Veronica Navarri
Jan 7, 2017 · 12 min read

Dalle iniziative internazionali, alla risposta italiana. Conseguenze ed implicazioni.

Nel paradigma della Network Society in cui siamo immersi, Internet assume nuove sembianze e potenzialità. La Galassia Internet di cui parla Castells, trasforma i cittadini in nettadini del mondo che sfruttano il Web per molteplici funzioni. Basti pensare che al finire del 2015 si registrano globalmente circa 3,2 miliardi d’internauti. Emerge l’esigenza di riconoscere i principi cardine di Internet e d’individuare i diritti e doveri che vi ruotano attorno. La Dichiarazione dei diritti di Internet e le varie Carte che sono state promosse a riguardo, spostano il focus su tematiche quali la gestione online dei diritti alla privacy, all’anonimato, all’accesso ad Internet, alla neutralità della Rete ecc. Si potrebbe dire che da tale consapevolezza scaturisca l’idea di assicurare “il diritto ad avere diritti digitali”. Sulla scia di vicende quali il Data Gate (dove ne consegue l’intensificarsi dell’azione della NSA, “National Security Agency” americana per il controllo della privacy degli utenti americani e non) e Wikileaks, dall’emergere di una paranoia collettiva collegabile ai rischi collaterali dei big data e delle pratiche algocratiche, la redazione di documenti incentrati sui diritti e doveri in Rete risulta essere fondamentale come bussola d’orientamento. Infatti, l’assenza di regole non equivale automaticamente ad un Internet libero, ma spesso rappresenta una politica esasperata di laissez-faire a favore dei magnati del Web.

Magna Carta digitale, di cosa si tratta?

Data la forte influenza del Web, che introduce nella sua governance il multistakeholderism, è necessario redigere un testo capace di assemblare i principi e le regole fondamentali che riguardano il mondo virtuale. Ad esempio, il diritto d’accesso ad Internet è inteso come un diritto sociale ma anche come un servizio universale. Sia che lo si voglia chiamare “Internet Bills of Rights”, “Internet Charters” o “Magna Cartas for the Internet”, la stesura di un documento con tali connotati oggi è più che necessaria per sviluppare una sincera consapevolezza in materia. Stefano Rodotà, in occasione del “Dialogue Forum on Internet Rights” tenutosi a Roma il 27 Settembre 2007, sostiene che:

“Costituzioni e Bill of Rights sono sempre state il frutto di iniziative dall’alto, si trattasse di costituzioni octroyées, concesse dal sovrano, o approvate da assemblee costituenti. La natura stessa di Internet si oppone all’adozione di questo schema. Internet è il luogo della discussione diffusa, delle iniziative che vogliono e possono coinvolgere un numero larghissimo di persone (…)”.

Ne consegue che nella contrapposizione tra hard law e soft law, Internet e la salvaguardia delle sue libertà, hanno una posizione di spicco privilegiata. Le formazioni di “Internet Bill of Rights” sono il risultato di riflessioni concertate, date dall’attività di esperti ma anche e soprattutto dalla cittadinanza.

Panorama internazionale

Il progetto di un “Internet Bill of Rights” non è nuovo ma trova le sue radici sin dalla metà degli anni ’90. Nel suo percorso storico, l’idea di una Magna Carta digitale si declina in modo diverso per forma e contenuto, ma conduce alla cristallizzazione di concetti visti in precedenza come puramente aspirazionali. In quest’ottica nello studio condotto da Lex Gill, Dennis Redeker e Urs Gasser per il Berkman Center for Internet & Society dell’università di Harvard, gli autori parlano esplicitamente di “digital constitutionalism”, come insieme dei tentativi internazionali di codificare diritti e principi per la governance della Rete (documenti “pre” o “proto” costituzionali). In tale ricerca gli studiosi analizzano 30 iniziative che vanno dal 1999 (con la “People’s Communication Charter”) al 2015, di cui il 60% delle proposte sono registrate a partire dal 2012 in poi. Il costituzionalismo a cui si fa riferimento non è inteso nel senso giuridico classico, ma si vuole con tale termine trovare il filo conduttore tra le diverse realtà territoriali in gioco. A livello internazionale i ricercatori hanno trovato dei punti in comune che sono:

· Il contenuto sostanziale sviluppato affronta questioni fondamentali di carattere intrinsecamente costituzionale (diritti individuali e collettivi, limiti da porre al potere statale, definizione di norme di governance). Si fa spesso riferimento al diritto d’accesso ad Internet, alla libertà di associazione in Rete, al principio della neutralità a contrastare la censura e la discriminazione ecc.

· Le iniziative si rivolgono, direttamente o indirettamente, ad una precisa “political community”. Dato che Internet non è esplicitamente delimitato da “confini nazionali”, a volte si fa riferimento semplicemente ai principi come universali e alla loro portata cosmopolita.

· I principi definiti aspirano ad un riconoscimento formale e legittimo nella comunità di riferimento.

· Gli sforzi messi in atto hanno il carattere della “comprehensiveness”. Si approfondiscono i principi della Rete in una visione omnicomprensiva, senza focalizzare l’attenzione ad un solo unico diritto.

Inoltre Gill, Redeker e Gasser identificano 7 ampie categorie tematiche ricorrenti, che sono:

Un documento basilare a cui far riferimento è quello datato 1992 e intitolato “Rights and Responsibilities of Electronic Learners” (RREL), prodotto da Educause esplicitamente per le università. Tale testo ha un forte carattere di preveggenza, approfondendo argomenti connessi al diritto di accesso, il controllo dei dati personali, la libertà di espressione e di proprietà intellettuale. Progressivamente questi argomenti assumono una rilevanza globale, specie tra il 1990 e il 2000. Si attestano, infatti, il “People’s Communications Charter” del 1999, la prima bozza del “Internet Rights Charter” dell’Association for Progressive Communication del 2001–2002 e la “Declaration of Principles” del WSIS del 2003. In linea con tali sforzi internazionali, Tim Berners-Lee chiede la formazione di una “Global Constitution” per Internet tramite l’iniziativa “The Web We Want”. Coerentemente con tale visione che supera la frammentazione con il multistakeholderism, emerge dalla ricerca che quasi tre quarti delle iniziative recensite sono di portata internazionale (22 su 30, ovvero 73%). Dei 30 documenti visionati dagli studiosi del Berkman Center, 2 di essi hanno una portata regionale (“African Declaration on Internet Rights and Freedoms” e “the Council of Europe’s Declaration of Internet Governance Principles”). Altri 6 testi hanno una portata più nazionale (Italia, Brasile , Filippine, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti). È evidente un trend d’omogeneità dal “Marco Civil da Internet” brasiliano (considerato da T. Bernes-Lee “il miglior regalo per i 25 anni del Web”) alla “Magna Carta for Philippine Internet Freedom”, sino alla “Declaration of Internet Rights” italiana.

Molte proposte di “Internet Bill of Rights” provengono da organizzazioni della società civile, coalizioni di attori statali o istituzioni internazionali, una minore componente è quella privata e dei consorzi industriali. Dei documenti analizzati, 19 sono finalizzati a influenzare la legislazione, 6 sono normative vigenti o proposte e altri 5 hanno una “posizione non vincolante”. La dimensione transnazionale è data anche dalla partecipazione di organizzazioni come la Electronic Frontier Foundation (EFF) e l’Association for Progressive Communications (APC), quest’ultima costituita da 50 organizzazioni di 35 paesi. Importanti sono anche la “NETMundial Multistakeholder Statement” e “Internet Governance Forum” (IGF) che ha dato vita alla “Dynamic Coalition”, promotrice nel 2014 della bozza della “Charter of Human Rights and Principles for the Internet” coinvolgendo 320 membri mondiali. Per ciò che concerne il processo di formazione delle 30 Carte digitali: 10 sono state redatte con modalità “business as usual”, tramite cooperazioni internazionali o determinate strutture organizzative; 17 sono state redatte con un processo intersettoriale, multilaterale e con forum d’interscambio; 3 sono ricavate da procedimenti partecipativi col crowdsourcing e un movimento dal basso verso l’alto.

Al vertice dei diritti maggiormente affrontati nei 30 documenti si trova la libertà d’espressione (proposta 27 volte), seguita dal diritto alla privacy (26 volte) e al terzo posto il diritto d’accesso ad Internet (con 24 occorrenze). Da queste premesse si comprende l’attenzione posta dai due terzi del data set analizzato (22 documenti) alla libertà d’informazione, alla trasparenza e all’apertura. Dato che le vicende socio-politiche influenzano le iniziative riguardanti Internet, eventi come il Data Gate di Edward Snowden nel 2013 hanno una loro rilevanza. Esso è servito a mettere l’accento negli “Internet Bill of Rights” sul diritto alla privacy, al controllo dei dati e all’autodeterminazione, all’anonimato, all’utilizzo della crittografia e alla protezione dalla sorveglianza di governo (tema della sorveglianza di massa online). Allo stesso modo Wikileaks incide sulla percezione del principio di neutralità della Rete (2006), capace di introdurre nell’era digitale una nuova coniugazione della trasparenza e dell’apertura.

Situazione italiana

L’idea di un “Internet Bill of Rights” di fattura tutta italiana nasce da lontano. È noto l’interesse italiano su tematiche informatiche e digitali, basti pensare al Codice d’Amministrazione digitale (CAD) quale D.Lgs. n. 82 del 2005. I primordi di un’aspirazione alla Carta dei diritti in Internet, risalgono al “World Summit on Information Society” dell’ONU del 2005 al cosiddetto “Tunisi mon Amour”. Tale idea viene riproposta anche nel 2006 in occasione “dell’Internet Governance Forum” ad Atene. Dall’IGF alla formazione di una “Dynamic Coalition” il passo è breve. Essa ha il compito di stabilire i “Principi fondamentali della Rete”, anche in vista del “World Summit on the Information Society” (WSIS) del 2008. La vicinanza tra la visione italica e brasiliana in materia, trova il suo culmine nel 2007 con la sottoscrizione di un obiettivo comune (che però sarà destinata ad arenarsi a causa del cambio della direzione politica italiana del 2008). Per tale spirito d’iniziativa l’ONU definisce l’Italia un “esempio di Governance per la Rete”, capace di suscitare la curiosità e la partecipazione pure di altri Paesi (Argentina, Messico, Ecuador, India e Regno Unito). In seguito altre conquiste internazionali hanno influenzato l’operato del Bel paese. Stante lo stretto legame appena evidenziato tra Italia e Brasile, non si può non tener conto dell’approvazione della legge “Marco civil” dell’Aprile 2014. Altri condizionamenti provengono poi dalla Corte di Giustizia dell’UE con le sue sentenze inerenti alla tutela dei dati personali (vedi quelle su data retention, diritto all’oblio e safe harbour), la centralità della tutela dei diritti umani su Internet posta dal Consiglio d’Europa (2014) e la sentenza del 25 Giugno 2014 della Corte Suprema americana sulla privacy riguardante i telefoni cellulari.

Ma la svolta concreta si ha il 28 Luglio 2014, quando la presidente della Camera Laura Boldrini istituisce una Commissione per redigere la “Carta dei diritti in Rete” (al Festival del Giornalismo il 18 Aprile 2015 l’ha presentata come “Internet Bill of Rights”). L’iniziativa posta in essere deriva dai precedenti barcamp ed hackathon avvenuti alla Camera. La Commissione di studio in questione è di natura mista, composta nello specifico da 13 esperti e 10 deputati, presieduta da Stefano Rodotà. Gli esponenti chiamati a partecipare e a dare il loro contributo hanno a che fare con lo sviluppo tecnologico e con i diritti fondamentali. Tra i membri vi sono Massimo Russo direttore di Wired, Stefano Quintarelli, Antonio Palmieri, Lorella Zanardo, Luca De Biase de Il Sole 24 Ore. I suggerimenti che la Commissione elabora sono poi integrati dalla supervisione e dalle proposte dei cittadini con l’ausilio di Civi.ci. Quindi l’8 Ottobre 2014 viene presentato il primo draft di “Internet Bill of Rights”, che viene immediatamente visionato dai 28 stati membri dell’UE il 13 e 14 Ottobre 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana dell’UE, per il summit tra parlamenti riguardo i diritti fondamentali. La bozza di testo prodotta è messa a disposizione della cittadinanza per promuovere la partecipazione collettiva ed ottenere utili suggerimenti, dal 27 Ottobre 2014 al 31 Marzo 2015. Dopo tale indispensabile fase, in cui si sono registrati 590 contributi per 15.000 accessi, il testo e i principi sono emendati e si può procedere alla stesura del testo definitivo.

Si vuole ricondurre nell’ecosistema di Internet quella serie di diritti della cittadinanza valevoli al di fuori della Rete, reinterpretandoli o introducendone dei nuovi. La presidente della Camera Boldrini vuole espandere tali valori al Governo e a livello sovra-nazionale (Europa), con queste parole:

“l’idea è che la Carta sia trasformata in una mozione parlamentare per impegnare il Governo a porre in cima alla propria agenda i principi in essa sanciti ed ad ispirarsi al loro rispetto nell’attuazione dei propri programmi”.

Il risultato materiale di questo iter travagliato sono 14 articoli:

1. Riconoscimento e garanzia dei diritti

2. Diritto di accesso

3. Diritto alla conoscenza e all’educazione in Rete

4. Neutralità della Rete

5. Tutela dei dati personali

6. Diritto all’autodeterminazione informativa

7. Diritto all’inviolabilità dei sistemi, dei dispositivi e domicili informatici

8. Trattamenti automatizzati

9. Diritto all’identità

10. Protezione dell’anonimato

11. Diritto all’oblio

12. Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme

13. Sicurezza in Rete

14. Governo della Rete

Essi sono visti anche come fonte d’ispirazione per le future possibili azioni legislative riguardanti la Rete, dato che la Magna Carta italiana prodotta non è né una legge né tanto meno una regolamentazione vincolante, ma una Dichiarazione di principi. La Camera dei Deputati ha perciò approvato due mozioni (n. 1–01031 e n. 1–01052) che riguardano le “iniziative per la promozione di una Carta dei diritti in Internet e per la governance della Rete”. Nella mozione 1–01031 Internet è definito come:

“uno strumento imprescindibile per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l’eguaglianza sostanziale”, inoltre vincola il Governo “ad attivare ogni utile iniziativa per la promozione e l’adozione a livello nazionale, europeo e internazionale dei principi contenuti nella Dichiarazione” e a “promuovere un percorso che porti alla costituzione della comunità italiana per la governance della Rete definendo compiti e obiettivi in una logica multistakeholder”.

Tale Dichiarazione dei diritti in Internet, patrimonio basilare nell’era digitale, pone al centro la tutela della persona e l’utente del Web. Infatti, i pilastri cardine che la costituiscono sono il libero accesso, la neutralità della Rete, la riservatezza dei dati, l’educazione all’uso di Internet, l’autodeterminazione personale, il non subire discriminazioni, la dignità ecc. Per esempio il diritto d’accesso ad Internet (intesa anche come libertà di scelta dei sistemi operativi, software e applicazioni) è necessario e prioritario, anche per realizzare gli altri diritti nell’ambiente digitale. Ovviamente la realtà dei fatti mette lo Stato di fronte alla problematica del digital divide, esso è chiamato quindi ad attivarsi realmente per rendere efficace questo diritto (attraverso investimenti statali, politiche sociali ed educative, scelte di spesa pubblica ecc.). Un’altra importante differenza tra il draft e la versione definitiva “dell’Internet Bill of Rights” riguarda il diritto alla conoscenza e all’educazione in Rete, che è stato ampliato e spostato dall’art. 13 all’art. 3. Il testo finale, inoltre, riesce a trovare un equilibrio tra le esigenze del singolo e il diritto ad essere informata dell’opinione pubblica (difatti allo stesso tempo sostiene che “Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei riferimenti ad informazioni che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza pubblica” e che “Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata”, art. 11 comma 1–2).

Infine, con le parole di Stefano Quintarelli si può ricordare che:

“Un bambino che va in seconda elementare oggi è nato nel 2008. Allora il Capo dello Stato era il Presidente Napolitano, in quell’anno è nato l’iPhone 3G, che consentiva il collegamento permanente a Internet, ed è nato android di Google, un sistema operativo che oggi vede 1,5 miliardi di utenti attivi al giorno. Questo accadeva sette anni fa (…) In Italia abbiamo 29 milioni di persone, che sono circa la metà della popolazione, che sono utenti abituali di Internet. Di questi 29 milioni, 13 milioni di persone fanno abitualmente shopping e acquisti online. In una recente indagine fatta da ContactLab, il 60% degli internauti italiani, circa 17,5 milioni di persone, dichiarano di essere permanentemente collegati ad Internet e di essere costantemente online. In sette anni, dal 2008, Internet è diventata l’interfaccia utente del mondo che siamo abituati a conoscere”.

Da ciò la necessità preponderante di una Carta dei diritti in Internet, capace di plasmare e guidare la visione italiana e delle altre realtà nazionali.

Bibliografia

M. Mensi — P. Falletta (2015) “Il diritto del web. Casi e materiali”, Trento: CEDAM

Sitografia

Argomenti di diritto dei media digitali

Lavori finali degli studenti del Corso di Diritto dei media digitali — Unipg.it/2017, 2018

Veronica Navarri

Written by

Laurea triennale in Scienze della Comunicazione. Attualmente iscritta al corso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica, digitale e d’impresa.

Argomenti di diritto dei media digitali

Lavori finali degli studenti del Corso di Diritto dei media digitali — Unipg.it/2017, 2018

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