Morire di giornalismo

“Ci stanno i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. Io in verità ho scelto la seconda categoria e devo dire che non mi trovo male”

Ho smesso di ascoltare le chiacchiere del mio amico Francesco quando mi ha detto che secondo lui Baricco gli aveva salvato la vita. Per piacere, Baricco. Ci sono tanti modi per assecondare la follia. Io, ad esempio, da quando ho preso un libro di Mauro Corona solo perché allegato c’era un DVD su Erto e la montagna, credo di aver dato un importante contributo al sostentamento dell’editoria italiana. In un certo senso l’ho dato nello stesso modo in cui ho tenuto fede alla mia passione liceale per Calvino, seguendolo anche accademicamente per anni e anni, finendo per andarmi ad impigliare in un saggio su Pin e i nidi di ragno, la guerra, la linguistica che ancora oggi mi è oscuro e, ahimè, perduto in qualche cartella di un hard disk impolverato. Avremo dovuto salvare tutto su cd, così oggi non avrei potuto leggerli ugualmente sul mio nuovo MacBookPro e nemmeno sul mio iPad.

Avremo dovuto salvare tutto su qualcosa che potesse resistere alle bombe.
Spesso immagino i reporter di una volta, Terzani, il Vietnam, Joker, Rafterman, la scuola di capitan Gennaio, i loro quaderni sporchi di terra, diventati laceri, talvolta macchiati dall’umidità. Ma voi immaginate le storie dell’Afghanistan, dell’Iran, di Nuova Delhi, dei campi di lavoro russi, gli arcipelaghi Gulag?
A Malala hanno sparato in testa e non sono riusciti ad uccidere né lei, né i suoi quaderni, anzi, le hanno fatto guadagnare un premio Nobel per la pace che è servito solo a ricordarle di essere ancora in guerra. A Sean Penn hanno dato il compito di raccontare la storia di El Chapo Guzman, che nella guerra del narcotraffico centro americano era molto di più di un re fuggito da una prigione.
I giornalisti occidentali raccontano dalle loro precarie condizioni di sicurezza le storie di tante piccole persone che si muovono e corrono in un mondo davvero strano per loro, inseguiti da maledizioni religiose, da scomuniche pastorali o da diritti costituzionali o semplicemente da odio.

Kenji Goto, giornalista, decapitato dall’Isis.

A Kenji Goto hanno tagliato la testa. Uno stronzo dell’Isis con accento inglese lo ha sgozzato senza pensarci, o magari facendolo assaporando la libido, facendolo e basta. Reporter senza frontiere dice che lo nel 2015 tre quarti dei giornalisti uccisi si trovavano in paesi teoricamente in pace, il 2% di loro erano donne. E non vi fa sorridere sapere che uno dei posti più pericolosi dove lavorare è stato la Francia?
Una mattina hai appena preso carta e matita per disegnare la tua vignetta settimanale e una raffica di proiettili stermina la tua redazione, quella di un periodico che si chiama Charlie Hebdo, che sputa irriverenza sulla testa di tutti e lo fa cosi bene da essersi messo contro migliaia di esagitati integralisti. Tu sopravvivi e ora esci solo sotto protezione e sinceramente, non ti meravigli quando a metà novembre fanno fuoco sul Bataclan o nel centro di Parigi, all’orizzonte dei campi elisi c’è quello stesso cielo fumoso della scena finale di Full Metal Jacket, e a vederlo, forse non sei solamente tu.

Mosul, bombe e crisi umanitaria

Non ti aspetti nulla di diverso nemmeno da Mosul, che da 2 anni è sotto il controllo dello Stato Islamico. Dicono che in questa città del nord dell’Iraq ci sia un vero buco nero dell’informazione, qui i Taglia Gole sono stati responsabili, in un anno e mezzo, di una cinquantina di rapimenti e 13 esecuzioni pubbliche di reporter, chiaramente ormai di giornalisti non ce ne sono più, se ne sono andati praticamente tutti, i pochi rimasti non hanno alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, i contatti sono stati tutti accuratamente tagliati dall’Is e con essi anche ogni singola via di comunicazione, internet o giù di lì.

Il Messico continua ad essere il paese dell’America latina con il maggior numero di cadaveri di giornalisti. Lo scorso anno ne sono stati uccisi otto, di cui cinque per ragioni ancora da chiarire. Per chi volesse passare un weekend da quelle parti e mettersi a fare qualche indagine sui cartelli del narcotraffico, l’Odg sconsiglia fortemente le zone a sud di Veracruz e Oaxaca, dove è segnalata anche una forte corruzione tra crimine, politici e polizia locale, dopo la morte di Ruben Espinosa a Città del Messico, a dir la verità, Reporter senza frontiere, dice che non esiste più un posto sicuro in Messico. Occorre farsene una ragione e non imitare assolutamente Sean Penn.

Da un certo punto di vista non puoi dirti sicuro nemmeno se eviti di fare 2 anni di praticantato e mantieni la tua sacra nomea di blogger per la pace. Quattro simpatici scrittori sono stati semplicemente uccisi nel giro di dodici mesi in Bangladesh, avevano la colpa enorme di essere prima di tutto laici e poi di sostenere la libertà di parola, di pensiero, di tolleranza all’interno dei propri blog. Ansar al-Islam, una poco rassicurante sezione locale di Al-Quaeda e Ansarullah Bangla Team (nome assolutamente da film) si sono presi la briga di dichiarare le proprie responsabilità nelle uccisioni, alcuni dei loro aderenti sono stati arrestati e condannati, nulla di nuovo sul fronte del subcontinente indiano.

Ilaria Alpi, uscciesa il 20 marzo 1994 in Somalia

Hindiya Mohamed è una delle ultime vittime in Somalia (ricordate Ilaria Alpi?). Lo scorso 3 dicembre Hindiya sta tranquillamente — ehm… tranquillamente — accendendo la sua auto per recarsi al lavoro come ogni giorno, quando improvvisamente, assieme al boato di un ordigno, tutto salta in aria in pochissimi secondi. Non è la prima volta che accade a Mogadiscio. Non sarà l’ultima. Il marito di Hindiya, Liban Ali Nur, lo hanno ucciso solo tre anni prima sempre gli islamisti ribelli di Al Shabaab.
Il problema è che nessuno in Somalia sembra voler indagare o condannare questi omicidi e questo incoraggia molti terroristi a non preoccuparsi di come e dove mettere a segno i prossimi colpi, soprattutto a discapito dei reporter, dei fotografi e degli operatori. Il governo somalo, dal canto suo, ha detto più volte che la sicurezza dei giornalisti non è una priorità.

Reporters Senza Frontiere ha più volte scritto al segretario generale dell’Onu, al consiglio di sicurezza, all’assemblea generale per far aumentare i meccanismi di protezione nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo RSF l’Onu dovrebbe farsi carico di una rappresentanza speciale per la sicurezza di centinaia di giornalisti e dovrebbe riportare i crimini compiuti nei loro confronti alla Corte penale internazionale così come è già successo per i reporter in area siriana e dell’Iraq lo scorso anno.
Il problema è che ancora non sappiamo se il Consiglio di sicurezza riuscirà a garantire la pace e la sicurezza in quelle aree totalmente fuori controllo, è già abbastanza complicato per la Corte penale fare chiarezza per i crimini compiuti sulla pelle dei giornalisti che di fatto non stavano lavorando in aree sottoposte alla giurisdizione internazionale e quindi non perseguibili.

Tiziano Terzani

Ogni volta che parlo di guerra immagino Terzani a scrivere dal Vietnam. Immagino lui ma anche tutti quei giornalisti e tutti coloro che hanno scritto di fucili e bombe da posti che nemmeno esistono più. Vorrei che tutti fossero al sicuro adesso, assieme ai loro quaderni, appunti, disegni, e assieme alle loro famiglie, ai loro sogni.
Vi siete mai chiesti quanto sono importanti loro per noi?
Potete iniziare a farlo, pensando a tanti che ci hanno lasciato, leggendo magari qualcosa proprio di quell’uomo con la barba vestito di bianco nella valle di Orsigna, un giornalista che scriveva lettere contro la guerra. Ah, il giornalismo!

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