Johan Cruijff e quello strano no ai Mondiali del 1978

di Mario Bocchio

Se chiedete ad un esperto di calcio che abbia 70 anni o più quali siano stati i calciatori più forti per ogni decennio lui vi risponderà di sicuro: Di Stefano negli anni ’50, Pelé negli anni ’60, Maradona negli anni ’80. E negli anni ’70? Quell’uomo vi risponderà con un largo sorriso sulle labbra: “Negli anni ’70 il re incontrastato era Johan Cruijff”.

Lui, Johan Cruijjff, l’interprete perfetto del “calcio totale” profetizzato da Rinus Michels, soprannominato l’”olandese volante”, “il Pelé bianco”, “il profeta del gol”, “l’anatroccolo dai piedi d’oro”. Lui, capace di vincere tre volte il Pallone d’oro, di essere tra i sei uomini nella storia che hanno vinto la Coppa dei Campioni sia da giocatore che da allenatore.

Un campione indiscusso, la cui personalità ha tuttavia diviso moltissimo. I suoi sostenitori lo ritraggono come un rivoluzionario, un grande personaggio che grazie al suo carattere ha finito per rivoluzionare il mondo del calcio, lottando costantemente per difendere i propri valori. I suoi detrattori lo dipingono come un personaggio borioso, legato ai soldi, il precursore della figura odierna del calciatore: viziato e strafottente. Non è compito nostro dare giudizi, ma oggi vogliamo parlare di una storia legata a questo grandissimo campione. Una delle tante storie in cui il calcio si intreccia con la politica, con la situazione storica, culturale ed economica del periodo.

Vi parleremo dello strano rifiuto di Cruijff di prendere parte ai Mondiali del ’78, disputatisi in Argentina. Decisione resa ancora più strana dal fatto che, dopo aver vinto tutto con il proprio club, Cruijff era alla ricerca del primo alloro con la propria Nazionale, dopo la finale dei Mondiali del ’74 in Germania e la medaglia di bronzo conquistata agli Europei in Jugoslavia nel 1976.

Ritratta da appassionati e addetti ai lavori come “una delle più belle Nazionali di tutti i tempi”, l’Olanda si presentava ai Mondiali del ’78 come la favorita d’obbligo. Quella generazione d’oro formata, oltre che da Cruijff, da Rep, Neeskens, Rensenbrink, Krol, cercava la definitiva consacrazione dopo i tanti complimenti ricevuti ma nessun trofeo alzato al cielo. La decisione quindi di Cruijff sorprese tutti: l’attaccante olandese a soli 31 anni dice addio al calcio e decide di non partecipare ai Mondiali di calcio. L’Olanda disputerà comunque un grandissimo Mondiale, giungendo in finale e perdendo contro i padroni di casa dell’Argentina solo ai tempi supplementari, dopo che i 90 minuti regolamentari si chiusero sull’1–1, e con il grosso rimpianto del palo di Rensenbrink al 90’ che avrebbe regalato il successo agli Orange.

L’Argentina dei militari

Ancora oggi in Olanda sono sicuri che se Cruijff avesse giocato quella partita l’Olanda avrebbe vinto. Cruijff, che tornerà a giocare un anno dopo a causa di investimenti sbagliati che gli causarono problemi finanziari, per oltre 30 anni non ha voluto parlare dell’accaduto. Questo ha fatto sì che si diffondessero molte voci sui motivi di questo inspiegato e repentino abbandono. Alcuni teorizzavano un mero motivo economico dietro il grande rifiuto di Cruijff, con dissidi con la federazione olandese nati a causa di contrasti per gli sponsor (Cruijff era testimonial Puma, mentre la Nazionale olandese aveva come sponsor Adidas). Altri teorizzavano invece possibili screzi con il nuovo allenatore degli Orange, mentre molti videro nel gesto di Cruijff un segno di protesta verso il regime di Videla, che teneva in ostaggio l’Argentina in quel periodo. Ma quali furono le reali motivazioni che spinsero Cruijff a quel gesto?

Bisogna un attimo tornare indietro nel tempo e ripercorrere la storia di Cruijff.

Nato in una famiglia povera, abita a soli 200 metri dallo stadio dell’Ajax e già giovanissimo viene adocchiato dagli osservatori dei Lancieri, anche grazie alla sua personale amicizia con il magazziniere. A 12 anni perde il padre, che muore a causa di un attacco cardiaco. Le condizioni economiche della famiglia peggiorano, e la madre è costretta a vendere il negozio di prodotti ortofrutticoli che serviva da sostentamento alla famiglia. Johan decide così di intraprendere la carriera di calciatore professionista e abbandona gli studi. Gran diplomatico, riesce a convincere il vicepresidente dell’Ajax ad assumere la madre come donna delle pulizie della società. Con gli anni diventa il simbolo dell’Ajax di Rinus Michels, e nel 1968 sposa la modella Danny Coster, figlia del ricchissimo commerciante di diamanti Cor Coster, che diventa suo manager.

Quest’episodio comincia a far nascere intorno a Cruijff la fama di “arrivista senza scrupoli“, interessato solo alla fama e al denaro. Nel 1973 Cruijff decide di lasciare l’Olanda e approda al Barcellona. Anche qui le versioni sul suo trasferimento sono discordanti. I detrattori indicano il motivo del trasferimento nel lauto contratto (l’equivalente di un miliardo e trecento milioni di lire) che i Blaugrana offrirono a Johan. In realtà Cruijff ricevette anche un’offerta dal Real Madrid, che rifiutò perchè considerata la squadra di Francisco Franco. La Spagna dell’epoca infatti viveva un momento storico particolare, con un regime che andava avanti da quasi 40 anni. Franco era vecchio e malato, ma questo non gli impedì due mesi prima della morte (nel novembre del 1975) di rifiutare una lettera di Papa Paolo VI che chiedeva clemenza per otto condannati a morte. Dopo il decesso di Franco la Spagna visse un periodo di transizione, in cui regnò la confusione e l’instabilità politica, che terminò nel 1982 con la vittoria delle elezioni da parte del partito socialista.

Cruijff rimase 5 anni in Spagna, e non furono solo rose e fiori. Il suo carisma e la sua personalità esuberante, unite alla sua tecnica, lo resero facile bersaglio dei difensori avversari e degli arbitri. Famoso il battibecco con Jorge Valdano nel 1974. Il giovane attaccante si lamentò con l’arbitro per le eccessive proteste di Cruijff, e l’olandese si rivolse a lui chiedendogli: “Quanti anni hai?”. Valdano rispose 22, e Cruijff guardandolo gli disse: “Ragazzino, a 22 anni devi rivolgerti a Cruijff dandogli del lei”. Ciò non impedì tuttavia a Cruijff di riportare la Liga a Barcellona dopo 16 anni, e di togliersi alcune soddisfazioni personali: gol in rovesciata di tacco contro l’Atletico, e lo storico 5–0 rifilato al Real al Santiago Bernabeu il 16 febbraio 1974.

Con la maglia del Barcellona

Tutto questo non ci aiuta però a comprendere i motivi dell’improvviso ritiro e del grande rifiuto ai Mondiali del 1978. Per farlo dobbiamo rileggere il testo di un’intervista che Cruijff rilasciò nel 2008 a Radio Catalunya. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio. Molti di voi non sanno che ebbi problemi alla fine della mia carriera in Spagna. Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona”.

Il rapimento fortunatamente fallì, ma il ricordo di quell’episodio non si è più cancellato dalla mente del fuoriclasse olandese. Nell’intervista infatti Cruyff rivelò di essere stato scortato alle partite del Barcellona nei mesi successivi all’evento, e che alcuni poliziotti dormirono nella sua casa per tenere sotto controllo la situazione. A tutti questi anni di distanza dall’episodio, queste dichiarazioni non hanno taciuto le malelingue, che continuano a sostenere che il rifiuto fu dettato solo da motivazioni economiche. Ma la versione non è molto credibile. Episodi di terrorismo, rapimenti, golpe erano all’ordine del giorno in quel delicato periodo storico e non si capisce il motivo per cui l’olandese si sia inventato una storia del genere. Restano oscuri i motivi del rapimento: una banda di criminali in cerca di soldi? Una rappresaglia di qualche nostalgico franchista che gli volle far pagare il rifiuto al Real? Oppure qualche guerrigliero mandato dal regime argentino per minacciarlo e intimargli di non partecipare ai Mondiali in Argentina?

Difficilmente si troverà una risposta, l’episodio è destinato a rimanere un mistero, affiancandosi agli altri tanti episodi di terrorismo che ci furono in quegli anni in Europa. Il rapimento e successivo omicidio di Aldo Moro, il rapimento del candidato sindaco di Berlino Peter Lorenz, il rapimento e l’assassinio dell’industriale tedesco Hans Martin Schleyer travolsero il mondo della politica e della finanza. Ma anche il mondo dello sport non fu immune, con la presa in ostaggio di alcuni atleti della rappresentativa israeliana alle Olimpiadi di Monaco del 1972, che si concluse con la morte di 11 persone. Nel 1981 invece in Spagna venne rapito per 25 giorni e poi liberato il centravanti Enrique Castro Gonzalez, detto Quini. Il Barcellona, che al momento del rapimento era primo, chiuse poi il campionato al quinto posto, dilapidando l’enorme vantaggio che aveva sulle inseguitrici. Episodi poco chiari, che mostrano come il legame tra sport e società, sport e politica, sport e cultura, sia talvolta oscuro e drammatico. E non di certo per colpa dello sport.

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