Io e le HAIM

Ok, lo ammetto mi capita spesso di innamorarmi di una band o di un’artista e focalizzarmi per settimane fino alla nausea cercando di ascoltare il più possibile, nella maggior parte di versioni possibili, nel minor tempo possibile. È come se avessi una fame insaziabile di capire a fondo la vita artistica di qualcuno che subito mi ha fatto un’ottima impressione. Recentemente mi è capitato spesso, riscoprendo un sacco di dischi di Andrew Bird, la carriera solitaria di Annie Clark, approfondendo la vita dei Mars Volta e di quel genio di Trent Reznor (artista di una finissima sensibilità per la melodia).

Ora, è una settimana che ascolto le HAIM. Ci ero già passato, mi ricordo del loro esordio, il primo Ep, le prime ospitate in tv. Mi piacevano tantissimo. Poi le ho messe da parte. Capita, il 2014 è stato denso di attività. E mentre loro avevano appena pubblicato il loro primo disco, Days Are Gone, e salivano sui palchi dei festival più importanti d’Europa io mi perdevo ascoltando e suonando generi un po’ differenti, se il loro si può considerare un genere. Danielle, Alana ed Este, cresciute in una famiglia in cui si è sempre suonata tanta musica, sono bellissime, se questo è importante per la musica, insomma fate voi (io sposerò Danielle) e poi dopo aver collaborato con diversi artisti hanno iniziato a pubblicare qualcosa come sorelle. Ed hanno fatto bene.

Il loro disco d’esordio, Days Are Gone, è davvero ottimo. Anzi, è persino limitante considerate le qualità che dal vivo emergono molto meno approssimativamente. Ho sempre considerato il fatto che nelle canzoni pop di 3 minuti si trovi molta più genialità di una suite prog di 17 parti e in un brano come Don’t Save Me, ad esempio, c’è tantissima abilità e cura da renderlo non solo canticchiabile ma persino adorabile. Non so quanto abbiano perso per la composizione di ogni traccia (immagino che siano tutti retaggi di prove degli anni passati), ma quello che ho capito subito è che dietro questi pochi minuti di esordio non c’è alcun preconcetto o alcuna costruzione. Questo perché le HAIM non sono un gruppo pop (ma partecipano al singolo di Calvin Harris e aprono i concerti di Taylor Swift) e talvolta si perdono riproponendo pezzi che davvero non hanno nulla a che fare con il disco proposto ormai 3 anni fa, Oh Well suonata sul palco del Rock Am Ring o di Glastonbury che fa impallidire anche veterani del genere.

My Song 5 all interno del disco è il brano più strano, viene riproposto dal vivo ed è giocato interamente su sonorità buie, quasi stoner, con una linea di basso che poi si apre in un chorus distonico e assolutamente lisergico, il riff è blues, i cori sono decisamente pop. Che razza di musica stiamo ascoltando? La mia traccia preferita però è ovviamente The Wire. Non ci sono storie, qui le tre sorelle HAIM danno il meglio di sé, si scambiano i ruoli di voce principale, suonano diversi strumenti e nonostante Danielle dimostri di essere la più dotata delle tre, seguita dalla più piccola Alana, tutte collaborano e ottengono un suono che alla fine le contraddistingue nella maggior parte dell’album che, come già detto, è meno incisivo e più vellutato delle esibizioni dal vivo.

Per farvi capire perché mi piacciono le HAIM ho scelto 3 video

THE WIRE — Divertimento, nient’altro. Ma riuscito molto bene.

OH WELL (FLEETWOOD MAC COVER) — Una cover splendida. Inattesa. Suonata da dio…

ON TOP (DANIELLE AND THE KILLERS) — Capito perché è la mia preferita?

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Diego Remaggi’s story.