molte persone non possano accettare che viva la mia vita e la mia sessualità tanto liberamente. Questo mi fece perder qualche amicizia o possibile compagn@, ma la verità è che non mi toglie il sonno. Voglio stare con una persona che abbia la mia stessa visione, i miei stessi concetti su quello che è vivere la vita. Sì, ovviamente traggo piacere dalla mia sessualità oltre l’ambito lavorativo. Quello che mi ha dato essere una lavoratrice del sesso è il riconoscermi più valore. Ora sono più capace di prima di dire di no. Mi ha fatto capire che dire “no” o “sì” è qualcosa di semplice che tutti dovremmo fare. Prima ero capace di dire sì per il semplice fatto di dirlo e senza avere voglia di stare con l’altra persona.

Infine, quali passi credi debbano essere fatti in Argentina e in Sudamerica per eradicare il tabù sul lavoro sessuale e soprattutto, per la protezione legale da parte dello Stato che molte volte non c’è?

Credo che ciò che manca sia la visibilizzazione da parte dei mezzi di comunicazione. In Cile si è fatto abbastanza grazie a Josecarlo Henriquéz, un attivista femminista per il lavoro sessuale. Aldilà del fatto che a volte la televisione lo ha messo in luce per morbosità e per gli indici di ascolto, ritengo abbia mostrato una parte del lavoro sessuale di cui non si parla: la prostituzione maschile. Sempre si parla della povera donna sofferente che la prostituta deve essere e non si parla della scelta né degli uomini che la esercitano. In Argentina il collettivo Ammar ha fatto e fa un lavoro molto buono. Ancora manca molto. Penso che sia realmente necessario visibilizzare e parlare del tema. Un’attrice porno non è solo qualcuna che carica in internet selfies con pochi vestiti. É una persona che può parlare, avere un pensiero critico sulla società e su quello che la circonda.

Articolo di Abbatto i Muri

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