Mondiali 1978: il serpente Rensenbrink da eroe a fantasma
di Mario Bocchio

Piccoli momenti che possono cambiare la storia di un uomo, di una squadra, di una nazione intera. Il “serpente” mette la maglia numero 12.
Non c’è Cruijff nei Mondiali di Argentina nel 1978, non c’è lui l’olandese volante, il cigno, il giocatore più forte del mondo; di nuovo l’Olanda però compie un miracolo, riesce ad arrivare in finale per la seconda volta consecutiva, di fronte avrà i padroni di casa dell’Argentina in uno stadio tutto albiceleste.

L’Olanda prima di arrivare alla finale, dovette affrontare un girone da cui ne usci non senza fatiche e arrivando seconda per miglior differenza reti dietro al Perù e davanti alla Scozia. Al secondo girone deve affrontare Italia, Germania Ovest e Austria. L’Austria viene schiantata 5–1, un bel pareggio con la Germania Ovest (2–2) permette all’Olanda di giocarsi la semifinale con l’Italia. La nuova e spumeggiante Italia di Bearzot domina per larga parte della partita ma prima Brandts e poi Haan, con due siluri, battono l’incolpevole Zoff. Per il secondo anno consecutivo i Tulipani sono in finale, stavolta senza il loro capitano, la loro stella Johan Cruijff.
Pieter Robert Rensenbrink, detto Bob, è un giocatore velocissimo, ala nell’Olanda di Cruijff, riconfermato nella trasferta argentina da Ernst Happel.
Il suo numero 12, senza l’ombra di Cruijff, stavolta passeggia sulle difese avversarie, i terzini temono la sua velocità e il suo dribbling stretto, eppure Bob, per tutti il “serpente” a causa dei suoi slalom e serpentine imprendibili, non è la stella di quegli Orange. Lui sempre vissuto nell’ombra dei grandi Cruijff, Neeskens, Rep, Krol…, gente che sia con l’Ajax, sia quando è espatriata in altri lidi ha vinto tutto.

Lui no, scoperto dal Club Bruges (Belgio) quando militava nella modesta DWS di Amsterdam, passò all’Anderlecht dove ebbe piccoli grandi momenti di gloria portando i belgi a vincere due Coppe delle Coppe e due Supercoppe Europea e rischiando più volte la finale di Coppa dei Campioni. Terminò la sua carriera negli Stati Uniti e in Francia.
Con la Nazionale maggiore Orange debuttò presto, nel 1968, contro la Scozia, squadra che gli ha portato sempre bene perchè in una gara del Mondiale di Argentina ’78, Bob riuscì a segnare il millesimo gol della storia dei Mondiali proprio contro i britannici. Già, quel Mondiale.
Inizia con la partita tra Olanda e Iran, è il giorno del “serpente”, tripletta di cui due gol su altrettanti calci di rigore. Poi rete contro la Scozia, l’Olanda a stento passa il turno. Via con il secondo turno dove la povera Austria cade sotto i colpi di Rensenbrink (un gol) e compagni: l’Olanda sembra avere il suo nuovo mito. Il “serpente” vola sulla fascia e scardina difese anche contro Germania Ovest e Italia, fino ad allora è capocannoniere del Mondiale e la sua Olanda in finale.
A Buenos Aires, al Monumental, gli olandesi temono di fare la fine del topo, troppa pressione sugli argentini, troppo tifo (70.000 sugli spalti), una pioggia di coriandoli bianchi e celesti, tutto contro. Rensenbrink guarda le poche facce Orange e decide che quella è la sua finale e lo sarà. Mario Kempes porta in vantaggio l’Argentina, sembra tutto scritto ma l’Olanda è dura a morire e Rensenbrink sembra una lama nel burro della difesa biancoceleste che però ha nel portiere Fillol un muro. Nel secondo tempo Passarella erige una linea Maginot davanti la difesa e gli attacchi degli olandesi si fanno rari, sembra fatta ma Dick Nanninga pareggia e l’Olanda ristabilisce il tutto.
Il Monumental è ammutolito. La partita diventa a volte violenta, a volta solo su di giri, ma soprattutto tutte e due le squadre hanno paura. Il momento di sbandamento diede però agli olandesi una magnifica occasione per vincere la partita Alcune decisioni dell’arbitro italiano Gonnella sembrano favorire i padroni di casa. Sembra che tutto alla fine vada verso i tempi supplementari.
Ci sono intere carriere di calciatori che vengono giudicate per un’azione. Al novantesimo scoccato da 15 secondi di quella partita, Brandts tenta l’ultimo assalto battendo una punizione dalla propria metà campo direttamente in area argentina, la palla impazzita rimbalza, i difensori argentini increduli, il portiere della formazione sudamericana capisce ed esce dalla porta, il numero 12 orange però è più veloce di lui e lo anticipa di poco verso il palo destro della porta, la palla supera il portiere.
Piccoli momenti possono cambiare la storia di un uomo, di una squadra, di una nazione intera pronta a gridare al gol all’ultimo secondo della partita. La consacrazione di un campione sottovalutato che ha disputato due ottimi Mondiali, che ha trascinato la sua squadra di club sui vari tetti d’Europa. La palla si stampa sul palo ed esce fuori. Ai tempi supplementari l’Argentina entra con più voglia, galvanizzata quasi da quella paura, Kempes fa il 2–1 e supera Rensenbrink nella classifica cannonieri, in un’Olanda ormai dimessa passa come un carro armato Bertoni che fissa il risultato sul 3–1. L’Argentina per la prima volta nella sua storia è Campione del mondo. L’Olanda ha di nuovo fallito l’appuntamento finale.
Dopo quella partita rimane barricato nella sua casa in Belgio, più in là finisce la sua carriera e di calcio non ne vuole più sentir parlare, nè da allenatore nè da spettatore. Ai giornalisti che ogni tanto provano ad intervistarlo ripete semplici frasi: “Per l’Olanda continuerò a prendere il palo per tutta la vita”, “Meno di cinque centimetri e avrei modificato la storia del calcio”, “Se avessi segnato avrebbero annullato il gol, doveva vincere l’Argentina”.
È stato chiamato per rappresentare l’ambasciata olandese nella finale dei Mondiali in Sud Africa ma non si è fatto trovare dalla Fifa. Il “serpente” non ha voluto fare da esempio per la generazione degli Sneijder, vuole che il suo paese dimentichi il passato, come non ha mai fatto.
Il “serpente” al manto verde dei campi di calcio, preferisce la sua campagna olandese, finalmente libero di strisciare.