Quel Mundial nella cronache di Giovanni Arpino

a cura di Mario Bocchio

Giovanni Arpino, come inviato del quotidiano La Stampa di Torino, ha scritto una serie di articoli dall’Argentina dal 27 maggio al 27 giugno 1978 a commento del Campionato mondiale di calcio.

“Non mi nascondo una certa emozione personale: centoventi anni fa partiva per Buenos Aires mio nonno materno, allora diciottenne, in cerca di avventure e di guadagni. In fuga dalla casa patria. Ebbene: eccomi qui su un “jet”, con non so quante ore di volo, con la prospettiva di masticar calcio a tutto andare e con l’impegno di “vedere Argentina”, un luogo doloroso e critico.

Cosa ci attende, al di là degli orizzonti pallonari? Ci attende l’Argentina del tango, l’Argentina delle grandi bistecche alla griglia, l’Argentina dei generali (che sono presidenti, governanti, persino amministratori di questo “Mundial”) o anche l’Argentina ricca di italiani incrociati, di sentimenti antichi, di desideri di rinascita?”.

Così si esprime Giovanni Arpino nel primo di una lunga serie di articoli che, come inviato del quotidiano La Stampa di Torino. Oltre che giornalista sportivo, Arpino è uno scrittore piuttosto noto e al calcio ha già dedicato il romanzo Azzurro tenebra (1977) in cui ha narrato la disastrosa avventura della Nazionale di calcio italiana ai Mondiali del 1974 in Germania.

Dell’Argentina, poi, conosce la letteratura. Su La Stampa del 29 novembre 1974 ha pubblicato una recensione al romanzo di Osvaldo Soriano Triste, solitario y final, edito in Italia da Vallecchi, e con lo scrittore argentino, pure giornalista sportivo e appassionato di calcio, dall’aprile 1977 ha una corrispondenza da cui scaturirà una grande amicizia.

Ma l’Argentina lo coinvolge anche a livello personale. Il nonno, come si legge nel brano citato, è stato immigrato in un decennio, il 1850, i cui contingenti migratori verso il Río de la Plata da un lato sono preludio dell’esodo italiano di massa iniziato nel 1870 circa, e, dall’altro, sono gli ultimi rappresentanti dell’emigrazione politica liberale e mazziniana che ha caratterizzato la prima metà del secolo.

Nello stesso brano, retoricamente Arpino si domanda quale Argentina lo aspetta segnalando, oltre alla presenza italiana, due indicatori culturali che da sempre definiscono il paese (il tango e la carne alla griglia) e un aspetto più legato alle contingenze storico-politiche del momento: i militari che dal 24 marzo 1976 sono al governo. Di questi ultimi Arpino si occuperà in modo molto marginale, registrandone la presenza allo stadio e negli spogliatoi o ricordando come i ritiri delle squadre nazionali fossero presidiati dall’esercito argentino.

Ma nelle sue corrispondenze non entrerà mai nello specifico della cruenta repressione politica con cui i militari stanno governando il paese, né accennerà ai movimenti di difesa dei diritti umani che, ancor più in occasione dei Mondiali per l’opportunità di visibilità internazionale, si stanno mobilitando per far conoscere all’estero il dramma dei desaparecidos. Eppure nei pochi cenni che Arpino riserva alla presenza militare, si intuisce la tristezza di chi ha deciso — o ha dovuto decidere — di non insistere sull’argomento. Ecco, ad esempio, come congeda la vittoria della squadra argentina:

“È stato un ‘Mundial’ anche ambiguo. Ha voltato il football in strumento di Stato che fa godere gli attuali reggitori argentini”.

Il giorno prima aveva scritto:

“I generali e gli ammiragli godono pubblicamente come l’intera popolazione del Paese: per loro il ‘Mundial’ ha significato il raggiungimento d’una incredibile e non ipotizzabile unità. Ma da domani per l’Argentina comincia un’altra epoca: è coronata dal titolo di campione del mondo, rimangono i problemi”.

Più espliciti saranno invece i suoi commenti nella corrispondenza con Soriano. In una lettera del 4 agosto 1978 scrive:

“L’Argentina? Mi è apparsa triste ma non ancora ‘final’. Forse i militari stanno mettendo le radici. Forse la smania di dignità degli argentini crede davvero che la ‘giunta dei generali’ possa farli uscire dai guai”.

Difficile dire quale impressione generale Arpino ricavi dal suo soggiorno argentino. Molti sono gli stimoli, oltre a quelli sportivi, e il giornalista sembra a volte essere combattuto tra le sue sensazioni e le vicende calcistiche. Comunque, nella già citata lettera del 4 agosto 1978 diretta a Osvaldo Soriano, il giudizio di Arpino sugli argentini non è dei più lusinghieri:

“C’è una certa ipocrisia se non sbaglio cementata anche da spiriti nazionalisti molto ingenui e dalla paura dei giudizi europei (tutti a domandare: cosa ne pensa di noi? Cosa ne pensa dell’Argentina? Ma in una città come Baires di dieci milioni di abitanti, cosa te ne importa a te, porteño, di quello che pensano gli altri? Troppe volte ho visto o creduto di vedere che gli argentini pensano a Parigi come la nonna, a Roma come la sorella, all’Europa come un gruppo di vecchie zie importanti”.

Peraltro, la vittoria finale della squadra argentina lo lascia con l’amaro in bocca non soltanto per come si è sviluppato il campionato, ma anche per il futuro di un paese dal quale, malgrado tutto, è rimasto affascinato e a cui augura “suerte e possibile felicidad”.

È un’alba nera, che solo tra una mezz’oretta diventerà rosea. Ho già scritto, al lume d’una lampada che mi sbatte nell’occhio sinistro, le due “cartelline” per la prima pagina su Italia-Argentina. Ho in bocca l’amaro d’un caffè di tipo ferroviario. Forse sto svegliando, grazie a questi tasti, gente che dorme al di là di muri sottili come carta velina. Perdonami, commesso viaggiatore o uomo d’affari che dormi in una cuccia piccola come la mia. E del resto, arrangiati: Baires strombetta e scatarra di giorno e di notte, lasciando dormire assai poco. Al venerdì sera poi (forse per anticipare Leopardi) la festa dello sterminato villaggio sembra non voler terminare mai: tutti mangiano, ballano, passeggiano, tirano a far le ore piccole, a costo di indossare doppie cuffie e sciarponi.

Questa “storia” tra Italia e Argentina mi piace poco. I biancocelesti sogliono avventarsi come autobus privo di controllo, sospinti da un pubblico eccezionale per gli affetti che nutre ma anche molto pretenzioso in fatto di calcio. Gli uomini di Luis Menotti “menano” a destra e a manca, coi vari Passarella e Tarantini, che non badano certo alle caviglie altrui in vista d’una vittoria. Se ne sono lamentati, e con ragione, sia Baroti sia Hidalgo. Chi ha visto la gamba di Bobby Bettega dopo la gara con l’Ungheria, non può dimenticare l’abrasione color cuoio bruciato. Ma Cabrini, malgrado la distorsione, scenderebbe in campo anche con le stampelle, per non parlar di Causio che alla sola idea di non giocare sente tutti i suoi diavoli greco-latini mangiargli il fegato.

“Tutte le ragioni di Enzo Bearzot”: dovrei intitolare questo articolo, ma i problemi del “vecio” si dilaterebbero per sei pagine. Ruberei solo spazio a chi deve amministrare il “profilo” della partita da un punto di vista tecnico e non diplomatico. Il commissario è nuovamente e volontariamente sulla graticola. Oggi, sabato 10 giugno, è l’uomo più solo e più atteso d’Italia. Dopo novanta minuti di gioco, a seconda del risultato, o lo beatificheranno anche i suoi ex-nemici, o tornerà tra i ceppi delle incomprensioni e dei processi. Personalmente, non me ne importa un accidente di stare a Baires o andare a Rosario: sempre bistecconi e football è il “menù” del mese. E chi ritiene che gli avversari a Baires (da Austria a Perù) siano più facili di quelli di Rosario (da Germania ad Olanda) si sbaglia di grosso. Questo è un “Mundial” che naviga di scoglio in scoglio, di sorpresa in sorpresa, di sgambetto in sgambetto, basta riguardare i risultati delle due prime “tornate” d’incontri.

Sta spuntando l’alba, venata di strisce giallognole. Ieri sera siamo andati tutti quanti al pranzo federale, in un ristorantino terribilmente lontano, pareva di passare da una città all’altra, il numero 6299 di quella strada non lo si raggiungeva mai. E là dentro, i più feroci critici di Bearzot abbracciavano il commissario, lo applaudivano spellandosi le mani, gli soffiavano in faccia i loro aliti commossi. Mi sembrava quasi una “ultima cena”, e con tanti musi di Giuda intorno. Ho mangiato uno spaghetto colloso e son filato via, cantando un motivo di Milly mai inciso su nastri o dischi, un motivo riguardante un tizio che rotola per cause — diciamo così — di dissenteria nientemeno che a Montecarlo. Per esorcismo, se volete perdonarmi.

C’è un paragone da fare, molto ardito e forse antipatico, ma debbo pur tentarlo, la voglia è irresistibile. Dunque: nelle “pampas” dove le bestie vivono libere, dove ogni mucca ha diritto ad un ettaro pieno di territorio, durante l’inverno nevica anche forte. Le mandrie si radunano spontaneamente, formano quasi un enorme polipaio velloso. Gli animali che conquistano, per caso o per forza o per astuzia, i posti centrali, godono del calore altrui. Quelli che restano ai margini o addirittura sopra la catasta, muoiono congelati, a beneficio degli altri. Sembra un pochino la partita di stasera. Nessun vuol restarne fuori, ma è evidente che chi non rischia le gambe e gode d’un turno di riposo potrà sfruttare il vantaggio dell’imminente girone finale. Il calcio di un “Mundial” si rivela così operazione crudele, soffocando ogni sentimento nel pozzo della necessità. I commissari diventano alchimisti dell’assurdo, gli stopper rischiano di apparire come dei boia nei riguardi dei “punteros”.

Nessuno vorrebbe essere Bearzot e tantomeno Menotti, forse gli stessi Bearzot e Menotti sognano di riposarsi in panni altrui. Trascinati al macello davanti a decine di microfoni e taccuini, i due disgraziati debbono ripetere cento volte gli stessi concetti, non smentire il passato, non profetizzare sull’avvenire, operar “dribbling” di fronte a domande cretine o astute come se le ispirasse il diavolo.

I giornalisti d’assalto sono autentici cobra: mordono, saettano, scrutano, avvinghiano, poi ti salutano e corrono a telefonare interpretazioni micidiali in ogni angolo del mondo (giapponesi compresi, chissà che ci fanno, qui, forse vogliono miniaturizzare Bettega e Kempes).

Più passano giorni, più l’Argentina e Buenos Aires mi sembrano luoghi pirandelliani, fu proprio a Baires che Pirandello diede la “prima” d’una sua famosa commedia, e ancora oggi il drammaturgo italiano è l’autore più rappresentato e conosciuto (di Manzoni non parliamone: il suo fondamentale romanzo tradotto come “novios”, non poteva circolare che in modo stretto, data la scarsa conoscenza della lingua italiana da parte degli immigrati: ebbe un’edizione, e si fermò lì). Troppi volti argentini mi ricordano i “Sei personaggi in cerca d’autore”. In modo letterale e metaforico. Il pirandellismo di Baires aggiunge tocchi di magìa oscura e patetica. Ciascuno cerca di essere se stesso ma sperando d’essere un altro o almeno d’essere visto come diverso da ciò che egli è.

Pirandello, da queste parti, dovette intervenire anche per cambiare il modo di recitazione degli attori. Convinti di un certo “gauchismo” e certi di doversi atteggiare come “hidalghi” perpetui, gli attori sudamericani recitavano e recitano o con le mani infilate nelle tasche o con un’ eterna sigaretta in bocca. Segni di sicurezza, di superbia, di dominio della “parte” e del pubblico. Pirandello, una volta, fece ricucire le tasche e sequestrò tutte le sigarette del teatro, ma fu una vittoria isolata. I “personaggi in cerca d’autore”, mentre simulano sicurezza, debbono pure sperare in un “aldilà” esistenziale: è la loro condanna permanente, è il loro destino di creature che vivono giocando. In cerca di copione.

Forse la partita di stasera mostrerà altri personaggi in cerca di un copione, in cerca di un gol che li riscatti: mettiamo un Pulici, ad esempio, sempre che giochi. Attende questo momento dal 1974, quando venne portato in Germania ad “ammirare” i fantasmi di Rivera e Riva. Ieri l’altro un giornalista torinese lo “sbatté” sul suo quotidiano dicendo che il “bomber” sta occhieggiando una ragazzuola. Segue telefonata di moglie inferocita, segue muso lunghissimo e sguardo incattivito del “bomber” granatiero. Come uscirne, se non con un gol? La gente strepita. I giornalisti vogliono la Coppa. Ma perché non ve la comperate, gli rispondo. Dieci giorni fa avrebbero spellato vivo Bearzot, l’avrebbero appeso per i budelli ad un lampione. Quando sono partito da Roma, un ragazzo della redazione del nostro giornale mi gridò alle spalle: “Dottò, è rimasto solo lei a credere in quel matto”.

Ho visto un tizio d’aspetto quasi umano piangere sulla spalla del “vecio”. È lo stesso tizio che nel suo ultimo articolo su un quotidiano romano scriveva, a nove colonne, prima della partenza per Baires: “Ma restiamocene a casa”. Oggi versa elogi e punti esclamativi con un furore forsennato. Tra un attimo chiederà di dormire sullo scendiletto di Bearzot, garantendogli buona guardia notturna e pronti guaiti. Fossi al posto del commissario, che deve badare a tante cose, persino a tener buona Baires intera (se l’Argentina non vince magari abbattono l’obelisco che si erge per decine di metri nell’avenida de Tulio), manderei in campo solo dieci o nove uomini. Ma sì, Menotti, pigliati questo scalpo e grida alla luna. Non ci riesci neanche contro nove? E allora “pussa via” e torna a insegnar calcio negli asili.

Che cos’è un argentino? È un uomo che guadagna dieci, assicura di incassare venti e spende quaranta. Questo il giudizio che gli stessi abitanti di Baires danno di se stessi. Sono miti, sottomessi, non ridono, ma coltivano profonde ironie. Negli ultimi anni i disegnatori satirici sudamericani hanno superato i confini dei rispettivi Paesi. Uno di loro, appunto l’argentino Calio, sia disegnando “strips” ingegnosi sul più noto quotidiano di Baires, “Clarin”, dove una sorta di papero-uccello è il personaggio protagonista di rapidissime avventure al “Mundial”: il tratto di Calio ricorda quello del francese Copi, ma in modo più rapido ed essenziale. Al papero-uccello nulla va bene, però con garbo, con astuti “dribbling” dialettici. Si può ridere; ma bisognerebbe anche pensare, suggerisce l’autore.

Vorrei raccontarvi alcune storielle argentine. Possono servire per conoscere il Paese soprattutto nel giorno in cui gli Azzurri, giocano a cavallo di sabato e domenica e per motivi di fusi orari i nostri “servizi” risultano maledettamente sfalsati. La satira — sia blanda sia feroce — è sempre uno specchio di tradizioni ed umori dei popoli, bisogna scrutarla nei visceri per afferrare il segreto di chi la esprime. Eccovi dunque due storie che riguardano l’ironia portata dagli argentini verso gli spagnoli, un po’ padri e un po’ patrigni, visti come esemplari umani ingombranti e scarsi di sale.

Prima storia: c’è un’astronave che viaggia nello spazio, nella cabina di comando siedono un capitano, spagnolo e uno scimmione davanti al cruscotto ingombro di strumenti delicatissimi. Si accende un segnale e dalla Terra parte un invito allo scimmione: “Proseguire su rotta stabilita, correggendola di sette gradi”. La scimmia schiaccia bottoni, preme un pulsante, da Terra rispondono “okay”. Poi si accende un secondo segnale che avvisa la scimmia: “Controllare il deflettore di destra, inserire transistor d’emergenza nel quadro del pannello danneggiato, spostare leva del carrello centrale”. La scimmia esegue. Finalmente si accende il segnale anche davanti al capitano spagnolo, per trasmettere: “Servire banana alla scimmia”.

Non è finita con questi poveri “gallegos”, ovverossia spagnoli. Infatti ecco la seconda tra le tante storielle. Come riesce uno spagnolo ad avvitare una lampadina? Semplice: sale su un tavolo, si aggrappa alla lampadina, mentre quattro amici fanno ruotare il tavolo. Sugli italiani, invece, poco o niente. Non offriamo né spazi né lati deboli. A meno che non riesca a catturare quel giornalista nordico (mi dicono sia finlandese) che è un collezionista di modi di dire popolari. Ne ha sparpagliati diversi, ma solo sui romeni, e mi assicurano che ne sappia su russi, canadesi, afganistani, tutti godibili, tutti autentici contrassegni per i popoli che li hanno espressi. Su un romeno si può dire di tutto. Ad esempio: se sei nella tua stanza d’albergo e devi uscire un attimo, pretendi dall’amico romeno che canti, batta le mani e compia saltelli. Oppure: se entri in un albergo attraverso una porta girevole, e dietro hai un romeno, puoi star sicuro che il primo piede posato nella “hall” sarà il suo.

Ma ne è arrivata anche una stupenda e davvero “storica” dall’Italia. Non è una storiella, è un’ osservazione che mi viene trasmessa da amici appena sbarcati. Mi fa uno, dall’alto della sua religione: il mondo è davvero cambiato, il mondo non sta più seguendo la sua antica piega. Pensa: gli ebrei fanno la guerra e i tedeschi fanno i soldi. Non so se vi siete divertiti. Raccontar “agudezas” di questo genere è sempre stata la consolazione dei dannati. E noi dannati siamo, all’inseguimento di una sfera, di uomini che braccano la sfera, di altri uomini che cercano di nascondere quella stessa sfera. Il pallone come simbolo di giochi solari è ormai un emblema degli affanni del globo, è il feticcio che si odia, si ama, si difende, si attacca. Per fortuna Bobby e Pablito non debbono saper queste cose, anche se noi non possiamo nascondercele.

Vorrei lasciare in pace, per una volta il “vecio” Bearzot, inseguito trentasei ore di seguito dai maniaci (professionali, quindi giustificati) della formazione azzurra. Mi tiene compagnia, in questi giorni, un giovane milanese, Claudio Ferrari, addetto all’istituto italiano di cultura a Baires. È molto solerte, molto gentile, molto simpatico. Confida impressioni che vengono immediatamente distorte o amputate o ridotte a brandelli dagli arpioni dei giornalisti che vivono solo per il proprio tornaconto polemico. Parliamo degli italiani d’Argentina, Ferrari ed io, e le storie sono straordinarie, sia per quanto riguarda il linguaggio (il famoso “cocotiche”, cioè il gergo che storpia italiano e spagnolo,ma con impuntature che sanno ora di “gongorismo” ora di gargarismo idiomatico) sia per quel che riguarda le persone.

Perché a Baires tu puoi incontrare un tizio che si chiama Gennaro Angelino. Italiano, lo credi. E invece no. Suo bisnonno, lui si. Ma poi vennero i nonni, una norvegese e un marinaio irlandese, quindi i padri, un olandese e un italiano, che anche lui porta il nome di Angelino ma è figlio di un tale di Trieste e di una tale di Toronto. Riappare dunque un incrocio che rende valido il cognome ma quadruplica i cromosomi esotici. Fatto sta che Gennaro Angelino, dalle fattezze italiane però ambigue, a malapena riconosce la parola “pizzerellas” che compare sui vari locali di Baires e dice “mannaggì” ma ignorandone il significato, lo dice come se fosse un sospiro.

Non so se mi capiterà di visitare i mattatoi della megalopoli argentina. Il tempo concesso da un “Mundial” di calcio è limitatissimo e in ogni caso traviato dagli avvenimenti: quando hai un’ora libera, sei praticamente stremato dalla fatica e dal bisogno di sonno. Ho parlato però con chi li conosce bene. Sono un allucinante teatro. Migliaia di bestie vengono “malate” ogni giorno secondo un sistema antico ed orrendo. In Argentina vivono venticinque milioni di creature umane e circa settanta di bovi, manzi, vacche. Naturalmente questi “sanno” di dover morire. Quando li avviano in certi corridoi all’aperto, al primo colpo stramazzano. E il colpo gli viene inferto da “operai” che usano una sorta di piccone. Stanno seduti su un muricciolo e vibrano il piccone. Dovrebbero colpire la nuca dell’animale, ma quasi mai vi riescono. Ad ogni modo la bestia si abbatte e, mentre sta morendo

dissanguata, già sono all’opera squartatori e sbudella tori. È un inferno, la cui truculenza, la cui arcaicità rituale rivelano la nostra natura. Intendiamoci: io sono un carnivoro, quindi non mi commuovo molto a questi racconti, anche se chiedo scusa ai sensibili ed a tutti coloro che provano, legittimo disgusto per simili vicende. Ho visto una volta duellare due “uccisori” al mattatoio di Torino: si combattevano a colpi di trippa. E la sfida aveva un suo senso michelangiolesco, mi crediate o no.

A questo punto, il lettore troppo gracile o schizzinoso mi abbandoni subito. Vorrei raccontare il mio rapido pasto odierno (prima di una partita bisogna sempre tenersi su). È stato un pranzo scelto secondo ordine filologico: prima una “patta”, che non è quello che voi pensate, ma un frutto verdognolo, più grosso d’uno zucchino, che si ricopre di una salsa rosata, e si mangia con un cucchiaino. È tenerissimo, anche se per un piemontese da “bagne caude” risulta troppo delicato e quindi vittima del suo stesso nome, Poi ho affrontato un piatto di minuscoli budelli di vacca annodati insieme, 1 “binatorillos”. Beh, è chiaro che dentro è rimasto qualcosa di ben ruminato, ma queste vacche masticano erbe purissime, no? E dopotutto ho speso solo poche lire, il luogo era umido e tetro, ma il fascino di certe città va inseguito proprio in determinati antri, dove uomini dal volto disperato divorano un piatto, non guardano nessuno, anche mentre masticano cercano didimenticare le ragioni per cui gli capita di vivere su questa terra.

Ho cominciato questo articolo raccontandovi storielle, ma in verità non ho mai visto un “Mundial” così intriso di strane malinconie. La famosa e quadriennale festa del “più bel gioco del mondo” è ormai un festival dell’incompiuto, una sagra delle tensioni, un mixed-grill dell’esasperazione agonistica. Per fortuna il clan azzurro ha saputo reagire, in almeno due partite, con un minimo di. insospettata allegria. Persino i tedeschi, quattro anni fa, riuscivano a sfoderare risate, anche se eruttanti da boccali di birra ripetuti e triplicati. Qui il sorriso è sottile, gentile, lontano, ambiguo. Mi dice un “porteno” cioè un abitante di Baires: “Per farci ridere non ci basta il solletico, per farci piangere non ci basta il disastro”. Non lo invidio.

Adesso è meglio non fidarsi. Luis Cesare Menotti è un grande attore. Se perderà il posto di commissario argentino, troverà certamente lavoro ad Hollywood, dove ignorano che nei suoi lunghi viaggi in Europa, durante la preparazione del “Mundial”, il suddetto Luis Cesar mai ha visto Causio, che ha fatto impazzire le retrovie e il centrocampo biancocelesti al “River Plate”. Forse Luis Cesar Menotti sa di non possedere una squadra degna del titolo finale, ma non può dirlo. Nello stesso giorno di Argentina-Italia i quotidiani di Baires erano fitti di fotografìe che ritraevano il tecnico biancocelcste al fianco di generali e ammiragli. Il dovere di essere campioni, in casa e per la prima volta nella storia, è pesante, anche per le spalle di Luis Cesar, un disinvolto “manager” che vedremmo correre nei corridoi di qualche impresa con la valigetta al fianco.

Sembra il fratello fortunato di Bearzot. Ma il “vecio” gli ha strappato tutta la “suerte”. Gli argentini continuano a festeggiare, moderando le illusioni, ma al nome di Bearzot annuiscono, serissimi.

Persino loro sanno che il nostro non è un commissario qualsiasi, un chiacchierone che cerca lodi e alibi. Niente è apparso più stridente di una caricatura che ritrae il “vecio” mentre arrotola una forchettata di spaghetti: se il “vecio” fosse così, gli argentini ci avrebbero ingoiati in un solo boccone.

Adesso ve lo voglio proprio dire, a costo di commettere una spudoratezza: un mese e mezzo fa un club italiano della massima serie ha offerto a Bearzot la panchina, con un contratto di ottanta milioni per due anni. Bearzot non ne accenna neppure ai “federali”, perché ritiene che solo parlarne equivarrebbe a condizionare il suo rapporto di lavoro, che sta per essere rinnovato. E così continua a mettere in tasca lo stipendio inferiore a quello di un allenatore di serie D. Siamo, come vedete, nei territori puri dell’onestà, del rispetto umano, di coloro che credono nel proprio lavoro e lo interpretano come una missione.

Sta diventando una trama oscura, questo “Mundial”. Io non mi fido di tedeschi, olandesi, peruviani, polacchi: è tutta gente che ha speso poco, talora pochissimo, che si è “allenata” facendo i punti necessari. Certo sono invecchiati, spumeggiano anche bile come i cavalli che hanno corso troppo, se non oggi certamente ieri e ieri l’altro. Ma sanno aspettarti, torearti, gli basta una zampata, gli basta un morso per poi speculare sul vantaggio. E tuttavia i “piani” bisogna stenderli, bisogna organizzarli.

Gli impegni premono, mercoledì la “banda Bearzot” già torna in campo. Come ci si sente felici e tranquilli quando si va allo stadio godendo di un vantaggio e senza problemi per la Nazionale: questo ci dicevamo tutti quanti, sabato notte, dirigendoci al “River Plate”. E ricordavamo gli “stress”, gli stranguglioni, i magoni e le torture interne quando ci avviavamo a Toluca (Messico) od a Stoccarda (Germania).

Ecco il primo e vero “miracolo” offerto da questa Nazionale. Anche se fosse l’unico e l’ultimo, è già molto. Poi, naturalmente, mentre Benetti corre e affronta tutti, come Maciste all’inferno, si soffre: perché anche quel pallone non va perso, perché anche quella mossa deve creare uno spazio utile, perché tu devi appoggiare il compagno, o Antognoni, e tu devi uscire a “chiudere” o Scirea (molto migliorato, anche in lui stanno entrando gli spiriti del combattimento: giunga la lode quando è necessaria). Dietro a me, nella tribuna stampa del “River”, che è un’autentica corolla da fantascienza, c’erano radio e telecronisti di lingua spagnola. Enfatici come sempre, attendono solo il momento del gol per gridarlo e ripeterlo e dilatarlo con venticinquemila “O”. Sono caduti in preda alla più nera disperazione. Già non gli andava bene l’”empate”, cioè il pareggio, figuriamoci quando Bobby infila il suo gol, nello stile del duellante messicano che ti pianta il coltello nel ventre e dice: “Conservamelo”.

Sono andati in barca, eruttando sillabe forsennate, anche se non perdevano mai — va detto — un certo equilibrio critico, una certa misura di giudizio. Gigi Riva era accanto a me, con la cuffia da radiocronista. Ad un certo punto, durante l’intervallo, un girotondo di ragazzini piccolissimi, in tenuta biancorossa, comincia a palleggiare a centrocampo. Saranno una dozzina o più, ciascuno con un pallone. Lo fanno battere sul ginocchio, sul collo del piede, sulla punta, sulla sommità del cranio, secondo esercizi singoli perfettamente sincronizzati. Il pubblico si spella le mani, godendo. Mi fa Gigi Riva: “Adesso scendo giù, ne compero quattro e li porto a Cagliari, così torniamo in serie A”. Rido e rispondo: “Oh, sono divertenti palleggiatori, perché hanno un pallone a testa. Io preferisco Benetti, che quell’unico pallone deve andarlo a prendere e ci riesce”. Gigi annuisce, triste, con un velo appena di malinconia: “Sì. E’ la lotta che conta. Ci vuol ben altro, in campo”.

Anche quei ragazzini testimoniano del “ritardo” a cui invano i vari Menotti cercano di porre riparo. Il calcio sudamericano è ancora narcisista, gli stessi biancocelesti argentini spumeggiano furibondi ai limiti dell’arca altrui, passano palla solo quando è già “marcia” oppure “chiusa” da reticolati di tibie, dove il signor Gentile se la gode ad applicare nuovi chiavistelli. L’Ortiz argentino è una specie di mini- Sivori. anche lui con i calzerotti arrotolati sulle caviglie: piroetta frenetico, dribbla anche l’ombra del proprio stinco, crea pericoli per poi vanificarli da solo. Menotti lo riporterà alla scuola serale della linearità e dell’efficienza, ma Ortiz, “eroe di quartiere”, accetterà? Pensiamo al domani, che sarà alemanno e poi chissà cosa: il “Mundial” non concede un attimo di pausa, è praticamente impossibile riflettere tra gli ingorghi di gare che si accavallano.

Vorrei potervi raccontare qualcosa degli argentini (calciatori a parte), ma è quasi disperante, l’argomento sportivo è una montagna da rosicchiare pietra dopo pietra. E tuttavia vi anticipo un discorsetto, fattomi da un dirigente d’azienda, un italiano che vive tra i Paesi sudamericani da oltre dieci anni. Mi dice: il più fesso tra gli argentini fa tre lavori, persino i bambini di dieci anni conoscono le variazioni della moneta rispetto al dollaro, perché qui “si pensa in dollari”, data l’inflazione galoppante. Aggiunge: l’arte di arrangiarsi argentina non ha nulla a che vedere con quella meridionale nostrana, è un indaffararsi da formica senza sosta, v’è l’usciere che di notte fa anche il tassista e il tipografo, v’è il tipografo che nei giorni festivi fa i traslochi, v’è il conducente che vende mobili e nelle ore di riposo serve in trattoria, v’è il professore che si occupa anche di medicinali, v’è il bibliotecario che dipinge cartoline. Migliaia di piccoli lavori terziari riescono a far quadrare il bilancio degli argentini, in un paese dove un mazzetto di famiglie è padrone di tutte le “estancias” e di settanta milioni di bovini. Mentre l’Argentina dorme, la vacca partorisce, e sui giornali appaiono inserzioni economiche per operai specializzati che offrono centomila lire mensili di stipendio, appetibilissime perché il guadagno medio non supera le settantamila.

“Come posso rivolgermi a lei? In castigliano, in argentino, in italiano, in francese?”, mi dice un vecchio signore che incontro sui gradini del centro stampa. Ve ne sono sempre, stazionano con curiosità di pensionati. E comincia: “Vorrei avere un’idea di cosa pensa di noi l’Europa. Sono stato in Europa, nel Trenta. Se ne dicono tante, qui, sull’Europa, ma vorrei sentir qualcosa da lei, che ha aspetto di gentiluomo”. Gli rispondo che anche l’Europa è triste. Oh sì, c’è qualche angolo di Parigi dove il riso non è ancora un belletto deformante e recitante, ma troppi luoghi europei grondano truculenza e malinconia. Parigi perduta Il vecchio annuisce, è straordinariamente pallido, le guance sembrano ricavate da una massa di borotalco. Poi fa: “Ricordo la Milano dei Navigli, si dice così?, e Venezia naturalmente, e Firenze. Parigi l’ho perduta. Non mi trovavo bene e sono scappato via, così l0ho perduta. Che colpa commisi, allora”. Amori?, interrogo cautamente. “Amori — sorride lui distogliendo appena gli occhi -; c’era un ristorante con molto verde, e lei mangiava. E mentre mangiava e io la guardavo, mi accorsi che mi stava dimenticando. Lì, davanti al bicchiere. Mi dimenticava mentre c’ero. Per questo fuggii e persi Parigi”. Cerco di insistere per un caffè. Rifiuta. Vuole una descrizione dettagliata della gara del “River” (non si nasconde: confessa che non c’è andato per via dei gradini dello stadio). Ma questo discorso sembra riguardarlo assai poco, benché insista per conoscere i dettagli. “Quel Bettega. Sembra un medico — osserva dopo un poco — solo lui poteva segnare il gol vincente. L’ho capito dai giornali qualche giorno prima, vedendo una sua fotografia. Mi sono detto: questo medico ci opererà al cuore. Sa, noi argentini abbiamo un certo destino contrario. Siamo pacifici, mai allegri. Qualcuno arriva sempre per punire la nostra mitezza, per oltraggiare la nostra mansuetudine. Di solito questo qualcuno ha un viso dolce. Il medico Bettega, ad esempio, io lo sapevo, guardandolo nelle fotografìe. L’ho detto anche a un mio nipote: ecco chi ci punirà, questo volto classico. Del resto, Dio non manda gli angeli per infliggere castighi?”.

Sono tutti allegri e più che mai “su di giri”, come si dice popolarmente, anche se con qualche zoppìa, polsi doloranti (Bettega, per cadute professionali), una mano fasciata (Causio), lividure sparse qua e là. Sono tutti soddisfatti, ed è sacrosanto, anche se non si lasciano andare a dichiarazioni illusorie.

L’aria dell’Hindu Club è serena e seria. Questo strano ospizio dei poveri vecchi incastonato in un parco all’inglese ha portato bene al clan azzurro. Brividi di ottimismo corrono nel verde e nei lampi degli occhi, ma subito vengono seppelliti con pudore. Mi dice Bearzot, con un po’ di ironia e un po’ di consueta amarezza verso l’umanità e verso la mondanità: “Forse stanno smontando il patibolo che mi avevano dedicato in Italia”. Forse si, gli rispondo, ma attento: siamo stati noi ad inventare versi che suonano “Tre volte nella polvere, tre volte sull’altar”, quindi sei costretto a vincere, partite e sfide dialettiche, concorsi magistrali e “quiz” televisivi, la Milano-Sanremo in monopattino e il derby di trotto, una quaterna al totocalcio e la gara alla bocciofìla. Se non fai un favoloso “en plein” su tutti questi diversi tavoli, il patibolo verrà frettolosamente ricostruito, mio caro “vecio”.

L’Italia del dolce far niente, della disaffezione, della tifoseria seduta vuole l’Apollo invincibile o l’agnello sacrificale, è la nostra condanna collettiva. Se io sostengo che abbiamo già vinto un mirabile e insperato “mundi alito”, vengo preso a calci anche dai parenti più stretti ed ignari di pelota. Lui annuisce, un po’ distratto, un po’ addolorato. Sente i nuovi impegni e sente ronzare come mosche cocchiere i giudizi di certi critici. V’è stato un tipo, prima della partita vittoriosa con l’Argentina, che ha suggerito a Bearzot, malgrado le prove eccezionali su Francia e Ungheria, di far giocare la squadra “in maniera più intelligente”. E va bene. Memori degli antichi catenacci, manderemo in campo Bettega con un vocabolario di tre chili legato alla caviglia, per impedirgli di andare in gol.

Siamo già alla vigilia del primo turno del girone finale. L’ossessione che crea il sovrapporsi delle partite ha qualcosa di orrendo. È una condanna fisica e metafìsica. Mentre devi commentare la precedente partita sei costretto a riservare un paio di polpastrelli per battere a macchina la presentazione della seguente. È una giostra infernale, indubbiamente carica di fascino, ma che ti corrode nell’interno e ti fa desiderare “polpastrelli da panchina”, polpastrelli supplenti, capaci di esprimere da soli nuove idee e nuovi concetti. Un giornale brasiliano riporta brani di un mio articolo dedicato ai gialloverdi e lo definisce il più feroce di quelli apparsi su mille quotidiani in venti lingue. Onoratissimo. Cosa dovevo fare, porgere la schiena come è accaduto agli austriaci a Mar del Plata?

Ho sempre ammirato il grandioso Brasile, dai tempi di Djalma Santos all’ultimo Pelé, ma assistendo alla partita che ha permesso agli uomini di Coutinho di afferrare con le unghie il girone finale, godevo molto a sentir le espressioni di un amico e collega, il veneziano Giorgio Lago, che è di tifo brasilero purissimo e invincibile. Al vedere alcune mosse dei vari Toninho, il giornalista italiano non riusciva a trattenere urla del tipo: “Vieni avanti, cretinho”, e via caricando. Chi è il più furbo in Argentina? Chi riesce a trovare un creditore, persona o ente disposto a mollargli quattrini, data l’inflazione. Cosi dice il “pueblo”, ma la pacifica gente di Buenos Aires si diverte ugualmente, con una sua disciplina ignota sia ai mediterranei sia agli altri sudamericani. Domenica sera, davanti al cinema che proietta il film “La maschera di ferro”, c’era una coda di circa ottocento metri. Tutti a due a due, ordinatissimi, comprese coppiette di fidanzatini abbracciati, signori che leggono il giornale, bambini e nonne. I teatri danno certi spettacoli a partire dall’una di notte, in modo da consentire agli spettatori di far cena alle quattro del mattino.

Da venerdì sera alla domenica, Baires è una galassia senza fine di gente che passeggia, mangia, riempie le zone pedonali dove i cinema, i ristoranti, i negozi di musica, i teatri sono a migliaia. Per un italiano dei nostri tempi è spettacolo straordinario: purtroppo non ce lo possiamo permettere se non a briciole. L’alba ci coglie, per i maledetti fusi orari, già chini su carta e macchina per scrivere, col telefono del giornale che vomita ordini, disposizioni, stabilisce i servizi e quasi li vorrebbe per subito, per ieri. È arrivata anche la pitonessa. Figuriamoci se poteva mancare. È peruviana, si chiama “madama Patricia” e studia i raggi solari. Da Lima, la capitale “Inca”, ha decretato che la forza del sole farà vincere il titolo mondiale a Teofilo Cubillas, “bomber” di Calderón, il baffuto, occhialuto, stortignaccolo allenatore del Perù. A questo punto bisogna rispondere con i nostri parapsicologi, con “brujos” brasiliani, con stregoni argentini e manovratori della psiche tedeschi. II “mundial” va a sedersi davanti alla sfera di cristallo o sul divano dello psicanalista? Ma allora è facile che vinca l’austriaco, figlio di Freud.

Ho incontrato un tifoso italiano, di quelli che appartengono alla razza incallita però scientifica. Sa tutto, ha sempre fatto le sue vacanze annuali seguendo o un “mundial” o un’olimpiade. Riesce a entrare anche nei “ritiri”, dove stanno al riparo calciatori e atleti. Ha parlato con i vari Beckenbauer, Pelé, Iuantorena, insomma è un “dottò” che tratta i giornalisti da pari a pari, come è giusto. Ecco il dialogo, calmo ma qua e là attraversato dalle tipiche angosce tifose che ci caratterizzano per machiavellismo e problematica innata. “Dovevamo cedere le armi all’Argentina”, comincia lui: “A quest’ora saremmo a Rosario in un girone più facile”. Gli rispondo che è storia vecchia, intorno alla quale vanno inacidendosi a furia di inutili “se” e ancor più superflui “ma” torme di giornalisti. Gli aggiungo che la “facilità di Rosario” sembrava tale, in teoria, prima del turno d’inizio, ma che oggi è molto discutibile. Risponde lui: “Sarà, ma secondo me l’Olanda l’ha fatto apposta a perdere con la Scozia degli ubriaconi per non doversi misurare con l’Argentina. Gli olandesi sono furbi commercianti, ed i tedeschi sono buoni strateghi: per questo hanno pareggiato con la Tunisia. Anche Schoen non voleva andare a Rosario”.

Gli dico che, in via del tutto ipotetica, potrebbe anche aver ragione: ma in un “mundial” è più difficile “lasciar vincere” in un certo modo che non rischiare di vincere, se uno ha le forze. Questi giochetti sottili li ha inventati la critica italiana (la più esperta del mondo, in certi casi) per smanie logorroiche e per incallita disposizione alla sottigliezza e alla congiura diplomatiche. Lui scuote la testa e fa: “Dovevamo perdere con l’Argentina. Doveva mettere in squadra le cosiddette riserve, il nostro Bearzot”. Gli oppongo che non è facile cambiar volto ad una squadra vincente, che bisogna rispettare certi meccanismi, che un giocatore va sostituito solo se ha una gamba in disordine, e mai per altre ragioni, soprattutto in un torneo così rapido, così ossessivo, così ripetitivo com’è quello di un “mundial”. Inoltre, cosa avrebbero detto in Italia di un Bearzot che punisce i vincitori di Francia e Ungheria e li chiude in albergo impedendogli di vincere per la terza volta? Ci avrebbero aspettato all’aeroporto con un’ambulanza. Destinazione: manicomio.

Ma lui non desiste: “Io vedo l’Italia in tutte le partite. Le altre gare le consumo al cinema, dove le trasmettono su schermo gigante. In due giorni mi vedo tutti gli incontri. Noi abbiamo speso molto. Gli Azzurri hanno vinto in modo magnifico, persino alternando la tattica però non conosciamo le riserve di forma. La rigenerazione quanto durerà?”. Gli rispondo che questo è il giusto interrogativo, al quale neppure il professor Vecchiet può dare, oggi come oggi, una risposta esauriente (anche perché, grazie ad alcuni accordi con i “federali”, Vecchiet non può e non vuole far commenti di sorta: il Club Italia cova i suoi segreti scientifici con gelosia). Vedremo sul campo, con Germania e Olanda, come andrà a finire. Ripeto anche a lei, signor tifoso laureato: il “mundialito” che la nostra critica ci negava irridendo, è già nelle mani di Bearzot. Il resto è mistero, fisiologico e pedatorio. Ai vari Gentile, Benetti, Bettega e Paolino Rossi la risposta nelle tre gare che li attendono. Per conto mio ho sempre detto, scritto, predicato, che questa Italia può “cadere” (e tocco tremila ferri da cavallo) tra la quarta e la quinta battaglia. Siccome la quarta corrisponde alla Germania, sposto la data: non cadremo con i “deutsch”, se la tradizione vorrà rispettare se stessa.

L’amico tentenna, sorride, mi fa: “Va bene. Però io adesso sono agli sgoccioli. Credevo di fare un viaggio breve, e invece devo centellinare i pesos, se l’avventura prosegue”. Magnifico, gli rispondo: vede che anche lei appartiene a quella specie di italiani — la più numerosa — che credeva venissimo qui per far brutta figura e ripartir subito? Invece no. La “banda Bearzot” ha resistito e senza inutili illusioni, mio caro, tiri la cinghia, mangi panini e speri di arrivare fino in fondo, pelato vivo e contento.

Ma non inflazioniamoci con vanità, sogni, incubi, sbandieramenti e conseguenti cadute dal letto. Nel “mundial” della pedata realistica abbiamo fatto tanto, non sarebbe intelligente credere nell’irrazionale. Cerchiamo d’essere gente di fede, e basta. Non stacchiamoci da terra. Solo gli asini volano.

Ci sono stati due giorni di clima quasi mite, soleggiato, poi è venuta la nebbia e l’”Hindu Club” ha i colori e le sfumature della piana del Tanaro, della Brianza. Arrivano le “panzer-divisionen” del generale Schoen, un commissario che confida, con molta lealtà, di voler difendere il titolo conquistato nel ’74 e poi approdare con la pace dei sensi e i conforti della religione al più che giusto pensionamento. Pochi giorni fa proclamavo — un po’ enfaticamente, lo confesso: forse mi sono lasciato prendere la mano dal parlar reboante di questi luoghi — che Enzo Bearzot mi ricordava un generale o un politico del Risorgimento alle prese con la sua Crimea. Ebbene, il paragone può continuare, se gli orecchi degli storici e dei pudichi non si scandalizzano. Da oggi i programmi e i piani del nostro “vecio”, mazziniano e garibaldino a un tempo, riguardano l’impero austro-ungarico e la potenza olandese. Qui o si fa la nuova Italia della pelota o ci si ferma sul Ticino (senza alcuna allusione alle tante componenti piemontarde della squadra azzurra).

L’attuale Schoen non è un kaiser, anche l’allenatore austriaco dal gutturale nome di Senekowitz possiede scarsi seppur temibili cecchini, e Bearzot, nei panni di un “furlan” irredento, può finire come Cesare Battisti, oppure firmerà un telegramma simile al famoso “firmato Diaz”. Se il “vecio” sovverte i pronostici e non perde con teutoni e viennesi, vedremo neonati che durante la cerimonia del battesimo godranno del nome “Club Italia”. Sergenti e democrazia Ho tirato il paradosso un po’ per le lunghe, ma la realtà lo imponeva. Ci ritroviamo con Vogts, che non nutre alcuna simpatia per noialtri, ci ritroviamo con gli austriaci: questi ultimi portano nomi come Koncilia (è portiere, forse è anche vigile), come Prohaska (è il loro Benetti), come Pezzey (sembra un Beckenbauer quasi vero, malgrado certe pigrizie). Ricordano nei volti e nelle sillabe certi personaggi dei grandi romanzi di Joseph Roth: sono fedelissimi sergenti a cui i figli danno del “voi”, calzano stivali sempre lucidi, sognano l’imperatore con il ciglio inumidito, bevono vini secchi e si lavano i guanti bianchi da soli, o nel lavandino di casa o di caserma.

La porzione del girone finale che ci riguarda è profondamente europea e democratica: saranno quindi vendette, botte, crudeltà mentali e di stinchi. Relegati tra Rosario e Mendoza, i sudamericani tutti, dal Brasile all’Argentina al Perù, dovranno vedersela con la meno democratica Polonia, i cui polpacci sono stimolati anche dai telegrammi del partito, e tra nazioni che dall’Atlantico al Pacifico

cercano con infinito dolore un loro assetto moderno. La “crema” del calcio europeo si appresta dunque ad un confronto con la “scuola” sudamericana, che inevitabilmente si misureranno nelle finalissime per il primo, secondo, terzo posto. Ci siamo anche noi, grazie all’animo del “vecio” e alle prodezze dei vari Bettega, Benetti, Gentile, Rossi, Cabrini. Ci siamo a dispetto di coloro che ancora oggi vorrebbero dar consigli al tecnico azzurro, anche se questi stessi consigli muoiono tra le labbra e terminano in un “do minore” insensato.

È chiaro: si può perdere. Davanti a tedeschi ed olandesi e a questi austriaci che hanno ritrovato misura e spiriti combattivi, nessun pronostico stilato alla vigilia può contar molto. Possiamo perdere,

anche se un venticello tradizionale ci sta nelle vele, soprattutto con la Germania. Io non ho mai creduto ai “ricorsi storici” in football. In caso contrario avrei dovuto dar perdenti gli Azzurri di fronte all’Ungheria, che non superavamo da un’infinità di anni. Non credo neppure nelle disamine storico-critiche, perché una gara come questa al River Plate ha motivazioni diverse, stimoli che possono nascere solo tra l’erba di Buenos Aires. So però che i tedeschi ci temono, e quindi tenteranno di attaccare velocissimi per metterci in difficoltà, so che tutti attendiamo — ancora, ma è possibile? — che l’arcangelo Antognoni “capisca” cosa significa un “Mundial”. Era tra i più attesi, si becca dei solenni “quattro” nelle pagelle sudamericane, che sono tra le più longanime dell’universo.

Siamo a Buenos Aires, siamo al “River Plate”, perbacco, non a Poggibonsi e allo stadio della parrocchia. Quindi non basta attender palla e giocarla di fino quando ne vieni in possesso. È necessario far da sponda al compagno che ha due uomini tra stomaco e glutei, è urgente soccorrerlo e defilarsi per ricevere il passaggio di disimpegno, è indispensabile affrontare l’avversario che avanza. Starsene lì in attesa di qualche puntatina pregevole ma anche accademica, o di un calcio di punizione, è troppo poco. Anche il “vecio” si attende la rinascita del nostro più chiacchierato “piede buono”. Che accada una volta: finalmente giocheremo in undici. E sia chiaro: dall’inizio del “Mundial” ho criticato Antognoni molto blandamente, al massimo con un aggettivo, oggi però lo aspetto al varco.

Già una volta fui “appiccato” con un cartello a Firenze, per determinati giudizi. Spero che il tifoso toscano si sia reso conto che il “sette bellezze” perugino non può non inventare se stesso in una competizione di questo calibro, mentre intorno a lui Gentile fa lo stopper, Bettega fa il terzino e il “goleador”, Rossi spoletta come un auto-scooter e Causio deve inventare “dribbling” tra due avversari. Mi attendo l’”esplosione” dell’angiolo fiorentino, oggi o mai più. Se risolve le sue personali incognite, anche Schoen andrà a farsi benedire. Non finisco mai di toccare amuleti. Tutti gli argentini che incontro sfoderano l’intero bagaglio di parole italiane per complimentarsi, per augurarci “suerie”, “felicidad”, e del resto i “portenos”, cioè gli abitanti di Baires, ci assomigliano molto: alla domenica, non v’è famiglia che non “butti giù la pasta”, si tratti di vermicelli, ravioli, maccheroni. È la pasta il segnale del riposo, della pace casalinga. In attesa di giudizio.

Mi dice un tassista: “Parli bene di noi. Lo so persino io, ignorante, che in Europa non pensate bene di Argentina e politica e del popolo che siamo, ma il mondo è tremendo, il mondo è pieno di gente che pretende cose che non sa. Il mondo è ladro. La pace è avara. Parli bene di noi come popolo, di noi come uomini”. Riassumo in questa dichiarazione — assolutamente veritiera — molti stati d’animo, molti discorsi sbocconcellati, molte sfumature. La “fame” del giudizio europeo è importante per ogni argentino, perché ogni argentino possiede legami, parenti, ricordi che hanno a che fare con Italia e Danimarca, con Irlanda e Alsazia. L’autista che mi parla ha un viso meridionale, con venature indie, con un sorriso composto. Non pretende, suggerisce, non invoca, non elemosina, ma sta attento alle reazioni. È lui — tra noi due — il primo a dire che il “Mundial” è un’occasione, non un fine.

Ma torniamo a capitan Zoff e alla sua bella compagnia. Le nebbie, le proteine della bistecca divina, gli stimoli che scaturiscono da tre vittorie sono un’esperienza ed una dote incorporata che contano.

Stiamo tutti lì, intorno al Club Italia, come professori chiamati ad un consulto. Il paziente sdraiato sul lettino non è un moribondo, tutt’altro, forse non è neppure un convalescente, ma certo merita riguardi e attenzioni. In quindici giorni ha dovuto superare i pronostici sfavorevoli, il morbillo, la dissenteria, e anche vincere tre partite. Eravamo nel girone più nobile e più difficile del “Mundial”.

Ora ci capita il turno finale ancora più duro e solenne. Non dobbiamo temere, pronosticai alla partenza dall’Italia: non sarà Corea. Il pronostico di oggi suona: si andrà avanti con dignità. Il “vecio” che ha fatto “tre su tre” cercherà certo di tradurre in pratica questa sentenza, che sembra un po’ generica ma è anche l’unica ammessa. Lasciamo il disegno pre-tattico della partita con la Germania ai maniaci incalliti che vedono solo gli schemi e mai la rabbia interna o gli intercambiabili valori di questo e quell’uomo.

Abbiamo ritrovato Gentile stopper (non è un’invenzione, perché fu mirabile già contro gli inglesi nella partita che ci valse la qualificazione a Roma); abbiamo visto un Bettega che ha veramente le meningi di un Di Stefano degli Anni Settanta (la definizione è degli argentini, non nostra); abbiamo un Romeo che sgobba come due camion impegnati in un trasloco da record. Ci si deve fidare, checché ne dicano gli accalappiacani della critica. Vorrei che la partita di oggi con la Germania fosse dedicata, in senso vittorioso e consolatorio vero, agli emigrati che spasmodicamente la seguiranno a Duesseldorf, a Sindelfingen, a Stoccarda, a Ludwigsburg, a Mannheim, cioè in quei cantoni tedeschi dove camerieri, metallurgici, pizzaioli, tecnici, cuochi quasi morirono di dolore quattro anni fa. Se lo meriterebbero davvero. Non so come finirà, non voglio neppur pensarci: di (rome al giudizio del mondo pallonaro — più che di fronte a noi stessi, sempre maligni e pretenziosi — i vari Causio e Cabrini hanno già agguantato il massimo. Ma in questo fenomenico “girone europeo” dobbiamo ancora dir la nostra. Sarà il penultimo o ultimo acuto, può darsi, ma la speranza non vuol davvero morire. Comunque vada, o amici, siate grati alla “banda Bearzot”. Ha dimostrato che una piccola pattuglia italiana, scornata in anticipo dalla critica come Colombo che voleva quelle famose tre Caravelle, è riuscita, a modo suo, a scoprire l’America. Se non torneremo con ori, gioielli, scalpi di avversari, tesori nascosti, sappiate che in ogni caso questa spedizione al “Mundial” ha disegnato la mappa del futuro calcio italiano. Di qui si può solo andare avanti, con serietà e consapevolezza dei limiti. E ora, Germania che fosti tenebrosa cornice del nostro azzurro: vieni avanti. Abbiamo questa forza: non temiamo neppure di perdere.

Mi hanno definito “El Brillante” su un quotidiano argentino in una corrispondenza da Roma, dove sono annotati i nostri pregi (esagerandoli per educazione) e le nostre “defaillances” (mitigandole con generosità). Corro a guardarmi nello specchio, preoccupato. Per fortuna, lo specchio non mi riflette con aloni intorno alla zucca. Per fortuna, quel tipo lì davanti sta diventando sempre più logoro, coperto di vecchie camicie e vecchi golf, con gli occhi rossi di sonno. Sono ancora io. E non desidero affatto “brillare”. Non appartengo ad una “squadra ideale”, simile a quella che le gazzette compilano mischiando i giocatori migliori come le carte di mazzi troppo diversi. Non c’è nulla di cui “brillare”. La nebbia è fìtta, ma il sole intorno a mezzogiorno la scioglierà. Abbiamo già percorso tutti quanti un diecimila chilometri circa su e giù per Baires e Mar del Plata e di nuovo Baires, tra alberghi e centrostampa.

L’Avenida Sarmiento, che conduce al blocco dove si raggrumano telefoni, macchine da scrivere, uffici e telescriventi, sarà calata di due dita a furia dei passi nostrani. Qualcuno ormai canta, in quieto delirio: “Torna a Sarmiento, torna anche tu”. Del resto, ho composto, in collaborazione con Giulio Cesare Turrino, una canzoncina per il “Mundial” all’italiana, sull’aria di “Una lacrima sul viso”, usando al posto dei singhiozzi verbali alla Bobby Solo termini come “chorizo”, il filetto di bue. Gli amici non pretendano che gliela canti, al ritorno: è troppo legata all’ambiente, ai fatti momentanei, diventa intraducibile al di fuori, mentre qui aiuta, come capita nelle camerate delle caserme o nelle stive dei marinai.

Langue il turismo tanto agognato dagli argentini. Un’inchiesta locale allinea lamentele da parte dei negozianti: costerebbero troppo cari persino i giubbotti o le sottane di pelle che contavano di vendere come prodotto ricercato dagli europei. Nella infinita giungla di negozi e negozietti che copre chilometri della zona pedonale, non si fanno affari. La televisione e l’inverno hanno tenuto lontano tedeschi e italiani, spagnoli e canadesi. I bottegai sperano in un ultimo sussulto durante i tre giorni delle finali, ma le cifre sono già disastrose: nessuno “caccia” un dollaro, se non per nutrirsi. Non mancano, invece, le amenità di coloro che insistono nel trasformare il football in scienza esatta.

Se ne sentono di tutti i colori: chi vuole Bettega alla mezzala, non avendo ancora notato che Bobby sta facendo il Di Stefano azzurro a tutto campo, chi insiste nei ricordare un certo Di Bartolomei romanista, che — con tutto il rispetto — qui scalderebbe non la panchina ma un banco in chiesa. Le turpitudini critiche, nate a Baires e che vanno superando quelle in cui si voleva irretire la Nazionale prima della partenza, hanno qualcosa di portentoso: il nostro machiavellismo è ormai il primo prodotto nazionale, naturalmente lordo.

La più grossa è questa: riguarda Paolino Rossi, che è stato, secondo molti, non uno tra i migliori, ma l’unico tonico, anzi il ragazzo “che aveva salvato Bearzot”. Paolino Rossi ha giocato in Nazionale da sempre, con la divisa militare o nella “Under” o nelle “sperimentali”. Ebbe persino il regalo, da parte dello “staff” azzurro, di non rischiare in campo durante la gara all’Olimpico con la Jugoslavia, dove sarebbe stato crocifìsso per il cattivo andamento di tutta la squadra. Quel giorno il “vecio” lo salvò dai fischi e dagli insulti romani. E invece no: dovrebbe essere Io stesso “vecio” ad ordinare un “ex-voto” in cui Pablito appare tra le nuvole, come un santo di paese, e gli regala sia il gol sia la guarigione dalla malaria. Lo schieramento della critica che “aumenta” la valutazione del nostro “Nino miliardario”, com’è definito qui Rossi, finisce così per diminuire i meriti collettivi, per levare qualcosa a Romeo e a Gentile, a Bobby e a Tardelli, a Causio e a Zac.

Ma è inutile colloquiare con certa gente: vi sono cervelli che abbisognano continuamente di inventare un “eroe”, un “salvatore della patrie”, un novello “capataz” e taumaturgo. Credo che il primo a storcere il naso sia proprio Pablito. A proposito del quale il collega Giorgio Lago, veneziano, discutendo con Farina, presidente vicentino, fa: “Hai fatto bene a tenerti Pablito, ciò. Ti tieni un Leonardo in casa e gli altri te vogliono dar tre Canaletto e na ramassa. Ti disi: no, il mio Leonardo xe unico, xe la Gioconda”. Il presidente Farina sorride, anche se il baffo gli tremola un po’.

Forse pensa che Leonardo ha dipinto anche il “Cenacolo”, a Milano, il quale va irrimediabilmente stingendo, e che nessun restauratore venuto da Londra o da Parigi riuscirà a salvare: e prega che Pablito Rossi non corra identico destino, non diventi, a poco a poco, un ectoplasma.

Sono partiti i giocatori tunisini. Pare li abbia “comperati” in blocco lo Scià di Persia. Ci tenevano a battere la Germania campione del mondo ’74 proprio per alzare le loro quotazioni in dollari: hanno masticato chissà quante parolacce per lo zero a zero e un “penalty” negato, hanno mostrato visi fierissimi da “Casbah” (magari quella di “Totò le mokò”). Rimangono i francesi dei giornali, che per consolazione imperano a tavola, divorando tutto e bevendo come spugne: sfido, una bottiglia di vino bianco argentino, che arriva da Mendoza e si chiama o “Borgogna” o “Kriesling” o “Soave”, secondo le antiche tradizioni, costa un decimo di quanto la si paga in Francia e non sa di solfito, è pura e buona.

Sono pochi quelli che ci guardano male perché gli Azzurri hanno cacciato l’Argentina dal “River Plate”. Dopotutto l’Italia è la “segunda marna” per milioni di persone, qui. Certo, non dovevamo fargli lo sgarbo, sembrano significare certe occhiate malinconiche. Ma vedremo da oggi cosa accadrà tra di noi. La tribù critica — e forse il popolo tifoso per intero — è solita comportarsi nei confronti degli Azzurri come certi padri e certe madri. Costoro dicono “nostro figlio” quando tutto va bene, il ragazzo è promosso, torna a casa presto alla sera e si lava i denti. Dicono invece, l’uno contro l’altra “tuo figlio” se è bocciato, se ruba i soldi nel cassetto, se insegue donzelle o imbratta i muri con lo spray. Altrettanto accade a certi censori e pennaioli: pronti all’urlo “abbiamo vinto” quando la squadra elimina l’avversario, ma subito dopo feroci nell’accusa di “hanno perso”, “avete perso”, “siete nessuno”, se per caso capita il pareggio striminzito o la sconfitta. È un rapidissimo “transfert” che consente a ciascuno di passare da fratello a giudice senza pietà, eliminando i precedenti affetti e le precedenti parentele di comodo. In ogni caso siamo i più modesti.

Non so se qualcuno di noi abbia fatto baluginar l’idea più o meno trepida e illusoria del titolo mondiale. So però che tutti gli altri, dai tedeschi ai polacchi agii argentini, spargono parole d’ordine e battono grancasse ad ogni quarto d’ora. È anche il festival della menzogna programmata.

L’olandese Rensenbrink, che ha segnato lo “storico” millesimo gol di tutti i Campionati del mondo messi insieme. A domanda risponde: “Sì, sono molto soddisfatto ed emozionato”. Che razza di gatto randagio: è un tale, questo “puntero”, che non entra in campo se prima non vede i soldi, e gli stessi olandesi, che sono affaristi di categoria superiore, lo considerano un maestro. Forse l’emozione era legata a qualche idea di rapida monetizzazione del gol. Magari un “poster”, un’intervista a pagamento, una nuova scarpa da ginnastica da lanciar sul mercato.

Ieri mi sono trovato in una immensa piazza dove la nebbia rendeva quasi invisibile la sagoma di un cavaliere di bronzo. Passavano soldati e camerierini con vassoi di caffè, si alzavano saracinesche, gli alberi ripigliavano a poco poco, rubandoli ai vapori, certi toni rossicci, gialli, di un verde denso.

Pareva un angolo di Torino architettonicamente deformata e ridisegnata da De Chirico. Poi è uscito il sole e tutto sembrò più chiaro ma anche più sinistro ed estraneo. Per incoraggiarmi ho studiato il “passo” degli argentini, e come se ne infischiano di macchine, camion, autobus, carriole, semafori.

L’Argentina non ha i tori di Spagna e le corride, però tutti si atteggiano naturalmente a toreri.

Bisogna che il parafango sfiori il tuo ginocchio, anche la vecchiettina stenterella, col bastone, attraversa in un tormentoso, clacsonante guazzabuglio di motori, senza concedergli una sola occhiata. Il tassista si impegna in gare di velocità e in curve spericolate come se fosse in un autodromo. L’autobus o “collectivo”, come lo chiamano, svolta stridendo, sbuffando e si precipita da una “avenida” a dodici corsie in una via normale senza il minimo rallentamento e senza, beninteso, alcuna segnalazione.

Non si sa quindi perché Reutemann, pilota di formula uno ed argentino, ritardi tanto la sua Ferrari alle partenze. Continuo a considerare miracoloso questo “Mundial”. Crea problemi, ma risolve o pacifica o rimanda o lenisce un’infinità di traumi, come è sempre accaduto con l’uso del “circense”.

Penso che certi governi, se potessero, lo farebbero durare un paio d’anni, e in quel periodo alcuni mali — non tutti ma diversi — guarirebbero da soli, come accade con le emicranie notturne, di cui ci si dimentica al risveglio. In Argentina, poi, dove tutti si giocano tutto, è anche un sogno di ricchezza: chi vince al totalizzatore del “Mundial” si mette al riparo. Per questo sui giornali campeggia un individuo grasso e felice, con una sottana scozzese al posto dei pantaloni. È grazie alle rabbie dei sempre brilli isolani, eversori dell’Olanda, che costui si è fatto i soldi. Forse, ordinerà una vasca da bagno a forma di bottiglia di whisky, per la sua nuova casa. Un napoletano non esiterebbe.

Vorrei che si potesse ripetere quella partita con la Germania. Tra le nebbie del “River” o sotto l’uragano che sta scatenandosi nei cieli di Baires in questo momento. Sono convinto che Roberto Bettega se la giocherebbe a qualsiasi latitudine, anche tra i pinguini. Mi dice, nottetempo, Enzo Bearzot, ad uno di quei telefoni argentini che fanno disperare, talmente risultano rugginosi e lontani: “Certo, ci è mancata la fortuna. Poteva e doveva essere un due a zero. Ma è persino più importante l’immagine che questa nostra squadra dona a tutti. È un’Italia che non finisce di impressionare, di dimostrare autorità e gioco. Cercheremo di ripeterci fino in fondo, naturalmente, sperando che la ‘malasuerte’ guardi da un’altra parte. Hai visto l’Argentina, che fortuna? Due tiri, due gol. Ma parliamo di noi, pensiamo al nostro dovere e tiriamo avanti”.

È quasi commosso. Nella sua raucedine di “dopo-partita”. E termina dicendo una cosa che non posso tacere. Questa: “Sarai contento. Ti stiamo dando soddisfazioni, no? Avrai materiale buono per scrivere con allegria, no? Sono contento per te, per quei pochi che ci hanno aiutato, che si sono opposti all’opera di distruzione che s’era organizzata intorno a questo Club Italia”. Ma che rabbia.

Ci hanno rubato la caramella che si stava succhiando con tanta attenzione. Sì, ci siamo lasciati prendere la mano da un rigurgito passionale, e non al novantesimo minuto, ma più tardi, e nella notte, e ancora oggi. Bruno Perucca masticava parolacce, Bruno Bernardi sembrava il “mostro di Duesseldorf” nella grinta, il decano Giglio Panza ebbe un’uscita da vecchio saggio piemontese.

Urlò: “Concittadini torinesi, abbiamo umiliato quei bianchi. E se questa umiliazione costa un punto, pazienza, ne valeva la pena”.

Il “Mundial” continua e nel “Mundial” ci siamo. Ora bisogna far calcoli di probabilità, sperare che l’Austria sia un boccone non indigeribile per noi e invece ostico al “catenaccio” di Vogts e Maier. E poi c’è l’Olanda, implacabile nelle conclusioni, grazie ai suoi vecchi volponi professionisti, ma che non incanta certo in fase di manovra. E poi c’è, cari amici, il signor Antognoni. Mi dicono due giornalisti argentini, molto equilibrati ed esperti: “Ma ve l’ha ordinato il medico di giocare in dieci?”. Giro la frase, pari pari, a Bearzot, che sogghigna. So che in questo momento mezza Italia pallonara, o forse l’Italia intera, sta “processando” il giocatore che ha ereditato la difficile maglia di Rivera, la più ambigua in Nazionale. So che tutti stanno ridisegnando una formazione, per regalarla al “vecio” secondo i canoni della critica italiana, che non guarda mai a quanto è accaduto ma è vittima di tentazioni profetizzanti.

Tutti abbiamo sperato nel “sette bellezze” perugino. Bearzot era convinto che dal famoso “piede buono” uscissero un paio di rantellate verso Maier. E invece no. Antognoni non si offre al disimpegno del compagno, sembra avulso dal gioco, non protegge, non commette neppure un fallo (segno di gagliardia: durante la gara con i “deutsch” ne sono stati operati 23 da parte italiana e 19 da parte dei bianchi). A questo punto, come giudicarlo? Secondo le teorie degli scacchi Antognoni sembra la pedina destinata al “sacrificio semplificatore” o sacrificio preventivo. Ma in realtà è — lo dicono ancora gli scacchi — il “sacrificio sfortunato”. La sberla a rete non gli viene, i compagni lo cercano e lui non capisce. “Di salute sta benissimo — spiega Bearzot -; gli parlerò a lungo, in questi giorni”. Conoscendo il “vecio”, so cosa sta accadendo: molte parole affettuose per il ragazzo, perché non si deprima bensì si ricarichi, ma dopo le parole un più che possibile “via” a Zac, che anche i compagni desiderano per la puntualità negli schemi. La Nazionale prima di tutto, anche se Bearzot, con un puntiglio che lo onora, sente come un dovere la tutela del “patrimonio” affidatogli dalle società italiane.

Dei tedeschi non vorrei proprio parlare: hanno fatto rimpiangere il Padova di Nereo Rocco, così storicizzato e chiacchierato negli annali del nostro calcio da non costituire più un esempio, ma una sorta di storiella pallonara. Spero che gli emigrati italiani a Sindelfìnge, a Mannheim, a Stoccarda, se la godano, oggi, e girino a testa alta, dopo essersi mangiati unghie e gomiti l’altro ieri. Non posso lamentarmi degli argentini, naturalmente. Hanno festeggiato la sconfitta subita ad opera dell’Italia, non potevano certo sottrarsi ad un “triunfo” pubblico e urlante e strombettante dopo aver fatto fuori i polacchi così imbolsiti (mi sono apparsi le caricature degli splendidi giocatori visti nel ’74: Lato è solo più una trottola spelacchiata, Szarmach, implacabile e rognoso “puntero”, sembra un contrabbandiere ormai “ripassato” dalla finanza, Kasperczack è diventato di pietra ma con piedoni di ricotta, e via dileggiando).

Buenos Aires, dopo ogni passo dei biancocelesti locali in avanti, impazzisce e non lascia dormire né i sordi né i ghiri. “Avenidas” e piazze tumultuano fino alle ore piccole, indifferenti al freddo, all’umidità, ai lampi dei temporali. La gente fa “corrida” con se stessa, si ammucchia toreando pullman e auto e monumenti. Per chi ha una finestra che dà direttamente sullo “spettacolo” è roba da spararsi: è il mio caso, e per fortuna sono disarmato. Ha vinto anche il Brasile, scardinando un Perù che doveva essere “peligroso” secondo l’esimio e insopportabile H. H. ed invece si è rivelato ingenuo in difesa come il Pescara di Cadè. Naturalmente i gialloverdi, avendo scavalcato e poi messo in solaio le teorie tattiche del loro Coutinho, hanno subito ripreso un certo tono, e si impegnano proprio per dimostrare che quel “capitano da panchina” merita il pensionamento. Il “Mundial” brasilero è appena cominciato, sarà lo scontro con l’Argentina, domenica prossima, a decidere. Se non voleranno tibie, bisognerà gridare al miracolo: non per nulla la commissione arbitrale ha tirato fuori dalla cassaforte il più celebre “fischietto”, l’ungherese Palotai, affidandogli il calvario di tanta partita.

Ma io voglio tornare a Bettega, che se avesse segnato il suo primo gol, dopo uno slalom da “classico del calcio”, oggi si vedrebbe incoronato come un santo popolare. Bobby ha compiuto movimenti di gioco con la soavità del miglior Dominguin nell’arena. Al momento della stoccata trova tre traverse ungheresi, un tacco volante tedesco, un ammasso di corpi alemanni sulla riga di porta. Se vuole, vado io per lui a Lourdes, testimoniando comprensione e affetto. Non è possibile inventare, eseguire e concludere uno spartito impeccabile e poi ritrovarsi davanti una diabolica “incompiuta”, tre e altre tre volte. Mi hanno raccontato i fotografi degli insulti che Bettega raccoglieva da parte dei giocatori argentini, durante la “notturna” che ci valse il primo posto nel girone iniziale. Sono i soliti insulti che tutti i giocatori professionisti si sparano l’un l’altro, ansimando. “La puta di tu madre”, fischiavano tra i denti e spruzzando sudori i vari Passarella e Tarantini e Ortiz. E lui, curvando nello slalom, arrivando prima su un pallone alto per proteggere Zoff, rispondeva per le rime: non è che le “varianti” a questo vocabolario ci siano sconosciute.

Oggi, chissà le amare parole che Bettega rivolge a se stesso, al caso, ai misteri balistici che in pochi centimetri vogliono punirci secondo i loro vizi crudeli.

E tuttavia: stiamo allegri, non è un invito, è quasi un dovere, soprattutto quando c’è ancora gente che si diverte a inventar sciocchezze micidiali. Pensate: un tizio — di recente aureolato con pretese sociologiche — scrive su un “quotidiano-chic” della capitale un suo articolo da “quiz”. Secondo lui, Bearzot avrebbe “tradito” il patto concluso a Parigi con Menotti, battendo al “River” questo Luis Cesar che mi sembra la controfigura di Gary Cooper malandato. Ebbene: a Parigi, nel giorno dell’”amichevole” Brasile-Francia che tanto illuse Hidalgo, io c’ero, con Bearzot. Abitavamo nello stesso albergo, dopo la gara attendemmo invano Menotti in un ristorante. L’argentino non potè arrivare per un improvviso diluvio e mancanza di taxi. Ma il tizio dello “chic” e del “quiz” non lo sa, e allora produce calunnia storica. Siamo alle solite. La cricca critica tante ne fa e ne consuma che ormai aizza pure gli ebdomadari. Gli inviati e i fotoreporter dei settimanali si occupano infatti delle nostre beghe, ci fotografano a colori mentre gridiamo, scriviamo, telefoniamo in tribuna, “montano” casi anche divertenti.

Viene un tale e mi fa: “La critica di calcio italiano ha sbagliato tutto, nelle funeste previsioni di questo ‘Mundial’. Tranne tu, che sei considerato un ‘padrino azzurro’. Che ne dici?”. Come sarebbe: che ne dico. Ne “dico” tutti i giorni, da mesi. E gli altri corrano a rimestare le loro inacidite polente. Ma sì, correggete pure le vittorie e anche i pareggi, spostate l’alfiere e levate la torre, affrettatevi a dare nuovi consigli al “vecio”, dimenticate le accuse di “cada verismo” che avete cinguettato fino a ieri. A noi basta la sostanza, il gioco, basta persino — maledizione — questo zero a zero che ha sbatacchiato gli alemanni nella fossa della tremarella. Domani, al “Mundial”, è ancora un altro giorno. Come a Broadway Gioca l’Argentina e il cineoperatore è sommerso da un’ondata di cartaccia.

È un mezzogiorno speditoci direttamente dall’inferno. Sembra di galleggiare nella pece. Ogni angolo di Baires è una scheggia bituminosa, ogni strada è un torrente, ogni piazza è un lago. Chi è andato al’”Hindu Club” a visitare gli Azzurri tornerà con l’incubo di certi protagonisti fantascientifici che abitano un mondo dove piove sempre: le grandi “carreteras” sono ingombre di camion rovesciati e chi sa guidare procede a muso storto, come i motoscafi. Questo non è un uragano, ma l’anticipo del diluvio, anche se i cittadini di Baires, remissivi, rassegnati a tutto (ma non a perdere il Mundial, beninteso) lo definiscono “una aguada”. Altrove il diluvio è autentico: nella provincia di Misiones, ad esempio, le strade scompaiono, la fanghiglia cresce fino a un metro e mezzo, terra, d’un rosso violento, sembra bollire come durante un terremoto. Ma ci basta cosa succede qui nella capitale federale: se cerchi di attraversare un solo tratto di marciapiedi, puoi buttar le scarpe, dopo.

A molti non resta che far circolo e chiacchiera ricreativa nel centro-stampa, dove arriveranno anche Franchi e Carraro. C’è chi mastica amaro per i mancati gol di Bettega, chi pretende “escalation” al titolo, chi teorizza sui brasiliani, chi filosofeggia sul football come spettacolo “ingiusto” e proprio per questa ragione eterno, popolare: distribuendo “ingiustizie” ad Argentina o Italia o Perù o Polonia, il fascino resta intatto, il popolo dell’intero pianeta soggiace al richiamo e al mistero. Sui giornali argentini ricompare Jorge Luis Borges, sempre lieto di concedere interviste e malignità talora sublimi. Il vecchio scrittore cieco ama esporre vezzi verbali che lo fanno definire un “nino terrible” malgrado sia nato nell’altro secolo. Detesta il calcio, lo considera uno sport “stupido”, una “miseria”, una “frivolezza” che fa spendere troppi soldi in alberghi e campi da gioco. Preferisce il duello autentico, che sportivamente si ritrova solo nel pugilato (Omar Sivori gli ha risposto brutalmente: ma come fa a giudicare, se non ci vede?).

Per il lettore dal palato fine trascriverò qui alcune delle ultime battute filosofanti di Borges. Ha dichiarato che la psicanalisi è solo il lato osceno della fantascienza, ha ribadito di sentirsi anarchico ma in disaccordo con la società capitalistica, per cui crede nella dittatura militare (in altra occasione sostenne che solo i militari possono aver diritto al governo perché sanno portare i guanti). Borges si diverte a seminare scandalo, e va capito: la sua stessa statura di mito lo costringe a demistificazioni continue, che nascondono un segreto, la noia e l’orrore del vivere. Ma so che il lettore mi attende a diatribe e narrazioni pallonistiche. Eccomi, o lontano fantasma. Oggi è giorno di diluvio e di pace sull’erba fradicia di ogni campo da gioco. Cerchiamo di sorridere.

La prima è questa, e riguarda un noto reporter televisivo. Confonde i giocatori (Tardelli per Cabrini) ma non lo si può certo condannare: lui era abituato da tempo a star tra le nuvole con gli astronauti.

È di aspetto dolce e mansueto, ma rigorosissimo a rifar riprese — il cui costo ignoriamo per pudore — se non gli riesce subito la battuta. I colleghi lo chiamano il “sano immaginario”, perché dietro quell’aspetto sportivo cova dubbi e mal di pancia, ma non ditelo a nessuno, sennò con “mamma Rai” ho chiuso. Poi, c’è la valutazione che i critici argentini distribuiscono nei loro giornali pesanti tre chili l’uno. Se hai tre palloni-gol e non li metti dentro, puoi chiamarti Bettega, essere considerato un “clasico de la pelota” ma ti affibbiano “quattro” come ad Antognoni. Se lavori poco e pari un solo pallone gol non avendone altri da prendere tra le mani e ti chiami Zoff, anche se sei San Dino ti becchi solo “sei”.

Conta la quantità della realizzazione, insomma, altre finezze, altri “distinguo” non vengono ridotti a cifra. Ora darò retta ad un ignoto (ma forse è uno scherzo) che mi ha inviato un telegramma richiedendomi altre storielle di gusto “porteno”, cioè tipiche di Baires. Mio caro — dico subito come premessa — non spenda soldi alla posta, queste storielle le raccatto con fatica e gliele invio come ultimo capitolo. Non appartengo a quella strana specie di italiani (tutti grassissimi, dipinti, imbrillantinati, che qui lavorano come comici in un varietà che ricorda i nostri Anni Venti: sono volgari ma con grazia, parlano sboccatamente ma con reticenza, si circondano di “subrettine” piene di cipria e lustrini che farebbero singhiozzare un vecchio degustatore degli avanspettacoli torinesi e milanesi).

Ecco le storielle di gusto “porteno”: c’è un indio nel deserto, non mangia e non beve da tre giorni, non fa che trascinarsi sulle croste d’un territorio bruciato dal sole. Cade a terra, e cadendo trova una vecchia lampada di tipo orientale, arrugginita. Forse è quella magica, pensa il povero indio, e la strofina. In effetti, gli appare il genio benefico. Chiedimi tre cose e sarai esaudito, gli si inchina il genio. L’indio riesce a balbettare: muoio di sete, voglio un recipiente d’acqua. Il genio gli oppone: tre cose una dietro l’altra, o non avrai nulla. E l’indio, cercando di non smarrire la ragione e sentendo che è venuto il momento per rifarsi la vita, enumera: il recipiente d’acqua, il desiderio di essere bianco, ma d’un bianco splendido e — come terzo prodigio — che tutte le donne, vedendolo, gli si buttino addosso. Il genio obbedisce e lo trasforma in un bidet.

Torniamo al “balun”, che tutti ci condiziona. Gli argentini, dopo i due gol di Kempes alla Polonia di Deyna ectoplasmico, pensano di poter arrivare fino all’ultimo gradino della scala mondiale. La gara di domani con il Brasile potrà essere decisiva. Artemio Franchi, vicepresidente della Fifa e presidente della commissione arbitrale, confida che per la scelta dell’arbitro hanno ponderato, in sei, ben tre ore e mezzo. Sarà — come abbiamo già scritto — l’ungherese Palotai, garanzia massima. Si è escluso che potesse fischiettare un sudamericano, sempre tendente alle espulsioni. Già alcuni mesi fa,

nientemeno che Kissinger, amatore di football, sostenne che una “finale” tra sudamericani si sarebbe consumata come orgia di randellate per finire tre a tre. Non gol, sia chiaro, ma tre uomini ancora in campo al novantesimo minuto contro altri tre. Per evitare questa partita tra Orazi e Curiazi, ecco dunque Palotai: ma l’attesa degli “aficionados” è già cruenta. Per un biglietto che consente di entrare nello stadio di Rosario, un argentino darebbe tutto, denari e famiglia, il posto di lavoro e l’automobile.

Ed ecco un discorso di Artemio Franchi che ci riguarda da vicino. Dice il nostro “granduca”, sottolineando le parole: “Il bel gioco degli azzurri, la loro correttezza in campo, i loro spiriti battaglieri ma lealissimi sono stati visti dai diversi arbitri come un fatto straordinario. Questo è già un patrimonio che abbiamo messo in cassaforte e che dovremo non perdere nei prossimi anni. L’immagine che la squadra italiana ha dato di se stessa è talmente positiva che va valutata per le proiezioni future, sia a livello di club sia a livello di nazionale”. Poi, naturalmente, con ironia senese, il granduca aggiunge: “Naturalmente, era più divertente, per me, vedere giocatori catenacciari che si difendevano per ottananove minuti e andavano in gol, o magari vincevano per autogol, al novantesimo. Sono un uomo del ‘palio’, o no?”. Ma sprizza felicità dagli occhi. Il calcio ben condotto e bene svolto sul campo riesce ad allargare i suoi cerchi in molte direzioni, offre credibilità, impone rispetto, stimola curiosità.

Molto esplicitamente, ci vien domandato sei volte al giorno: come mai da un’Italia così mal ridotta e angosciata siete riusciti ad esportare un gruppo d’uomini che funziona tanto bene? Non è sempre facile rispondere, credete a me. Dopo il primo turno del girone finale tutti stanno mettendo la sordina, nascondendo le grancasse usate fino a ieri l’altro. Allenatori come Happel (l’austriaco al soldo olandese) e commentatori come Lorenzo non indicano più un “favorito”, gli equilibri sono strani ma anche logici e affascinanti. Alla Germania mancano “punteros”, agli argentini mancano centrocampisti di cervello (tranne Ardiles), ai brasiliani fanno difetto i “goleadores” che sappiano tradurre in rete il lungo lavoro ai fianchi a cui i giallo-zerdi sottopongono l’avversario, asfissiandolo a furia di passaggi. Agli olandesi non manca nulla, forse, tranne qualche anno in meno e il genio di Cruyff.

E agli Azzurri? Non vogliamo porci questi interrogativi, che stonano in un momento di fiducia e che potrebbero solo innervosire chi ha seguito, qui a casa, i “passi” della nostra nazionale. Non dobbiamo darci un “test” al giorno, bisogna veramente affrontare le partite che restano senza perdere un filo dell’allegria di gioco, della calma, della sapienza tattica che ha saputo venir fuori nelle fasi più limpide. Nel giorno in cui tutti i vanagloriosi depongono le loro borie e dichiarano che bisogna star coi piedi ben piantati in terra, a noi tocca continuare proprio in ugual modo, avendolo scelto al momento dello sbarco a Baires ed anche prima. Lontani dai climi isterici di casa nostra, ogni elemento del Club Italia ha dato quanto aveva in corpo, senza scomporsi e senza sentirsi alienato da troppe pretese. La partita con l’Austria potrà offrire l’ultima verifica, al di là del “Mundialito” che oramai Enzo Bearzot tiene in cuore. Accada quel che può, tra i sogni proibiti e quelli rosei ma chiusi nel cassetto, e senza badare a coloro che oggi vorrebbero non solo questo Mundial ma anche una mandria di buoi da portarsi a casa. Datemi retta: liberatevi anche voi, nelle vostre congetture, degli avvocati diabolici, come ha saputo fare questa nostra Nazionale.

È la giornata di Italia-Austria, partita infida che solo una prestazione azzurra all’altezza delle precedenti potrà risolvere. La vigilia è stata lunga, talora infiorata di episodi che portano amarezza: a dispetto del popolo tifoso, che ormai crede in questa Nazionale e si diverte e sogna anche l’impossibile, a dispetto dello stesso Club Italia, che è concentrato, sereno, fervido e offre un esempio unico di solidarietà comunitaria, le polemiche continuano. Un tale trova il presidente Farina a tarda ora, come mi raccontano, e il baffuto “Giussy” è reso ilare da qualche bicchiere: parla di Rossi, naturalmente. Subito le sue “idee tecniche” vengono dilatate dal resocontista privo di altri appigli polemici. Uscite su un quotidiano milanese, queste solennissime cretinate smuovono mari e monti, il Club Italia e Bearzot sono subissati di telefonate transoceaniche, intervengono le famiglie, lo stesso Rossi si scusa, dice “non mettetemi in cattiva luce con i miei compagni, per piacere”, e via discorrendo.

È un episodio perfettamente risibile, se non fosse che gli scandalisti di professione, malgrado le vittorie azzurre, malgrado gli elogi di tutta la stampa mondiale, malgrado gli stessi lettori italiani, denunciano sintomi di rabbia e di insofferenza imperdonabili. Non si è abituati né a vincere né a capire. Allevati nel clima della rissa, gli autolesionisti della critica sostengono — sono le loro esatte parole — che “non si sa cosa scrivere», che «purtroppo” l’Italia va avanti. Questo fatale “purtroppo” è stato sbattuto in faccia a Franco Carraro, che allibisce e con ragione. C’è gente che aspetta solo una caduta, sperabilmente un tonfo, per poter dar la stura ai veleni riposti. C’è altra gente che seguita a disegnare su lavagne immaginarie un’altra Nazionale, e ripete che il “vecio”, pur vincendo, ha sbagliato tutto. Confesso che mi vergogno molto. Personaggi come il presidente Farina non hanno colpe, se non di ingenuità: ma dopo aver parlato, bisognerebbe sottoporli alla prova del palloncino, come fanno nel Nord Europa con i guidatori che trincano un bicchiere di troppo. E agli altri, che li incastrano con le loro interviste, a tutti coloro che denigrano, correggono, artefanno la Nazionale vincente, bisognerebbe imporgli la prova del guanto di paraffina, dopodiché vietargli l’uso della biro e della portatile.

Eccovi ora la cronaca di questa vigilia. Parto all’alba per l’”Hindu Club” e quando siamo alle viste del “ritiro azzurro” sento un odore strano. È un odore antico, che conosco bene, mi torna alla memoria e nelle narici dopo quarant’anni. È l’odore delle caserme, di sudori rappresi, cuoio vecchio, panni militari. Infatti, dietro il muraglione e una siepe, improvvisamente appare la truppa. È lei la fonte di quell’odore, simile agli olezzi che mi avvolgevano da ragazzino, quando mio padre ufficiale mi portava a studiare e far compiti in caserma, a Piacenza. La truppa sta svolgendo le prove per il “giorno della bandiera”, uno dei tanti appuntamenti che costellano il calendario militare argentino. I soldati sono giovanissimi (la leva li chiama a diciotto anni), hanno volti olivastri contadini, divise color verde opaco, buone scarpe, armi più pesanti delle gambe. Sotto gli elmetti, sorrisi, sussurri. Siamo costretti a passarli in rassegna.

È come un film di Alberto Sordi. Gli ufficiali tengono la spada sguainata, è una lunga spada che tocca quasi terra, hanno sguardi assenti e severi. L’ultimo della lunghissima fila che fa quadrato intorno alle bandiere ancora incappucciate, mormora in un filo di voce: “Di che Paese sei?”. Rispondo: “Italia”. E lui: “Forza Italia. Hai una sigaretta?”. Gliela faccio scivolare tra la mano e il mitra. Dentro l’”Hindu” le iene interroganti stanno assediando come al solito Bearzot, che risponde, pacato, ogni tanto con uno scatto di insofferenza. Perché le domande sono sempre quelle, e perché le insinuazioni esasperano. Parlo con Zoff e Facchetti: sì, brividi di speranze serpeggiano, bisogna battere l’Austria e si vedrà. Romeo Benetti non sa ancora darsi pace del pareggio coi “deutsch”. Gli dico: “Anche noi adesso proviamo le rabbie che una volta tacevano impazzire gli stranieri, quando la Nazionale azzurra catenacciara per qualità di uomini e di schemi, strappava identici risultati”.

Risponde il realistico Romeo: “Certo, però non me ne importa un cavolo. Non eravamo noi quei giocatori. Il nostro calcio è questo, e il calcio è sempre ‘un presente’ mai il passato”.

Nel pomeriggio mi reco all’albergo Sheraton per render omaggio al “granduca” Artemio Franchi. È assediato da inviati, carte, conti (presiede anche la commissione finanziaria del “Mundial”, una tra le più laboriose e rognose). Bisogna parlare della Cina e dei futuri “Mondiali”, che potrebbero diventar elefantiaci passando da sedici a ventiquattro squadre. Franchi è un amabilissimo conversatore, e un sapiente di questi “giochi”. Le accuse di furbizia Io lusingano. Chiacchieriamo al ventesimo piano del grattacielo, che è sorvegliatissimo per “securidad” da agenti in borghese. “La questione cinese è la vera palla al piede di questo ‘Mundial’ — esordisce Franchi -. Come si risolverà? Non è facile, per motivi procedurali. Tutti sono d’accordo, in linea di principio, ma le ‘patrie’ del calcio, cioè l’Europa e il Sudamerica, che costituiscono il novanta per cento della forza viva pallonaro, sono costrette a difendersi. I quarantatre Paesi che esprimono calcio vero, se accettassero, attraverso una votazione semplice, la Cina, introdurrebbero un ‘principio’ grazie al quale, in altre votazioni future, verrebbero sommersi dai centocinquanta Paesi che fanno parte della Fifa. Ed una maggioranza di tre quarti finora non ha espresso il voto favorevole necessario. Inoltre Taiwan è molto abile nel procacciarsi alleati, per contrastare il passo ai cinesi”.

Gli chiedo se sarà presidente della Fifa nel 1982, come dicono tutti e come in molti si attendevano già quest’anno. Franchi sorride, malizioso ma esplicito. “Diciamo che ho dato una robusta mano ad Havelange, nelle ultime eiezioni. Poteva non uscire, ho trovato una formula che è stata definita ‘una solución fiorentina’, cioè machiavellica, sofistica. Non mi sono affatto offeso: ‘fiorentino’ è un aggettivo che mi spetta di diritto in tutti i sensi, cominciando dalla nascita. Io presidente? Non credo proprio. Per tenere quella poltrona bisogna essere o miliardari o pensionati. Ho perso le speranze di diventare miliardario e non ho ancora l’età per la pensione. Havelange ha compiuto un ‘tour’ di 243 giorni in visita a tutti i Paesi, per il voto. In un anno. Come potrei, io?”. Infatti si dice che il brasiliano abbia versato dal suo copioso portafogli qualche centinaio di milioni per il giro elettorale.

Sospira Franchi: “Non parliamo di cifre: sono tutte là, nel mio cassetto segreto”, e indica il tavolo da lavoro. Poi continua: “Diciamo che per sopravvivere bisogna, ogni tanto, cambiar cavallo”.

Non so cosa accadrà tra quattro anni. So che il buon Havelange mi mette nei guai tutti i giorni, indicandomi come il suo successore: di qui grane, inviati, colloqui, richieste senza fine, siano malesi o americane o cinesi. Questi cinesi, poi: sono venuti con la loro delegazione nutritissima. Hanno tenuto discorsi di sette ore. Bisogna che si adeguino un pochino, no? Forse andrò in Cina, in autunno. È importante. Non possiamo ignorare un continente, anche se il football tradizionale deve in qualche modo cautelarsi. Lo stesso progetto di ingrandire il “Mundial” per fortuna sta perdendo fascino.

Anche gli spagnoli, che dovranno organizzare il prossimo torneo, si rendono conto che nascerebbero problemi insolubili. Non basterebbero più “rose” di ventidue uomini, i calciatori professionisti rischierebbero di estenuarsi in un calendario mostruoso. Questa formula “a sedici” è l’unica possibile. In ogni caso, anche se capitasse il peggio, Europa e Sudamerica non perderebbero, in percentuale, perché aumenterebbero le squadre partecipanti delle nazioni-guida”.

Si torna alla Nazionale, consolazione e speranza di tutti. Artemio Franchi è chiarissimo: Sono andato a trovare i ragazzi e Bearzot, ieri. Abbiamo chiacchierato a lungo. Tutti ricordiamo le diatribe messicane o germaniche nel ’70 e nel ’74. Per tacere delle precedenti, dal Cile al giorno della Corea (è il mio quinto mondiale, questo). Mai abbiamo avuto un gruppo d’uomini così unito, così convinto e pronto al “tutti per uno, uno per tutti”. Bearzot ha compiuto un lavoro di prim’ordine, quasi insperato. So che un elogio federale può contar relativamente di fronte all’opinione pubblica, ma è la verità, per fortuna suffragata da risultati di grande prestigio. La gente ci ammira e ci rispetta e ci ama: da quanto non accadeva? Oggi è diverso. Da quanto tempo si parlava di noi come di individui isterici, magari talentuosi ma fragili di nervi e apportatori di scandali? Oggi è diverso, i meriti del “vecio” sono grandissimi. Sono d’accordo con lei su un punto: che Bearzot ha un torto, di dar troppo retta agli strilli sia di un grande giornale sia dell” “Eco di Abbiategrasso”. Io gli consiglio sempre di ignorarli nella giusta misura. Lei invece si diverte, vero? È evidente: è tra i rarissimi che ha avuto ragione”. Grazie, “granduca”. Spero di divertirmi ancora oggi, al “River”. È indispensabile. Anche se una quarta vittoria italiana o un forzuto pareggio non placherà le iene, siano analfabete siano plurilaureate. Azzurri di Bearzot, “adelante”, e non curatevi di loro.

Forse siamo tutti ipertesi. Forse ha ragione la pubblicità argentina, che ad ogni angolo di strada invita a farsi misurare la pressione: sovente, nella zona pedonale di Baires, si vedono uomini e donne che offrono il braccio a un infermiere, a un medico, presso un apposito baracchino tipo cabina telefonica e attendono il responso. Il “mese della ipertensione arteriale” coincide con il “Mundial” e potrebbe non essere un caso. Dice la pubblicità, tetramente: “En el mundo hay 800 millones de hipertensos, 400 mìllones de ellos lo ignorati”. Forse è un ammonimento da appendere anche nei vari “ritiri” delle squadre: giunti a pochi passi dalla fine, non solo gli stinchi ma le arterie rischiano di saltare in aria.

Enzo Bearzot mi ricorda ormai il leggendario Manolete, la massima “figura” della corrida spagnola. Via via più scavato, più sofferente, più richiesto, più invitato al rischio, più solitario, Manolete si fece incornare perché da lui si pretendevano cose folli, che combattesse non a cinque centimetri dal toro ma quasi cinque centimetri “dentro” il vello del toro. Fu stoicamente pronto ad offrirsi al corno: morì perché non era stata ancora inventata la penicillina. Anch’io ignoro il medicamento adatto a lenire gli umori del “Vecio”. Forse è troppo sensibile, forse reagisce con eccessiva irruenza e ingenuità e calore umano agli attacchi. Un altro, al suo posto, riderebbe. Zio Ferruccio era un impermeabile assolutamente restio a lasciar passare una sola goccia di pioggia nemica. Il buon Enzo no. Ho capito perché mangia solo dolci: la carne lo nausea, da troppi mesi si rode il fegato.

La sua purezza di “monaco della pelota” gli vieta di diventar refrattario alle critiche altrui, in modo quasi commovente. Vorrebbe drizzare le zampe dei cani, introdurre realismo nelle genti, insomma si abbandona a tutte quelle disperate operazioni che consumano un uomo. Ma questo è il mondo del calcio, che grazie alle “agudezas” italiane diventa una giungla. Anch’io avrei qualcosina da ridire ai vari amici intellettuali (da Compagnone a Manganelli) che si sono sentiti spinti ad interloquire, travolti o stravolti dai casi del “Mundial”. Ma me ne guardo bene: se la Nazionale è “piatto unico” e di tutti, anche loro hanno il diritto di sottilizzare, di sentirsi dentro oppure ai margini, di portar ipotetici mattoni o colpi di piccone alla casa comune.

È giorno di partite decisive, traumatizzanti, importantissime, e naturalmente, a parte il commento notturno sull’incontro tra Azzurri e austriaci, mi tocca questo intervento in fuorigioco. È un’occasione per meditare, se non proprio per trarre bilanci. Baires ha ritrovato il sole, l’erba del “River Piate” ha potuto asciugarsi, gli abitanti festeggiano il fine settimana come sempre mangiando, andando nei parchi a giocare, i bambini con gli aquiloni, gli adulti tentati dalle barche sul lago. Mi impressiona molto la curiosità, mai timida ma ferma, degli abitanti di questa metropoli senza fine. Domandano, interrogano, vogliono sapere cosa si pensa dell’Argentina in Europa. Lo pretendono in maniera molto diretta, con un candore provinciale. Pensate un po’ se un parigino, un londinese, un milanese si sognerebbe mai di domandar certe cose. Nemmeno i turchi di Istanbul. I “portenos”, sì. Lo fanno con trepidazione e per affetto vero: amano l’idea che hanno dell’Europa, se non proprio i paesi europei che considerano rissosi e via via più estranei, relegati in una dimensione preistorica.

Ieri, in trattoria, mi si è appiccicato un tizio che è vissuto anni a New York (molto bella la pronuncia che suona “nuevagiorga”) e ha conosciuto Italia, Francia, Germania. Mi ha ripetuto per dieci volte: “Noi siamo un paese del futuro. L’Argentina ha tesori di petrolio mai toccati, ha tutto il gas naturale che le serve, ha territori vergini immensi, ha le migliori carni, le migliori frutta. Il vino viene comperato dai francesi che lo annacquano, lo trattano col solfito, gli appioppano un’etichetta pomposa e lo rivendono diecimila volte più caro. Voi siete lontani, siete troppo antichi”. Tutto vero. Però, qui, lo stesso pranzo che stiamo consumando costava ieri mille e oggi seimila, domani ottomila, dopo il “Mundial” è prevista una nuova ondata inflazionistica. E l’altro, scuotendo la testa: “Noi abbiamo profumo di naturalità. In America hanno solo profumo di dollari, in Europa c’è stanchezza. Qui faremo il paradiso”. Auguri sinceri.

E vengo a raccontarvi un secondo incontro. Il personaggio in questione è brasiliano, si chiama Milton Jose De Oliveira, è giornalista del quotidiano “O Estado de S. Paulo”, avrà un quarantacinque anni, e bracca gentilmente i colleghi italiani rivolgendogli sempre una sola domanda. Milton Jose ha cinque fratelli. Tutti hanno sposato ragazze di paesi diversi. La moglie di Jose è tedesca, un’altra è inglese, una terza cognata è portoghese e così via. Siccome sono carichi di figli hanno deciso, quando si radunano, che la lingua comune sia l’inglese: finirebbero per non capirsi più, se parlassero in idiomi disparati. Il nonno di Milton Jose c dei suoi fratelli era un italiano della Garfagnana, morì (Jose possiede i documenti) a centoventi anni e prima di chiudere gli occhi disse ai nipoti: “Ricordatevi. Ogni volta che dite la verità, piantate un pioppo”. Da allora, Jose e i suoi fratelli cercano un italiano che gli spieghi cosa significhi letteralmente e metaforicamente quella frase. Sì, il significato lontano, arcaico, contadino, è percettibile, ma Jose vorrebbe conoscere l’origine, a quale zona della Garfagnana appartiene, insomma, l’albero da cui spunta quella fogliolino di sapienza.

Andiamo avanti, un “Mundial” gronda storie e conoscenza da ogni sua piega. Ho scoperto, per esempio, che una certa “rolata” una sorta di polpettone, viene chiamata “Pio Nono”. Nessuno sa dirmi l’origine di questo ardimentoso battesimo culinario, si ordina “Pio Nono”, Io si mangia e non esiste l’esperto che ti illumini il cerebro anziché lo stomaco. Passata questa domenica, restano tre partite per quei “peloteri” che avanzeranno fino alle finali del “Mundial” e quattro per chi dovrà raccontare le imprese di primi, secondi, terzi, quarti. Poi calerà il sipario su una manifestazione che ha impegnato tutti allo spasimo, e diremo addio a questa città clangorosa, malinconica eppure strepitosa. Interrogandoci tra di noi, scopro che abbiamo opinioni diversissime. C’è chi giudica ipocrita il modo di vivere argentino, c’è chi lo trova splendidamente naturale, semplice. C’è chi si è divertito, c’è chi sogna di tornare a casa subito e farebbe giocare quelle famose partite in un unico pomeriggio, fino alla morte per asfissia sul campo. Io mi accontento di guardare i volti antichi degli argentini.

Si parla troppo sovente dei legami, ancestrali o recenti, che questo paese ha con Spagna e Italia, le sue “prima y segunda marna”, in verità mi sembra di percepire solo cosa “manca” di vero spagnolo e di vero italiano ad un popolo che ci assomiglia ma è profondamente diverso e ha dovuto mediare, dentro di sé, negli anni, una storia che non ci riguarda, che è soltanto sua. Non esiste, ad esempio, l’argentino che sia artigiano pari ad uno spagnolo o nostrano. L’argento non lo sanno lavorare con la fantasia messicana. La gente è nata spingendo mandrie, per distese immense, e in questo mito “vaquero”, bellissimo, è cresciuta. La borghesia è inesistente, tolti gli uomini di bottega e di studio: il proletariato che la smania industrializzatrice di Perón ha convogliato a Baires non mostra i connotati visibili nelle nostre città. Ha veramente un volto che possiamo intuire ma non decifrare. La stessa gioventù, malgrado gli atteggiamenti comuni da Los Angeles a Taranto, sembra più quieta, più mite. In qualche luogo del cuore sento di amare questa Argentina, ma è un luogo lontano.

Baires non si abbarbica addosso come Città del Messico, cerca invece di avvicinarsi con una carezza, pudicamente. Tutto qui va taciuto, la vocazione e il silenzio, così come la vocazione di certi personaggi di Borges consisteva nel ricopiare assiduamente i capolavori altrui, con esercizio maniacale rifacendo “in sé” Dante e Cervantes. San Martin Ma terminiamo in allegria, sebbene un po’sfrontata. L’eroe argentino è il generale San Martin, un guerriero di ascendenze spagnole e francesi che “liberò” il paese oltre centocinquant’anni fa. San Martin è un insieme di Garibaldi, Cavour, Giulio Cesare. Lo si trova sulle piazze di ogni contrada, dà il nome a mille strade, è un riferimento toponomastico e mitico. Stanchi di trovarlo dappertutto, noi blasfemi che osiamo “parlar male di Garibaldi”, abbiamo rifatto la sua storia, sperando che non arrivi ad orecchio argentino.

La nostra versione, elaborata con il “clan emiliano” capeggiato da Giulio Cesare Turrini, è la seguente: San Martin, dopo essere stato in Europa a studiare “da liberatore”, tornò in Argentina ed effettivamente la liberò. Tenacissimo, non smise di applicarsi, infatti i testi assicurano che liberò pure il Cile e il Perù, sconcertandoli. Voleva proseguire, naturalmente, si ritirò a Bologna, dove aprì una pasticceria che porta infatti il suo nome ed è tuttora cara ai ghiotti cittadini di quel bel luogo.

Incerte sono invece le notizie che riguardano l’aiutante del “Liberatore”, una specie di Nino Bixio, certo Solferin. Pare che anche lui, deluso ma incapace di infornare bignole, sia emigrato in quei tempi a Milano, dove comprò una strada e fondò un giornale che da allora, secondo fonti imprecisate, si chiamerebbe “Corrierinho”.

E adesso sia pure folle il sogno. O battiamo l’Olanda e si arriva in finale per una indimenticabile faida con argentini ovverossia brasiliani, o niente: varrebbe persino la pena di infischiarsene del terzo-quarto posto. L’avventura degli Azzurri è splendida: rischiano di terminare invitti il “Mundial” e non metter piede — per via della differenra reti — sulla gramigna del “River” domenica prossima giorno della conclusione. Questa è la realtà d’oggi, a cui bisogna opporre il folle sogno, maledicendo ancora il tacco di quel tedesco che deviò il pallone-gol di Bettega, l’ammasso di corpi ancora tedeschi che negarono nuovamente a Bobby la zampata vincente. Certo una lotta per il terzo-quarto posto, a lume di ragione, è più che lodevole, è addirittura la laurea per la “gestione Bearzot”. Pochissimi l’avrebbero sottoscritta un mese fa. Ma a chi ha attraversato la giungla di questo “Mundial” suonerebbe come cenere statistica. O il titolo o tutti a casa, imbattuti, stralunati.

Contro l’Austria, che a parere del suo allenatore ha giocato cento volte meglio dello “standard” solito, la squadra italiana non ha brillato granché, pur strappando la vittoria. Anche se avesse dilagato negli ultimi minuti con i possibili gol di Tardelli, Cuccù, Graziani, alcune annotazioni critiche sarebbero rimaste. Serpeggia una certa stanchezza, più che logica, più che normale. Acciacchi e qualche malanno non possono guarire in pochi giorni di distanza tra l’una e l’altra gara. Ma non saremo certo noi a schierarci tra coloro che ancora una volta “correggono la vittoria”. Il paragone è tentante, e non vorrei che risuonasse blasfemo: ma se il “vecio” compisse il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, state certi che uno dei commensali, benché affamato, si alzerebbe in piedi opponendo: io voglio una cotoletta (alla milanese, naturalmente).

Dopo quattro vittorie e un dannato pareggio, il Club Italia tiene testa alle incognite del “Mundial” con una dignità che supera il fiatone. La gara con l’Olanda sarà orrenda: perché i tulipani giocano a zona, non si lasciano marcare stretto; perché il truce allenatore austriaco Happel è un pessimo ricordo per gli juventini; perché il blasone dei vari Rensenbrink luccica ancora intatto; perché l’”arancia meccanica” orfana di Cruyff mantiene un suo ritmo variabilissimo; perché tra le quadre che sono “cresciute” durante questo “Mundial” è proprio l’Olanda a denunciare sintomi di maggior salute, anche se ha sofferto davanti alla Germania, anche se è stata battuta dagli ubriaconi scozzesi nel primo turno. Il folle sogno prevede solo vittoria. Un pareggio — onorevole ed eccezionale — ci lascerebbe fuori dal giro. Vecchi e provati cuori di critici onesti coltivano questo sogno pazzo, cosi come l’ultimo tifoso nascosto in un bar italiano. Dopo tante prove di sapienza manovriera, gli Azzurri si trovano contro una realtà durissima, ma la partita è ancora da giocare, quindi siano libere le congetture e le speranze. In caso contrario, diremo addio a Baires, ugualmente soddisfatti seppur non felici: perché una “escalation” così come l’ha compiuta questa nostra squadra è già un’impresa enorme.

Gli argentini ci guardano con affetto e sbigottimento. Hanno naturalmente festeggiato il pareggio coi brasileri, invadendo strade e piazze, sporgendosi da camion imbandierati, sbucando da ogni bagagliaio di macchina con teste e stendardi e tromboni e fischietti. Dopo le paure subite a Rosario di fronte ai vari Toninho, “sentono” odore di finalissima. A gennaio sostenevano: sarebbe bello giocarsela tra di noi, cari fratelli italiani. Ora preferirebbero olandesi e tedeschi: ora hanno un pochino il “complesso”, avendo perso la partita d’assaggio nel primo turno contro gli Azzurri. Orazi e Curiazi Tra “crollo” e “cariocas” sono volati pugni, sputi, insulti, calci. La partita di Rosario ha annoverato feriti, barellati, sciancati, ammoniti, secondo ogni regola sudamericana. L’arbitro Palotai è un genio: naturalmente cinico. Ha lasciato che Orazi e Curiazi si massacrassero a vicenda. Forse desiderava anche lui che la gara finisse in sei contro sei, ma non espulsi, bensì ospedalizzati. Un’occhiatina casalinga l’ha concessa, ma con soave dominio della rissa collettiva. Ma cosa ce ne importa?

Dal novantesimo minuto in poi di Italia-Austria, non si parla che di noi, nel clan italiano. Tutti i riferimenti al calendario e alle possibilità altrui sbiadiscono al pensiero che gli Azzurri debbono affrontare i tulipani e poi… È un “poi” indecifrabile. Già ieri hanno cominciato ad imperversare i consigli, le voglie, le diatribe di chi vorrebbe in squadra cinque o sei uomini nuovi. Come se questa Nazionale potesse all’improvviso “ridisegnare” se stessa e, nei cambiamenti, trovare una seconda immagine vincente. Qui non siamo — aprite bene gli orecchi — nella situazione di Città del Messico, quando si poteva alternare un uomo all’ormai smunto Domenghini o unificare Mazzola legandolo alle costole di Rivera. Qui il “collettivo” è dominante: questa Nazionale non può prescindere da Bettega e Rossi, Bettega non può fare a meno di Causio, mentre Causio si muove sapendo di trovare al fianco Tardelli e Benetti oppure Cabrini che fugge sulla fascia laterale. Si deve giocar “fiochi”, perché rivoluzionare i reparti sarebbe una sfida suicida. Meglio “fiochi” che arruffoni e alla ricerca di schemi inusitati.

Il buon “vecio” può sostituire un uomo (durante la partita), ma non è certo in grado di alterare la fisionomia del “collettivo”. E lo diciamo con tutto il rispetto che meritano i Sala e i Pulici. Dovremmo già ora ritenerci appagati. Soltanto gli scribi e i farisei hanno trovato da ridire su questa nostra Nazionale. Il popolo tifoso l’ha riscoperta con amore, la critica onesta ha subito scritto che un Club Italia così ben condotto, così portato al gioco, così moralmente fervido, non lo si vedeva da quarant’anni e più. Ma la tentazione è anch’essa irresistibile, fa persin male, anche a coloro che sanno vedere con realismo e non intendono illudersi. Speriamo perché è doveroso e bello.

Abbiamo fede perché questa stessa fede i “fratellini azzurri” se la sono meritata in maniera amplissima. Ma conosciamo anche il loro attuale “grado” di forza, che naturalmente non è più quello dei primi di giugno. Le ansie, il sogno, i dubbi realistici o impossibili covano anche tra gli uomini di Bearzot, potete star certi.

I “bookmakers” di Londra, che sono astuti e di incallita esperienza, hanno abbassato le loro quotazioni a partire dagli inizi del “Mundial”. Anche loro sono stati sorpresi da “questa” Italia. Ma oggi i calcoli (e mi scusi il signor computer) diventano stracci di nebbia, aria fritta, fuga di sensazioni contraddittorie. Oggi la realtà è lo stinco del signor Rep, così caro ai “granatieri” memori del Bastia. Oggi il muro da scalare si chiama Van De Kerkhof, si chiama Krol. Oggi la punta della lancia nemica è il muso affilatissimo di Rensenbrink. Qui non servono più le variazioni sul pallottoliere ma i polmoni e un briciolo di “suerte”. Quando arrivammo secondi, nel ’70 in Messico, per poco non venimmo linciati all’aeroporto di Roma, al ritorno. Avremmo perso dieci volte su dieci davanti al Brasile del “rey” Pelé, anche possedendo un triplo Mazzola, un doppio Rivera e un Riva al cubo. Gli appetiti tifosi sono incontentabili e forse anche questa incontentabilità — unita ai sogni — dà forza al calcio.

Oggi è diverso. Siamo venuti in Argentina alla ricerca di una conferma dei nostri valori, alla caccia di un prestigio che risultava polveroso, se non addirittura perduto. Tali valori e tale prestigio hanno costituito una delle rare perle del “Mundial”. Ho scritto fino a ieri l’altro: non lo vinceremo, questo titolo, ma lungo il sentiero del torneo abbiamo ridato un volto al football nostrano, abbiamo ritrovato una dignità di gioco decisiva per il futuro. Oggi, il sogno insiste. È pura follia, dico a me stesso e a voi, ma non possiamo vietarci di sognare. Sappiamo che i limiti di questa Nazionale sono interni, non esterni. Se Paolo Rossi non avesse giocato oltre settanta partite durante l’anno, ma avesse lo smalto della sua quarantesima gara, se Bettega avesse “in grigliato” quei palloni nela rete tedesca, se Bellugi potesse venir fuori dai suoi acciacchi come il diavoletto di Cartesio: già, stiamo cadendo nelle tentazioni e nelle ipotesi, proprio noi che odiamo i “se” ed i “ma”.

Non vietiamoci una visione rosea. Anche se poi sarà arancione, cioè color maglia tulipana. Il “vecio” sta programmando l’ultimo atto della sua spedizione in Crimea: conta i piccoli bersaglieri rimasti, gli palpa i muscoli logorati, ascolta le confidenze. È lui il medico e lo stratega. A noi tocca l’attesa, poche ma lunghe ore che ci riporteranno al “River”, agli inni nazionali che alterano persino il volto del grande Zoff, agli schemi di una partita ostica e per adesso indecifrabile. Sperare non costa niente, dice un proverbio a cui fa seguito una sentenza piemontarda antica: sperare è la consolazione dei dannati. E noi, nel girone infernale del “Mundial”, dannati siamo. Romeo Benetti, prima della partita con l’Austria, brontolava cupo: “Gli olandesi ne faranno tre, ai tedeschi” si è sbagliato. Buon segno. Apprestiamoci a questo penultimo o ultimo atto, degno di un Amleto in pantaloni corti.

Sono tutti lì appollaiati sul ramo. Da buoni corvi aspettano il loro cadaverico pasto. Per cinque volte la “fatina azzurra” non si è lasciata dissanguare, ha respinto le insidie, ha addirittura vinto l’orco nemico, e i corvi appollaiati, a digiuno, non la perdonano. Ma stavolta accarezzano buone speranze: la mannaia olandese staccherà la testa a questa povera, cocciuta fatina e finalmente i loro becchi potranno frugare nei visceri moribondi. Non sto esagerando, amici. Qui, tra professori di tattiche, menagramo, gente frustrata (ma da frustate) è diffìcile emettere, in un ultimo fiato, il grido di “Forza Azzurri”. Qui corvi, jene, sciacalli, serpenti e oche starnazzanti fanno concerti incredibili. Abituati a vivere di puro scandalismo, affezionati a nuotare nel brodo delle polemiche vere o “montate”, questi cari animaletti notturni rimpiangono le belle risse d’una volta, sognano i tempi in cui si riusciva a mettere Tizio contro Caio, mentre zio Ferruccio taceva contrito.

È diventata dura, per jene e corvi e scarafaggi e pidocchi che erano soliti camminare nell’ombra o dentro i peli della Nazionale. Oggi fa scandalo l’assenza di scandalo. Dice il capitano Coutinho, comandante del battaglione brasiliano, che certi giornalisti suoi compaesani dovrebbero essere privati del passaporto. Ma Coutinho non è certo un democratico. Noi sì, quindi tolleriamo tutto. Al povero “vecio” debbono solo più infilargli un microfono tra le tonsille, tanto per gradire. Lui, buono, disponibile, intenderebbe parlare di calcio, con tutti e sempre, ma jene e corvi no: cercano gli umori segreti, cercano la faida, si disperano di non trovarla. Verseranno veleno se l’Olanda finalmente gli darà ragione. I professori di teoretica calcistica, con tanto di pipa e cinto erniario, sosterranno che Benetti non sa più correre, che Bettega era da mettere a riposo, E chissà che scandalo se neanche l’Olanda riuscirà a batterci.

Provo nausea, ed in maniera irrimediabile, non voglio inflazionare il problema, non vorrei far giornalismo sulle spalle dello stesso giornalismo, ma questa errante comunità italiana che ha lasciato la penisola per seguire il “Mundial” è un’accolita di masochisti forsennati. Accetto di andare in manicomio anch’io, purché ci portino tutti quanti. Gli argentini fanno i nazionalisti, ma non gli sono da meno brasiliani o tedeschi o olandesi, i quali non fìngono di battersi per denaro, ma al momento degli inni nazionali li vedi smuover le labbra in mute sillabe propiziatorie. I peruviani, meschinelli, ascoltano le note del loro Paese con una mano sul cuore. Persino lo zingaro Sgherro Szarmach, polacco, che sembra un bandito uscito da un melodramma ottocentesco, canta sotto i baffoni biondastri. Zoff chiude la commozione serrando le labbra.

E le jene, dalla tribuna, sogghignano, a stento sollevando il grasso didietro dallo scranno gratuito. Poi, appena Bobby esita — perché sta male — in un “pase de dribbling”, eccoli a stenterellare: “Oh, Bettega, ma va a casa”, e per sovrammercato fanno cadere l’accento di Bettega sulla seconda “e”. Ma andate alla Guyana e provate, se non altro, a scrivere le vostre memorie da “Papillon” della bassa. Per fortuna incontro il “granduca” Artemio Franchi che con sottilissima ironia dice: “Procediamo secondo i piani non prestabiliti”. E a chi sostiene che il “Mundial” è crudele perché potremmo tornarcene a casa imbattuti e non finalisti, aggiunge: “Ma sarebbe peggio un torneo ad eliminazione diretta. Nessuno lo accetterebbe più, con gli interessi che sono in gioco”.

Non vorrei che Enzo Bearzot, il quale ha sempre stimato moltissimo gli olandesi, fino a ritenerli i più probabili vincitori di questo “Mundial”, avesse trasmesso ai suoi pupilli azzurri identica reverenza. Si sa che un calciatore va pungolato, a costo di esagerarne i meriti e le capacità. Ma già mi vergogno di questo dubbio. Il “vecio” ordinerà ai suoi di morire sul campo, di ridurre a un orto impraticabile questo “River” prima di mollare le vele davanti ai tulipani. Fu proprio lui che un giorno, per rispondere ad una mia sollecitazione affinché si calmasse, affinché guardasse al gioco con maggior distacco, mi fece: “Morirei volentieri in una finale del ‘Mundial’. Morirei felice in panchina, sul tre a zero che stiamo infliggendo ai brasiliani”. È da credere, anche se tocco ferro. Ma ogni sera, quando mi metto alla ricerca di una trattoria dove allungar le gambe affaticate, vedo in certe vetrine di ristoranti di Baires i capretti crocifissi. Cuociono in circolo, attorno alle enormi braci di un fuoco che i cucinieri alimentano di continuo. Squartati e appesi a una croce di ferro, mi ricordano il buon Enzo quando è attorniato, vivisezionato, assediato da una torma di taccuini, di microfoni, biro, nastri, macchine televisive. Anche lui viene “girato” a fuoco lento.

E mai che si parli dei meriti, delle quattro vittorie o del pareggio, mai che gli venga richiesta la ricostruzione di una bella fase di gioco. Sempre, invece, scatarrano interrogativi infidi. Ma perché non si dà un turno di riposo a Benetti? Perché Bettega ha avuto mal di stomaco? Perché Paolo Rossi sta solo laggiù tra due sergentoni che lo marcano a un passo di distanza? Come mai Graziani ha sbagliato il gol, era deconcentrato, era rabbioso, era troppo rabbioso, era una rabbia che gli è venuta dall’esclusione, era una rabbia che gli veniva dietro fin dall’Italia, era una rabbia che ha ereditato da suo nonno? Cari miei, c’è da impazzire. Bearzot diventa sempre più indio, le rughe incise, un lampo negli occhi che per fortuna riesce a frenare la lingua già pronta alla risposta salace.

Sette giorni così all’”Hindu Clubs” o in qualsiasi altro “ritiro” metterebbero in salamoia anche i nervi di Kissinger, che pure sapeva tener testa a politologi e ministri di ogni Paese. Per la stampa italiana, tra l’altro, non contano affatto i pareri altrui. Due sono i “commissari tecnici” dimissionari, innumerevoli quelli contestati dai loro stessi giocatori (da Happel a Schoen a Coutinho, per far tre nomi celeberrimi), lo stesso Luis Cesar Menotti, benché goda di protezioni al massimo livello governativo e sia “coccolato” dalla stampa argentina in blocco, quasi fosse un neonato, minaccia di dimettersi alla fine di questo “Mundial”. L0unico clan dove non si sono verificati attriti, comizi spontanei, litigi, secessioni palesi o occulte, è quello azzurro: un fatto eccezionale Ma anche questa novità, così umana, dà immenso fastidio a jene e corvi e salamandre della crìtica, i cui appetiti polemici non sanno dove piantare i denti.

E questo gli impedisce di raggiungere una piccola ma importantissima verità: il “Mundial” in corso non ha presentato i supercampioni, le “stars” di nome Pelè o Beckenbauer o Rivelino. Annovera certo stelle di prima grandezza, da Bettega a Majer, da Kempes a Pezzey, da Zoff a Ardiles, da Rossi a Bonieck, ma si tratta di uomini che rifuggono da atteggiamenti divistici e non vogliono apparire come “leaders”. La piccola verità è un’altra: questo “Mundial” appartiene, nel bene e nel male, agli strateghi da panchina, siano bravi, siano mediocri. Il gioco esasperato delle tattiche finirà certo per mordersi la coda (la Tunisia, giocando calcio elementare, coi terzini che fanno i terzini e le ali che fanno le ali, ha combinato sconquassi imprevisti), ma oggi è la “carta” da misurare. E in questo gioco, tra queste “carte”, Enzo Bearzot, che non è un mago, che è uno studioso di calcio, ha saputo dir la sua facendo leccare le labbra ai buongustai inglesi e francesi, peruviani e ungheresi.

La critica italiana, invece, neghittosamente si tiene ai suoi “annali” e del parere altrui se ne infischia.

Altro che profeta in patria. Non lo sei neppure quando ti riveriscono oltre confine. La critica nostrana ha una sola preoccupazione: quella di dir tutto e poi il contrario di tutto, ma in maniera tale da poter aggiungere: io l’avevo previsto. Vedrete che il signor Caio, dopo averne scritte di tutti i colori su Bettega stanco, Rossi mal impiegato, Benetti sotto tono e Causio impazzito, lascerà un pertugio per evitare frane: in quel pertugio farà passare una frasetta, grazie alla quale non solo l’Italia ma anche l’Olanda perde, aggi al “River”. Siamo i nipotini degenerati di Machiavelli, ma con l’assenza della sua purezza linguistica, naturalmente.

Tiriamo avanti. Oggi è “il giorno della bandiera”, una delle tante festività argentine di gusto militare.

Se metti il naso fuori dalla porta, subito incontri ragazze con un paniere pieno di spilli e di coccarde biancocelesti da infilzare al bavero. Bisogna stare attenti, o a furia di spilli diventi un fachiro. È anche giorno, sempre per via della bandiera, di sfilate, di cavalli impennacchiati, di elmi e soldati con grossi armamenti ma essendo festa, la gente, dopo aver applaudito i vari alzabandiera, corre a casa a mangiar tortelloni e ravioli, magari uniti a polipi affettati. Sottobanco, senza parere, tutto aumenta: le sigarette, il tassì, il “souvenir”, ad un “Mundial” che precipita verso la conclusione fa da sostegno la bramosia spicciola degli ultimi affari. Una vignetta del disegnatore satirico Caloi sul quotidiano Clarin la dice lunga, e soavemente, su questo fenomeno. Il protagonista, un papero- uccello, si domanda: “Ma allora il Mundial finisce, ma allora questa allegria morirà, e intanto mi dicono che passeranno cento anni prima che ritorni. Come fare? Corro a prenotarmi per la reincarnazione”. Siamo d’accodo con lui.

Trepidano anche generali ed ammiragli. Il trascinante “Mundial”, giunto alla stretta finale, crea nodi di attesa e di angoscia. I ministri visitano i “ritiri”, il Presidente della Repubblica ha deposto la divisa e le gestualità di rigida accademia per farsi vedere in abito grigio negli stadi e fremere in attesa di un gol di Kempes. Il popolo di Baires ha molto apprezzato questo “impegno” e seguita ad ammassarsi nelle strade ripetendo le quattro sillabe che compongono la parola Argentina. Dopo questa parola, dovrebbe venire una canzone, ma i ragazzi, le giovanette, gli “ex-descamisados” solitamente la dimenticano. La ripetizione del nome è più che sufficiente, e sembra un avviso al mondo, un avviso scandito e corale che significa: ci siamo anche noi, siamo qui, guardateci, amateci, riconosceteci.

È arrivato Kissinger, appaiono un po’ dovunque i vecchi draghi della pelota: con tanti assi antichi che parlano al microfono, che scrivono sui quotidiani, che dettano commenti, che concedono interviste, si potrebbe formare una nazionale interplanetaria. Pensate alla sola prima linea: annovererebbe uomini come Pelè, Di Stefano, Bobby Charlton, Gigi Riva, Netzer. Noi italiani — intendo la critica, escludo la “banda Bearzot”, sempre seria e fedele a se stessa — siamo i più fervidi di inventiva. Sabato scorso i calciatori azzurri respingono i tentativi di colloquio con i giornalisti, pretendono ventiquattr’ore di tregua. Ma domenica, su vari giornali, sono uscite pagine stracolme di interviste, al Sud e al Nord. Vedrete: intervisteranno anche Kissinger, che gira con un battaglione di scorta (per avvicinarlo ti cambiano anche la penna, potrebbe essere esplosiva, altrettanto accadde in Germania quattro anni fa) e non accetta colloquio. Non importa: il “vecchio Henry” risponderà a mille domande di un cronista che non esce dalla sala-stampa ma sa come “colorire” la sua giornata.

Non pretendo affatto di far la morale agli altri, ma io — come molti, per fortuna — appartengo alla razza scrittoria di coloro che credono solo a quello che vedono, che prestano orecchio solo a quello che sentono direttamente. Scusa, quindi, o lettore, se non ti obbligo a voli stratosferici, ma ti trattengo con i piedi inchiodati a terra.

È tornato nuovamente il sole, la temperatura è di poco superiore allo zero, chi deve giocare non può non dirsi soddisfatto. Ma nel “Mundial” che si contrae nelle mosse conclusive il tempo non è quello reale, è un altro. Durante il campionato, viviamo tutti secondo le scadenze regolamentari, compresi i “mercoledì di Coppa”. Qui, la partita di ieri sembra lontanissima, quella da giocare domani non arriva mai. L’incontro Italia-Francia pare si sia consumato un anno fa, non ai primi di giugno: è una sensazione che proviamo in molti, da Zoff al sottoscritto. Perché viviamo in una sospensione temporale, secondo un’orbita completamente al di fuori delle normali abitudini. Il presente è enorme, lunghissimo, non si conclude, il futuro ritarda, il passato rimpicciolisce come l’omino Charlot che nei film muti via via scompare nel buco luminoso dello schermo, un buco che diventa un microbo, una testa di spillo. Intanto il “Mundial” macina gente e argomenti: l’unico viso pacioso e felice è quello del vecchio Baroti, allenatore ungherese. Finalmente ha perso, si è tolto il magone, può veder partite in pace. Molti, avendo ormai capitolato, godono dello stesso equilibrio: dal Calderon peruviano al Rocha messicano, che avendo evitato il massacro in patria si trasferirà in Spagna per “meditare”. Anche il sollievo fornito da una sconfitta rida dimensioni umane ad individui sull’orlo della clinica psichiatrica.

Oggi le “avenidas” sono bellissime perché deserte. Il cosiddetto “giorno della bandiera” ha fatto sparire gli ingorghi mostruosi, i torrenti di corpi che si intrecciano nella zona pedonale. Baires sembra più che mai un pianeta senza fine, disegnato e costruito da un gigante in voglia di giocare: ma ovunque, nelle camere da letto, nelle cucine, nei bagni, nei sottoscala, nei negozi, negli ascensori, attendono dieci milioni di bandiere, stendardi, fazzoletti biancocelesti, pronti a fiorire appena l’Argentina avrà la sicurezza di approdare alla “finalissima” di Baires. E così non si dormirà fino all’alba di lunedì, se non a pezzi e bocconi come accade in treno. Nessuno osa prevedere cosa potrebbe succedere se la squadra di Menotti non vincesse il “Mundial”. Jorge Luis Borges seguita a ripetere che il nazionalismo è il difetto principale di questo Paese. Ma è anche, in una certa misura, una ricerca ed una difesa dell’identità, altrimenti costretta a disperdersi per mille polverose radici di mille diversi passati, o italiani o spagnoli o danesi o greci. L’argentino così duramente condannato da Borges — che non si trattiene dal definirlo un primate, cioè una scimmia — è come l’uomo che finalmente è riuscito a possedere una casa propria, dopo tante coabitazioni, tanti affitti pagati, tanti sfratti e traslochi: è quindi disposto a considerarla un tesoro inimitabile e a parole la ritrae come la culla dell’universo.

Fu qui, agli inizi degli Anni Quaranta, che un certo signor Aristotele Onassis, talmente furbo da farsi fare subito il passaporto argentino, raggranellò il suo primo milione, commerciando in tabacchi e in pasticceria. A Mar del Piata v’è ancora il primo grattacielo del suo impero, dove si amministrano industrie dolciarie. Fu qui che Onassis scoprì le sue triplici Americhe e fondò la sua rozza Atene. Mi dice un giovane argentino, di pelo biondo e baffi radi: “Se c’è un furbo sulla terra, prima o poi passa da queste parti e scopre qualcosa di utile, anzi di fondamentale alla sua furbizia. Noi, naturalmente, lo applaudiamo, perché siamo come la buona terra tutta felice di svenarsi pur di nutrire l’albero. Adesso però stiamo facendoci furbi”. Già. Il governo militare sta infatti trattando con Cina e Russia, con Giappone e Stati Uniti. La Cina va prendendo piede e tra un attimo scavalcherà anche gli interessi sovietici. Una ventata di spregiudicatezza rosica le fondamenta di idealismi puramente verbali e arcaici. Il desiderio di conquistare, a breve o lungo termine, una funzione di paese-pilota in Sudamerica, spinge a considerare ad esempio il generale cileno Pinochet come un piccolo omino. In una vignetta è stato ridicolizzato così: se viene a discutere di quel famoso piano intorno al quale non ci mettiamo d’accordo da anni, stavolta 10 sottoporremo all’esame antidoping.

Ma torniamo al “Mundial”, che è ormai diventato un affare di interesse globale, o forse un altare dove è opportuno e godibile sacrificar vittime, bruciare incensi, rivolgere preghiere. Sulla pelle d’un battaglione di ragazzetti si consuma il rito, che è ormai una autentica guerra mimata, dalla quale si ritraggono denari, prestigio, credibilità. Le partite costituiscono solo il momento estremo, l’atto finalistico di un cerimoniale complesso, che coinvolge il turismo (anche e soprattutto quello futuro) e l’autorità di un governo, le funzioni della polizia, l’assetto civile delle metropoli, l’agibilità dei trasporti, l’efficienza di tremila uffici. Il “grado moderno” di un paese è ormai misurato a seconda di come sa organizzare un’Olimpiade o un “Mundial”. Se non vi riesce, ecco le valanghe critiche che hanno sconvolto il Canada, ecco le preoccupazioni dei russi per Mosca ’80 e degli spagnoli per il football dell’’82. Forse ansimano di più gli organizzatori nei loro uffici dalle grandi vetrate dell’albergo Sheraton che non i “punteros” sull’erba dei campi.

Un solo esempio: per terminare i lavori della Commissione finanziaria da lui presieduta, Artemio Franchi “granduca” dovrà tornare in Argentina almeno tre volte, dopo la finale, quando tutti ormai avranno inscatolato il “Mundial” tra i ricordi lieti o amari, invernali o estivi. Oggi, mercoledì 21 giugno, l’Argentina si ferma. Durante la partita tra biancocelesti e peruviani (i quali assicurano di voler far spettacolo, di voler competere onestamente, di voler tener alto l’onore “Inca”: e chi ne ha mai dubitato?) Buenos Aires sarà vuota come una necropoli. Meglio ignorare i camerieri, rinunciare ai tassisti, rimandare i viaggi da e per l’aeroporto. È assolutamente indispensabile provvedersi di sigarette e fiammiferi, non allontanarsi troppo dagli alberghi a meno che uno non abbia la forza di camminare come Zatopek o Franco Arese. Meglio non suonare alla farmacia di servizio, è sconsigliabile attendere che il portiere ti restituisca o ti ritiri la chiave. Non si può pretendere nulla, dal medico dentista al barman, finché “el partido” non sarà finito.

È urgente organizzarsi: mangiar prima, come le galline (la gara è alle 19,15, ora italiana) oppure piazzarsi davanti a un video ma a due passi dal ristorante dove dovrai chiuderti dopo. E che sia un ristorante defilato rispetto alle grandi “avenidas” e alle piazze, o affetterai il bisteccone e brandelli di bandiere che sventolano. Dolore viscerale Ho già visto una mezza dozzina di partite nei caffè con gli argentini. È una cerimonia religiosa, punteggiata da ringhi di dolore. Nessuno sbraita. Quando un’azione è fallita dal mini-Sivori di nome Ortiz dribblomane matto, che fa un gol ogni tre anni (è la statistica, non una battuta mia) allora il dolore viscerale digrigna, ma con una competenza e con una accettazione della realtà pallonata momentanea che il nostro tifoso ignorerà ancora per due secoli.

Poi, è il “triunfo” stradale, che riesce a liberarsi persino quando l’Argentina perde: è accaduto dopo l’uno a zero rifilatole dagli Azzurri. Signori miei, qui Freud avrebbe solo due soluzioni: o riscrivere totalmente le sue pagine di psicanalisi o correre intorno all’obelisco dell’Avenida 9 De Tulio con una bandiera e una tromba.

Finalmente arriva la nausea. Dopo trentasei partite e novantacinque gol andati a segno (mancano solo quelli di sabato prossimo e della domenica conclusiva) accusiamo tutti quanti una forma di sazietà, una “sindrome di appagamento”. A qualcuno, se il “Mundial” durasse ancora dieci giorni, salterebbero le cervella. In questo preciso momento, Baires impazza nel suo tumultuoso carnevale.

Vedo vecchine con la bandiera di plastica fluttuante, vedo bambini piccolissimi issati sui cofani delle auto che procedono tra nubi di fumi pestilenziali eruttati dagli scappamenti. Vedo anziani signori che si drappeggiano dentro uno stendardo, nonne con la tromba, spose incinte che camminano gridando “Argentina”. Le quattro, eterne sillabe del Paese formano uragani piazzaioli. Se un “ufo” stesse studiando adesso questo scampolo d’umanità, subito se ne ripartirebbe per avvertire “i superiori” che il globo terracqueo è meglio lasciarlo perdere.

So di ripetermi, ma avrei preferito un pareggio con l’Olanda anziché una platonica finale per il terzo e quarto posto. Lasceremmo il “Mundial” imbattuti, e la cosa sarebbe da marcare con una pietra bianca nella storia della pelota nostrana. Invece ci toccherà incrociare le tibie illividite con i brasiler: di Coutinho, inutili vincitori della debosciata Polonia. Su nessun giornale del mondo uscirà l’articolo ideale, cioè questo: la cronaca esatta, minuto secondo per minuto secondo, degli epiteti, delle maledizioni, degli insulti, delle accuse che nel “ritiro” brasilero hanno certamete affumicato i muri mentre i gialloverdi Dirceu e Rivelino e Roberto seguivano la “goleada” inflitta dagli argentini ai peruviani, una “goleada” che non vogliamo neppur definire: la macroscopica arrendevolezza degli “sparring-partners” di razza “inca” può dar adito a ogni sorta di giudizio. Peccato che Kempes e Luque non abbiano segnato dodici gol, lasciandone poi un tredicesimo — da conquistare su “penalty” a porta vuota — a quella povera animula francese dell’arbitro Wurtz, una facciona talmente bischera che vieta a tutti noi pensieri riguardanti la corruzione o la sottomissione.

Ha vinto il “pueblo”, che infatti strombetta, tambureggia e deborda da ogni “avenida” di Baires sillabando “Argentina campeon”. Gli olandesi, per una notte, non esistono. Si materializzeranno soltanto domenica pomeriggio: come animali da sacrificio o come il bestione-totem che divorerà l’ingenuità “gaucha”? In queste ore la popolazione di Baires e di ogni altra città festeggia la raggiunta finalissima. Poi vorrà che Kempes stermini i vari Hann, ma questa è un’altra faccenda: la protervia e la potenza professionali dei tulipani li spingerà a vendere a carissimo prezzo la loro pelle color del latte. Anche per fare un dispettuccio all’ex-sovrano Giovannino Cruyff, che li comandò a bacchetta e arrivò solo secondo nel ’74. Non intendo recriminare sulla partita tra l’”arancia meccanica” e gli Azzurri, che in poco più di mezz’ora hanno speso con estrema eleganza e con un’inattesa “souplesse” la loro residua benzina.

Tre palloni-gol non vanno certo regalati neppure alla neo-promossa Nocerina, che sale dalla serie “C” alla serie “B”. Paolino Rossi, Causio e Benetti vi sono riusciti, ma non li condanniamo: è un destino. Gigi Riva digrignava dietro di me, in tribuna: quando giocava lui, la Nazionale costruiva il topolino d’un pallone gol ogni centottanta minuti, e il “bomber” doveva sbatterlo dentro ad ogni costo. Oggi ne costruisce almeno cinque-ad ogni gara, ma la perfezione conclusiva rimane ardua, se Bobby non è al massimo di sé, se Paolino denuncia affaticamento dopo settanta o settantacinque partite stagionali.

Mi fanno orrore — da un punto di vista professionale ed umano — coloro che sottilmente godono per questa sconfitta, stendendo liriche di ipocrisia sulle possibilità nostrane gettate al vento.

Tornano vecchi discorsi, di palese ignobiltà. C’è gente che anche dopo la vittoria sull’Austria ha rimpianto (ha finto di rimpiangere) Novellino, un ottimo ragazzo che nel Club Italia d’oggi viene “in terza ruota” dopo Causio e Claudio Sala. C’è gente dalla macroscopica faccia tosta che rimpiange il mancato viaggio in Argentina di Carrera “libero”, come se Scirea non avesse raggiunto proprio al “Mundial” una maturità internazionale mai più scalfibile. Si tratta sempre degli stessi coccodrilli, che danzano col fazzoletto in mano su Olanda-Italia e guardano la pagliuzza nell’occhio altrui, dimenticando le travi che li acciecano.

La Nazionale ha recitato una parte nobile. Fossi Bearzot, schiererei per la partita di sabato gli uomini rimasti in panchina o in tribuna. Una platonica finale per il terzo-quarto posto può trovare nei protagonisti di sei lunghe e fulgide battaglie animi scaricati, oltreché muscoli infiacchiti.

Accadde allo stesso Brasile del ’74, che fu “toreato” appunto dai polacchi. Entrino i “granatieri”, dunque, e si tolgano la voglia di misurarsi con i vari Toninho. Non è un suggerimento tecnico, ma un’impressione, molto personale ed emotiva. Siamo arrivati al “quia”. Non possiamo però ignorare alcuni protagonisti divertenti. Prendi ad esempio il centravanti austriaco Krankl: è venuto al “Mundial” sostenendo che doveva e voleva “mettersi in vetrina e sul mercato”. Ci riesce alla perfezione facendo secchi in dribling quattro uomini della stessa lingua, però tedeschi, e manda a casa Schoen e i suoi ex-campioni con tre “pere” in saccoccia e le solite lamentele sull’assenza di un Beckenbauer (come se noi rimpiangessimo Rivera).

C’è poi il signor Deyna polacco, un regista della razza “fioca” che ben conosciamo: sbaglia rigori, passaggi, tiri in porta, ma è inamovibile anche per il signor Gmoch dal muso che sembra uno scarpone alpino (ma sfondato). Questo Deyna imbroccò un tiro, nella sua vita: contro di noi a Stoccarda quattro anni fa. Da allora comanda e sbaglia. C’è poi il “piccolo caso” Bellugi, che ha fatto scatenare gli avvoltoi alla ricerca di scandali, perché il forte stopper è stato rimesso in piedi con iniezioni. Ma chi riporta la frase di Bellugi? Fu lui a dire: “Voglio giocare, non me ne frega niente di sbregarmi la gamba per un mese o due mesi. Ho tutta l’estate per guarire”. Su questa faccenda e su iniezioni curative e toniche che vengono usate da tutti i medici del calcio, si cerca di zappettare nuove polemiche.

Abbiamo perso con l’Olanda, ma si. Abbiamo perso con gente che sforna squadre di altissimo livello da almeno sei o sette anni. Abbiamo giocato con uomini affaticati, certamente. Enzo Bearzot studiava questo “affievolirsi” da almeno una decina di giorni. Ma se cambi squadra cambi schemi, se inverti posizioni snaturi la manovra, se sostituisci troppe pedine rischi di mandare in barca il “collettivo”, privato della sua memoria acquisita. Ma sì, bisognava portare Novellino. Bisognava portare anche mia nonna, il cui futuro sposo sbarcò proprio in Argentina oltre cento anni fa (e non vi fece denaro: dev’essere un destino di famiglia). Ho scritto per giorni e giorni: non vinceremo questo “Mundial”. Ho ripetuto a destra e a manca: cadremo tra la quarta e la quinta partita.

Appena capitò la Germania nella quarta, mi corressi dicendo: cadremo alla sesta. Così è stato e l’aver avuto ragione — malgrado i sogni volontaristici e coscienti — non mi consola, però dimostra realismo.

Dice una canzone argentina: “Me gusta la sopa — se la galina es gorda (cioè grassa) — Me gusta mas la sirvienta — si la padrona es sorda”. Abbiamo avuto la gallina grassa, e non la “sirvienta”, ma chi fa dramma stia lontano da noi, o lo riceveremo con pallonate alla Haan. Comunque finisca tra Azzurri e brasileri il bilancio dell’avventura argentina è già un tesoro: ha fornito spettacolo, ridestato entusiasmi, smentito gli untori, cacciato i profeti del malaugurio, ha dimostrato la concretezza e la futuribilità della nostra pedata, ha sottolineato che un lavoro onesto può ancora trovare sbocchi. Sta dunque allegro, o tifoso italiano, e ricorda che solo quattro anni fa, dopo Stoccarda, eravamo tutti dei fantasmi, tu, noi critici, i “punteros” azzurri. Il precedente “Mondiale” ci aveva cancellato dalla scena. Oggi la storia ha mosso altre ruote, dipende solo da noi impedire a uccellacci notturni e professori seduti di intralciarle coi loro bastoni.

Mi sia consentito un salto da palo in frasca, ma l’aneddoto è talmente bello (e naturalmente autentico) che non posso ritardarlo. Riguarda Sergio Segre, politologo comunista, considerato anzi il “Ministro degli Esteri occulto” in via delle Botteghe Oscure, un uomo molto preparato e simpatico. Anni ed anni fa giocò anche lui una partita. Volendo indossare da sempre la maglia della sua adorata Juventus, cosa fece? Respinto da ogni squadretta per manifesta incapacità, scopre che v’è un torneo per sordomuti, e che un certo “undici” avrà proprio i colori bianconeri.

Detto e fatto, riesce a farsi infilare in squadra, a gesti. Ma al primo calcione che riceve sul campo gli scappa un tale urlaccio blasfemo che l’arbitro, allibito, ferma il gioco e lo espelle, per manifesta infedeltà al “cartellino”.

Torniamo al nostro “Mundial” che felicemente va ad agonizzare. L’Olanda, se non viene ubriacata da dosi eccessive di “argentinidad”, potrà diventar campione. Se lo meritava già a Monaco. Ed inoltre i veri ricchi sono gli unici a non rimetterci mai. Se invece perderà il confronto, se i tulipani si mangeranno i gomiti molto più di noi, e senza anestesia. In questo caso per quel che ci riguarda, e dati i festeggiamenti babelici di Baires, noi poveri riprenderemo a dormire mercoledì venturo.

A sbucciar l’arancia

Se non vinci, sei solo. Questa è l’aria che tira all’”Hindu Club”, dove si aggirano pochi giornalisti a caccia di una battuta, dove non compaiono torme di fotoreporter, critici stranieri, ciurme televisive.

Avessimo battuto l’Olanda, qui sarebbe il caos, magari arriverebbe il sorridente Kissinger, incuriosito e scortato. È il destino di chi fa sport, lo ha conosciuto Cassius Clay e lo ha conosciuto Eddy Merckx, figuriamoci se non capita alla “banda Bearzot” anche se questa stessa squadra è tra le prime “grandi” del mondo. Ma ti hanno spremuto come un limone, e adesso ti lasciano lì, mezzo rinsecchito sul piattino, con due noccioli di oliva e il bicchiere dell’aperitivo ormai vuoto. Avanti un altro.

Dicono gli argentini che domenica “andranno a sbucciare un’arancia” e pensano allegramente agli olandesi, che a loro volta temono di essere “impacchettati” da chissà quale arbitraggio. Noi rispettiamo molto la volontà dei biancocelesti, il pepe rabbioso che mettono in ogni incontro, la tensione agonistica che li anima, e più di ogni altra cosa ci commuove il tripudio popolare, anche se ci leva il sonno. Ma in qualsiasi angolo del globo, questa stessa squadra argentina non avrebbe superato il turno iniziale: doveva pareggiare con la Francia, è stata favorita con l’Ungheria, ha regolarmente perduto contro gli Azzurri, ha pareggiato con il Brasile, ha rischiato l’osso del collo con una Polonia più che mai “cicala” in fatto di gol regalati, ha maramaldeggiato su un Perù che gli stessi idoli “Incas” condannano alla vergogna. E tuttavia l’Argentina è finalista. Può darsi che sbucci davvero quella “arancia” olandese, anche se la partita sarà aspra. Giocassero a San Siro o ad Hong Kong non scommetterei un “peso” sui biancocelesti.

Qui, è un’altra storia, un altro clima, un altro mistero balistico e pallonistico. Qui il “Mundial” si è rivelato una incredibile faccenda, che rafforza il governo e risveglia un popolo, facendolo rifluire in massa verso una meta, una “ragione vitale”. Davanti a simili vicende, anche l’incallita sapienza tulipana potrebbe smarrirsi: il football vive perché ingiusto, attrae perché ingiusto, come sostengono alcuni teoreti del mondo pelotero. Baires festeggia clamorosamente da mercoledì sera. Non si dà requie, non risparmia il fiato, non molla un istante di strombettare e creare nuovi ingorghi. Il tassista ti dice che rinunzia volentieri alla corsa, non ha il coraggio di fendere masse così compatte. Poi sfodera una sua bandierina, chiude il tassametro e ti molla lì, sui due piedi.

Nei meandri dell’albergo Sheraton la discussione per scegliere gli arbitri di oggi e domani è durata ore: forse non sono bastate le bilance del farmacista, ci è voluta una mediazione del segretario dell’Onu. Anche gli italiani d’Argentina si sono fatti argentini: a Baires sono un milione e mezzo ancora con passaporto italiano. Dicono che l’Italia è la madre ma l’Argentina è la moglie. Si apprestano a seguir le vicende finali del “Mundial” con una commozione senza pari. In queste ultime ore il titolo è reincarnazione e atto di fede nell’eternità. Per chi ricorda le notti folli del Messico nel 1970 non esistono più termini di paragone: in Messico fu carnevale e fenomenica caciara, non un rituale che diventa religioso, con una vena di fanatismo dolce ma invincibile.

Avrei tanto voluto non andare al “River”, questo sabato. Avrei tanto voluto guardare la finale tra terzi e quarti con un occhio solo, abbandonato in qualche caffè. Invece mi tocca trasportare le ossa ancora una volta sugli scranni e seguire trepidando gli Azzurri racimolati da Enzo Bearzot. È un destino gramo. Se battiamo i brasiliani tutti diranno che abbiamo perduto chissà quale occasione precedente. Se veniamo battuti, temo che l’immagine del lungo film trasmesso dalla “banda Bearzot” si deteriori nella memoria sempre labile e insoddisfatta dei tifosi. Ma il dovere comanda, e bisogna obbedire: per piacere, professor Bettega, inventa un paio di slalom, serviranno persino a quei falsi profeti che ti dicono esangue, che ti vogliono barellato.

L’Olanda mi ha levato una gigantesca soddisfazione personale. Mi ero ripromesso, al novantesimo minuto della lotta tra tulipani e Azzurri, di alzarmi in piedi, affrontare la metà delle tribù critica ostile e cinica e speranzosa nel disastro e urlarle in faccia: “Scribi e farisei, fuori dal tempio”, o forse avrei usato termini meno casti e più incisivi. Mi sarebbe bastato un pareggio, grazie al quale saremmo stati eliminati ma invitti. Invece il signor Haan infila quel missile a triplice direzione (ha cambiato traiettoria pur andando a duecento all’ora) nel “sette” di Zoff, e mi sono rimangiato ogni parola.

Racconto questa faccenduola proprio per onestà. L’avrei taciuta, in caso contrario e se avessi avuto il dono di sfogarmi. Quindi mi confesso e abbozzo, anche se vorrei — un paio di volte al giorno — dimettermi non dalla professione, ma dall’obbligo di recitare la parte dell’essere umano.

Ormai la stanchezza comincia a creare guasti nel giudizio, frantumando gli argini dell’obbiettività, gli argentini danno eccessiva importanza a una certa Ornella Vanoni cantante che a Baires elogiava questo Paese ma appena è tornata in Italia ha sparlato dei costumi e della vita “porteria”. Te lo rinfacciano le persone più disparate (qui tutti leggono i giornali). Ed ogni volta è certo un esemplare impeccabile della nostra “intellighenzia”. Ma il malinconico, laborioso argentino ne soffre ugualmente, non vuol persuadersi e se ne va, voltandoti le spalle per soffocare educatamente il dispetto. Gli onesti, tra noi, non parlano più delle traverse colpite da Bettega contro l’Ungheria, dei gol che non abbiamo segnato alla Germania, delle occasioni sprecate in area olandese. Non parlano nemmeno più dei falli di Rep, che è entrato in campo con chiarissima licenza di infierire sugli arti altrui.

Ciò che è stato è stato, in un “Mundial” i bocconi dolci costituiscono solo un rimedio ideale per disintossicare il palato e lo stomaco che hanno subito amari pasti. E intanto Benetti brontola: “Se quella cartellata che hanno inflitto a me, piegandomi in due, l’avessero rifilata a qualcun altro, costui sarebbe all’ospedale”. Non dimenticheremo l’arbitro Martinez, spagnolo, di un’eleganza da bullo delle “ramblas”. Ogni “fischietto” non può non possedere una certa dose di sadismo. La dose di Martinez è rara: infligge un’ammonizione a Romeo (e poi a Tardelli, i due già “colpevoli”) pochi minuti dopo la botta tremenda subita dal giocatore azzurro, per un fallo non certo omicida, e tutti noi vediamo il nostro “panzer” smarrirsi. In quel momento preciso, a te gagliardo ed elogiatissimo combattente della possibile finale nel “Mundial” hanno levato la patente. Tu, in ogni caso, non ci sarai. Al binocolo ho visto gli occhi di Romeo farsi liquidi, smarriti.

E tiriamo un velo (o non tiriamolo affatto) sulle “giacchette” che con astuzia infernale colpiscono sul “tavolo diverso”, non direttamente: in funzione biancoceleste? Potrebbe risultare una calunnia, e allora come non detto. Va bene così? Torniamo pure al “River”, vediamocela con questi brasiliani un po’ folli un po’ assatanati e sempre presuntuosissimi (Nelinho, ad esempio, assicura che non esiste al mondo un giocatore che valga il suo dito mignolo, lo dice a ogni pie sospinto). Torniamo al “River” dove, dopo deboli coretti d’incoraggiamento e qualche applauso rituale, sentiremo ululare invece le quattro sillabe di “Argentina”.

Proprio così. Mentre tu stai giocando, sputando fiele perché hai al fianco un avversario che ti preme e ti sgomita, mentre la milza ti pesa e la palla maledetta fila davanti a te, mentre ti proteggi col braccio, ma schermandolo perché l’arbitro non lo giudichi falloso, mentre cerchi di difenderti deviando la coscia in modo da mantenere la corsa ma sbilanciare un poco — se Iddio vuole — il nemico, le immense curve colorate del “River” ignorano il tuo sforzo segreto, la tua lotta per il pallone, il tiro, i soldi, la conservazione dello stinco. Ecco infatti quelle curve che si perdono nel coro “argentino” anche se tu che corri sei Bettega e l’altro che ti contrasta è Rep. Da quelle curve seguitano ad invocare un sogno, per ora incompiuto. Se tu sei Scirea e appoggi il pallone all’indietro per Zoff o altrettanto fa il nero Amaral per il portiere brasilero Leao, esplodono immediati concerti di fischi. Questo disimpegno è accettato solo quando lo compie Passarella per il portiere argentino Fillol.

Anche questa è febbre da “Mundial”, stravolgimento del giudizio che fino a pochi giorni fa distingueva, per equilibrio, gli sportivissimi “portenos”. Oggi il feticcio del titolo ha allungato la sua ombra ovunque, e altera atteggiamenti, riserve mentali, raziocinio. C’è stata una luna gelida nel cielo di stamane, prima dell’alba. Era sottile come una sfoglia, una sacra particola che nessuno avrebbe meritato per comunicarsi. Poi è tornata la pioggia e Baires, come sempre nei giorni più invernali, mostra il suo volto rugginoso. Sulle “avenidas” marciscono cinque centimetri di cartacce, gettate dalle finestre durante le celebrazioni popolari. Sono pagine di quaderni scolastici, di fogli protocollo d’ufficio, rotoli igienici, fazzoletti usati, coriandoli irregolari nati da un miliardo di lacerti scovati nei cassetti, negli armadi, nei bagni, nelle cucine. È come se un incredibile mostro avesse vomitato i suoi budelli color fantasma. Con tentazioni conventuali, andiamo al “River”.

“Guarda come sono conciato — mi dice Enzo Bearzot apparendo in giacca blu -. Mi hanno travestito da capitano di marina. Sarà perché debbo affondare con la nave”. Ma ride verde, non ha ancora digerito — forse non ci riuscirà mai — la partita con i “tulipani”. E’ quasi sera, siamo andati a trovarlo Accatino, Perucca ed io, non in delegazione ufficiale de “La Stampa”, ma per salutare l’amico che ormai deve far le valigie. All’Hindu Club si sgombera, nella stanza c’è Gigi Riva che allinea palloni “Tango” per i nipotini, ne ha una serie infinita, e ci sono i vecchi Mumo Orsi e Luisito Monti, in visita per nostalgia. Non si dà pace, Bearzot. Rifà, dentro e fuori di sé, quella partita che ci costò l’ammissione alla finale.

È la prima volta in vita mia che lo sento criticare un arbitro, il bullo e cinico e ingiusto Martinez spagnolo. Quando Zoff viene colpito al volto (e un portiere è intoccabile, soprattutto quando è già a terra col pallone), quando a Benetti per poco perforano la milza, quando Zaccarelli viene trapanato al ginocchio mentre la palla è altrove, quando Bettega subisce un “trattamento” da tortura in cinque o sei occasioni e in ogni parte del corpo, quel “senior” Martinez è sempre rimasto a guardare. Lo ha riconosciuto e sostenuto anche Trapattoni. Gli Azzurri svolgono un “tema”, per Mezz’ora in attacco, che risulta il migliore del Mundial. Poi comincia la rissa, la colpa nostra è solo di non aver “in grigliato” altre due peruzze. Comincia la caccia all’uomo, i “tulipani” sono giganteschi e assuefatti, riescono a superare ogni loro precedente.

“Ce volevo io, ce spacavo due o tre genocchias”, digrignava Luisito Monti dalla sua faccia tutta rughe arrossate, che mi ricorda l’Augusto Manzo del pallone elastico. Già, per il vecchio “eroe oriundo” delle nostre aree negli Anni Trenta, anche il leggendario Sindelar, centravanti-cartavelina dell’Austria, una “figura» stampatasi nei tempi, non poteva fare molto. Luisito “soffiava” un suo sospiro a labbra appena dischiuse, e Sindelar pigliava regolarmente il largo. “Un Mundial vuole hombres. Chi è più fuerte porta via pallone a chi è più debole. Claro?” ripete Monti. E Orsi: “In un Mundial, però, quando si ha l’oportunidad di una palla-gol, due uomini soli in area, non si deve sbagliare, Anche questo è claro”, fa, e pensiamo tutti all’attimo in cui Causio si fa soffiare la palla dall’ultimo olandese rimasto. “Vieni a spaccare me, avrei detto — brontola ancora Monti -. Vieni aqui a spaccare me, muchacho”.

E Bearzot che rimugina: perché in squadra abbiamo appena un tre-quattro uomini adatti al combattimento puro, gli altri sono nati “solo” per giocare, non sono “signorine” ma pensano prima al gioco, poi ad allungare i bulloni. Anche se Zac, poco dopo, mentre stiamo uscendo, ci mormorerà: “Se capita un’altra volta, mi porto un mitra”. Un’altra volta, ma quando? Enzo Bearzot sostiene, ed ha ragione, che questa nostra squadra aveva diritto, per patenti di gioco, alla finalissima. Non l’ha ottenuta. Sappiamo benissimo che in un Mundial non puoi andare oltre un certo traguardo minimo senza protezioni. Diciamo: senza tutela, escludendo ogni altro tipo di parola o atto ambigui. Già il “vecio” si addolora il doppio, e confida: “Il mio è un lavoro disumano, forse impossibile ad una persona sola. Se penso ai preparativi per il campionato d’Europa nell’80, non so che dirmi. Dovremmo allenarci in Scandinavia, volare in Italia per la partita e ripartire subito per la Scandinavia dopo il novantesimo minuto. Saremo assediati da turbe critiche e tifose, ogni lavoro diventerà impossibile. Non viviamo nel ‘calcio di Stato’, noi”.

Non c’è altro da dire, altro da speculare, altro da commentare. La realtà dei fatti è una, nuda e cruda, bisogna solo accettarla. Anche se questa Nazionale formata dai nostri “fratellini” ha tirato fuori dai suoi visceri un piccolo “miracolo all’italiana” che ricorda quelli compiuti dal lavoro e dalla voglia e dall’inventiva al momento del “boom economico”, questo dovrebbero capire i tifosi, prima di accanirsi sul pelo nell’uovo, questo solo dovrebbero tener caro nella memoria. Siamo alle ultime battute argentine, un tango che ormai fa stridere le corde della chitarra. E per ascoltare un paio di questi tanghi arcaici rinunciamo, almeno una sera, al sonno indispensabile, dato che si lavora al lume dell’alba, qui, per i fusi orari. Eccoci dunque chiusi in una vecchia stamberga rappezzata, con gli amici, e sul palchetto i suonatori si apprestano a esibirsi. La sala è piena di donne anziane, di uomini incravattati, qualche turista.

Si beve vino o poltiglia di frutta. I suonatori sono d’una vecchiaia eccezionale: panciuti, logori, gli occhi acquosi, uno pare la controfigura di Tanassi, un altro di Fella, un terzo è Cristopher Lee prima che gli spuntino i denti di Dracula. Sviolinano, sgangherano il “bandoneon”, cantano con voci catarrose, e il cadente locale (è il “Viejo Almacen”, vi si possono fare le prime ore del mattino) sembra il ventre della balena di Pinocchio. Tutti vogliono il bis C’è una nostalgia portata al “triunfo”. Tutti sono commossi, applaudono, rimpiangono. Tutti pretendono “bis” che vengono pomposamente concessi, e sul tavolo trovo sparso un cartoncino che elenca i meriti di questo o quell’interprete. Per una cantante che non resiste ad infilarsi entro un completo di seta rossa attillato benché abbia sessanta primavere, il cartoncino dice: è stata felicitata dalla sua maestra di arte scenica. Per un chitarrista dal muso di Toro Seduto, capo indiano, sostiene: il parroco del suo paese sempre lo elogiò per la bravura e la disposizione cristiana.

Scoppierei in singhiozzi. Bruno Perucca, per non ridere, nasconde la testa sotto la tovaglia. Ma forse la colpa è nostra. In un Paese che va dal Tropico del Capricorno all’Oceano Antartico e che ha una storia cosi breve, “tenersi ai rami” di un passato è indispensabile medicina. Qui nasce una “Argentinidad” quasi commovente, patetica, che è di per se stessa Medioevo e Rinascimento e Risorgimento e fedeltà ai miti delle città d’una volta, delle “Pampas”, della vita rurale, del pionierismo. Lo ritroverò, questo omaggio al mito, ad una esposizione agraria, tipica di Baires. I tori allineati sembrano locomotive, le mucche fattrici hanno le proporzioni di un autobus. Lustri e pettinati come spose. E le madri accompagnano i bambini a guardare questa ricchezza, questa imponenza.

Tutti restano immobili e silenziosi davanti all’immensa mucca, ai fianchi del toro mostruoso, con quell’atteggiamento che hanno i contadini delle Langhe quando rimirano l’uva matura — se ne stanno lì ad osservarla senza spostare il piede, muti — con la reverenza che il bonzo rivolge alla ciotola del riso, con la religiosità dell’agricoltore che accarezza il grano maturo: perché in lui vede la vita da mangiare e che restituirà vita nuova. Poi arriva Heriberto Herrera, con la sua faccia da indio occhialuto e il passo militare. Offre al alcuni amici un concertino tenuto da un complesso paraguagio. Allora assistiamo, bevendo troppo, al miracolo del tango, della polka “campesina”. Lo compirà un ragazzo, di nome Angel Garcia, che “tocca” la chitarra come un mago. Ha un volto buono e ilare, ridesta i suoni della foresta paraguagia, i canti degli uccelli, i vuoti su cui si muove la luna di Tucuman. Lo credo un dilettante, abbiamo tutti desiderio di abbracciarlo per simile bravura e lui risponde, quieto: “Devo andare a Montecarlo, mi ha invitato un italiano sulla sua nave per una festa”.

Siamo alle solite: il tipico milanardo esentasse con panfilo lo ha catturato per rallegrare gli amici con i gorgheggi pizzicati che sanno di “guarany”, di cespugli foschi, di stridi tra le foglie. Viaggio pagato, qualche milioncino in tasca, e Angel arriverà chissà dove, dopo Montecarlo. L’ultimo atto sta per sollevare il sipario, il “River” attende l’ondata del tifo biancoceleste, per fortuna le curve non possono avvolgere i portieri tra i pali in rotoli di carta igienica, com’è accaduto altrove. C’è la pista dell’atletica a proteggerli. Andiamo a vedere se gli olandesi sono già stati messi in condizione di far da torelli davanti alla “muleta” e se gli argentini di Menotti hanno le virtù così eccezionali e irresistibili dimostrate durante l’incontro con quel grandissimo, invincibile Perù.

Andiamo a vedere come se la cava Gonella, scelto dalla commissione, come al solito spaccatasi in due, che non ha voluto Klein perché ebreo e un arbitro russo perché è russo. Guardate dove va a finire la saggezza dei reggitori d’un Mundial. Andiamo al “River” per quello che in una corrida si chiama il “tercio de la muerte”. Né biancocelesti né olandesi sanno chi dovrà cedere, piegando i ginocchi sotto i colpi della “suerte” e i fischi del signor Gonella (chissà Michelotti come se lo studierà). Il cielo è grigio, Baires lascia trapelare tensioni dalle crepe dell’attesa. L’aria è da mille e una notte, anche se qui i “muezzin” portano la divisa.

E’ stata la più feroce corrida calcistica degli ultimi dieci anni: l’Argentina afferra il “Mundial”, tanto sognato e mai raggiunto nella sua lunga storia. È stata una battaglia crudele, con botte continue, duelli disumani, sceneggiate (dopo i colpi, naturalmente) da parte dei sudamericani, mentre gli olandesi, anche sanguinanti, badavano solo a tirare il fiato per restituire calci e gomitate. Centoventi minuti di gioco — anche se di calcio vero si può parlare pochissimo — sono stati necessari per definire la questione. Sul fronte biancoceleste l’eroe della giornata è senz’altro Kempes, l’unico giocatore di classe internazionale vera, autore di due reti e propiziatore della terza.

Sul fronte tulipano c’è un martire, Neeskens, che è il giocatore più generoso del mondo e ha dovuto subire pestaggi da risse nei vicoli bui. L’arbitro italiano ha tollerato molto: ma come si possono espellere cinque o sei uomini in una finale del “Mundial”? Ci vorrebbero il coraggio e la dissennatezza di Don Chisciotte, mentre sappiamo tutti che i “fischietti” sono piuttosto dei Don Abbondio. Il “River Plate” è letteralmente esploso, impazzendo di gioia e di spasimi dolorosi, liberandosi dalle angosce contenute nei cuori argentini per due ore intere di partita. L’intero Paese si sente “campeon” del mondo, e non solo per il titolo conquistato dai suoi rabbiosissimi Passarella e Tarantini, ma per una sorta di vendetta consumata sulla storia e sulle sue stesse vicende.

Non vorremmo tanto parlare di football: forse ci è vietato da una forma di pudore. Il calcio dovrebbe essere una cosa molto più elegante, molto più sportiva, molto meno condizionata da carichi nervosi e da obblighi, carichi che hanno pesato notevolmente sulle spalle di questi ventisei professionisti che hanno trascorso il tardo pomeriggio di Buenos Aires a distribuire botte da orbi.

C’è uno strano pareggio al di sopra di questa partita finita in modo tanto drammatico: sei palloni-gol sono stati costruiti dagli olandesi, sei palloni-gol sono stati costruiti dagli argentini.

Ma i biancocelesti di Menotti — che da oggi è un’autentica “figura” della storia nazionale — sono riusciti a concretizzare la metà di quanto avevano costruito mentre gli olandesi, pur circondando d’assedio l’area di Fillol, non sono stati capaci di tradurre in pratica i loro giganteschi sforzi. Tra l’altro, dopo aver subito pestoni di tutti i generi, i “maestri” tulipani hanno addirittura perso la testa dopo essere passati in svantaggio nei tempi supplementari: e via via imbufalendo hanno fornito attimi di sosta preziosa per gli argentini, sempre pronti a rotolarsi per le terre e respirare un attimo sotto lo sguardo benevolo di un Gonella anche lui “stressato” dall’andamento di questa partita, che sembrava volerci condannare a restare a Buenos Aires ancora un paio di giorni.

Finisce con questo colpo di scena finale dopo centoventi minuti di risse clamorose, l’undicesimo “Mundial” di calcio. Visto l’andamento di questa finale, tenendo presente che gli Azzurri sono riusciti a battere con una partita tatticamente perdente gli argentini, ne deriva per noi anche una certa consolazione: gli olandesi diranno certamente di essere stati picchiati e derubati, i biancocelesti godranno di un “triunfo” che ormai li trasporta, secondo l’iperbole sudamericana, nell’olimpo degli dei nazionali. Ma anche noi, senza per questo gonfiare troppo il petto, possiamo dire che l’Argentina tenuta insieme più dal coraggio individuale, più dalla tenacia che non dagli schemi, ci è stata vittima quando si potè giocare ad armi pari.

Stanotte Buenos Aires ha fornito spettacoli indescrivibili. La gente è letteralmente ubriaca di parole, di canti, di suoni ricavati da ogni forma di strumenti. I generali e gli ammiragli godono pubblicamente come l’intera popolazione del Paese: per loro il “Mundial” ha significato il raggiungimento d’una incredibile e non ipotizzabile unità. Ma da domani per l’Argentina comincia un’altra epoca: è coronata dal titolo di campione del mondo, rimangono i problemi. Purtroppo non li potrà risolvere il signor Kempes.

Questo è il mio ultimo “servizio” sul “Mundial” e ve lo spedisco direttamente dall’inferno. Un inferno biancoceleste. come potete immaginare. Baires ha ridotto il leggendario carnevale brasiliano di Rio a una festa per la merenda dei bambini. Il titolo di “campeon” che corona i sogni di tutto il Paese costituisce più di una sbronza, più di una guerra vinta, più della conquista lunare. Avevano cominciato col dire, alla vigilia della finale: chi non si sente argentino è un olandese. Di qui l’invito — astuto e allegro, ma anche prepotente — all’urlo, alla partecipazione dei neutrali, al fenomenico “triunfo”. La metropoli è una bolgia dantesca, anche se non porta pene, ma solo pericoli casomai tentassi di attraversare una strada. A noi tocca il bilancio, agli argentini solo delirio glorioso, che serve da cena, da casa, da banca, da consolazione. Il football può tutto, anche se dura solo una frazione di secondo. Dopo l’incredibile orgia di pestoni consumatasi nei centoventi minuti del “River”, il “Mundial” abbassa le sue saracinesche.

Ancora una volta ha vinto la squadra di casa, come succede persin troppo spesso — e lo sottolineiamo con tre righe di matita rossa — nel calcio moderno. Vinse in casa il Brasile, perché il Messico ’70 era solo una sua propaggine folkloristica, vinse in casa la Germania di Beckenbauer nel ’74, prima aveva vinto (anche lei scippando) l’Inghilterra a Wembley, prima ancora si era classificata finalista a Stoccolma la Svezia del vecchio Liedholm e potè batterla solo il Brasile del giovincello Pelè. Il titolo ai biancolesti di Menotti — che sono riusciti ad alzare le proprie quotazioni in dollari e già fanno le valigie per emigrare sulle gramigne di mezza Europa — trova così una giustificazione e dei precedenti che dovrebbero far riflettere. L’ospite non è mai sacro, quando approda con la sua sacca da viaggio a un “Mundial”. Il padrone di casa gli riempirà questa sacca di gol, cerotti, lividi.

Per la seconda volta i tulipani, malgrado la loro brutalità, il loro coraggio stoico, il loro ardimento, si sono lasciati sfuggire la corona: mondiale. È da vedere se riusciranno a rimettere in piedi una “selezione” di identico valore in futuro: malgrado lo spietato professionismo, certe avventure si pagano.

Ma a noi tocca rivedere il lungo film della spedizione azzurra. A noi tocca dire: grazie “vecio” Bearzot, grazie azzurri, grazie Juventus che hai fornito questi Azzurri, grazie Paolino Rossi, che juventino sei solo “in pectore” ma hai sciorinato sull’erba sudamericana la tua intelligenza di fresco “goleador”. Dobbiamo ripetere questo “grazie”, dobbiamo credere al ricordo che la Nazionale ha lasciato di se stessa. Le ultime battute, contro Olanda e Brasile, non debbono annacquare il vino.

Contro l’Olanda accadde di tutto, e ancora Bearzot dice: “Ci picchiavano come succede su un ring. Noi eravamo come un pugile con le mani legate alle corde, il viso, lo stomaco ed il fegato scoperti, e loro: giù botte”. Contro il Brasile non giocò certo la Nazionale autentica, ma una sua controfigura assai poco somigliante. Eppure, in quelle partite, creammo nove palloni-gol e con un minimo di dignità arbitrale, con una briciola di “suerte”, con una goccia in più di freschezza, avremmo vinto. E certo ci saremmo ritrovati sull’irregolare erba del “River” per venir “matati” dagli argentini, che pure, ad armi pari, siringammo senza pericolo.

Grazie, Bearzot, e grazie Juventus. Non lo dico per partigianeria torinese, per un campanilismo che sarebbe davvero idiota. Lo dico perché dietro la Nazionale ha “lavorato” molto l’esperienza juventina, cioè la quadratura d’una società che sa governare uomini, programmi, schemi di gioco, caratteri. Una qualsiasi accozzaglia di giocatori anche geniali (se esistessero) non avrebbe espresso identico rendimento, non avrebbe preso identico slancio, che trovi soltanto se scatti da un trampolino comune. Non è un’opinione soltanto nostra, ma di Omar Sivori, di Heriberto Herrera, di Gigi Riva e persino di Luis Cesare Menotti, l’allenatore argentino, criticatissimo per le sue scelte, operate lungo quattro anni di meditazioni e di lavoro, ma che seguendo il “metodo” di Bearzot ha costruito la Nazionale vincente, da cui mancano nomi prestigiosi della “pelota gaucha”. L’onestà, l’applicazione, la costanza, la fede di Enzo Bearzot hanno ribaltato il cinismo di chi stava a guardarlo e lo ha criticato per mesi e mesi, fino al dileggio da querela.

Ma Bearzot ha potuto raggiungere un traguardo (che certo non lo accontenta, perfezionista com’è) solo perché contava su un gruppo d’uomini di provato amalgama, di alta coscienza professionale: gli juventini, appunto, ai quali si aggiunge quel “Pablito” Rossi intelligente e quindi ricettivo degli umori che contano, che stimolano. Il professor Vecchiet ha compiuto un lavoro d’eccezione. Come scienziato spregia giustamente la parola “miracolo”, preferisce indicare anche lui le quanta degli uomini “rigenerati”. Perché ti rigeneri solo se credi di potercela fare, se ce la metti tutta, se ti applichi. La miglior medicina del Club Italia è stata la buona volontà collettiva, un esempio che dovrebbe insegnar qualcosa a tanti litigiosissimi italiani, privi di umiltà e di realismo. Naturalmente l’avventura azzurra non poteva terminare senza una coda polemica, che i soliti vampiri le hanno appiccicato addosso all’ultimo momento: il processo a Dino Zoff. colpevole, secondo le accuse, di aver incassato quattro gol su quattro tremende bordate olandesi e brasiliane nelle due ultime partite.

Fermi tutti, o amici: ricordate quale fu il gol più bello del 1977, votato dall’intera Italia televisiva alla fine del campionato? Fu quello che segnò Romeo Benetti a Firenze, un siluro sparato da fuori area e che a tutti apparve il fulmine di Giove. Ma allora che votazione dareste a Nelinho, Brandts, Dirceu e Haan, al cui confronto la zampata di Romeo ci riappare come il lancio di un garofano? Disabituati a veder calcio in cornice europea e mondiale, legati ai loro gargarismi critici, i giudici che condannano Dino Zoff condannano senza saperlo la loro stessa ignoranza. Dino, privato dell’aureola di Santo, è un notissimo supercritico di sé e del proprio lavoro. Ha detto che una pallonata da quaranta metri un portiere la dovrebbe parare quasi sempre. Io non mi propongo di certo per una “difesa d’ufficio”, ma vorrei aggiungere: anche a un uomo d’esperienza come Zoff manca l’abitudine a certe fasi di calcio conclusivo, e manca quindi l’ottica, che va anch’essa allenata. È una lezioncina da mandare a memoria, perché a un “Mundial” si va e si torna proprio per far tesoro di nuovo «saper football».

Qual è stato il grado alcoolico di questo “Mundial”? Dobbiamo dir subito che l’equilibrio iniziale si è mantenuto fino al termine: non per nulla il plotoncino dei “mister” da panchina ha subito falcidie.

Nove su sedici hanno dovuto inghiottir rospi e lettere di licenziamento, se non di peggio. L’equilibrio dimostra che calcio sudamericano e calcio europeo vanno scambiandosi insegnamenti, che talora si perdono quando si torna a giocare tra le mura casalinghe, ma talora producono evoluzioni non piccole, non trascurabili. Il fascino del calcio e lo studio che ne deriva diventano persino più acuti se mancano le grandi “stars”. Pelé era uomo da condizionare un’intera nazione, quando questa nazione parlava di calcio. Altrettanto accadeva alla Germania, quando “Kaiser Franz” imponeva uomini di sua fiducia. Oggi gli argentini hanno copiato i mediterranei, costoro si ispirano agli olandesi, i brasiliani, pur ruggendo di contraggenio, sanno di dover cambiare strada anche se il duro Coutinho, che è l’alfiere della rivoluzione sui bulloni, non sa persuadere e attirar simpatie.

Il modulo di una “scuola” cerca di non differire troppo dal “modulo” altrui, la scacchiera pallonara finisce per rompere forzosamente i suddetti equilibri, che solo certe fasi ispirate, solo certi “talenti” riescono a incrinare durante i novanta minuti di una partita. È accaduto agli Azzurri di Bettega e Rossi, ispirati nel far barcollare le difese avversarie, è accaduto all’Argentina di Kempes, un trascinatore che allo stile e alla potenza di tiro aggiunge un magnifico “cuor di leone”. Torniamo a casa. Gettiamo — come tutte le truppe in fuga — i bagagli indispensabili, il vecchio paltò, il maglione sdrucito, le camicie logore. Baires troverà un angolo, tra tanta cartaccia festaiola, dove nascondere i nostri panni all’abbandono. Torniamo a casa per un’estate che dovrebbe aver pacificato il tifoso onesto, quello che parla di calcio senza sprizzar fumo dalle narici.

È stato un “Mundial” anche ambiguo. Ha voltato il football in strumento di Stato, che fa godere gli attuali reggitori argentini. L’Europa benché sconfitta (mai una squadra del vecchio Continente ha vinto un titolo in Sudamerica) ha recitato la sua parte grazie a Olanda ed Italia. La prima, pur stimabile e talora ammirevole per la ferocia agonistica dei vari Krol e Haan, lascia Baires con la patente di bufalo pazzo (le provocazioni e il pessimo arbitraggio non contano più). L’Italia, invece, ha offerto prove di abilità, giocando, e ancora oggi decine di persone rimpiangono che agli Azzurri manchi il secondo posto, ritenuto meritatissimo (ci temevano molto: questa è la verità). Baires, addio. Lo so che non senti questo saluto: stai facendo un tale fracasso da risvegliare anche i pinguini dell’Oceano Antartico. Ti diciamo addio dopo un mese di freddo umido, bisteccone enormi, reciproci interrogativi, dopo trentotto partite e 102 gol, dopo avere speso anche l’ultimo dollaro, grazie ai prezzi in costante rialzo. L’immane corrida è finita, a maggior gloria di chi fabbrica bandiere, scarpe da football, magliette colorate e illusioni populistiche. Oggi siamo noi, o amico argentino, ad augurarti “suerte” e possibile “felicidad”. Non lasciarti ingannare da un “Mundial”, che è già svanito, è già vecchio, come ogni storia circense, piccola fogliolina d’alloro non sempre in grado di profumare il ben più duro arrosto della realtà quotidiana.