5 album da ascoltare per iniziare la settimana

Tre stranieri e due italici, si fa qual che si può, dai

Zoë Aphrodite Gnecco

Bene. I fans degli A-ha e dei Savoy potrebbero trovare un certo piacere nell’ascoltare il nuovo album scritto e prodotto da Pål Waaktaar e cantato dalla bravissima vocalist Zoë Aphrodite Gnecco. Il disco è stato anticipato dal singolo Beautiful Burnout, molto interessante sia per le liriche che per l’impostazione melodica che respira l’aria degli anni ’60 ed è costruita per accompagnare dolcemente la voce di Zoë, così come accade in World of Trouble. Un gioiello pop? Beh, secondo me sì. Sono 10 brani e quasi 40 di minuti che scorrono via veloci, ma che rimangono impressi. Una curiosità, per tutti coloro che erano fan degli Ours: sì, Zoë è la figlia del vostro (mio) cantante preferito, Jimmy. Buon sangue non mente.

Klez.e

Dei Klez.e so molto poco. A parte la loroprovenienza mitteleuropea. Disintegration è un buon disco. La new wave è una reminiscenza greve che si aggira in ogni traccia ma senza opprimerle, quasi velandole di tristezza e mistero.
Ad aprire l’album c’è Mauern, un buon pezzo, sostenuto, decisamente dark, sulla falsariga di movimenti elettrici e forse leziosi (ma belli) che si susseguono anche negli altri 7 brani. Drohnen spicca quanto ad epicità. Requiem chiude il disco, come una litania arrangiata su ritmi quasi tribali. Un album che mi è piaciuto, forse perché adoro le atmosfere malinconiche e “tagliate a pezzi”.

Bonobo

Le capacità di comporre musica elettronica sono decisamente messe in mostra da Bonobo in Migration, dettagli messi in evidenza con passaggi complicatissimi, sitentizzati e atomizzati già a partire dalla title track: Migrations, quasi un inno al movimento umano, un crescendo di etnicità e pathos, ma anche di leggerezza, come in Break Apart in cui sembra che a cantare ci siano echi di lamenti caustici ed estremamente fragili. Una traccia da ascoltare? Assolutamente Kerala, di cui tutte le sfumature sembrano essere prese in prestito dal mondo analogico per impreziosire la sinteticità di un modo digitale in cui le migrazioni hanno una forma ed un colore e sono sostenute da numeri, forse troppi, ma comunque perfetti nei loro schemi logici millenari.

Vasco Brondi AKA Le luci della centrale elettrica

Il nuovo album di Vasco Brondi è impreziosito da arrangiamenti riusciti e ben strutturati contestualizzando molto bene ogni testo fino a creare una forma canzone che ormai ha un marchio di fabbrica ben definito.
C’è poco da dire, questo è un bel disco. Le città moderne sono città agli albori di una nuova epoca, e qui vengono trattate con la dovuta leggerezza calviniana del caso, città strutturate nella loro palingenesi storica, che esemplificano come la pesantezza del mondo possa essere sconfitta solo dal suo contrario. “Fare caso a quando siamo felici ma ricordare per sempre una piccola cicatrice a forma di fulmine” questo è il modo in cui l’album inizia, la disperata ricerca di una destinazione, di un equilibrio che genera costantemente una rinascita culturale, mediatica, etnica “crescere ma ricordare per sempre la piccola cicatrice a forma di fulmine e continuare a vivere”. (Recensione completa)

Management del dolore post operatorio

Il nuovo album del Management del dolore post operatorio è decisamente il migliore della band sinora. I testi sono migliorati tantissimo, anche gli arrangiamenti sono più sensibili ad un gusto più pop e meno ruvido come quello di un tempo, di Pornobisogno tanto per capirci. Almeno 5 pezzi su 10 sono veramente buoni, mentre le storie di allarmante quotidianità non sembrano affatto smettere di trovare il modo di gridare lo scontento sociale di una band che da “Norman” in poi ha sempre preso la cronaca e l’ha messa nell’impasto dei propri dischi, un amalgama tanto strano quanto funzionale alla dimensione cronachista del gruppo. Un incubo stupendo, appunto.

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