Vorrei la poesia, quella vera. Di nuovo.

Pierpaolo Pasolini, il mio poeta di riferimento, in assoluto

S i può sempre dire che in realtà scrivere sia un po’ come esprimere l’altra faccia di noi stessi. Io lo faccio spesso. Scrivo spesso. Meno di quanto vorrei e dovrei, forse, ma non posso lamentarmi.

Ci sono molti che in giro dicono di saper scrivere e lo fanno, pubblicando anche libri. Fa gola a molti pubblicare qualcosa. In realtà io credo che per poter realmente fare lo scrittore sia necessario prima di tutto poter aver abbastanza esperienza da poterla raccontare bene. E non servono i baci e gli abbracci alle presentazioni, fiumi di stralci e di citazioni per poter essere esperti. Io parlo di esperienza emotiva ed esistenziale sia chiaro.

Diciamo la verità, la vita non è semplice, non lo è per niente. Le delusioni quotidiane, le difficoltà sul lavoro, l’estenuante e destrutturante voglia di avere certezze in un percorso caotico, in un coacervo di baci e abbracci finti come una vita parallela, porgono di per sé tanto carico emotivo quanto un viaggio in oltreoceano. Abbiamo ognuno, ogni giorno, il nostro oceano da sorvolare, le nostre maree e le nostre onde, increspate, urlanti, sferzate dalle correnti. Partiamo da qui per costruire le storie, le poesie. Assumiamo gli archetipi come midollo osseo della struttura alla base del nostro scrivere, del nostro vedere, del nostro catalogare per immagini, in movimento.

Non ci si inventa poeti. A volte penso a Pasolini, che raccoglie la summa, per me, dell’esserlo, e lo ricordo con i suoi capelli mossi dal vento sulle spiagge di Sabaudia. Ecco, signori, quello per me è un poeta. Con l’aria pensosa, l’avanzare dinoccolato, le mani disastrate dai percorsi all’addiaccio sulle vie di Casarsa. E penso ai poeti carsici, all’anziano Ungaretti, alla Merini. Questi sono poeti. Sono poeti perché hanno fatto della loro vita la poetica del loro scrivere in versi, hanno raccontato, con umiltà, la cognizione del dolore di ogni giorno, dell’uomo, dei cani, come Saba hanno raccontato la verità dietro un campo da calcio, con le mani appoggiate sulla rete.

I poeti hanno fame tossica della vita. Hanno le storie negli sguardi della gente, colgono l’impenetrabile dietro la fuliggine e le essenze degli ambienti nascoste dagli effluvi innaturali delle coscienze. Ma prima di tutto, attenzione, vivono. Vivono fino in fondo come Ciampi, Tenco, Gavino Ledda, assumono il mirto come liquore dei loro stomaci, distrutti dalle emozioni e dai bicchieri di vino andato a male nei bar delle periferie romane, milanesi, delle città del nord est. I poeti stanno sul porto di Trieste e piangono immaginando Joyce, la senilità, la coscienza di Zeno. I poeti ricordano i colori delle montagne, i dolori dei cavatori, la protervia degli acini strappati dai grappoli d’uva. I poeti sono poeti e sanno, dolorosamente, di esserlo, nella loro bellissima esistenza in cui tessono tele grezze e povere come l’arte di Kounellis.

Targa di Kounellis a Carrara, foto dell’autore

“Il marmo può davvero diventare nero — ha detto Francesco Fossati apponendo la targa del padre dell’arte povera in centro a Carrara -. Me lo ha insegnato un cavatore, qui, mentre stavo posizionando la targa di Kounellis. Quella in cui c’è scritto che bruciò il marmo bianco per farlo diventare nero, quel cavatore mi ha spiegato che una volta, tanti anni fa fecero più o meno così: lo hanno foderato con la gomma dei copertoni, e poi gli hanno dato fuoco”.

Ecco io penso che l’esperienza di Kounellis sia, nella mia provincia, una delle più grandi poesie mai scritte. Annullare il bianco per dar spazio al buio. Sconfiggere il pallido e colorare di notte gli sguardi ghiacciati delle Apuane. Questo è un poeta, signori.

Gli altri, lasciamoli ai loro lavori. La poesia sia solo dei poeti, quelli veri.

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